Cultura
Biennale di Venezia, il ritorno della Russia divide arte e politica: Buttafuoco sfida tutti
Alla Biennale di Venezia esplode il caso politico e culturale del ritorno della Russia. Tra polemiche, vodka gratis al padiglione russo, proteste pro Ucraina e tensioni con il governo italiano, Pietrangelo Buttafuoco rivendica autonomia culturale e libertà artistica.
Alla Biennale di Venezia quest’anno il vero spettacolo non è dentro le installazioni. È nell’aria. Nelle tensioni. Nei sospetti.
Nella sensazione che ogni padiglione nasconda una dichiarazione geopolitica più che un’opera d’arte.
E così, mentre Venezia si bagna sotto una pioggia sottile e lo scirocco trascina odore di laguna dentro l’Arsenale di Venezia, la Biennale numero 61 si apre come un gigantesco teatro diplomatico dove cultura, propaganda, vanità e potere si mescolano senza più confini chiari.
Il ritorno della Russia e il caso Buttafuoco
Al centro della tempesta c’è Pietrangelo Buttafuoco. Scrittore irregolare, provocatore raffinato, figura da sempre imprevedibile dentro il panorama culturale italiano, Buttafuoco ha scelto di riaprire le porte alla Russia.
Una decisione che ha acceso polemiche violentissime.
Non soltanto per la presenza del padiglione russo nel pieno della guerra in Ucraina, ma perché il ritorno di Mosca viene percepito da molti come una legittimazione culturale del potere putiniano.
Buttafuoco invece rivendica il principio opposto: l’autonomia della cultura dalla politica.
Ed è su questo terreno che si è consumato lo scontro con pezzi importanti del governo italiano e con il ministro della Cultura Alessandro Giuli.
La Russia della vodka e delle ambiguità
Il padiglione russo, raccontano i visitatori, appare come una miscela straniante di estetica imperiale, atmosfera da lounge orientale e soft power alcolico.
Vodka gratis già dal mattino.
Dj set.
Musica.
Fiori giganteschi.
E soprattutto un clima volutamente seduttivo, quasi anestetico.
Una presenza che molti osservatori leggono come perfetta metafora della strategia culturale russa: non convincere attraverso il dibattito, ma normalizzare attraverso l’abitudine.
Il problema però è politico.
Perché, come ricordano i critici più severi, questo non sarebbe il padiglione dell’arte russa indipendente o dissidente.
Sarebbe invece espressione di un sistema culturale vicino al potere di Vladimir Putin.
Le proteste di Pussy Riot e Femen
Fuori dal padiglione la tensione è diventata immediatamente visibile.
Le attiviste di Pussy Riot e Femen hanno organizzato proteste con fumogeni rosa, bandiere ucraine e slogan anti-Cremlino.
La presenza della polizia antisommossa attorno all’area racconta bene il clima di questa Biennale: meno esposizione artistica e più zona di frizione geopolitica.
Buttafuoco contro tutti
La sensazione è che Buttafuoco avesse previsto ogni polemica.
E forse, in parte, la desiderasse.
Perché tutta la sua storia culturale è costruita sul gusto della provocazione intellettuale, dell’irregolarità, del cortocircuito.
Nella conferenza stampa inaugurale ha persino ironizzato sul ministro Giuli, lasciando intravedere le tensioni interne alla destra culturale italiana.
Ma soprattutto ha difeso un principio preciso: la Biennale non può trasformarsi in un sistema di esclusioni politiche permanenti.
Una posizione che divide profondamente il mondo culturale europeo.
Arte, guerra e propaganda
La vera domanda che attraversa Venezia è però un’altra.
È ancora possibile separare arte e propaganda in tempo di guerra?
Perché oggi ogni padiglione nazionale viene inevitabilmente letto anche come rappresentazione politica del Paese che espone.
Vale per la Russia.
Vale per Israele, presente con un padiglione blindato e circondato da forti misure di sicurezza.
Vale perfino per gli Stati Uniti trumpiani raccontati attraverso estetiche kitsch e dorature da lusso mediorientale.
La Biennale finisce così per trasformarsi nello specchio perfetto del mondo contemporaneo: frammentato, polarizzato, incapace di distinguere davvero tra cultura, identità nazionale e potere.
Venezia come grande teatro del sospetto
E poi c’è il lato quasi romanzesco di tutto questo.
Mercanti d’arte che sembrano agenti segreti.
Diplomatici travestiti da curatori.
Oligarchi invisibili.
Attivisti.
Intellettuali narcisisti.
Fotomodelle e collezionisti.
La Biennale appare sempre più come una gigantesca scenografia dove tutti osservano tutti e nessuno è davvero ciò che dice di essere.
Ed è forse questa la vera opera d’arte di questa edizione: non le installazioni, ma l’atmosfera stessa.
Un luogo dove la geopolitica entra nei cocktail, nelle conversazioni, nei sorrisi, persino nei silenzi.
La cultura occidentale davanti alla sua contraddizione
Alla fine, la Biennale di Buttafuoco mette davanti a una contraddizione enorme tutta la cultura occidentale.
Difendere la libertà artistica significa accettare anche la presenza di Paesi autoritari?
Oppure ci sono momenti storici nei quali la neutralità culturale diventa impossibile?
Domande enormi.
Domande senza risposta semplice.
E intanto, sotto la pioggia veneziana, la vodka continua a scorrere nel padiglione russo.
Cultura
La canzone napoletana verso l’Unesco, ma il suo viaggio parte dall’Arena di Verona
All’Arena di Verona l’evento “Campioni del mondo – Italia loves Unesco” celebra i primati culturali italiani e lancia la candidatura della canzone napoletana classica a patrimonio immateriale dell’umanità. Una scelta che valorizza Napoli, ma apre anche una domanda: perché non partire proprio dalla città che quella musica ha generato?
L’Italia non sarà al Mondiale di calcio, ma prova a ricordare al mondo un’altra classifica in cui resta davvero imbattibile: quella del patrimonio culturale. È su questo gioco di specchi, tra delusione sportiva e orgoglio identitario, che nasce “Campioni del mondo – Italia loves Unesco”, l’evento in programma all’Arena di Verona (foto archivio Imagoeconomica) e in diretta su Rai 1.
Il titolo guarda al calcio, ma il contenuto guarda altrove: ai siti Unesco, alla lirica, alla cucina italiana, alla bellezza diffusa del Paese e soprattutto alla nuova sfida culturale che riguarda Napoli. Durante la serata sarà infatti lanciata la candidatura della canzone napoletana classica a patrimonio immateriale dell’umanità.
Una candidatura attesa da tempo, forse persino tardiva, se si considera quanto quella musica abbia contribuito a rendere Napoli e l’Italia riconoscibili nel mondo.
L’Arena celebra l’Italia dei patrimoni Unesco
L’evento è promosso da Fondazione Arena di Verona, in collaborazione con Rai Cultura, Ministero della Cultura, Ministero dell’Agricoltura, Ministero del Turismo, Ministero degli Esteri e Ministero per lo Sport e i Giovani.
L’obiettivo è celebrare l’Italia come Paese con il maggior numero di riconoscimenti Unesco, tra patrimoni materiali e immateriali. In questo racconto entrano il belcanto, riconosciuto nel 2023, e la cucina italiana, riconosciuta nel 2025. Ora il passo successivo riguarda la canzone napoletana classica.
La serata sarà condotta da Milly Carlucci e costruita come un grande spettacolo nazionale, con orchestra, coro e corpo di ballo dell’Arena. Sono annunciati circa 500 artisti tra musicisti, danzatori, figuranti e interpreti.
Da “Dicitencello vuje” a “O sole mio”
Il programma mette insieme opera, canzone popolare, tradizione napoletana e ospiti internazionali. Dopo la marcia trionfale dell’Aida, arriveranno alcune delle pagine più celebri del repertorio partenopeo.
Plácido Domingo interpreterà “Dicitencello vuje” con Serena Autieri. Gigi D’Alessio canterà “’O surdato ’nnammurato”, Sal Da Vinci “Tu ca nun chiagne”, Serena Rossi “Era de maggio”, Massimo Ranieri “Te voglio bene assaje”. È previsto anche Gianni Morandi con un omaggio a Lucio Dalla attraverso “Caruso” e Patti Smith, che racconterà la sua passione per Puccini e proporrà “Because the night” in versione sinfonica.
La chiusura sarà affidata a un grande brindisi televisivo e a “O sole mio”, interpretata da Vittorio Grigolo e Sal Da Vinci.
La domanda inevitabile: perché Verona e non Napoli?
La candidatura della canzone napoletana classica è una notizia importante. Ma porta con sé una domanda inevitabile: perché lanciare da Verona, e non da Napoli, il percorso Unesco di una forma d’arte nata, cresciuta e diventata universale proprio nella città partenopea?
La risposta istituzionale punta sull’idea di una grande festa nazionale. L’Arena di Verona è un simbolo internazionale dello spettacolo dal vivo e dell’opera. La serata vuole tenere insieme lirica, cucina, siti Unesco e canzone napoletana dentro un’unica narrazione dell’Italia come potenza culturale.
Ma la domanda resta legittima. La canzone napoletana non è soltanto un repertorio musicale. È lingua, memoria, teatro popolare, emigrazione, sentimento, ironia, dolore, strada, salotto, palcoscenico, festa e malinconia. È una forma di civiltà urbana. E quella civiltà ha un nome preciso: Napoli.
Mazzi: “Un grande omaggio a Napoli”
Il ministro del Turismo Gianmarco Mazzi ha spiegato che l’obiettivo è fare un grande omaggio a Napoli e usare la candidatura come leva strategica per promuovere le eccellenze italiane. Il riconoscimento Unesco potrebbe arrivare nel 2028 e, secondo il ministro, il percorso può intrecciarsi con il ruolo internazionale che Napoli avrà nel 2027 con l’America’s Cup.
Mazzi ha indicato anche l’idea di dedicare alla canzone napoletana gli eventi di apertura legati alla grande manifestazione velica, con l’obiettivo di attrarre in Italia anche il cosiddetto turismo delle radici.
È una visione ambiziosa: trasformare la canzone napoletana in un grande strumento di diplomazia culturale, promozione turistica e racconto dell’identità italiana nel mondo.
Il dossier affidato a Renzo Arbore
Il dossier scientifico della candidatura sarà curato da un gruppo di studio guidato da Renzo Arbore, figura che più di molte altre ha contribuito alla valorizzazione internazionale della canzone napoletana. Nel 1991 Arbore fondò l’Orchestra Italiana proprio con l’obiettivo di rilanciare nel mondo la musica napoletana, restituendo dignità e centralità anche al mandolino.
La scelta di Arbore ha quindi un valore simbolico e culturale forte. Perché la candidatura Unesco non può limitarsi a un evento televisivo, per quanto spettacolare. Deve poggiare su un impianto storico, musicologico, linguistico e antropologico solido.
La canzone napoletana classica non è un semplice intrattenimento. È un patrimonio vivo, stratificato, capace di attraversare classi sociali, epoche, continenti e generazioni.
Dopo il centro storico e la pizza, Napoli prova il tris
Napoli ha già ottenuto due riconoscimenti Unesco fondamentali: il centro storico nel 1995 e l’arte del pizzaiuolo napoletano nel 2017. Ora la città prova a portare nel patrimonio immateriale dell’umanità anche la propria canzone classica.
In passato non si è mai riusciti a costruire un dossier davvero efficace e capace di portare il percorso fino in fondo. Questa volta la macchina istituzionale appare più strutturata, con ministeri, Rai, Fondazione Arena, artisti e un gruppo di esperti chiamati a sostenere la candidatura.
Il punto sarà evitare che la canzone napoletana venga ridotta a cartolina. Perché il suo valore non sta solo nelle melodie celebri o nei titoli più conosciuti. Sta nella capacità di raccontare un popolo, una lingua, una città e una storia musicale che ha parlato a tutto il mondo senza perdere il proprio accento.
Una candidatura giusta, da riportare al suo luogo naturale
Lanciare la candidatura da Verona può avere un senso televisivo e istituzionale. L’Arena offre una cornice internazionale e consente di collocare la canzone napoletana dentro il grande racconto del patrimonio culturale italiano.
Ma il percorso dovrà necessariamente tornare a Napoli. Dovrà passare dai suoi teatri, dai suoi archivi, dai conservatori, dai musicisti, dagli studiosi, dalle famiglie artistiche, dai quartieri, dalle voci popolari e colte che hanno tenuto viva questa tradizione.
La canzone napoletana appartiene all’Italia e al mondo. Ma nasce da Napoli. E se l’Unesco deve riconoscerla come patrimonio immateriale dell’umanità, dovrà farlo partendo da questa verità semplice: nessuna candidatura sarà davvero completa se non saprà restituire alla città il ruolo di madre, custode e interprete principale della propria musica.
Cultura
Premio Strega 2026, Michele Mari guida la sestina degli 80 anni
Michele Mari conquista il primo posto nella votazione del Premio Strega 2026 con I convitati di pietra. Nell’edizione degli 80 anni guiderà una sestina finalista verso la serata decisiva dell’8 luglio in Campidoglio.
Il favorito ha rispettato il pronostico. Michele Mari (foto Imagoeconomica) guida la sestina finalista del Premio Strega 2026 con I convitati di pietra, pubblicato da Einaudi, ottenendo 280 voti nella prima votazione al Teatro Romano di Benevento.
Per lo scrittore milanese, 70 anni, è la prima partecipazione al più ambito riconoscimento letterario italiano. Una prima volta arrivata però con il peso immediato del ruolo di grande favorito, rafforzato anche dalla vittoria del Premio Strega Giovani 2026.
Subito dopo l’annuncio, Mari ha raccontato il proprio spaesamento davanti all’attenzione mediatica. Si è detto sorpreso, quasi impreparato, come se la luce improvvisa dei riflettori fosse una condizione da metabolizzare più che un trionfo da esibire.
Il romanzo del patto e della ferocia
I convitati di pietra è un romanzo corale costruito attorno a un patto goliardico, di sangue e di denaro, tra compagni di classe di un liceo milanese nel 1975. Quello che nasce come gioco diventa competizione, ferocia, antagonismo.
Mari ha spiegato che buona parte del libro è stata scritta sotto il segno del cinismo e della spietatezza. Ma alcuni personaggi, proprio attraversando quella durezza, arrivano alla fine conquistandosi una forma di umanità, una possibilità di empatia.
È forse qui la forza del libro: nella capacità di partire da un capriccio narrativo e trasformarlo in una riflessione sul tempo, sui legami, sulla crudeltà e sulla possibilità, mai garantita, di diventare esseri umani.
Matteo Nucci secondo a sorpresa
Il secondo posto è andato a Matteo Nucci, autore di Platone. Una storia d’amore, pubblicato da Feltrinelli, con 242 voti. Una rimonta importante, non scontata, che lo porta nella fase finale a soli 38 voti da Mari.
Il libro, oltre 400 pagine, ricostruisce la vita di Platone e il suo incontro decisivo con Socrate, mettendo al centro il tema dell’eros come forza di conoscenza. Nucci ha raccontato di essersi innamorato di Platone da ragazzo, a 16 anni, e di aver voluto restituire una vita fatta anche di sconfitte, passione e battaglia per la giustizia.
La sua presenza al secondo posto rende meno chiusa la corsa finale. Mari resta il favorito, ma il distacco non è tale da trasformare l’8 luglio in una pura formalità.
Bianca Pitzorno sul podio con La sonnambula
Al terzo posto si è classificata Bianca Pitzorno con La sonnambula, pubblicato da Bompiani, con 195 voti. La scrittrice, 84 anni, più volte vincitrice del Premio Andersen, non ha potuto partecipare alla serata per motivi di salute.
A rappresentarla sul palco è stata la sua editor Giulia Ichino, che ha ricordato come la protagonista del romanzo sia una donna realmente esistita. Il libro dà voce a Ofelia, sensitiva nella Sardegna di fine Ottocento, fuggita da un matrimonio violento e capace di vedere il futuro.
Anche in questo caso il romanzo attraversa il confine tra realtà e finzione, storia individuale e immaginazione letteraria.
Ciabatti, Pierantozzi e Rui completano la sestina
Quarto posto per Teresa Ciabatti, al suo terzo Premio Strega, con Donnaregina, pubblicato da Mondadori, che ha ottenuto 184 voti. Il libro costruisce un fitto dialogo con Giuseppe Misso, detto “’o Nasone”, e diventa anche un’indagine sulla responsabilità della scrittura davanti al male.
Quinto posto per Alcide Pierantozzi con Lo sbilico, edito da Einaudi, a quota 170 voti. Il romanzo, già entrato anche nella cinquina del Premio Campiello 2026, intreccia autobiografia e narrazione attorno all’esperienza della malattia mentale. Pierantozzi ha spiegato di aver scritto il libro anche come richiesta di aiuto, dando forma letteraria a una condizione di equilibrio instabile tra vita quotidiana e malattia.
A completare la sestina è Elena Rui con Vedove di Camus, pubblicato da L’orma, 163 voti. La sua presenza è legata al meccanismo di tutela degli editori medio-piccoli: se tra i primi cinque non entra almeno un libro di un editore indipendente, viene ripescato il più votato tra quelli pubblicati da realtà editoriali minori. Il romanzo racconta Albert Camus attraverso le voci di quattro donne che lo hanno amato, partendo dalla morte improvvisa dello scrittore in un incidente stradale nel 1960.
Un’edizione speciale per gli 80 anni
L’edizione 2026 del Premio Strega ha un valore particolare: celebra gli 80 anni del riconoscimento fondato nel dopoguerra e diventato nel tempo uno degli osservatori più importanti della narrativa italiana. Proprio per questo, la tradizionale cinquina si è trasformata in una sestina.
A presiedere il seggio è stata Melania Mazzucco, al posto di Andrea Bajani, vincitore della scorsa edizione, impossibilitato a raggiungere Benevento dagli Stati Uniti dove vive. Bajani sarà comunque presente alla serata finale.
Hanno espresso il proprio voto 677 aventi diritto su 800, pari all’84,6 per cento. Un dato alto, che conferma l’attenzione attorno a un’edizione molto attesa.
Finale l’8 luglio in Campidoglio
La serata decisiva si terrà l’8 luglio in Piazza del Campidoglio, a Roma, con diretta televisiva su Rai 3. A condurla saranno Pino Strabioli e Gloria Campaner.
Mari parte davanti a tutti, con il favore del pronostico e il successo già ottenuto tra i giovani lettori. Ma la storia dello Strega insegna che la finale può riservare sorprese. Nucci è vicino, Pitzorno porta una voce autorevole, Ciabatti e Pierantozzi hanno libri forti e personali, Rui rappresenta la vitalità dell’editoria indipendente.
La corsa degli 80 anni è cominciata con un favorito netto. Ma il Premio Strega, fino all’ultima urna, resta anche un romanzo dentro il romanzo.
Cronache
Musei pieni a Napoli e in Campania, il 2 giugno della cultura fa il pieno di visitatori
Nel giorno della Festa della Repubblica, migliaia di visitatori hanno scelto musei, parchi archeologici e luoghi della cultura a Napoli e in Campania. Da Palazzo Reale al MANN, da Capodimonte a Pompei, l’ingresso gratuito del 2 giugno conferma la forza attrattiva del patrimonio campano.
C’era il mare, c’era il sole, c’era la tentazione semplice di una giornata di festa da passare all’aperto. Eppure migliaia di persone hanno scelto un’altra Napoli: quella delle sale dei musei, delle dimore reali, degli scavi archeologici, dei chiostri, dei capolavori e delle pietre antiche. Nel giorno della Repubblica, la città e la Campania hanno mostrato ancora una volta la loro forza più profonda: essere un museo vivo, diffuso, stratificato, capace di attirare turisti e cittadini anche quando tutto sembrerebbe spingere verso la spiaggia.
Curzio Malaparte scriveva che Napoli è “una Pompei che non è stata mai sepolta”. Il 2 giugno questa immagine è tornata attuale: la Napoli che continua a vivere sopra le sue epoche e la Pompei sepolta che continua a parlare al mondo si sono ritrovate dentro lo stesso successo di pubblico. L’ingresso gratuito nei musei e nei parchi archeologici statali ha trasformato la festa civile anche in una giornata di partecipazione culturale.
La Repubblica celebrata anche nei musei
L’apertura gratuita del 2 giugno ha richiamato migliaia di visitatori nei luoghi della cultura statali. È una scelta ormai entrata nelle abitudini di molti cittadini: non solo la prima domenica del mese, ma anche alcune giornate dal forte valore simbolico diventano occasioni per restituire il patrimonio culturale alla fruizione più ampia.
A Napoli il flusso è stato consistente fin dal mattino. Molti hanno scelto di affiancare alle celebrazioni istituzionali della Festa della Repubblica una visita nei musei del centro, trasformando la giornata in un percorso tra memoria nazionale e memoria storica della città.
Palazzo Reale e Pignatelli, la cultura nel cuore della città
Tra i luoghi più frequentati c’è stato Palazzo Reale, naturale punto di attrazione per chi si trovava nell’area di piazza del Plebiscito. I visitatori hanno potuto attraversare gli spazi dell’antica residenza e visitare anche la mostra “Alberto Biasi e le altre visioni delle superfici: Hsiao-Rotta Loria-Tornquist”, allestita nelle Sale del Belvedere.
Aperto anche il Museo Pignatelli, con la mostra “Banksy vs Warhol”, ulteriore segnale di una proposta culturale che tiene insieme storia, dimore monumentali e linguaggi contemporanei. Una combinazione che continua a funzionare, soprattutto per un pubblico misto di turisti, famiglie e napoletani.
Capodimonte cresce e punta sui capolavori
In forte crescita anche il Museo e Real Bosco di Capodimonte, residenza estiva dei sovrani e oggi uno dei luoghi più affascinanti della cultura napoletana. I biglietti registrati sono stati poco più di duemila, con un incremento significativo rispetto all’anno precedente.
A richiamare il pubblico sono stati i grandi capolavori della collezione, da Tiziano ad Artemisia Gentileschi, con Caravaggio ancora una volta capace di esercitare una forza magnetica sui visitatori. Curiosità anche per la mostra di Emilio Isgrò dedicata alla canzone napoletana, segno di un museo che prova a dialogare con la città non solo attraverso la pittura, ma anche attraverso la sua memoria sonora e popolare.
Il MANN e il mito di Parthenope
Ottima risposta anche per il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, che ha registrato oltre tremila visitatori. Il MANN resta uno dei cuori culturali della città, anche grazie alla capacità di legare il patrimonio archeologico alla narrazione identitaria di Napoli.
In questo senso continua ad avere forte richiamo la mostra “Parthenope, la sirena e la città”, inaugurata il 3 aprile e dedicata al rapporto tra la figura mitica della sirena e la storia di Napoli. Una mostra che attraversa archeologia, mito, antropologia e memoria urbana, parlando non solo ai turisti ma anche ai napoletani che cercano nelle radici antiche una chiave per leggere la città di oggi.
Vomero, Sant’Elmo e San Martino trainano la collina
Numeri importanti anche per i nuovi Musei nazionali del Vomero, il polo che raccoglie i principali siti culturali dell’area collinare. Le presenze complessive hanno superato quota seimila, con Castel Sant’Elmo e la Certosa di San Martino in grande evidenza.
Castel Sant’Elmo continua ad attrarre per la sua posizione panoramica e per la forza architettonica della struttura. La Certosa, invece, resta uno dei luoghi in cui Napoli si racconta meglio: arte, storia, devozione, vedute, memoria urbana. Più contenuto, ma comunque significativo, il flusso al Museo Duca di Martina nella Villa Floridiana.
Pompei ed Ercolano, la Campania antica non smette di attrarre
Fuori dal centro di Napoli, la parte del leone l’hanno fatta ancora una volta gli scavi di Pompei ed Ercolano. Pompei ha registrato oltre tredicimila presenze, confermandosi uno dei grandi attrattori culturali non solo della Campania, ma dell’intero Paese.
Se Napoli è, con le parole di Malaparte, una Pompei mai sepolta, quella sepolta continua a essere una calamita mondiale. Ogni giornata di apertura gratuita conferma la forza di un sito che unisce storia, tragedia, bellezza e curiosità universale. Ercolano, con la sua dimensione più raccolta e straordinariamente conservata, resta l’altra grande porta di accesso alla Campania antica.
Caserta, Paestum, Padula e Capua: la cultura corre anche in provincia
Il successo non ha riguardato solo Napoli e l’area vesuviana. Anche nel resto della regione i luoghi della cultura hanno registrato una buona partecipazione. Aperta la Reggia di Caserta, che ha ospitato anche momenti legati alle celebrazioni del 2 giugno, e aperto il Parco archeologico di Paestum, altro polo fondamentale del patrimonio campano.
Bene anche i siti gestiti dalla Direzione regionale Musei Campania, con oltre cinquemila visitatori complessivi. Tra i più frequentati la Certosa di Padula, il Teatro romano di Benevento e l’Anfiteatro campano di Capua. Luoghi diversi, spesso lontani dai flussi turistici più prevedibili, ma capaci di raccontare la profondità storica della regione.
La cultura come infrastruttura civile
La giornata del 2 giugno consegna un dato chiaro: la cultura, in Campania, non è solo attrazione turistica. È anche infrastruttura civile. È un modo per riconoscersi, per abitare meglio i luoghi, per rimettere in circolo memoria e identità.
I numeri dei musei pieni non sono soltanto statistiche. Raccontano una domanda crescente di bellezza, conoscenza e partecipazione. In una regione spesso raccontata solo attraverso emergenze e contraddizioni, migliaia di persone in fila davanti a musei, scavi e palazzi storici sono una notizia politica nel senso più alto del termine: la dimostrazione che il patrimonio culturale, quando viene aperto, comunicato e reso accessibile, diventa davvero patrimonio di tutti.


