Esteri
Bomba al ristorante italiano di Mosca, scontro Russia-Tajani: «Attacco ucraino». «Una balla colossale»
Cinque morti, compresa la donna che trasportava l’ordigno, e 19 feriti. È il bilancio aggiornato dell’attentato avvenuto sabato sera davanti al ristorante italiano Balzi Rossi, nel centro di Mosca.
Sull’identità dei mandanti e sul vero obiettivo dell’azione non esistono ancora certezze. L’ambasciata russa a Roma ha accusato i «terroristi ucraini» di voler intimidire gli italiani che lavorano in Russia. Una ricostruzione respinta con durezza dal ministro degli Esteri Antonio Tajani, che l’ha definita «una balla colossale».
La donna con il pacco regalo
Secondo la prima ricostruzione, una donna avrebbe tentato di entrare nel locale sostenendo di dover consegnare un regalo durante una festa privata.
Un addetto alla sicurezza ha iniziato a controllare il pacco, che è esploso. Tra le ipotesi al vaglio degli investigatori c’è anche quella che l’ordigno sia stato attivato a distanza e che la donna non sapesse di trasportare una bomba.
Le autorità russe avevano inizialmente comunicato tre morti e 21 feriti. Media e fonti diplomatiche russe hanno successivamente aggiornato il bilancio a cinque vittime e 19 feriti. L’attentato non è stato rivendicato.
L’ipotesi del generale Chayko
Fonti non ufficiali sostengono che nel ristorante fosse in corso una festa per il compleanno del generale Alexander Chayko, indicato come comandante delle forze aerospaziali russe.
L’Ucraina lo considera uno dei responsabili delle violenze commesse contro i civili a Bucha durante le prime fasi dell’invasione del 2022. La sua eventuale presenza potrebbe dunque indicare un obiettivo militare preciso.
Le autorità russe, tuttavia, non hanno confermato né che il generale partecipasse alla festa né che fosse il bersaglio dell’attentato. Ogni collegamento con i servizi ucraini resta quindi, allo stato, un’ipotesi priva di conferma ufficiale.
Mosca accusa Kiev e chiama in causa l’Italia
L’ambasciata russa in Italia ha attribuito direttamente l’attacco alla «banda terroristica di Zelensky», sostenendo che l’obiettivo fosse anche quello di intimorire gli italiani presenti in Russia.
Secondo la rappresentanza diplomatica, soltanto l’intervento della sicurezza avrebbe evitato conseguenze per lo chef napoletano Carmine Alfieri e per la sua brigata, rimasti illesi.
Non sono stati però resi pubblici elementi investigativi che dimostrino né la responsabilità ucraina né la volontà di colpire specificamente personale italiano.
Tajani: «Perché Kiev dovrebbe intimidire gli italiani?»
La replica del titolare della Farnesina è arrivata dalla Versiliana.
«Una balla colossale. Perché gli ucraini dovrebbero intimidire gli italiani se siamo al fianco di Kiev?», ha dichiarato Tajani, respingendo il tentativo russo di attribuire all’attentato un messaggio contro l’Italia.
Il ministro ha aggiunto che, semmai, sarebbe più plausibile un’intimidazione russa verso un Paese che sostiene politicamente e militarmente l’Ucraina.
L’inchiesta per terrorismo
Il sindaco di Mosca Serghei Sobyanin ha definito l’esplosione un atto terroristico e assicurato che i responsabili saranno individuati e puniti.
Le indagini sono condotte dal Comitato investigativo russo e dagli organismi antiterrorismo. Gli investigatori stanno analizzando i resti dell’ordigno, le immagini delle telecamere e i contatti della donna che trasportava il pacco.
Il precedente più simile risale al 2023, quando il blogger nazionalista Vladlen Tatarsky venne ucciso a San Pietroburgo da una bomba nascosta in una statuetta consegnata durante un evento pubblico.

La Marina italiana controlla una petroliera sanzionata
Nelle stesse ore, la nave italiana Thaon di Revel, impegnata nella missione europea Eunavfor Med Irini, ha ispezionato al largo di Pantelleria la petroliera Toa Payoh, sottoposta a sanzioni europee perché ritenuta parte della cosiddetta flotta ombra russa.
La nave, formalmente battente bandiera del Camerun e diretta dal Benin a Istanbul, è stata raggiunta da militari italiani trasportati in elicottero. L’operazione, sostenuta da un’unità greca e da un velivolo polacco, era finalizzata a verificare la validità della nazionalità dichiarata e della relativa documentazione.
Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha ringraziato i militari per la professionalità e la fermezza dimostrate.
La guerra continua anche in profondità
Intanto proseguono gli attacchi reciproci tra Russia e Ucraina. Mosca ha denunciato vittime civili in bombardamenti nelle regioni di Belgorod, Udmurtia e Saratov. Kiev ha rivendicato azioni contro una raffineria e la base aerea di Engels.
Un drone si sarebbe inoltre abbattuto a pochi metri da uno dei reattori della centrale nucleare di Zaporizhzhia, senza esplodere né provocare danni, secondo la società russa Rosatom.
Le informazioni sulle vittime e sugli obiettivi colpiti provengono in larga parte dalle autorità dei due Paesi in guerra e non sempre possono essere verificate in modo indipendente.
Esteri
Siria, condannati a morte Bashar e Maher al-Assad e l’ex capo della sicurezza di Daraa
Un tribunale di Damasco ha condannato a morte in contumacia Bashar al-Assad e il fratello Maher. Pena capitale anche per Atef Najib, ex capo della sicurezza politica di Daraa, arrestato nel 2025.
Un tribunale siriano ha condannato a morte l’ex presidente Bashar al-Assad, il fratello Maher e l’ex alto funzionario della sicurezza Atef Najib per reati commessi durante la repressione delle proteste e la successiva guerra civile siriana.
La sentenza è stata pronunciata dalla Quarta Corte penale di Damasco. Bashar al-Assad e Maher, che si trovano fuori dalla Siria, sono stati giudicati in contumacia.
Condanna a morte per Bashar e Maher al-Assad
Il tribunale ha riconosciuto responsabilità per omicidi, torture, arresti arbitrari e crimini contro l’umanità maturati nel contesto della repressione iniziata nel 2011.
Bashar al-Assad aveva governato la Siria dal 2000 fino alla caduta del regime nel dicembre 2024, quando l’avanzata delle forze ribelli pose fine a oltre mezzo secolo di dominio della famiglia Assad. Dopo la caduta di Damasco, l’ex presidente ha lasciato il Paese e si è rifugiato in Russia.
Il fratello Maher è stato per anni una delle figure più potenti dell’apparato militare siriano ed era alla guida della Quarta Divisione corazzata, unità accusata di gravi violazioni dei diritti umani durante il conflitto.
Pena capitale anche per Atef Najib
La stessa pena è stata inflitta ad Atef Najib, cugino di Bashar al-Assad ed ex capo della sicurezza politica nella provincia di Daraa.
Najib era stato arrestato nel gennaio 2025 ed era considerato una delle figure simbolo della repressione che contribuì ad accendere la rivolta siriana del 2011.
Il tribunale lo ha riconosciuto colpevole, tra gli altri reati, di omicidio, torture con esito mortale e uccisione intenzionale di minori, qualificando gli atti contestati come crimini contro l’umanità.
Daraa, l’origine della rivolta del 2011
Daraa è considerata la culla della rivolta siriana. Nel marzo 2011 l’arresto e le torture inflitte a un gruppo di ragazzi accusati di aver scritto slogan contro il regime alimentarono proteste popolari che furono represse con la forza.
La contestazione si trasformò progressivamente in una guerra civile durata quasi quattordici anni, con centinaia di migliaia di vittime e milioni di sfollati.
La condanna rappresenta uno dei passaggi giudiziari più rilevanti dall’abbattimento del regime Assad e apre una nuova fase nel difficile percorso della Siria verso l’accertamento delle responsabilità per i crimini commessi durante il conflitto.
Esteri
Libia, ucciso a Bengasi il capo dell’intelligence militare di Haftar
Il capo dell’intelligence militare della Libia orientale, Fawzi al-Mansouri, è stato assassinato a Bengasi con un ordigno nascosto nella sua automobile. Le autorità di Haftar hanno aperto un’indagine, ma l’attentato non è stato rivendicato e non sono stati indicati possibili mandanti.
Il generale Fawzi al-Mansouri, capo dell’intelligence militare delle forze della Libia orientale guidate da Khalifa Haftar, è stato ucciso a Bengasi nell’esplosione di un ordigno collocato nella sua automobile.
La morte dell’alto ufficiale è stata confermata dal Comando generale delle forze armate dell’Est e dal governo insediato a Bengasi, guidato da Osama Hammad e sostenuto dalla Camera dei rappresentanti.
Al momento non risultano rivendicazioni attendibili e le autorità non hanno indicato pubblicamente sospetti, esecutori o possibili mandanti.
L’esplosione nella zona di al-Hawari
L’attentato è avvenuto lunedì sera nella zona di al-Hawari, nei pressi del quartiere e della moschea Sayyida Aisha.
Le prime immagini diffuse sui social network e rilanciate dai media libici mostrano un’automobile avvolta dalle fiamme lungo una strada secondaria. L’autenticità delle riprese è stata ritenuta compatibile con il luogo indicato dalle fonti locali.
Secondo l’agenzia di stampa libica Lana, al-Mansouri è stato colpito dopo essere uscito dalla preghiera serale. Il generale Khaled al-Mahjoub, responsabile dell’ufficio di orientamento morale del Comando generale, ha parlato di una “bomba adesiva” fissata alla vettura.
Due fonti della sicurezza citate dalla Reuters hanno invece collocato l’esplosione davanti all’abitazione dell’ufficiale. Le ricostruzioni concordano comunque sull’impiego di un ordigno nascosto nell’automobile.
La condanna delle autorità orientali
Il Comando generale ha definito l’uccisione un attentato terroristico, assicurando che i responsabili «non sfuggiranno alla punizione».
Il primo ministro dell’esecutivo orientale Osama Hammad ha chiesto agli apparati di sicurezza di chiarire le circostanze dell’assassinio, individuare gli esecutori e accertare l’eventuale presenza di mandanti, finanziatori o complici.
Anche il ministro della Difesa del governo di Bengasi, Ahmid Houma, ha promesso che il caso non resterà impunito.
Le definizioni e le accuse di terrorismo provengono dalle autorità della Libia orientale. In assenza di rivendicazioni o risultati investigativi, non è ancora possibile stabilire la matrice dell’attacco.
Una figura centrale dell’apparato di Haftar
Al-Mansouri era stato nominato nel 2024 alla guida dell’intelligence militare delle forze orientali, con il grado di generale. Rappresentava una delle figure più importanti dell’apparato di sicurezza costruito da Haftar a Bengasi.
Secondo al-Mahjoub, aveva partecipato all’operazione Karama, la campagna militare lanciata da Haftar nel 2014 contro gruppi armati islamisti e avversari politici presenti nell’Est della Libia.
Il portavoce militare ha collegato simbolicamente l’attentato alla stagione di assassinii che colpì Bengasi soprattutto tra il 2013 e il 2014, quando ufficiali, esponenti delle forze di sicurezza e personalità pubbliche furono bersaglio di numerosi agguati.
Le indagini e i timori per Bengasi
Le autorità orientali considerano l’attacco un tentativo di minare la sicurezza nelle zone controllate dalle forze di Haftar. Si tratta, tuttavia, di una valutazione politica e investigativa che dovrà essere sostenuta dalle prove raccolte.
Bengasi è il principale centro politico e militare della Libia orientale, contrapposta alle istituzioni di Tripoli riconosciute a livello internazionale. Negli ultimi anni Haftar ha consolidato il controllo sulla città e su gran parte dell’Est del Paese.
L’uccisione del responsabile dell’intelligence militare rappresenta uno dei più gravi attacchi recenti contro l’apparato di sicurezza orientale. Le indagini dovranno chiarire come sia stato possibile collocare l’ordigno nell’automobile di un ufficiale di così alto livello e se l’azione sia collegata a gruppi armati, reti terroristiche o conflitti interni. Al momento, nessuna di queste ipotesi risulta confermata.
Esteri
Gaza, Israele apre allo stop ai raid mirati: esclusi i responsabili del 7 ottobre
Israele sarebbe disponibile a negoziare lo stop alle operazioni mirate nella Striscia di Gaza, mantenendo però l’eccezione per i partecipanti all’attacco del 7 ottobre. Netanyahu respinge pubblicamente il piano del Board of Peace, mentre le trattative con Washington continuano e i raid risultano ridotti.
Israele avrebbe comunicato alla Casa Bianca la propria disponibilità a negoziare la sospensione delle operazioni mirate contro esponenti delle organizzazioni armate palestinesi nella Striscia di Gaza. L’accordo non comprenderebbe però le persone indicate dalle autorità israeliane come partecipanti all’attacco del 7 ottobre 2023.
L’indiscrezione, diffusa da Canale 13 e rilanciata dal Times of Israel, non è stata confermata ufficialmente dal governo israeliano. La comunicazione sarebbe avvenuta durante il confronto con Washington sulla tabella di marcia per il disarmo di Hamas elaborata dal Board of Peace.
L’eccezione per il 7 ottobre
Israele intenderebbe continuare a ricercare e colpire quanti considera responsabili dell’attacco del 7 ottobre, nel quale furono uccise circa 1.200 persone e altre 251 vennero prese in ostaggio.
L’esercito israeliano e lo Shin Bet hanno costituito un’unità speciale incaricata di identificare i partecipanti attraverso filmati, fotografie e sistemi di riconoscimento facciale. Alcuni sono stati uccisi durante la guerra, altri catturati e trasferiti in Israele.
L’eventuale sospensione riguarderebbe quindi le operazioni contro altri dirigenti o militanti palestinesi che non rappresentino una minaccia immediata. Non esiste ancora un’intesa formalmente sottoscritta.
Il piano respinto da Netanyahu
La proposta del Board of Peace prevede il disarmo progressivo di Hamas, il ritiro graduale delle truppe israeliane e il dispiegamento di una forza internazionale di stabilizzazione affiancata da una nuova polizia palestinese.
Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha pubblicamente respinto il documento in quindici punti, sostenendo che l’esercito non lascerà la Striscia fino alla completa consegna di tutte le armi di Hamas.
«Quando dico che Hamas deve essere disarmato, intendo le armi pesanti, quelle leggere, tutte le armi. Deve trattarsi di un disarmo reale, non fittizio», ha dichiarato Netanyahu.
Il contrasto riguarda soprattutto la successione delle diverse fasi. Il piano collega la consegna verificata delle armi a ritiri territoriali progressivi. Israele pretende invece garanzie più stringenti prima di arretrare dalle aree controllate.
Il negoziato resta aperto
Nonostante il rifiuto del premier, un funzionario del Board of Peace ha dichiarato che la tabella di marcia rimane operativa e che le discussioni con Israele proseguono.
Ogni fase dovrebbe essere avviata soltanto dopo la verifica degli impegni assunti sul terreno. Secondo il Board, Israele non sarebbe quindi chiamato a compiere passi irreversibili basandosi esclusivamente sulle promesse di Hamas.
Lo stesso Netanyahu ha confermato il confronto con Washington, spiegando che alcune proposte americane sono considerate accettabili e altre no.
Le testimonianze dei soldati
Alla distanza tra dichiarazioni pubbliche e trattative riservate si aggiungono le testimonianze raccolte da Canale 12 tra i militari israeliani impegnati nella Striscia.
«Nell’ultima settimana qualcosa di significativo è cambiato. Stanno cercando il più possibile di evitare attriti sulla Linea Gialla», ha raccontato un soldato rimasto anonimo.
La Linea Gialla indica la zona di controllo dell’esercito israeliano all’interno di Gaza, modificata più volte nel corso delle operazioni.
«Non vogliono che uccidiamo nessuno», ha aggiunto il militare. Un altro soldato ha sostenuto che, rispetto alla settimana precedente, sarebbe ora necessaria l’autorizzazione del capo di Stato maggiore per colpire una persona considerata una minaccia ma rimasta fuori dalle aree controllate da Israele.
La smentita dell’esercito
L’ufficio del portavoce dell’Idf ha negato che le regole d’ingaggio siano state modificate. Fonti della sicurezza israeliana avevano tuttavia riferito che le operazioni di eliminazione mirata non legate a pericoli immediati richiedono adesso l’autorizzazione preventiva del capo di Stato maggiore Eyal Zamir.
In precedenza sarebbe stata sufficiente l’approvazione del comandante meridionale o dei responsabili delle divisioni schierate nella Striscia.
Le operazioni israeliane a Gaza risultano sensibilmente ridotte dall’inizio di agosto, anche per effetto delle pressioni statunitensi. Questo rallentamento non rappresenta ancora un cessate il fuoco né prova l’esistenza di un accordo segreto, ma segnala che la proposta del Board of Peace sta già condizionando le decisioni operative.


