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Cronache

Aveva già tentato di uccidere il giovane arrestato per aver ucciso il padre con una coltellata alla gola, condannato non era mai entrato in carcere

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Un anno fa Ciro Florio ha rischiato di morire: venne aggredito e accoltellato alla gola da Alfredo Cardone, il giovane che una settimana fa ha ucciso suo padre con una coltellata alla gola. Venne condannato Cardone, a 2 anni e 4 mesi di carcere ed ebbe il divieto di avvicinarsi a Florio. Ma non ha mai scontato un giorno di carcere. Questa è la rabbia di Ciro, giovane tatuatore napoletano: “Se fosse stato in carcere forse suo padre non sarebbe morto”. Il  racconto di quella notte è allucinante. Ma prima dell’aggressione c’era stato un altro episodio: Cardone, conoscente e cliente di Florio si confida con lui “Mi disse che il lavoro in pizzeria non gli piaceva ed io gli consigliai di stare attento perchè lui era un bravo ragazzo e non doveva rischiare di perdersi ma quello si voltò e mi disse io ti uccido, io gli risposi – racconta Ciro – ma stai scherzando? ‘No, no, faccio sul serio’, disse lui. Da quel momento per fortuna non lo vidi più, cercavo di evitare anche di incontrarlo. Una notte tornai nel mio centro per i tatuaggi dopo aver accompagnato la fidanzata di allora a casa: avevo organizzato di andare a pescare con gli amici. Sentii bussare alla porta, era Cardone. Gli chiesi che cosa ci facesse mi disse che aveva rotto il motorino e aveva visto la luce accesa. Ci credetti ma quando tornò sull’argomento del suo lavoro io gli dissi che non mi interessava e che lo avrei accompagnato. Ebbene mentre scendevo per le scale mi aggredì alle spalle con il coltello alla gola, mi divincolai ma quello tornava a colpire. Riuscii ad entrare in macchina ma lui col coltello mi bucò le ruote allora corsi via, perdevo molto sangue: arrivai al pronto soccorso dell’ospedale più vicino ma era chiuso, ritornai in macchina coperto di sangue e infilai corso Umberto in senso contrario, finalmente incontrai una pattuglia della Polizia e chiesi aiuto. Avevo perso molto sangue, ero stato colpito vicino alla giugulare, mi fecero stendere per terra in attesa dell’ambulanza. Sono vivo per miracolo, pochi millimetri”.

Ciro fa parte del comitato delle vittime che si battono contro chi ha avuto condanne irrisorie per crimini gravi. Un comitato nato per iniziativa di Francesco Borrelli, consigliere regionale dei Verdi e di Gianni Simioli, popolare conduttore radiofonico. “Le pene devono essere commisurate e soprattutto devono essere scontate, spesso i criminali che restano in libertà reiterano gli stessi reati”, dicono i promotori che hanno presentato l’iniziativa al bar Gambrinus. “Un caso esemplare – spiegano Borrelli e  Simioli – è quello di Ciro Florio, aggredito a coltellate meno di un anno fa dal giovane che ha poi ucciso il padre a Poggioreale all’interno del supermarket di famiglia dopo un litigio per futili motivi. Il comitato nasce con il fine di fare fronte comune per chiedere una revisione della normativa attuale che sembra concedere delle garanzie eccessive rispetto alla gravità dei fatti commessi”.

 

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Cronache

Fuorigrotta, pistola con matricola abrasa in auto: tre arresti nella notte

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 Tre uomini di 35, 34 e 20 anni sono stati arrestati dai Carabinieri del Nucleo operativo di Napoli Bagnoli nel corso di un controllo notturno a Fuorigrotta. I fatti sono avvenuti intorno alle 2 in viale J.F. Kennedy, dove i militari hanno fermato un’auto a noleggio con a bordo i tre soggetti, tutti già noti alle forze dell’ordine.

L’arma pronta a sparare

Durante la perquisizione del veicolo, i carabinieri hanno rinvenuto una pistola Beretta FS calibro 9×19 Parabellum, con matricola abrasa, nascosta dietro i sedili anteriori. L’arma era pronta all’uso, con colpo in canna e 14 cartucce nel caricatore.

Coltelli, contanti e gioielli

Oltre alla pistola, sono stati sequestrati:

  • un coltellino e due taglierini;
  • una bustina di marijuana;
  • gioielli dei quali i fermati non hanno saputo fornire spiegazioni;
  • quasi 3mila euro in contanti.

Arresto e accertamenti

I tre sono stati condotti in carcere con l’accusa di detenzione di arma clandestina. La pistola sequestrata sarà ora sottoposta a accertamenti dattiloscopici e balistici per verificare un eventuale impiego in precedenti fatti di sangue.

Come previsto dall’ordinamento, vale la presunzione di innocenza fino a eventuale sentenza definitiva.

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Cronache

Matteo Giunta dopo lo sfogo sui social: “Ero esasperato, rifarei tutto. Mandare bambini malati all’asilo è una mancanza di rispetto”

Dopo il post virale contro i genitori che mandano figli malati all’asilo, Matteo Giunta spiega le ragioni dello sfogo: la figlia ricoverata due volte e un problema diffuso che riguarda famiglie e scuole.

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«Quando ho postato quella frase ero esasperato. Mia figlia è stata ricoverata due volte in una settimana». Così Matteo Giunta (foto Imagoeconomica) torna sullo sfogo pubblicato su Instagram, diventato virale, contro i genitori che mandano i figli malati all’asilo. Un post duro, scritto d’istinto, che aveva scatenato un acceso dibattito sui social.

Giunta, allenatore e marito di Federica Pellegrini, è padre della piccola Matilde, due anni appena compiuti. In casa, racconta, si stanno vivendo giorni difficili.

La figlia ricoverata e la gravidanza di Pellegrini

La campionessa olimpica, al settimo mese di gravidanza, ha annullato tutti gli impegni lavorativi. «Settimana difficile, molto», ha scritto Pellegrini sui social. Da giorni è accanto alla figlia, ricoverata per complicazioni respiratorie dopo un nuovo episodio di convulsioni febbrili.

«A dicembre aveva già avuto le convulsioni, con conseguente ricovero. Ogni volta è uno strazio», spiega Giunta. «I pediatri possono dirti che è una condizione frequente nei bambini, ma viverlo è un’altra cosa».

Il messaggio e il sostegno delle insegnanti

Dopo il post, Giunta racconta di aver ricevuto numerosi messaggi, soprattutto da educatrici e insegnanti. «Non per criticarmi, ma per ringraziarmi. Perché questo è un problema che conoscono benissimo: bambini lasciati a scuola anche con febbre o sintomi evidenti, senza controlli medici».

Secondo Giunta, il prezzo di queste scelte ricade su tutti: altri bambini, famiglie e personale scolastico. «Le maestre sono allo stremo», riferisce, citando messaggi ricevuti anche dalle educatrici del nido frequentato dalla figlia.

Il passo indietro sulle parole, non sul contenuto

Giunta ammette che oggi userebbe un linguaggio diverso, ma non rinnega il senso del messaggio. «Forse eviterei l’insulto, ma in quel momento ero un padre arrabbiato, con la figlia in ospedale. Ho reagito d’istinto. Non sono un robot».

Riconosce le difficoltà di molte famiglie che non possono assentarsi dal lavoro, ma invita a una riflessione collettiva: «Quelle stesse famiglie dovrebbero pensare che ci sono altri genitori nella stessa situazione. Viviamo in una comunità e dovremmo comportarci di conseguenza. Invece spesso prevale l’egoismo».

Dopo il Covid, una lezione mancata

Nel suo ragionamento, Giunta allarga il campo. «Dopo la pandemia sembrava che avessimo imparato qualcosa. Oggi siamo all’estremo opposto: bambini con febbre, tosse e raffreddore mandati a scuola come niente fosse».

Sottolinea come in molti asili non sia più richiesto il certificato medico per il rientro e come, in alcuni casi, un bambino con meno di 38 gradi di febbre resti comunque in classe. «Il rischio di contagio lo pagano tutti: insegnanti, famiglie, nonni, persone fragili».

Una questione di rispetto e di politiche pubbliche

Per Giunta non è solo una questione sanitaria, ma di rispetto. «Tenere a casa un figlio malato è un gesto d’amore e di buonsenso. Chi ha bambini fragili sa che basta poco per finire in ospedale».

Lo sfogo, ribadisce, non voleva essere una crociata. «A volte uno sfogo serve più di un comunicato ufficiale. Il linguaggio ha fatto rumore? Bene. A volte è l’unico modo per farsi ascoltare».

La proposta: un tavolo nazionale

«Forse non cambierà nulla», conclude, «ma almeno se n’è parlato». L’auspicio è che il tema venga affrontato anche a livello politico, aprendo un confronto nazionale su come sostenere davvero i genitori che non possono assentarsi dal lavoro.

Il nodo resta trovare un equilibrio tra esigenze familiari e lavorative. «Ci sono fragilità che non si vedono», dice Giunta. «E per colpa di pochi, non possiamo continuare a mettere a rischio la salute di tanti».

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Cronache

Omicidio Coppola a Napoli Est, confessa l’esecutore: “Uccisi per 20mila euro”

Mario De Simone, detenuto per l’omicidio dell’ingegnere Coppola, confessa davanti alla Corte di Assise di Napoli: “Accettai di uccidere per denaro”. Il movente sarebbe legato a una compravendita immobiliare.

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Dopo due anni di silenzio, Mario De Simone, oggi 65enne, detenuto per l’omicidio dell’ingegnere Coppola, ha ammesso le proprie responsabilità. In un manoscritto inviato ai giudici della Corte di Assise di Napoli, presieduta da Giovanna Napoletano, l’uomo ha scritto: «Sono stato io. Ho accettato di compiere un omicidio in cambio di soldi. L’ho fatto per 20mila euro, denaro che non mi è arrivato perché poi sono stato arrestato».

L’ingegnere Coppola fu ucciso l’11 marzo 2023 nel parcheggio di un supermercato a San Giovanni a Teduccio, nella zona orientale di Napoli.

Il processo e le ammissioni del presunto mandante

Il processo in corso ha registrato passaggi inediti. Nei mesi scorsi anche il presunto mandante, Gennaro Petrucci, 72 anni, detenuto, ha reso dichiarazioni ammettendo le accuse: «Ho assoldato un uomo per colpire l’ingegnere Coppola perché si era messo di traverso in una compravendita immobiliare».

Secondo questa versione, il movente sarebbe di natura economica e privata. Coppola stava cercando di acquistare una villa con piscina nella quale Petrucci viveva con la moglie Silvana Fucito, non indagata. La vicenda ha un risvolto amaro: oltre vent’anni fa Fucito era stata indicata come paladina anticamorra per aver denunciato i clan dopo l’incendio del proprio negozio.

Le prove: telecamere, auto rubata e intercettazioni

Nel corso dell’istruttoria, le telecamere di videosorveglianza hanno consentito di identificare De Simone anche per il suo modo di camminare claudicante, oltre a ricostruire il furto della Panda utilizzata per raggiungere il luogo del delitto e la successiva fuga.

Decisive anche le intercettazioni in cella: in più occasioni l’imputato avrebbe fatto riferimento, seppur con un linguaggio allusivo, al denaro da riscuotere dal presunto mandante. Una linea difensiva che non ha retto, fino alla confessione messa nero su bianco.

Il contesto e il passato della vittima

Il colpo mortale, secondo gli atti, fu esploso alla nuca. Da allora, il tentativo di occultare movente e responsabilità. Nel processo è emerso anche il passato giudiziario della vittima: Coppola, imprenditore, era stato coinvolto anni prima in un’indagine della Direzione Distrettuale Antimafia per presunti contatti con la camorra; aveva collaborato per un periodo ed era poi tornato in libertà.

Rientrato a vivere e lavorare nel quartiere, avrebbe incontrato la morte al culmine di una controversia tra privati legata a un’operazione immobiliare considerata “l’affare dell’anno”: l’acquisizione della villa della famiglia Fucito-Petrucci, un tempo protetta anche da misure di sicurezza statali.

Il giudizio atteso

Le confessioni dell’esecutore materiale e del presunto mandante segnano una svolta nel processo per il delitto di Napoli Est. Resta ora alla Corte di Assise il compito di valutare le responsabilità penali alla luce degli atti, delle prove raccolte e delle dichiarazioni rese, nel rispetto del principio di presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva.

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