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Cultura

Beggars’ Theatre a rischio sfratto, lo sfogo di Bauduin: classi dirigenti barbare, istituzioni che non riconoscono il valore della cultura

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Rischia lo sfratto The Beggars’ Theatre, l’associazione culturale presieduta da Mariano Bauduin che ha sede nel centro giovanile Asterix a San Giovanni a Teduccio. “In questi anni il teatro ha rappresentato un importante presidio culturale per la periferia Est di Napoli”, spiega Bauduin, regista teatrale e direttore artistico del Beggars’. I problemi per l’associazione erano incominciati già lo scorso luglio, quando l’assessorato ai giovani aveva intimato a Bauduin di liberare alcuni spazi del centro perché i materiali tecnici avrebbero impedito la normale fruizione da parte delle altre associazioni.

Lo scorso 27 novembre il Comune ha sospeso l’autorizzazione concessa al Beggars’, e ha richiesto la rimozione di tutti i materiali entro il 16 dicembre per poter effettuare alcuni lavori strutturali nel centro. Ma Bauduin non ci sta: “Stanno cercando un modo per farci sloggiare, così si svilisce il nostro lavoro”. Il prossimo 5 dicembre il regista incontrerà l’assessore Clemente, a cui chiederà una soluzione definitiva per la sua associazione. 

Bauduin, che cosa sta succedendo al centro Asterix di San Giovanni a Teduccio?

È una storia che va avanti da tempo, già a luglio denunciai che stavano per sfrattarci. Pare che il problema fossero gli spazi occupati dai nostri materiali. Quando due anni fa il sindaco e la giunta mi fecero trasferire al centro Asterix, sapevano che avrei portato tante attrezzature, peraltro di grande valore storico-artistico: ci sono, fra le altre, le maschere della Gatta Cenerentola di De Simone. In quel posto ho coltivato la memoria e ho provato a trasmettere al territorio importanti valori culturali. Tutto ciò però sembra non avere alcun valore, si butta fuori l’associazione perché la burocrazia lo consente. Dicono che a lavori ultimati potremo rientrare. Ma intanto dovrei smontare un teatro intero in pochi giorni, e poi, per portarlo dove? Pensi che hanno cambiato le chiavi del centro; potrei sostenere che il nostro materiale è sotto sequestro, è una mortificazione.

In che condizioni versava il centro quando lei è arrivato?

Quando sono arrivato, il centro era completamente abbandonato e la comunità ne aveva quasi dimenticato l’esistenza. Nel giro di un mese, durante il festival dei teatri di periferia, feci registrare a quel centro più di mille presenze, il tutto a mie spese. Io non ho mai preso una lira, ho sempre investito di tasca mia. Siamo da due anni nel centro e da sei a San Giovanni a Teduccio. 

Come nasce The Beggars’ Theatre?

Il Beggars nasce da un sopralluogo con Roberto De Simone a San Giovanni a Teduccio. In quell’occasione conoscemmo una corale di cui io mi innamorai. Da lì il mio legame con il territorio e il desiderio di fondare un teatro, che andava costruito sulla falsariga dei teatri anglosassoni. Shakespeare nel Seicento aprì il suo Globe nella periferia di Londra, in una zona diseredata, e ai suoi spettacoli assistevano sia i poveri che borghesi e aristocratici: un luogo in cui le differenze sociali si azzeravano e ciascuno con i propri strumenti culturali recepiva e assorbiva il teatro di Shakespeare. L’idea era quella di un teatro che non si occupasse necessariamente di tematiche di periferia, ma che portasse in periferia l’alto valore culturale e storico del teatro antico, il dramma shakespeariano, il teatro barocco. Ho fatto corsi di canto, di musica, laboratori di scenografia, costume, sartoria, con grandissime firme del teatro italiano: Odette Nicoletti, Mauro Carosi, Guido Levi, Nicola Rubertelli.

Intende rivolgere un appello alle istituzioni per salvare il Beggars?

Io mi sono subito rivolto all’amministrazione e devo dire che l’assessore Clemente si è mossa con tempestività per farmi avere un incontro, che avverrà il prossimo 5 dicembre. Spero che si trovi una soluzione, fosse anche un nuovo trasloco per l’associazione. Se ritengono che lì il Beggars non ci può più stare, benissimo, che mi dicano dove andare, ma che sia l’ultima volta. Sono fiducioso, anche se arrabbiato… Mi sento un po’ perseguitato. Prima erano gli spazi occupati dai materiali, ora i lavori, credo si stia cercando il modo migliore per farci andare via.

In Italia, anche nella gestione della pandemia, sembra che il teatro e più in generale la cultura siano sempre all’ultimo posto. Perché?

Perché negli ultimi vent’anni abbiamo consentito alla nostra classe dirigente di imbarbarirsi. La cultura cinematografica, teatrale, museale è stata messa sullo stesso piano della cultura televisiva, se non addirittura ad un gradino inferiore. È più facile vedere un politico in una trasmissione televisiva che in un teatro o in un museo, è un segnale inquietante. Se la classe dirigente è la prima a non frequentare i luoghi della cultura, chi fa cultura non si sente rappresentato. Non sto dicendo niente di nuovo, Pasolini negli anni Sessanta già aveva incominciato ad individuare questi segnali di decadenza. C’è inoltre un livellamento verso il basso. Ben venga la cultura che parte dal basso, quello che trovo pericoloso è invece una cultura che tenda verso il basso: il livellamento delle competenze e delle qualità è pericolosissimo, perché genera mediocrità.

Qual è per lei il valore del teatro?

Il teatro e la cultura sono uno strumento di riscatto per i territori, è una cosa in cui credo tantissimo, altrimenti non passerei gran parte del mio tempo in un piccolo teatro di periferia. De Simone mi ha insegnato il teatro popolare però colto, non barbaro. Ernesto De Martino, Diego Carpitella, lo stesso De Simone, la grande scuola antropologica italiana ha sempre sostenuto che la cultura popolare è una cultura aristocratica. Questo è un concetto impresso nella mia anima e che determina il mio agire, le mie scelte, il mio lavoro, sia se mi trovo a fare un’opera lirica al Petruzzelli sia se lavoro al Beggars a San Giovanni a Teduccio.

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Il New Yorker restituisce un premio, il suo giornalista aveva scritto una storia falsa

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Anche le testate internazionali più blasonate scivolano in incidenti imbarazzanti. Il prestigioso magazine statunitense New Yorker ha restituito un importante riconoscimento giornalistico dopo avere scoperto con un’indagine interna che l’articolo premiato conteneva informazioni false. Nel 2018 il periodico pubblico’ una lunga inchiesta sul fenomeno emergente in Giappone dei cosiddetti ‘parenti in affitto’. La storia era centrata su una societa’ che offre ai clienti degli attori che fingono di essere membri della famiglia. Autore del lungo pezzo, “A Theory of Relativity”, è Elif Batuman, romanziere e autore della rivista dal 2010. La storia è valsa al New Yorker il National Magazine Award ma la rivista ha poi scoperto che i tre protagonisti principali dell’articolo avevano ingannato l’autore e la squadra che si occupa del fact-checking. Sono risultate false persino le prime righe dell’articolo, dove si racconta che “due anni fa Kazushige Nishida, un uomo d’affari di sessant’anni, ha iniziato ad affittare una moglie part-time e una figlia” dopo la morte della sua vera moglie. Un mese fa il magazine aveva aggiunto una nota alla versione online dell’articolo, sottolineando che i risultati dell’indagine “contraddicono aspetti fondamentali delle storie di queste persone e minano ampiamente la credibilita’ di cio’ che ci hanno detto”. Ma aveva lasciato la storia nel suo sito perche’ il fenomeno dei “parenti in affitto” in Giappone e’ “ben documentato” e fornisce una “esplorazione delle idee di famiglia in Giappone e piu’ in generale”. Il magazine aveva avviato la sua indagine dopo che nel 2019 un media giapponese aveva segnalato che un dipendente di Family Romance, lo stesso descritto nell’articolo, “si era finto cliente della societa’ in un documentario tv”. L’American Society of Magazine Editors, che assegna i National Magazine Awards, ha annunciato la decisione della rivista venerdì, lodando il New Yorker per la sua indagine e per la sua decisione di restituire il riconoscimento.

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Google e editori francesi, primo accordo quadro

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Google ha firmato un accordo quadro che apre la strada alla remunerazione della stampa quotidiana francese sulla base dei “diritti connessi”, la nuova normativa simile al diritto d’autore creata nel 2019 e dalla quale sono scaturiti duri negoziati fra editori e il gigante del web. L’accordo e’ stato firmato fra Google e l’Alliance de la presse d’information ge’ne’rale (Apig), principale organizzazione dei professionisti della stampa francese, che rappresenta in particolare i quotidiani nazionali e regionali. Si tratta – hanno sottolineato i firmatari in un comunicato – “della conclusione di negoziati durati parecchi mesi nel quadro fissato dall’Authority della concorrenza”. L’accordo – spiega il comunicato – “fissa il quadro nel quale Google negoziera’ accordi individuali di licenza con i membri” dell’Apig, per le pubblicazioni riconosciute “di informazione politica e generale”. Queste “licenze” copriranno i cosiddetti “diritti connessi” e “apriranno inoltre ai giornali l’accesso a News Showcase”, un programma attraverso il quale Google remunera i contenuti della stampa. Rimane da conoscere l’ammontare di tale remunerazione, in quanto i dati finanziari dell’accordo sono confidenziali. Sara’ comunque fissata individualmente, in funzione di criteri quali “il contributo all’informazione politica e generale, il volume quotidiano di pubblicazioni o l’audience Internet mensile”. Il cammino di Apig e Google per trovare l’intesa parte dalla fine del 2019, quando la stampa francese accuso’ Google di violare i diritti connessi, creati da una direttiva europea con l’obiettivo di arrivare a una migliore spartizione dei guadagni della rete a vantaggio degli editori di giornali e delle agenzie di stampa. In un primo momento, Google escluse risolutamente di voler remunerare l’editoria, decidendo unilateralmente di citare meno i giornali che avessero rifiutato di lasciar utilizzare gratis i loro contenuti nei suoi risultati delle ricerche. La stampa francese ricorse all’Authority della concorrenza, che nell’aprile 2020 ordino’ a Google di negoziare “in buona fede” con gli editori. In questo quadro si e’ sviluppato il negoziato con tappe importanti ad ottobre e poi una conclusione di primi accordi a novembre a titolo individuale con alcune testate come Le Monde, Le Figaro, Libe’ration e L’Express. L’accordo quadro annunciato oggi, di una durata di tre anni, non copre tutta la stampa francese, in particolare le agenzie di stampa fra le quali la France Presse, sempre nel pieno di loro negoziati con Google.

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Con Christie’s un viaggio in Italia come nel Grand Tour

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Nei lunghi giorni della pandemia, in cui spostarsi e’ forse tra le cose che manca di piu’, l’arte offre un viaggio almeno immaginario tra le bellezze italiane. Il prossimo progetto di Christie’s e’ un itinerario attraverso l’Italia liberamente ispirato al Grand Tour in voga in Europa tra il XVII e il XVII secolo. Un viaggio virtuale, ma anche un’asta e una mappatura dell’arte moderna e contemporanea delle principali regioni, includendo opere di artisti nazionali ma anche di quei maestri internazionali che hanno trovato ispirazione in Italia, talvolta vivendo e lavorandoci o, semplicemente, influenzati dalla cultura italiana nella loro pratica. Se tre secoli fa un Grand Tour poteva protrarsi per mesi o addirittura anni, questa iniziativa della sede milanese di Christie’s durera’ 20 giorni, da domani al 10 febbraio, nel corso dei quali il “viaggiatore” avra’ la possibilita’ di visitare le regioni italiane online, attraverso il filtro dell’arte dell’ultimo secolo. Si passera’ dunque dal Veneto di Emilio Vedova, all’Emilia Romagna con le fotografie di Luigi Ghirri, dalla Toscana con l’astrattismo di Alberto Magnelli, all’Umbria con Piero Dorazio. E poi il Lazio di Franco Angeli e Schifano. Il viaggio immaginario attraversera’ poi lo stretto di Messina per raggiungere la Sicilia di Carla Accardi (pochi erano i viaggiatori che ci si avventuravano tre secoli fa) per passare nella Sardegna da Maria Lai. La selezione include opere strettamente connesse con le principali regioni italiane, passando da luoghi molto conosciuti anche a livello internazionale fino fino a quelli ancora da scoprire. Del veneziano Vedova Christie’s offre un Dittico del 1989 rappresentativo del suo astrattismo (la stima e’ di 120-180 mila euro), mentre di Luigi Ghirri, uno dei grandi fotografi italiani del Novecento noto per le immagini a colori di giardini e monumenti, andra’ all’asta Modena del 1973 (4-6mila euro). Del fiorentino Magnelli, spesso considerato il primo astrattista italiano, Christie’s ha scelto “Pittura” (50-80 mila euro). L’amicizia di Mara Lai con lo scrittore Giuseppe Dessi’ la spinse a riscoprire le tradizioni sarde tra cui la tessitura: il “Libro dei telai” del 1979 proposto con stima di 2-30 mila euro e’ considerato un perfetto esempio del suo lavoro negli anni Quaranta.

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