Economia
Borse in calo, crollano i semiconduttori: timori sui costi dell’intelligenza artificiale
Le Borse chiudono sotto pressione per il crollo dei titoli tecnologici e dei semiconduttori. I dubbi sugli investimenti nell’intelligenza artificiale spingono gli investitori verso energia, difesa, utility e beni rifugio. Petrolio in rialzo, attesa per la Bce.
I timori per la sostenibilità degli enormi investimenti nell’intelligenza artificiale affondano i titoli tecnologici e trascinano al ribasso le principali Borse mondiali. Gli investitori tornano a cercare protezione nei titoli di Stato, nelle utility, nell’energia e nelle società della difesa, mentre il petrolio continua a salire per le tensioni internazionali.
La flessione dei mercati è stata guidata soprattutto dai semiconduttori. Il comparto ha perso circa il 20% rispetto ai recenti massimi e si avvia a registrare la settimana peggiore dalla crisi innescata dai dazi nell’aprile del 2025. L’indice statunitense dei chip è sceso di oltre il 23% dal picco raggiunto il 22 giugno.
Il crollo dei titoli tecnologici
In Europa hanno sofferto in particolare ASML Holding e Be Semiconductor Industries, penalizzate dalla rotazione degli investimenti dai titoli tecnologici con valutazioni elevate verso società considerate più difensive o maggiormente legate all’andamento dell’economia.
A pesare è il dubbio che la corsa alla costruzione di infrastrutture, centri dati e microprocessori per l’intelligenza artificiale possa non generare rendimenti sufficienti a giustificare le cifre investite.
La nuova ondata di vendite è stata alimentata anche dal debutto di Kimi K3, il modello sviluppato dalla startup cinese Moonshot AI, considerato competitivo rispetto ai sistemi occidentali pur richiedendo, secondo le prime valutazioni, risorse inferiori. La vicenda ha riacceso sui mercati timori simili a quelli provocati dalla cinese DeepSeek nel 2025.
L’attenzione si sposta ora sulle trimestrali dei colossi tecnologici, a partire da Alphabet, chiamati a dimostrare che le ingenti spese sostenute per l’intelligenza artificiale possono tradursi in ricavi e profitti.
Energia, utility e difesa in rialzo
In controtendenza sono tornati a salire i titoli dell’energia, sostenuti dall’aumento del prezzo del greggio, e quelli delle utility, tradizionalmente considerati più resistenti nelle fasi di maggiore avversione al rischio.
Acquisti anche sulle società della difesa, favorite dalle tensioni geopolitiche e dalle prospettive di un aumento della spesa militare.
La fuga dal rischio ha sostenuto inoltre i titoli di Stato e le valute considerate rifugio, come lo yen giapponese e il franco svizzero. Il dollaro ha recuperato leggermente, pur chiudendo una settimana debole rispetto alle principali monete internazionali.
Petrolio in aumento
Sul mercato delle materie prime il petrolio continua a guadagnare terreno. Il greggio statunitense Wti ha superato la soglia degli 80 dollari al barile, mentre il Brent si è spinto oltre gli 87 dollari, sostenuto dai timori di nuove interruzioni delle forniture energetiche e dalle tensioni nell’area dello Stretto di Hormuz.
L’aumento del greggio favorisce le società petrolifere ma alimenta nuove preoccupazioni sull’inflazione e sulle future decisioni delle banche centrali.
Btp al 3,9%, spread sopra gli 80 punti
Sul mercato obbligazionario si è parzialmente attenuata la pressione sui rendimenti registrata nei giorni precedenti. Il rendimento del Btp italiano resta tuttavia intorno al 3,9%, mentre lo spread con il Bund tedesco supera gli 80 punti base.
Gli investitori attendono ora la prossima riunione della Banca centrale europea. L’ipotesi prevalente è che Francoforte mantenga invariato al 2,25% il tasso sui depositi, rinviando un eventuale nuovo aumento a settembre. La maggioranza degli economisti consultati da Reuters prevede almeno un altro rialzo entro la fine dell’anno.
L’inflazione europea rallenta al 2,8%
Sul fronte dei prezzi, l’inflazione annuale dell’Eurozona è scesa al 2,8% a giugno, rispetto al 3,2% registrato a maggio. L’indice mensile dei prezzi al consumo è rimasto allo 0,2%.
Il rallentamento offre alla Bce margini per mantenere i tassi fermi nella prossima riunione, ma la nuova crescita delle quotazioni energetiche potrebbe rendere più complessa la scelta nei mesi successivi.
La domanda che attraversa i mercati è ora se il crollo dei titoli tecnologici rappresenti una nuova occasione per acquistare a prezzi più bassi oppure l’inizio di una correzione più profonda. Molto dipenderà dai risultati delle grandi aziende del settore e dalla loro capacità di dimostrare che la corsa all’intelligenza artificiale può produrre ritorni economici adeguati.
Economia
Il debito italiano sfonda quota 3.200 miliardi: nuovo record a giugno
A giugno il debito pubblico italiano è aumentato di 26,2 miliardi, raggiungendo il record di 3.207,2 miliardi. Cresce la quota detenuta dagli investitori stranieri, mentre diminuiscono quelle di Bankitalia, famiglie e imprese. Il governo punta a uscire dalla procedura europea per deficit eccessivo.
Il debito pubblico italiano supera per la prima volta i 3.200 miliardi di euro. A giugno è aumentato di 26,2 miliardi rispetto al mese precedente, raggiungendo il nuovo massimo storico di 3.207,2 miliardi: circa 136 miliardi in più rispetto a un anno prima.
Dopo il rallentamento registrato alla fine del 2025, il debito è tornato a crescere quasi senza interruzioni dall’inizio del 2026, con la sola eccezione della lieve diminuzione di aprile.
Aumenta la quota detenuta all’estero
Continua a ridursi la quota del debito detenuta dalla Banca d’Italia, scesa a giugno dal 17,2% al 16,7%. In base agli ultimi dati disponibili, riferiti a maggio, sale invece dal 35,7% al 35,9% la parte in mano ai non residenti.
In diminuzione anche la quota detenuta dagli altri residenti, principalmente famiglie e imprese non finanziarie, passata dal 14,7% al 14,5%.
Il record assoluto fornisce la dimensione nominale del debito, ma per valutarne la sostenibilità sono determinanti anche il rapporto con il Pil, la crescita economica e il costo degli interessi.
Entrate in calo a giugno, ma crescono nel semestre
A giugno le entrate tributarie contabilizzate nel bilancio dello Stato sono state pari a 43,2 miliardi, in diminuzione di 600 milioni rispetto allo stesso mese del 2025.
Il bilancio dei primi sei mesi rimane però positivo: le entrate hanno raggiunto i 261 miliardi, con un incremento di 3,6 miliardi, pari all’1,4%.
Il governo punta a uscire dalla procedura europea
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni si è detta fiduciosa sulla possibilità che l’Italia possa uscire dalla procedura europea per deficit eccessivo dopo la revisione dei conti del 2025 attesa dall’Istat a settembre.
Meloni ha nuovamente attribuito al costo del Superbonus il mancato raggiungimento anticipato dell’obiettivo. L’uscita dalla procedura eliminerebbe alcuni vincoli di sorveglianza rafforzata, ma non garantirebbe automaticamente maggiore libertà di spesa, perché resterebbero gli impegni previsti dalle nuove regole europee.
Tra le ipotesi per la prossima manovra figura una riduzione dell’Irpef per i redditi fino a 60mila euro. Le simulazioni indicano benefici compresi tra 100 e 1.000 euro, ma platea, costi e soglie devono ancora essere definiti.
L’Italia cresce meno della media europea
Nel secondo trimestre il Pil è aumentato dello 0,4% nell’Eurozona e dello 0,5% nell’intera Unione europea. L’Italia si è fermata al +0,2%, dopo il +0,3% dei primi tre mesi dell’anno.
Tra i Paesi considerati, l’incremento italiano figura nella parte bassa della classifica insieme a Germania, Francia e Slovacchia. L’Irlanda registra invece la crescita più elevata, con un +3,9%.
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Economia
UniCredit-Commerzbank, primo confronto Orcel-Orlopp sul cambio di controllo
Primo confronto diretto tra Andrea Orcel e Bettina Orlopp dopo la conquista da parte di UniCredit di circa il 48% di Commerzbank. Al centro gli effetti contabili, legali e gestionali del cambio di controllo.
Si apre il dialogo diretto tra UniCredit e Commerzbank. Andrea Orcel e Bettina Orlopp hanno partecipato alla fine della scorsa settimana a una videoconferenza insieme con altri dirigenti dei due istituti, avviando il confronto sulle conseguenze del passaggio del controllo della banca tedesca.
Il colloquio non rappresenta ancora l’apertura di una trattativa formale sulla fusione. Le discussioni si sarebbero concentrate soprattutto sugli aspetti contabili, legali e sulla gestione dei rischi legati alla nuova struttura azionaria.
UniCredit vicina al 50 per cento
Tra le azioni già detenute e quelle ottenute attraverso l’offerta pubblica di scambio conclusa a luglio, UniCredit può contare su una partecipazione di circa il 48 per cento di Commerzbank.
Restano necessari gli ultimi passaggi regolamentari prima che il gruppo italiano possa esercitare pienamente i diritti collegati alla quota. Il confronto servirà quindi a preparare le due banche agli effetti concreti del cambio di controllo.
La telefonata apre la strada a ulteriori incontri nei prossimi mesi, durante i quali potranno essere affrontati anche il futuro assetto industriale, la governance e i rapporti tra Commerzbank e Hvb, la controllata tedesca di UniCredit.
Le divergenze sul piano industriale
Il progetto di UniCredit punta a rafforzare il posizionamento di Commerzbank sul mercato domestico tedesco, riducendo la dipendenza dalle attività internazionali di finanziamento e negoziazione.
Proprio su questo punto restano le maggiori distanze. Bettina Orlopp considera la rete internazionale una componente essenziale del modello industriale e si opporrebbe a un suo ridimensionamento. Le proposte riguardanti la divisione retail e le attività amministrative sarebbero invece meno controverse.
La stessa amministratrice delegata ha ricordato che qualsiasi modifica strutturale, compreso un eventuale accordo di controllo, richiederebbe almeno il 75 per cento dei voti in assemblea.
«Solo un approccio congiunto ha delle potenzialità», ha affermato Orlopp durante la recente presentazione dei risultati.
La posizione del governo tedesco
Nella partita resta centrale il governo di Berlino, ancora titolare di circa il 13 per cento di Commerzbank. L’esecutivo tedesco ha sempre chiesto garanzie sul mantenimento della sede a Francoforte, sui posti di lavoro e sul ruolo della banca nel finanziamento delle imprese nazionali.
Finora Berlino ha mostrato forti resistenze all’operazione e ha respinto le richieste di Orcel di avviare un negoziato diretto. Il nuovo equilibrio azionario rende però sempre più difficile ignorare il peso raggiunto da UniCredit.
Secondo le ipotesi allo studio, Commerzbank potrebbe restare un’entità autonoma per almeno due anni dopo il cambio di controllo. Soltanto in una fase successiva UniCredit valuterebbe una possibile integrazione con Hvb.
Nessuna scossa in Borsa
I mercati hanno accolto senza particolari reazioni la notizia del primo confronto. Commerzbank ha terminato la seduta di Francoforte in rialzo dello 0,2 per cento a 39,1 euro, mentre UniCredit ha registrato a Milano un aumento analogo, chiudendo a 84,6 euro.
Alla fine dello scorso anno Commerzbank impiegava quasi 40 mila persone, circa 25 mila delle quali in Germania e diecimila in Polonia. La forza lavoro di Hvb era invece composta da circa 8.400 dipendenti. Numeri che spiegano perché l’eventuale integrazione sia destinata a restare una questione industriale e politica di primo piano in Germania.
Economia
Petrolio, riserva strategica Usa sotto i 300 milioni di barili: minimo dal 1983
La riserva strategica petrolifera degli Stati Uniti scende a 298,7 milioni di barili, il livello più basso dal gennaio 1983. Pesano i rilasci disposti dopo il blocco iraniano dello Stretto di Hormuz.
La riserva strategica di petrolio degli Stati Uniti è scesa sotto la soglia dei 300 milioni di barili, toccando il livello più basso degli ultimi 43 anni. Il nuovo calo fotografa la crescente pressione esercitata sulle scorte energetiche mondiali dal conflitto con l’Iran e dalla persistente crisi nello Stretto di Hormuz.
Secondo i dati diffusi dal Dipartimento americano dell’Energia, nell’ultima settimana la Strategic Petroleum Reserve, conosciuta con la sigla Spr, si è ridotta di 6,1 milioni di barili, attestandosi a 298,7 milioni.
Il livello più basso dal 1983
Per ritrovare una quantità così ridotta bisogna tornare al gennaio del 1983, quando la riserva statunitense era ancora in fase di costituzione. La Spr fu infatti istituita nel 1975, dopo la crisi petrolifera provocata dall’embargo arabo, con l’obiettivo di proteggere l’economia americana da improvvise interruzioni delle forniture.
Il petrolio viene conservato in grandi cavità saline sotterranee situate in Texas e Louisiana e può essere immesso sul mercato in caso di emergenze energetiche o gravi squilibri dell’offerta.
Il rilascio deciso da Trump
Il presidente Donald Trump aveva autorizzato a marzo il rilascio di 172 milioni di barili, dopo che l’Iran aveva bloccato le esportazioni di greggio attraverso lo Stretto di Hormuz.
L’operazione statunitense rientrava in un intervento coordinato con gli altri Paesi dell’Agenzia internazionale dell’energia, finalizzato ad attenuare l’aumento dei prezzi e compensare almeno in parte la riduzione delle forniture provenienti dal Golfo Persico.
Le consegne programmate stanno però assottigliando rapidamente la riserva americana, già ridimensionata dai precedenti prelievi effettuati negli ultimi anni.
Il nodo dello Stretto di Hormuz
Attraverso Hormuz transita una parte rilevante del petrolio e del gas naturale liquefatto commercializzati nel mondo. Il blocco imposto dall’Iran ha costretto produttori e compagnie di navigazione a cercare rotte alternative, aumentando tempi, costi e rischi per il mercato energetico.
Il calo della riserva limita progressivamente il margine di intervento di Washington qualora la crisi dovesse prolungarsi. Molto dipenderà dall’esito dei negoziati con Teheran e dalla possibilità di ripristinare una circolazione stabile delle petroliere attraverso lo Stretto.


