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Cultura

Bottai: “Il vero traditore fu Hitler”. Mussolini e il Patto d’acciaio riletti dall’infanzia alla fine

Angelo Polimeno Bottai, in un’intervista al Corriere della Sera, rilegge il rapporto tra Mussolini e Hitler e sostiene che il vero traditore fu il Führer.

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Le dichiarazioni sono contenute in una intervista rilasciata al Corriere della Sera da Angelo Polimeno Bottai, autore del libro Il traditore, la vera storia dei due dittatori e un patto costruito sull’inganno, dedicato alle biografie parallele di Benito Mussolini e Adolf Hitler.

Infanzie e caratteri dei dittatori

Secondo Bottai, Mussolini non parlò fino al terzo anno di età, limitandosi a emettere gridolini acuti, circostanza che preoccupò i genitori Alessandro e Rosa. Hitler, invece, abbandonò presto gli studi per inseguire il sogno artistico, venendo bocciato due volte all’Accademia. Una frustrazione che, secondo l’autore, contribuì a far maturare l’odio verso gli Asburgo e verso gli ebrei.

Il tradimento e il Patto d’acciaio

Al centro del libro c’è il tema del tradimento. Per Bottai, documenti alla mano, il vero traditore fu Hitler, che avviò la Seconda guerra mondiale senza informare Mussolini e firmò il patto con Stalin nell’agosto del 1939, spartendo l’Europa orientale all’insaputa dell’alleato italiano. Un inganno che, secondo l’autore, svuota di significato la retorica dell’alleanza tra Roma e Berlino.

Il 25 luglio 1943 e la caduta del fascismo

Bottai propone una lettura alternativa del 25 luglio 1943. Non furono i diciannove gerarchi a tradire Mussolini votando l’ordine del giorno del Gran Consiglio, ma fu Mussolini stesso a tradire il Partito fascista. Tra quei diciannove figurava Giuseppe Bottai, nonno dell’autore, che dopo la caduta del regime combatté come soldato semplice e poi nella Legione straniera. Cinque dei firmatari furono fucilati a Verona, altri ripararono all’estero.

La Repubblica Sociale e l’unico “no” a Hitler

Un episodio poco noto, secondo Bottai, riguarda la nascita della Repubblica Sociale Italiana. Hitler impose a Mussolini la sua fondazione dopo la liberazione dal Gran Sasso, ma quando chiese di aggiungere l’aggettivo “fascista” alla denominazione, Mussolini rispose con un secco rifiuto. Sarebbe stata una delle rarissime occasioni in cui il duce riuscì a imporsi sul Führer.

Paralleli con l’attualità

L’autore individua analogie tra la politica espansionistica di Hitler e la Russia di oggi, richiamando il pretesto delle minoranze usato per giustificare aggressioni territoriali, allora in Cecoslovacchia e oggi in Ucraina. Si tratta di un parallelismo interpretativo, proposto dall’autore e non di un accostamento storiografico univoco.

ANGELO POLIMENO BOTTAI, GIORNALISTA (le foto sono di Imagoeconomica)

Differenze tra i due regimi

Secondo Bottai, Mussolini fu un improvvisatore, forse senza un progetto iniziale di regime, mentre Hitler aveva un piano chiaro fin dall’inizio, compresa l’ipotesi del suicidio in caso di sconfitta. In Italia, durante il fascismo, furono pubblicati sia il manifesto degli intellettuali fascisti sia quello degli antifascisti, e venne persino edito Il Capitale di Marx, circostanze che l’autore ritiene impensabili nella Germania nazista.

Vite private e zone d’ombra

Bottai sottolinea le profonde differenze nelle vite affettive dei due dittatori. Su Hitler, osserva, sono state avanzate molte ipotesi, comprese relazioni complesse e tragiche. Anche Mussolini ebbe una vita sentimentale segnata da drammi, come quello di Ida Dalser, madre di Benito Albino, internata in manicomio, e di altre relazioni rimaste a lungo ai margini della storiografia.

Memoria familiare e ricerca storica

L’autore riconosce il peso del coinvolgimento personale, ma rivendica un approccio fondato su documenti e fonti. Il libro nasce da una lunga ricerca e dalla volontà di affrontare una materia delicata, segnata da migliaia di vittime, con l’atteggiamento del giornalista storico più che con quello del discendente.

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Cultura

È morto Frederick Wiseman, maestro del documentario americano aveva 96 anni

È morto a 96 anni Frederick Wiseman, maestro del documentario e autore di 45 film. Leone d’oro alla carriera nel 2014 e Oscar onorario nel 2017.

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È morto a 96 anni Frederick Wiseman, tra i più influenti documentaristi contemporanei, regista per il cinema e il palcoscenico, produttore e fondatore della Zipporah Films.

Ad annunciarlo sono stati la sua società di produzione e la famiglia. Per quasi sessant’anni Wiseman ha costruito un corpus cinematografico unico, dedicato all’analisi delle istituzioni sociali e dell’esperienza quotidiana, soprattutto negli Stati Uniti e in Francia.

I premi e il riconoscimento internazionale

Nel corso della carriera ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui il Leone d’oro alla carriera alla Mostra del cinema di Venezia nel 2014 e l’Oscar onorario nel 2017.

I suoi film, da Titicut Follies fino al più recente Menus-Plaisirs – Les Troisgros, sono stati celebrati per la complessità narrativa, la forza drammatica e lo sguardo umanista.

Tra le opere più note figurano High School, Law and Order, Hospital, Public Housing, Near Death, Domestic Violence, At Berkeley e National Gallery. In totale ha prodotto e diretto 45 film.

Il suo cinema tra documentario e finzione

In occasione del Leone d’oro alla carriera, Wiseman aveva spiegato di non vedere una distinzione sostanziale tra documentario e fiction.

Realizzava film con una struttura drammatica, concentrandosi sugli aspetti complessi e sottili del comportamento umano. La tecnica poteva cambiare, ma l’obiettivo restava lo stesso: mettere lo spettatore nella condizione di osservare e giudicare autonomamente.

Rivendicava la scelta di non utilizzare interviste o voci narranti, preferendo che il pubblico avesse la sensazione di essere presente nei luoghi filmati. Non indicava mai esplicitamente cosa pensare, ma costruiva un contesto in cui ciascuno potesse formarsi un’opinione.

Una vita tra cinema e riservatezza

Wiseman si definiva “un po’ solitario” rispetto all’ambiente cinematografico. Non amava le dinamiche competitive del settore e ha mantenuto per tutta la carriera una posizione indipendente.

Era rimasto sposato per 65 anni con Zipporah Batshaw Wiseman, scomparsa nel 2021. Lascia i figli David ed Eric e tre nipoti. Con lui ha lavorato per decenni anche la collaboratrice Karen Konicek.

Con la sua scomparsa si chiude un capitolo fondamentale del cinema documentario mondiale, segnato da uno sguardo rigoroso, libero e profondamente umano.

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Cultura

Allemandi rilancia: nasce il Tg dell’Arte e torna Vernissage nel 2026

La Società Editrice Allemandi chiude il primo anno con ricavi in crescita dell’80% e annuncia per il 2026 il Tg dell’Arte, il ritorno di Vernissage e nuovi progetti editoriali e librari.

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La Società Editrice Allemandi, editore de Il Giornale dell’Arte, chiude il primo anno della nuova gestione con un aumento dei ricavi dell’80% e annuncia un piano di sviluppo che punta a trasformare l’azienda in una media company a 360 gradi.

La società è oggi guidata da Intesa Sanpaolo, Fondazione 1563 per l’Arte e la Cultura della Compagnia di San Paolo e Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo.

Il Tg dell’Arte e il ritorno di Vernissage

Tra le novità per il 2026 spicca la creazione del Telegiornale dell’Arte, format settimanale dedicato al mondo artistico, co-ideato e condotto da Nicolas Ballario, che sarà distribuito sulle piattaforme digitali.

Torna inoltre Vernissage, storico inserto che rinasce come magazine semestrale di approfondimento e dibattito culturale. Il progetto editoriale è firmato dal direttore Luca Zuccalà insieme ad Alessio Vannetti e Jacopo Bedussi.

È previsto anche il rilancio del Giornale delle Fondazioni, lo sviluppo dei servizi museali e il potenziamento dell’attività libraria.

Un ecosistema editoriale

Il Giornale dell’Arte ha raggiunto le 200 pagine mensili nell’edizione cartacea, con una tiratura media di 20mila copie e picchi di 30mila, oltre 1,5 milioni di visualizzazioni online e un archivio digitale di 55mila pagine.

Dal 2025 sono attive un’area premium e un nuovo e-commerce. Dopo l’apertura della sede di Milano, sono previsti presìdi a Venezia e Roma.

I libri evento del 2026

Nel catalogo 2026 figurano volumi come “Bernini e Barberini”, “Giovanni Gastel. Rewind”, collegato alla mostra a Palazzo Citterio, e “Giorgio Armani. Milano per amore”, legato all’esposizione alla Pinacoteca di Brera. Torna inoltre “Le fabbriche del design”, in collaborazione con Intesa Sanpaolo e Salone del Mobile di Milano.

Secondo il presidente Michele Coppola, i risultati raggiunti rappresentano lo stimolo per proseguire nel percorso di innovazione e consolidamento del progetto editoriale.

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Cultura

Homo sapiens, incisioni geometriche di 60 mila anni fa su gusci di uova di struzzo

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Le più antiche forme geometriche attribuite all’Homo sapiens sono incise su centinaia di frammenti di guscio di uova di struzzo rinvenuti tra Sudafrica e Namibia e risalenti a oltre 60 mila anni fa.

È quanto emerge da uno studio dell’Università di Bologna pubblicato sulla rivista PLOS One.

Analisi geometrica e statistica su 112 frammenti

I ricercatori hanno analizzato 112 frammenti provenienti da due siti archeologici del Sudafrica e da uno in Namibia. L’indagine è stata condotta con un approccio quantitativo e sistematico, applicando metodi di analisi geometrica e statistica finora mai utilizzati su questi reperti.

La ricostruzione dettagliata di linee, angoli e traiettorie ha mostrato che i segni incisi non sono casuali. Oltre l’80% delle configurazioni presenta regolarità spaziali coerenti, con un uso ricorrente di angoli prossimi ai 90 gradi e di gruppi di linee parallele.

Pianificazione visuo-spaziale e operazioni cognitive complesse

Le composizioni più elaborate – bande tratteggiate, reticoli e motivi a rombo – rivelano operazioni cognitive come rotazione, traslazione, ripetizione e “embedding”, cioè la costruzione di livelli gerarchici di segni sulla stessa superficie.

Secondo Silvia Ferrara, coordinatrice dello studio e docente al Dipartimento di Filologia Classica e Italianistica dell’ateneo bolognese, le incisioni mostrano una vera pianificazione visuo-spaziale, come se l’autore avesse già concepito l’immagine complessiva prima di inciderla.

Valentina Decembrini, prima autrice della ricerca, sottolinea che la capacità di trasformare forme semplici in sistemi complessi seguendo regole definite rappresenta un tratto profondamente umano, che attraversa i millenni dalla decorazione ai sistemi simbolici fino alla scrittura.

Lo studio contribuisce così a ridefinire le origini del pensiero astratto, collocandole molto più indietro nel tempo di quanto finora documentato.

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