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Brexit, dieci anni dopo: il Regno Unito fa i conti con una scelta che continua a dividere

A dieci anni dal referendum che sancì l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, il bilancio della Brexit continua a dividere politica e opinione pubblica. Tra difficoltà economiche, instabilità politica e rapporti ancora complessi con Bruxelles, Londra cerca una nuova strada.

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Dieci anni dopo quel voto destinato a cambiare la storia britannica ed europea, la Brexit continua a rappresentare una ferita aperta nel dibattito pubblico del Regno Unito. Quella scelta compiuta dagli elettori il 23 giugno 2016, quando il 52% dei votanti si espresse a favore dell’uscita dall’Unione Europea contro il 48% favorevole alla permanenza, ha modificato profondamente il profilo politico, economico e sociale del Paese.

Un referendum nato per risolvere tensioni interne al Partito Conservatore e finito per trasformarsi in uno spartiacque storico, capace di ridefinire i rapporti tra Londra e Bruxelles e di provocare conseguenze che ancora oggi alimentano discussioni e divisioni.

Il referendum che sorprese il mondo

L’esito del referendum colse di sorpresa gran parte della politica britannica ed europea. Per mesi molti osservatori avevano ritenuto improbabile una vittoria del fronte favorevole all’uscita. Invece, dopo una lunga notte di scrutinio, il verdetto premiò i sostenitori del Leave.

Fu il trionfo politico degli euroscettici e di figure come Nigel Farage e Boris Johnson. Allo stesso tempo segnò la fine dell’esperienza politica di David Cameron, il premier che aveva promosso la consultazione nella convinzione che avrebbe rafforzato la scelta di restare nell’Unione Europea.

Una lunga stagione di instabilità politica

La Brexit ha avuto effetti profondi anche sulla stabilità istituzionale del Regno Unito. Negli anni successivi si sono succeduti diversi governi e premier, spesso travolti dalle difficoltà legate alla gestione del divorzio da Bruxelles.

Theresa May lasciò l’incarico dopo non essere riuscita a ottenere il via libera parlamentare all’accordo negoziato con l’Unione Europea. Boris Johnson riuscì poi a portare a termine il processo di uscita, ma il suo governo contribuì ad alimentare tensioni e diffidenze nei rapporti con i partner europei.

Negli ultimi anni Londra ha tentato un graduale riavvicinamento all’Europa, pur senza mettere in discussione l’uscita dall’Unione e dal mercato unico. Un percorso che resta tuttavia fragile e soggetto alle dinamiche della politica interna britannica.

Il conto economico della Brexit

A distanza di un decennio, una parte significativa del dibattito si concentra sugli effetti economici della Brexit.

Tra le criticità più spesso evidenziate figurano il rallentamento delle esportazioni verso i Paesi dell’Unione Europea, l’aumento dei costi burocratici per le imprese e le difficoltà legate alla nuova disciplina commerciale introdotta dopo l’uscita dal mercato unico e dall’unione doganale.

Anche il mercato del lavoro ha subito conseguenze importanti. La fine della libera circolazione delle persone ha ridotto gli arrivi di lavoratori europei, creando carenze di personale in alcuni settori strategici come la sanità, l’assistenza e parte dei servizi.

Secondo diverse analisi economiche, l’incertezza generata dal referendum e le nuove barriere commerciali hanno inciso negativamente sulla crescita britannica, alimentando un dibattito che resta molto acceso.

Un’opinione pubblica più critica

Se nel 2016 il voto premiò il fronte favorevole all’uscita, oggi i sondaggi mostrano un quadro più articolato. Una parte crescente dell’opinione pubblica ritiene che la Brexit non abbia prodotto i benefici promessi durante la campagna referendaria.

Ciò non significa però che esista una maggioranza favorevole a un ritorno immediato nell’Unione Europea. L’ipotesi di un nuovo referendum o di una domanda di riammissione appare politicamente complessa e, almeno nel breve periodo, poco realistica.

Il difficile rapporto con Bruxelles

Anche dal lato europeo non emerge particolare entusiasmo verso un eventuale ritorno britannico. Molti governi dell’Unione ritengono conclusa la stagione delle eccezioni che avevano caratterizzato la partecipazione del Regno Unito al progetto europeo.

Questioni come il mantenimento della sterlina o la permanenza fuori dall’area Schengen rappresenterebbero ostacoli significativi in qualsiasi ipotetico percorso di riadesione.

Un capitolo ancora aperto

A dieci anni dal referendum, la Brexit continua a influenzare la politica britannica e il rapporto del Regno Unito con il resto del continente. Il tema resta centrale nel confronto pubblico e rappresenta uno dei dossier più delicati per chiunque sia chiamato a guidare il Paese.

Se il referendum del 2016 ha chiuso un capitolo lungo oltre quarant’anni di integrazione europea, il dibattito sulle sue conseguenze è tutt’altro che concluso. E il Regno Unito continua ancora oggi a interrogarsi sul significato e sul costo di quella scelta storica.

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Libia, ucciso a Bengasi il capo dell’intelligence militare di Haftar

Il capo dell’intelligence militare della Libia orientale, Fawzi al-Mansouri, è stato assassinato a Bengasi con un ordigno nascosto nella sua automobile. Le autorità di Haftar hanno aperto un’indagine, ma l’attentato non è stato rivendicato e non sono stati indicati possibili mandanti.

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Il generale Fawzi al-Mansouri, capo dell’intelligence militare delle forze della Libia orientale guidate da Khalifa Haftar, è stato ucciso a Bengasi nell’esplosione di un ordigno collocato nella sua automobile.

La morte dell’alto ufficiale è stata confermata dal Comando generale delle forze armate dell’Est e dal governo insediato a Bengasi, guidato da Osama Hammad e sostenuto dalla Camera dei rappresentanti.

Al momento non risultano rivendicazioni attendibili e le autorità non hanno indicato pubblicamente sospetti, esecutori o possibili mandanti.

L’esplosione nella zona di al-Hawari

L’attentato è avvenuto lunedì sera nella zona di al-Hawari, nei pressi del quartiere e della moschea Sayyida Aisha.

Le prime immagini diffuse sui social network e rilanciate dai media libici mostrano un’automobile avvolta dalle fiamme lungo una strada secondaria. L’autenticità delle riprese è stata ritenuta compatibile con il luogo indicato dalle fonti locali.

Secondo l’agenzia di stampa libica Lana, al-Mansouri è stato colpito dopo essere uscito dalla preghiera serale. Il generale Khaled al-Mahjoub, responsabile dell’ufficio di orientamento morale del Comando generale, ha parlato di una “bomba adesiva” fissata alla vettura.

Due fonti della sicurezza citate dalla Reuters hanno invece collocato l’esplosione davanti all’abitazione dell’ufficiale. Le ricostruzioni concordano comunque sull’impiego di un ordigno nascosto nell’automobile.

La condanna delle autorità orientali

Il Comando generale ha definito l’uccisione un attentato terroristico, assicurando che i responsabili «non sfuggiranno alla punizione».

Il primo ministro dell’esecutivo orientale Osama Hammad ha chiesto agli apparati di sicurezza di chiarire le circostanze dell’assassinio, individuare gli esecutori e accertare l’eventuale presenza di mandanti, finanziatori o complici.

Anche il ministro della Difesa del governo di Bengasi, Ahmid Houma, ha promesso che il caso non resterà impunito.

Le definizioni e le accuse di terrorismo provengono dalle autorità della Libia orientale. In assenza di rivendicazioni o risultati investigativi, non è ancora possibile stabilire la matrice dell’attacco.

Una figura centrale dell’apparato di Haftar

Al-Mansouri era stato nominato nel 2024 alla guida dell’intelligence militare delle forze orientali, con il grado di generale. Rappresentava una delle figure più importanti dell’apparato di sicurezza costruito da Haftar a Bengasi.

Secondo al-Mahjoub, aveva partecipato all’operazione Karama, la campagna militare lanciata da Haftar nel 2014 contro gruppi armati islamisti e avversari politici presenti nell’Est della Libia.

Il portavoce militare ha collegato simbolicamente l’attentato alla stagione di assassinii che colpì Bengasi soprattutto tra il 2013 e il 2014, quando ufficiali, esponenti delle forze di sicurezza e personalità pubbliche furono bersaglio di numerosi agguati.

Le indagini e i timori per Bengasi

Le autorità orientali considerano l’attacco un tentativo di minare la sicurezza nelle zone controllate dalle forze di Haftar. Si tratta, tuttavia, di una valutazione politica e investigativa che dovrà essere sostenuta dalle prove raccolte.

Bengasi è il principale centro politico e militare della Libia orientale, contrapposta alle istituzioni di Tripoli riconosciute a livello internazionale. Negli ultimi anni Haftar ha consolidato il controllo sulla città e su gran parte dell’Est del Paese.

L’uccisione del responsabile dell’intelligence militare rappresenta uno dei più gravi attacchi recenti contro l’apparato di sicurezza orientale. Le indagini dovranno chiarire come sia stato possibile collocare l’ordigno nell’automobile di un ufficiale di così alto livello e se l’azione sia collegata a gruppi armati, reti terroristiche o conflitti interni. Al momento, nessuna di queste ipotesi risulta confermata.

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Gaza, Israele apre allo stop ai raid mirati: esclusi i responsabili del 7 ottobre

Israele sarebbe disponibile a negoziare lo stop alle operazioni mirate nella Striscia di Gaza, mantenendo però l’eccezione per i partecipanti all’attacco del 7 ottobre. Netanyahu respinge pubblicamente il piano del Board of Peace, mentre le trattative con Washington continuano e i raid risultano ridotti.

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Israele avrebbe comunicato alla Casa Bianca la propria disponibilità a negoziare la sospensione delle operazioni mirate contro esponenti delle organizzazioni armate palestinesi nella Striscia di Gaza. L’accordo non comprenderebbe però le persone indicate dalle autorità israeliane come partecipanti all’attacco del 7 ottobre 2023.

L’indiscrezione, diffusa da Canale 13 e rilanciata dal Times of Israel, non è stata confermata ufficialmente dal governo israeliano. La comunicazione sarebbe avvenuta durante il confronto con Washington sulla tabella di marcia per il disarmo di Hamas elaborata dal Board of Peace.

L’eccezione per il 7 ottobre

Israele intenderebbe continuare a ricercare e colpire quanti considera responsabili dell’attacco del 7 ottobre, nel quale furono uccise circa 1.200 persone e altre 251 vennero prese in ostaggio.

L’esercito israeliano e lo Shin Bet hanno costituito un’unità speciale incaricata di identificare i partecipanti attraverso filmati, fotografie e sistemi di riconoscimento facciale. Alcuni sono stati uccisi durante la guerra, altri catturati e trasferiti in Israele.

L’eventuale sospensione riguarderebbe quindi le operazioni contro altri dirigenti o militanti palestinesi che non rappresentino una minaccia immediata. Non esiste ancora un’intesa formalmente sottoscritta.

Il piano respinto da Netanyahu

La proposta del Board of Peace prevede il disarmo progressivo di Hamas, il ritiro graduale delle truppe israeliane e il dispiegamento di una forza internazionale di stabilizzazione affiancata da una nuova polizia palestinese.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha pubblicamente respinto il documento in quindici punti, sostenendo che l’esercito non lascerà la Striscia fino alla completa consegna di tutte le armi di Hamas.

«Quando dico che Hamas deve essere disarmato, intendo le armi pesanti, quelle leggere, tutte le armi. Deve trattarsi di un disarmo reale, non fittizio», ha dichiarato Netanyahu.

Il contrasto riguarda soprattutto la successione delle diverse fasi. Il piano collega la consegna verificata delle armi a ritiri territoriali progressivi. Israele pretende invece garanzie più stringenti prima di arretrare dalle aree controllate.

Il negoziato resta aperto

Nonostante il rifiuto del premier, un funzionario del Board of Peace ha dichiarato che la tabella di marcia rimane operativa e che le discussioni con Israele proseguono.

Ogni fase dovrebbe essere avviata soltanto dopo la verifica degli impegni assunti sul terreno. Secondo il Board, Israele non sarebbe quindi chiamato a compiere passi irreversibili basandosi esclusivamente sulle promesse di Hamas.

Lo stesso Netanyahu ha confermato il confronto con Washington, spiegando che alcune proposte americane sono considerate accettabili e altre no.

Le testimonianze dei soldati

Alla distanza tra dichiarazioni pubbliche e trattative riservate si aggiungono le testimonianze raccolte da Canale 12 tra i militari israeliani impegnati nella Striscia.

«Nell’ultima settimana qualcosa di significativo è cambiato. Stanno cercando il più possibile di evitare attriti sulla Linea Gialla», ha raccontato un soldato rimasto anonimo.

La Linea Gialla indica la zona di controllo dell’esercito israeliano all’interno di Gaza, modificata più volte nel corso delle operazioni.

«Non vogliono che uccidiamo nessuno», ha aggiunto il militare. Un altro soldato ha sostenuto che, rispetto alla settimana precedente, sarebbe ora necessaria l’autorizzazione del capo di Stato maggiore per colpire una persona considerata una minaccia ma rimasta fuori dalle aree controllate da Israele.

La smentita dell’esercito

L’ufficio del portavoce dell’Idf ha negato che le regole d’ingaggio siano state modificate. Fonti della sicurezza israeliana avevano tuttavia riferito che le operazioni di eliminazione mirata non legate a pericoli immediati richiedono adesso l’autorizzazione preventiva del capo di Stato maggiore Eyal Zamir.

In precedenza sarebbe stata sufficiente l’approvazione del comandante meridionale o dei responsabili delle divisioni schierate nella Striscia.

Le operazioni israeliane a Gaza risultano sensibilmente ridotte dall’inizio di agosto, anche per effetto delle pressioni statunitensi. Questo rallentamento non rappresenta ancora un cessate il fuoco né prova l’esistenza di un accordo segreto, ma segnala che la proposta del Board of Peace sta già condizionando le decisioni operative.

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Missili e droni russi sull’Ucraina, sei morti a Zaporizhzhia

Una nuova offensiva russa ha colpito Zaporizhzhia, Kiev e diverse regioni ucraine. Il bilancio aggiornato è di sei morti e venti feriti, mentre Zelensky chiede più sanzioni contro Mosca e nuovi sistemi di difesa aerea.

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Una nuova offensiva russa condotta con missili, bombe guidate e oltre 120 droni ha colpito nella notte numerose regioni dell’Ucraina. Il bilancio più grave si registra a Zaporizhzhia, dove sono morte sei persone.

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky aveva inizialmente riferito di diciannove feriti. Il governatore regionale Ivan Fedorov ha successivamente aggiornato il numero a venti. Le operazioni di soccorso e spegnimento degli incendi sono ancora in corso.

Missili nordcoreani e Zircon

Secondo Zelensky, contro Zaporizhzhia sarebbero stati utilizzati missili balistici di fabbricazione nordcoreana, missili ipersonici Zircon e bombe aeree guidate.

«Si è trattato di un attacco brutale, calcolato per infliggere il massimo danno, in particolare alle infrastrutture civili», ha scritto il presidente ucraino su X, esprimendo le proprie condoglianze ai familiari delle vittime.

L’identificazione dei sistemi d’arma utilizzati proviene dalle autorità ucraine e non risulta confermata da fonti indipendenti. Mosca non ha fornito una ricostruzione dettagliata dell’attacco.

Colpito un ospedale a Kiev

A Kiev un attacco missilistico ha danneggiato un ospedale specializzato in malattie infettive e alcune attività commerciali. Nella capitale almeno una persona sarebbe rimasta ferita, mentre diversi incendi hanno interessato magazzini e strutture civili.

Le conseguenze dei bombardamenti sono state segnalate anche nelle regioni di Donetsk, Dnipro e Mykolaiv.

A Kherson e Kharkiv sono state colpite alcune sottostazioni elettriche, provocando interruzioni nella distribuzione dell’energia. Le squadre tecniche stanno lavorando per ripristinare il servizio alle famiglie rimaste senza corrente.

Oltre 120 droni

Oltre ai missili e alle bombe guidate, la Russia avrebbe impiegato più di 120 droni. Molti sarebbero modelli d’attacco della famiglia Shahed, alcuni dei quali dotati, secondo Kiev, di sistemi di propulsione più veloci rispetto alle versioni utilizzate nella prima fase della guerra.

Gli attacchi con i velivoli senza pilota continuano quasi quotidianamente contro le comunità vicine alla linea del fronte, mettendo sotto pressione la rete energetica e le difese aeree ucraine.

L’appello di Zelensky

Zelensky ha accusato Mosca di preparare una nuova escalation, richiamando l’aumento della produzione russa di missili balistici, l’importazione di armamenti nordcoreani e i preparativi per una possibile nuova mobilitazione.

«Ogni passo che la Russia compie dimostra che Mosca non si sta preparando alla pace, ma all’escalation. Il mondo deve reagire ora, non aspettare», ha dichiarato.

Il presidente ucraino ha chiesto ulteriori sanzioni contro le imprese che sostengono l’apparato militare russo e una maggiore fornitura di sistemi di difesa aerea.

L’escalation oltre il confine

Il nuovo bombardamento russo arriva mentre anche l’Ucraina intensifica gli attacchi in profondità sul territorio della Federazione.

A Nizhnekamsk, nella repubblica russa del Tatarstan, un precedente raid di droni ucraini ha provocato, secondo le autorità locali, tredici morti e decine di feriti. Kiev ha affermato di avere preso di mira la raffineria Taneko, considerata parte dell’infrastruttura energetica utilizzata per sostenere lo sforzo bellico di Mosca.

Gli ultimi attacchi confermano un’escalation che continua a coinvolgere infrastrutture strategiche e aree civili su entrambi i lati del confine, mentre restano lontane prospettive concrete di cessate il fuoco.

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