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Cronache

Baldini lancia la nuova Italia: “Questi ragazzi sono il futuro del calcio italiano”

Silvio Baldini prepara l’amichevole dell’Italia contro il Lussemburgo puntando sui giovani della sua Under 21. Il ct ad interim parla di orgoglio, libertà, emozioni e futuro del calcio italiano.

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Silvio Baldini guarda i suoi ragazzi e vede il futuro del calcio italiano. Alla vigilia dell’amichevole dell’Italia contro il Lussemburgo, il ct ad interim degli Azzurri sceglie di partire da loro: dai giovani cresciuti nelle Nazionali giovanili, da chi ha fatto il percorso dall’Under 15 fino alla soglia della Nazionale maggiore, da chi ora ha l’occasione di indossare una maglia pesante e provare a costruire un nuovo ciclo.

“Questi ragazzi sono il futuro del calcio italiano. Se sono arrivati qui vuol dire che in questo momento sono i più bravi”, ha detto Baldini, presentando la partita in programma allo Stade de Luxembourg. Una gara amichevole, ma non banale: per molti sarà il debutto con la Nazionale maggiore, per l’Italia un primo passo dentro una fase di passaggio e ricostruzione.

Una Nazionale giovane per ricominciare

Baldini, tecnico dell’Under 21 chiamato a traghettare gli Azzurri in attesa delle scelte federali sul nuovo commissario tecnico, punta sul gruppo che conosce meglio. Il cuore della squadra sarà formato da molti ragazzi della sua Under 21, calciatori già abituati alla maglia azzurra ma ora chiamati a misurarsi con un livello diverso.

Il messaggio del tecnico toscano è chiaro: questa Italia deve giocare senza paura. Baldini chiede ai suoi ragazzi orgoglio, coraggio e libertà, tre parole che raccontano bene il senso di questa parentesi azzurra. Non una semplice amichevole, ma una prova di maturità per una generazione chiamata a dimostrare di essere pronta.

L’umiltà di Donnarumma e Pio Esposito

Nel gruppo ci sono anche giocatori già più esposti e riconoscibili, come Donnarumma e Pio Esposito. Baldini ha raccontato di essere rimasto colpito dal loro atteggiamento: si sono messi a disposizione, hanno accettato il gruppo con naturalezza e hanno persino ringraziato i compagni per l’accoglienza ricevuta.

“Dovrebbe essere l’opposto”, ha osservato il ct, quasi sorpreso da tanta umiltà. Per Baldini, proprio questo atteggiamento è il segnale più incoraggiante: nessuno si è sentito superiore, tutti hanno scelto di mettersi allo stesso livello, con l’obiettivo di aiutarsi e rappresentare al meglio la Nazionale.

L’emozione di Baldini

Baldini non nasconde l’emozione della sua prima volta sulla panchina della Nazionale maggiore. Ha spiegato di averla sentita soprattutto prima di arrivare a Coverciano, nel periodo di attesa dopo aver saputo che avrebbe guidato l’Italia in queste due partite. Poi, una volta entrato nel centro tecnico federale, ha provato a riportare tutto sul campo.

“Ora dobbiamo giocare”, ha detto. Per lui conta che i ragazzi facciano bene, che sentano la maglia addosso e che riescano a esprimere ciò che sono. È una visione molto personale del calcio: meno calcoli, più identità; meno paura, più responsabilità.

La dedica al cane dei figli

Il momento più umano della conferenza è arrivato quando a Baldini è stato chiesto a chi dedicherebbe questa prima volta da ct. Il tecnico si è commosso e ha risposto non indicando una persona, ma il cane dei suoi figli, in particolare della figlia: un pastore maremmano.

Una risposta inattesa, profondamente emotiva, perfettamente coerente con il personaggio. “Le emozioni danno un senso alla vita”, ha spiegato Baldini. Per lui il calcio resta anche questo: un luogo in cui la parte tecnica e quella spirituale si incontrano, dove la maglia della Nazionale non è solo un simbolo sportivo, ma qualcosa che tocca la persona.

Lussemburgo e Grecia, due test per guardare avanti

L’Italia scenderà in campo contro il Lussemburgo mercoledì 3 giugno alle 20.45 allo Stade de Luxembourg. Domenica 7 giugno, sempre alle 20.45, gli Azzurri saranno poi impegnati a Creta contro la Grecia.

Due amichevoli, ma anche due occasioni per capire da dove può ripartire la Nazionale. Baldini non promette miracoli e non cerca scorciatoie. Chiede soltanto che i suoi ragazzi giochino con coraggio, libertà e senso di appartenenza. Perché il futuro del calcio italiano, almeno per una sera, passa soprattutto da loro.

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Cronache

«Vattene o ti spariamo», minacce all’ex pentito e alla famiglia: quattro arresti a Maddaloni

Quattro persone sono state arrestate a Maddaloni con l’accusa di avere minacciato e aggredito un ex collaboratore di giustizia per costringerlo a lasciare l’abitazione. Minacce anche alla compagna, avvicinata mentre era con il figlio piccolo.

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«Ora te ne devi andare, prima che ti spariamo». Sarebbero state queste le parole rivolte a un ex collaboratore di giustizia durante una violenta aggressione avvenuta a Maddaloni, nel Casertano. L’uomo sarebbe stato colpito alla testa con il calcio di una pistola e costretto, insieme alla compagna, a lasciare l’abitazione nella quale viveva.

Per la vicenda i Carabinieri della Compagnia di Maddaloni hanno arrestato quattro persone in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal giudice per le indagini preliminari di Napoli Mariano Sorrentino, su richiesta della Direzione distrettuale antimafia.

Le minacce alla compagna e al bambino

La prima intimidazione risalirebbe al primo maggio. La compagna dell’ex collaboratore di giustizia sarebbe stata avvicinata mentre si trovava in strada con il figlio piccolo.

«Anche tu e tuo figlio ve ne dovete andare da Maddaloni, sei la compagna di un pentito, altrimenti ce la prendiamo con te», le avrebbero detto gli indagati.

Secondo la ricostruzione investigativa, le minacce avrebbero avuto l’obiettivo di colpire l’intero nucleo familiare, sfruttando il passato dell’uomo, già legato al clan Sacco-Bocchetti e successivamente collaboratore di giustizia.

L’aggressione con la pistola

La mattina successiva, il 2 maggio, il gruppo avrebbe raggiunto direttamente l’ex collaboratore di giustizia.

Uno degli aggressori lo avrebbe colpito alla testa con il calcio di una pistola, mentre gli altri avrebbero tentato di prenderlo a schiaffi e pugni.

All’uomo sarebbe stato intimato di lasciare immediatamente Maddaloni, accompagnando la minaccia con un chiaro riferimento alla sua scelta di collaborare con la giustizia.

L’obiettivo dell’abitazione popolare

Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, le intimidazioni non sarebbero state dettate soltanto da una volontà di vendetta nei confronti dell’ex pentito.

L’obiettivo sarebbe stato quello di costringere la famiglia ad abbandonare un’abitazione popolare, per consentire successivamente ad altre persone di prenderne possesso.

Dopo l’allontanamento dell’uomo e della compagna, l’alloggio sarebbe stato occupato. Sarebbero poi seguite ulteriori pressioni per convincere la coppia ad accettare una somma simbolica come compensazione per la perdita della casa.

Le accuse contestate

Le quattro persone raggiunte dalla misura cautelare sono accusate, a vario titolo, di violenza privata aggravata e continuata in concorso e di detenzione e porto illegale di arma da fuoco.

I reati sono contestati con l’aggravante del metodo mafioso, in relazione alle modalità delle minacce, alla forza intimidatoria esercitata e ai presunti collegamenti degli indagati con ambienti criminali del territorio.

Le indagini sono state condotte dai Carabinieri del Nucleo operativo di Marcianise e della Compagnia di Maddaloni.

Le indagini della Direzione antimafia

Gli investigatori hanno ricostruito le fasi della vicenda attraverso testimonianze, accertamenti e altri elementi raccolti dopo la denuncia delle vittime.

L’ordinanza cautelare recepisce l’impostazione accusatoria della Procura, che dovrà essere verificata nel corso del procedimento e nel contraddittorio con le difese.

Le persone arrestate devono essere considerate innocenti fino a un’eventuale sentenza definitiva, secondo il principio costituzionale della presunzione di non colpevolezza.

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Cronache

Pordenone, il Tar salva la cornacchia: sospeso l’ordine di abbattimento

Il Tar del Friuli Venezia Giulia ha sospeso le due ordinanze del sindaco di Pordenone che autorizzavano l’abbattimento di una cornacchia ritenuta responsabile di comportamenti aggressivi. Accolto il ricorso della Lav, che chiede soluzioni alternative e non cruente.

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La cornacchia di Pordenone non potrà essere abbattuta. Il Tar del Friuli Venezia Giulia ha sospeso con effetto immediato le due ordinanze firmate dal sindaco Alessandro Basso per autorizzare l’uccisione dell’animale, ritenuto responsabile di ripetuti comportamenti aggressivi nei confronti dei passanti.

Il provvedimento è stato adottato dopo il ricorso presentato dalla Lav, che aveva contestato la scelta del Comune sostenendo la possibilità di utilizzare sistemi alternativi e non cruenti.

Gli attacchi ai passanti

La vicenda riguarda una cornacchia presente nell’area di via Damiani, dove nelle ultime settimane erano stati segnalati diversi episodi di aggressività.

Secondo le ricostruzioni, l’animale avrebbe compiuto voli ravvicinati e colpito alcuni passanti. Il comportamento sarebbe collegato alla presenza di un nido e alla necessità di proteggere i piccoli durante la fase della riproduzione.

Dopo le segnalazioni e alcuni tentativi di monitoraggio e cattura, il sindaco aveva emanato una prima ordinanza che autorizzava l’abbattimento per ragioni di sicurezza pubblica.

Le due ordinanze del Comune

Il primo provvedimento era stato contestato dalle associazioni animaliste, secondo le quali l’uccisione non rappresentava una soluzione proporzionata.

Nel frattempo, dopo il mancato esito dei tentativi di cattura, il Comune aveva firmato una seconda ordinanza dai contenuti sostanzialmente analoghi.

Entrambi i provvedimenti sono stati impugnati davanti al Tribunale amministrativo regionale, con la richiesta urgente di bloccare qualsiasi intervento che potesse provocare la morte dell’animale.

La decisione del Tar

Il Tar ha ritenuto necessario sospendere immediatamente la parte delle ordinanze che autorizzava l’abbattimento.

L’uccisione della cornacchia avrebbe infatti determinato un danno irreversibile prima ancora che il giudice potesse esaminare nel merito la legittimità dei provvedimenti comunali.

La sospensione non impedisce però all’Amministrazione di adottare altre misure per ridurre il rischio e proteggere i cittadini, a condizione che non comportino la soppressione dell’animale.

La posizione della Lav

La Lav ha accolto favorevolmente la decisione e ha ribadito la propria contrarietà all’abbattimento.

«La condanna a morte degli animali è sempre inaccettabile, tanto più quando si tratta di comportamenti di difesa della prole», ha dichiarato Massimo Vitturi, responsabile dell’area Animali selvatici dell’associazione.

Secondo la Lav, l’aggressività della cornacchia sarebbe limitata alla fase di protezione del nido e destinata quindi a ridursi con la crescita e l’allontanamento dei piccoli.

La richiesta di soluzioni alternative

L’associazione animalista ha chiesto al Comune di aprire un confronto per individuare sistemi capaci di garantire contemporaneamente la sicurezza delle persone e la tutela della fauna selvatica.

Tra le possibili misure vi sono la delimitazione temporanea dell’area, l’installazione di cartelli informativi, l’utilizzo di percorsi alternativi e l’intervento di personale specializzato nella gestione degli animali selvatici.

La decisione del Tar riporta così la vicenda sul terreno della convivenza tra cittadini e fauna urbana, escludendo per il momento la soluzione più drastica e lasciando aperta la ricerca di interventi meno invasivi.

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Cronache

Gatto Leone, dopo due anni e mezzo ancora nessun colpevole: AIDAA incarica un criminologo

A due anni e mezzo dalla morte del gatto Leone, trovato scuoiato vivo ad Angri, non sono ancora stati individuati i responsabili. Le sue ceneri sono tornate al canile di Cava de’ Tirreni e AIDAA annuncia il coinvolgimento di un criminologo.

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Due anni e mezzo dopo, il nome di Leone continua a chiedere giustizia. Il gatto trovato ad Angri in condizioni disperate, con gravissime lesioni su gran parte del corpo, morì dopo alcuni giorni nonostante le cure dei volontari e dei veterinari del canile municipale di Cava de’ Tirreni. La sua storia commosse l’Italia, ma chi gli inflisse quelle torture non è stato ancora individuato.

Nei giorni scorsi, dopo il dissequestro della salma e la cremazione, le ceneri del felino sono tornate nella struttura che lo aveva accolto e assistito durante gli ultimi giorni di vita.

Le ceneri tornano al canile

Il corpo di Leone era rimasto a disposizione dell’autorità giudiziaria per le esigenze investigative legate alla ricostruzione dell’accaduto.

Dopo il dissequestro è stato possibile procedere alla cremazione e riportare l’urna al canile municipale di Cava de’ Tirreni, dove i volontari avevano tentato fino all’ultimo di salvarlo.

Il ritorno delle ceneri chiude il lungo percorso materiale della sua vicenda, ma lascia ancora aperta la domanda principale: chi ha torturato Leone?

Il caso che commosse l’Italia

Il gatto era stato ritrovato per strada ad Angri nel dicembre 2023 e trasportato in condizioni gravissime nella struttura veterinaria.

Nonostante le cure, morì dopo quattro giorni di agonia. Le immagini e il racconto delle sue condizioni provocarono una vasta mobilitazione.

Ad Angri si svolsero fiaccolate e manifestazioni con migliaia di partecipanti, mentre il caso arrivò anche all’attenzione del Parlamento. Associazioni e cittadini chiesero che venissero individuati e puniti i responsabili.

Nessuna traccia degli autori

A distanza di due anni e mezzo, tuttavia, non risultano persone identificate come responsabili delle sevizie.

Le indagini non hanno finora condotto a una ricostruzione definitiva dell’accaduto né all’individuazione dell’autore o degli autori.

Proprio per evitare che la vicenda finisca nel dimenticatoio, l’Associazione italiana difesa animali e ambiente ha deciso di rilanciare una campagna per raccogliere nuove informazioni.

AIDAA annuncia un criminologo

Il presidente di AIDAA, Lorenzo Croce, ha annunciato la produzione di alcuni video con i quali l’associazione ha chiesto ai cittadini di fornire elementi utili a individuare una pista credibile.

Secondo Croce, in pochi giorni sarebbero arrivate numerose segnalazioni. L’associazione ha quindi deciso di incaricare un criminologo, il cui nome dovrebbe essere comunicato successivamente.

Il professionista dovrebbe contribuire a delineare un possibile profilo dell’autore o degli autori, partendo dalle informazioni raccolte e dalle modalità delle violenze inflitte al gatto.

Segnalazioni da verificare

Le segnalazioni ricevute dall’associazione dovranno essere attentamente verificate prima di poter assumere un valore concreto.

Al momento non è stata annunciata alcuna svolta ufficiale nelle indagini, né risultano persone sottoposte ad accertamenti in relazione alla morte di Leone.

L’eventuale riapertura o sviluppo dell’attività investigativa spetterebbe comunque agli organi competenti, sulla base di elementi ritenuti attendibili e rilevanti.

Una ferita ancora aperta

La vicenda di Leone resta uno dei casi più drammatici di violenza contro gli animali avvenuti negli ultimi anni in Italia.

Il ritorno delle sue ceneri al canile riporta l’attenzione su una storia che provocò dolore, indignazione e una mobilitazione collettiva senza precedenti.

Finché non sarà accertato chi abbia compiuto quelle sevizie, il caso Leone resterà una ferita aperta per Angri e per quanti chiedono una tutela più efficace degli animali.

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