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Ben 242 dipendenti dell’Azienda di mobilità di Napoli faranno i rappresentanti di liste elettorali invece di guidare i bus

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Ci risiamo. Anzi, siamo alle solite. Ad ogni consultazione elettorale riemerge dalle nebbie dell’informazione la notizia che i dipendenti di Anm, l’Azienda napoletana mobilità, in quantità impressionanti invece di andare a lavoro, nel giorno delle elezioni saranno impegnati nei seggi elettorali. Come rappresentanti di lista. Si può fare. La legge lo consente. Ann paga, il dipendente invece di guidare il bus o lavorare per la mobilità dei napoletani, fa il rappresentante di seggio di un partito. E allora domani e lunedì saranno impegnati ai seggi elettorali ben 242 dipendenti dell’Anm. Che dunque non saranno in servizio. Oltre il 90% delle richieste pervenute sono per il ruolo di rappresentanti di seggio. La loro fede politica li spinge verso quella direzione, controllare la regolarità del voto. Chi controlla che poi realmente questi dipendenti di Anm o anche di qualunque altra azienda pubblica italiana realmente vanno ai seggi e fare il rappresentante di lista? Nessuno. E allora se anche se ne restano a casa a fare ninna nanna o vanno al mare, Anm o altra azienda pubblica pagano, “nel rispetto delle scelte di impegno politico dei dipendenti” è scritto in una nota dell’azienda pubblica di mobilità. E per i servizi pubblici? Anm “sta cercando di organizzare al meglio possibile il servizio di trasporto per i due giorni delle elezioni, pur con la consapevolezza che ci potrebbero essere delle ripercussioni sul servizio”. L’azienda ricorda che per legge “non è consentito opporsi alla libera scelta dei dipendenti dell’impegno in occasione del voto”. Opporsi? No, ma controllare che i 242 vanno a fare i rappresentanti di lista forse sì.

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Giallo del commercialista legato, imbavagliato e ucciso a Torino: i carabinieri arrestano un suo inquilino

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I carabinieri di Torino hanno arrestato all’alba il presunto assassino di Luciano Ollino, il 60enne commercialista e consulente finanziario trovato assassinato nella notte tra l’8 e il 9 giugno scorso in una strada sterrata di collina tra Torino e Moncalieri. Si tratta di un pregiudicato del luogo, 42enne, venditore di auto, ben conosciuto dalla vittima e suo inquilino in un appartamento di un residence di Pecetto Torinese. Secondo gli inquirenti il movente sarebbe da ricondurre a dissidi tra i due, soprattutto di carattere economico e relativi alla compravendita di un immobile.

Ollino era stato legato e imbavagliato dal suo killer, che poi gli aveva sparato sei colpi di pistola all’interno della sua auto, una Bmw trovata parcheggiata in una piazzola di sosta, con il cadavere sul lato passeggero. Per crearsi un alibi il presunto assassino la notte stessa si era allontanato dal Piemonte verso il sud Italia. Il 42 enne e’ accusato di omicidio volontario, porto e detenzione illegale di arma da fuoco e rapina aggravata.

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Covid e svuotacarceri, appello di Maresca: curare i criminali pericolosi in carcere, evitiamo altri casi Zagaria

Catello Maresca

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Catello Maresca. Dopo 12 anni alla Direzione distrettuale antimafia è oggi Sostituto Procuratore Generale

Passa la seconda ondata del Covid e puntuali sono ricominciate le proteste dei detenuti e dei loro familiari. Il Governo ed il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (il DAP) si muovono per scongiurare un’altra Caporetto.
L’obiettivo dovrebbe essere quello di assistere dignitosamente i detenuti con patologie all’interno delle carceri. Il rischio è che vengano mandati a casa pericolosi delinquenti. È già accaduto nel corso della prima emergenza epidemiologica.
A tal proposito, se l’esperienza conta, anche e soprattutto per evitare di commettere gli stessi errori, val la pena di ricordare quello che è successo a marzo.
Rivolte simultanee dei detenuti in molti istituti di detenzione. Sistema penitenziario colto di sorpresa, o comunque non adeguatamente predisposto per fronteggiare l’emergenza. E poi le scarcerazioni indistinte con molti pericolosi delinquenti, anche mafiosi, mandati per mesi in vacanza domiciliare con il differimento della pena.

Non è mia intenzione tornare sulla questione delle colpe o delle responsabilità, dopo che i dirigenti di quel DAP sono stati quasi tutti rimossi o “dimissionati”, ma mi preoccupo affinché tali situazioni incresciose non abbiano mai più a ripetersi. Perché sbagliare è umano, anche se molto grave per chi riveste ruoli istituzionali di rilievo, ma perseverare è diabolico.
Il Governo è intervenuto inserendo l’art. 30 nel decreto ristori ed ha pensato di replicare la medesima misura del cosiddetto “indultino”, che prevede la detenzione domiciliare per i detenuti che non debbano scontare più di 18 mesi di reclusione, anche come residuo di altra pena. Dovrebbero essere stati esclusi dal beneficio i mafiosi e gli autori di delitti più gravi.
Nel frattempo anche il DAP sta correndo ai ripari per evitare le conseguenze della diffusione del virus nelle carceri.
Mi preoccupano, da tecnico studioso del fenomeno mafioso, almeno due aspetti di una strategia che sembra improntata al solito opinabile principio di svuotare le carceri il più possibile senza fare, fino in fondo con chiarezza, distinzione tra tipologie di delinquenti. E soprattutto con pochi insufficienti interventi strutturali.

La prima criticità è legata al nuovo “indultino”, riproduzione di quello previsto a marzo dall’art. 123 del decreto cura Italia.
Con una modifica introdotta, cogliendo in parte una mia indicazione, già pubblicata a maggio su questo giornale. Viene, infatti, previsto il divieto di scioglimento del cumulo delle pene per i reati di mafia e di terrorismo.
La questione è molto tecnica, ma sostanzialmente può essere spiegata dicendo che con il precedente art. 123 del decreto cura Italia sono usciti dal carcere mafiosi come Antonio Noviello, del clan dei Casalesi, condannato ad oltre 16 anni per reati di stampo mafioso e reati comuni. L’indultino di marzo consentiva, infatti, la scarcerazione anticipata – in periodo di covid – di questi soggetti, anche se dovevano finire di scontare una pena inferiore a 18 mesi per reati comuni.
Con le nuove norme questo non sarà più possibile. Ma non sempre. Perché è stata inserita una eccezione dell’eccezione. E cioè questo avverrà solo se i reati sono connessi. E vi risparmio ulteriori tecnicismi.
La conclusione è che si tratta di una norma che scontenta tutti, che verosimilmente avrà una applicazione modesta e non risolverà il problema del sovraffollamento delle carceri.

Peraltro, non essendo stata pubblicata la relazione di accompagnamento non è dato sapere se, in questi 6 mesi dopo il primo lockdown, sia stata fatta una previsione sull’impatto della norma.
Quindi, a mio modesto parere, il sovraffollamento resterà e i giudici di sorveglianza saranno chiamati ad esprimersi sulle situazioni critiche senza sostanziali novità, né migliorie rispetto a marzo.
E qui entra in gioco la seconda criticità che è legata alla circolare del DAP del 22 ottobre con cui si danno disposizioni ai Provveditorati ( organi periferici che coordinano gli istituti carcerari) per la gestione del rischio covid all’interno del carcere. Ci si preoccupa- giustamente – della gestione dei detenuti covid, ma mancano totalmente indicazioni sulla “gestione straordinaria” dei detenuti con patologie diverse anche gravi, in un momento nel quale il servizio sanitario nazionale è in emergenza assoluta.
Mi chiedo se lasciare la delega alle Asl (ancora competenti per legge per i profili sanitari di tutta la platea carceraria) senza l’indicazione di tempi, modalità di effettuazione di cure ed esami clinici, ed eventuali “corsie prioritarie” per i detenuti più pericolosi, non sia scelta operativa rischiosissima.

Pasquale Zagaria. Detenuto al 41 bis scarcerato ad aprile per evitare che si contagiasse

Si veda cosa è accaduto per il boss Pasquale Zagaria, mandato a casa ad aprile, per l’impossibilità di effettuare controlli medici per la riconversione a centro covid dell’ospedale dove veniva curato.
Allo stato delle disposizioni un detenuto, anche al 41 bis, a cui non sarà assicurata la richiesta necessaria terapia sanitaria, a causa, ad esempio, della temporanea chiusura/sospensione del servizio medico per emergenza covid, temo che rischi di andare a casa sulla base dell’art. 147 c.p.


Non mi risulta siano stati fatti screening precisi delle patologie più diffuse ed analisi del rischio-scarcerazioni per i mafiosi con patologie. Con conseguente logico potenziamento delle strutture/reparti sanitari interessati.
Dall’altro lato, almeno questo, la famigerata circolare del 21 marzo ( definita da molti la vera svuotacarceri) resta ancora sospesa.
Auspico che non si ripeta una storia già vista. E rispetto a queste critiche costruttive mi aspetto non infastidite repliche piccate, ma chiare risposte rassicuranti, cui seguano fatti concreti. Non siamo più disponibili ad accettare scuse postume con non chiare assunzioni di responsabilità, né tantomeno goffi tentativi di buttare la croce sui giudici, che in genere non dispongono di corrispondenti strumenti mediatici per difendersi efficacemente.
Non so più in che lingua bisogna dirlo. Così non va bene. Così non si affronta l’emergenza. È sbagliato. È pericoloso.
Ad inizio marzo, molto prima del pur meritorio dottor Giletti che colse il nostro grido di dolore su La 7 e che ne ha fatto poi quasi una battaglia personale, ebbi a denunciare la questione pubblicamente dalle pagine di Juorno.it.
Lanciai l’allarme e suggerì una possibile soluzione.
Con atteggiamento da soloni presuntuosi all’epoca si sottovalutò la questione. Ed abbiamo visto tutti come è andata a finire. Cerchiamo di non replicare una delle pagine più buie nella lotta alle mafie nel nostro Paese.
Serve un intervento immediato, coraggioso ed efficace. I mafiosi vanno curati, ma va fatto esclusivamente all’interno del circuito carcerario. E l’opinione pubblica ha diritto, dopo tutto quello che è accaduto in primavera, di sapere quali siano gli strumenti e le strategie che si sono adottate per evitare il peggio.

(Le foto e i video in questo editoriale del dottor Catello Maresca sono materiale di archivio di Juorno.it e sono immagini e filmati relativi alle rivolte in carcere del 7,8, 9 marzo che causarono 14 morti, decine di feriti e danni per milioni di euro alle strutture penitenziarie italiane) 

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‘Ndrangheta: sequestrati beni per 50 milioni a imprenditori

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Beni per un valore di circa 50 milioni di euro sono in corso di sequestro da parte del Centro operativo della Direzione investigativa antimafia di Reggio Calabria, finanzieri dello Scico di Roma e del Comando provinciale della Guardia di finanza di Reggio Calabria. Il provvedimento ha colpito tre imprenditori, Antonino Scimone, di 45 anni, Antonino Morda’ (51) e Pietro Canale (41), indiziati di appartenenza o contiguita’ a note cosche reggine. La figura degli imprenditori era emersa nel corso dell’operazione “Martingala”, condotta da personale della Dia e della Guardia di finanza di Reggio Calabria e conclusa nel febbraio 2018 con l’esecuzione di un provvedimento di fermo di indiziato di delitto emesso nei confronti di 27 persone, ritenute responsabili a vario titolo dei reati di associazione mafiosa, riciclaggio, autoriciclaggio, reimpiego di denaro, di beni, di utilita’ di provenienza illecita, usura, esercizio abusivo dell’attivita’ finanziaria, trasferimento fraudolento di valori, frode fiscale nonche’ associazione a delinquere finalizzata all’emissione di false fatturazioni e reati fallimentari nonche’ con il sequestro di 51 societa’, 19 immobili e disponibilita’ finanziarie per un ammontare complessivo di circa 100.000.000 di euro.

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