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Politica

Autonomia, il premier Conte: si farà quando ci saranno tutte le condizioni previste dalla Costituzione. E Zaia si innervosisce e lo offende

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“Nei prossimi giorni sarò prima a Foggia in Puglia e poi a Campobasso o Isernia per sottoscrivere due contratti istituzionali di sviluppo. Poi andrò in Basilicata e Calabria. Io sto lavorando e non vivacchiando: potete stare tranquilli” dice il presidente del Consiglio Giuseppe Conte in conferenza stampa a Palazzo Chigi, sottolineando di star lavorando al progetto sull’Autonomia e ad “un’ampia riforma fiscale, che non è solo un problema di aliquote – dice – ma molto più complesso”.

“Il disegno dell’Autonomia differenziata si sta realizzando con le garanzie che ho sempre richiesto, di realizzare un progetto previsto dalla Costituzione ma senza che questo possa recare danno ad altre Regioni. Non vogliamo un’Italia frammentata nelle opportunità” spiega Conte. “Il modello della scuola è fondamentale, non puo’ essere frammentato” perché su questo modello “si radica la formazione dei bambini, la nostra identita’. E’ chiaro che non possiamo pensare che l’autonomia significhi frammentare questo modello” argomenta il premier. “Sara’ anche per inclinazione caratteriale ma sono assolutamente concentrato sul lavoro. Oggi ho fatto compiere al governo un passo avanti notevole sull’Autonomia. C’e’ addirittura la prospettiva di portarla al prossimo Consiglio dei ministri” risponde il presidente  a chi gli domanda della possibilità di una crisi di governo. Chi sembra essersi innervosito degli approfondimenti pretesi dal premier è Luca Zaia, presidente del Veneto.”Resto basito davanti all’ennesimo rinvio. Pensavo che il Presidente del Consiglio fosse così autorevole da chiudere la partita, ma non ho ancora ben capito se l’autorevolezza serva a chiudere o invece a prolungare indefinitamente l’approvazione dell’intesa sull’Autonomia differenziata”.

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Politica

I tormenti del Pd napoletano sospeso tra Mancuso e supercazzole mentre De Luca prepara le sue liste

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La nuova federazione napoletana del Pd batte un primo flebile, deboluccio colpo. Fa sentire la sua vocina tremula al presidente della Giunta Regionale Vincenzo De Luca. Il neo segretario napoletano del Pd, Marco Sarracino, dice che “le correnti, a cui tutti apparteniamo (lui è della corrente di Andrea Orlando, ndr), anziché animare il dibattito politico hanno costruito le carriere dei singoli. E ci hanno portato al disastro. Ora basta”. Come dichiarazione di principio non c’è male. Non aggiunge ma neanche toglie alcunché a quel che già si sa, però sono frasi belle per scaldare i cuori della sinistra napoletana in assemblea. Il Pd partenopeo vota gli organismi dirigenti all’unanimità.
E come cambia passo? Come apre finalmente alla società civile, a quei corpi intermedi, all’associazionismo presuntivamente deluso dall’esperienza de Magistris? Diventa presidente per acclamazione l’ex procuratore di Nola Paolo Mancuso. È questa la prima grande novità della politica espressa dai democrat napoletani. La bella Napoli, l’amico dei Gasparri, diventa ufficialmente Democrat. Farà pure la tessera. Anzi avrà la tessera numero 1 del Pd di Napoli. Scelto non a caso. Eh sì, perchè ora che i napoletani sanno che Paolo Mancuso è il presidente del Pd di Napoli faranno la corsa a tesserarsi. Un Pd napoletano che mentre alcuni si ostinano a discutere di evitare correnti e logiche di clan altri lavorano per costruirne di nuove. Ah, la cosa divertente che il Pd napoletano fa in questi giorni è fingere di non  capire che fine farà il cosiddetto governatore della Campania Vincenzo De Luca e soprattutto quel pezzo di Pd (la maggior parte) che lo sta seguendo nella avventura delle prossime elezioni regionali. Perché mentre Marco Sarracino, Teresa Armato, Armida Filippelli ed altri neo capi del Pd in Campania discutono di strategie politiche, sinestesie apoplettiche, parallassi, minolli, supercazzole varie e delle magnifiche sorti e progressive della sinistra napoletana che sente di rinascere sulle ceneri delle presunte debolezze dell’offerta politica demagistrisiana, il buon Vincenzo De Luca sta costruendo (anche dentro il Pd che filosofeggia tra un brunch e un drink nei palazzi della borghesia fulminata napoletana) le liste per le prossime regionali.
Infatti mentre Sarracino arringava il popolo e i dirigenti Dem napoletani sul correntismo il buon Vincenzo De Luca faceva la rockstar alla festa per i trenta anni di attività di Atitech.Un mega party nell’hangar numero 15 di Capodichino organizzato da Gianni Lettieri. I nuovi dirigenti dem forse non lo sanno che il noto imprenditore napoletano già candidato sindaco per il centro destra nel 2011 e 2016 (entrambe le volte sconfitto da Luigi de Magistris) è un grande amico di De Luca. A inizio di questo anno è stato condannato in primo grado a Milano in un processo per la Bancarotta Novaceta a 4 anni e 4 mesi.
Il presidente Gianni Lettieri ha accolto i suoi 540 invitati in un hangar dove si fa manutenzione. Oltre a Vincenzo De Luca, c’erano  l’ex sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta (il braccio destro di Silvio Berlusconi), il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia (amico di De Luca), un po’ di industriali che contano in Campania come Vito Grassi, Andrea Prete,  Giuseppe Bruno (questi ultimi tre vertici delle unioni industriali di Napoli, Avellino e Salerno). Quello che emerge dalla festa è l’ennesimo tassello di un mosaico che va al suo posto nella formazione di liste che De Luca metterà in campo per ripresentarsi al cospetto degli elettori campani che l’hanno già votato e mandato a fare il presidente della giunta regionale della Campania. De Luca sta preparando le sue liste. Poi, se il Pd vorrà aggiungersi bene. Se invece vorrà fare altro, saluti e baci. Ognuno per i fatti suoi. Così De Luca ha sempre usato trattare il suo partito.

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Economia

Manovra 2020: stangata Imu su ‘finte’ prime case, tassa su giochi, niente tasse su plastica e zucchero

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Niente doppie prime case. Mentre il governo, chiusa l’intesa politica, cerca la quadra sulle coperture, la maggioranza si porta avanti con il lavoro parlamentare e i relatori alla manovra presentano un pacchetto di emendamenti tra i quali spunta la stretta contro le ‘finte prime case’, in particolare nei luoghi di vacanza. Certo, la norma è pensata per evitare “discriminazioni” tra le famiglie e non per fare cassa, ma certo potrà aumentare gli incassi Imu: non sarà più possibile, infatti, all’interno dello stesso nucleo familiare, indicare più di una abitazione come “principale” e di conseguenza esente dall’imposta sugli immobili, nemmeno se la casa si trova fuori dal territorio comunale di residenza della famiglia. La stretta punta proprio contro lo “spostamento fittizio della residenza di uno dei due coniugi”, che si verifica “sulle case turistiche”. Le risorse per fare slittare di sei mesi la sugar tax e per spostare a luglio la plastic tax arriveranno in gran parte da una ulteriore rimodulazione della cosiddetta ‘tassa sulla fortuna’, cioe’ l’imposta da pagare sulle vincite, che dovrebbe fruttare all’incirca altri 300 milioni, che porterebbero a oltre un miliardo il contributo alla manovra del comparto dei giochi. Per avere la stesura definitiva bisognera’ aspettare lunedi’, quando sara’ depositato un secondo pacchetto di modifiche dei relatori e forse anche il governo avanzera’ delle sue proposte. Ma al momento l’ipotesi piu’ quotata e’ quella di alzare ancora, dal 15% al 20% l’imposta sulle vincite. Non solo, mentre per Gratta e Vinci, Superenalotto, lotterie nazionali e WinForLife la soglia della vincita su cui scatta l’imposta restera’ a 500 euro, per le newslot il prelievo scattera’ dai 200 euro in su. La copertura delle novita’ sulle microtasse non e’ l’unica grana che il governo deve ancora risolvere: altre risorse verranno infatti a mancare perche’ cambia la nuova ‘Robin tax’ sui concessionari pubblici. La norma gia’ presentata dal governo in Senato prevede infatti che si applichi l’addizionale Ires del 3% sui concessionari di porti, aeroporti, ferrovie, Tlc, acque minerali ed energia elettrica. Ma, davanti al rischio di un impatto sui consumi, e in particolare sulle bollette, l’esecutivo ha fatto marcia indietro prima ancora di portare l’emendamento al voto e ha deciso di imporre l’aumento per 3 anni dell’imposta solo sul settore dei trasporti. Dalla Robin tax pero’ il governo contava di incassare 647 milioni il prossimo anno (circa 300 milioni in piu’ della norma sugli ammortamenti dei concessionari autostradali che doveva sostituire).

Matteo Renzi chiude la Leopolda. Appello a Fi e competizione con il Pd

I capitoli in cerca di copertura, tra l’altro, restano numerosi: si va dalla proroga della cedolare secca per i negozi a quella del bonus verde, lo sconto del 36% per sistemare terrazzi e giardini. La conferma di Ferrobonus e Marebonus arrivano invece con il pacchetto dei relatori, che contiene una trentina di modifiche. Si va da alcuni ritocchi alle norme sulla riscossione degli enti locali, che avranno gli stessi poteri dell’agente della riscossione nazionale alla previsione di una serie di assunzioni nei ministeri, nelle capitanerie di porto e nell’avvocatura. Altre assunzioni arriveranno alla Giustizia, per potenziare, tra l’altro, le comunita’ che accolgono i minori per scontare le pene fuori dal carcere. Novita’ anche per la sanita’: per fare fronte alla carenza di organico arriveranno sia la proroga delle misure per la stabilizzazione dei precari sia lo scorrimento delle graduatorie per poter attingere anche tra gli idonei per coprire i buchi tra i medici, i tecnici e gli infermieri.

Il giorno dopo la difficile intesa sulla manovra, la maggioranza si risveglia tutt’altro che compatta. Matteo Renzi rivendica la vittoria nella “battaglia delle tasse” e lancia la sfida a gennaio sulla crescita. Ma il premier Giuseppe Conte e Nicola Zingaretti lo stoppano: “Abbiamo vinto tutti”, dice il primo, “ha vinto l’Italia”, avverte il secondo. Un botta e risposta che la dice lunga sul clima nella maggioranza alla vigilia di due settimane nelle quali, oltre al voto sulla manovra, gli alleati di governo saranno chiamati a decidere, mercoledi’, sul Mes e a disinnescare lo scontro sulla prescrizione prima dell’entrata in vigore, il primo gennaio, sulla riforma. Da lunedi’ in commissione al Senato si votera’ a tappe forzate la manovra con l’obiettivo di arrivare giovedi’ in Aula. La blindatura del testo alla Camera scongiurera’ di riaprire le tensioni, chiuse dopo il vertice fiume di ieri. Di primo mattino il leader Iv alza il dito: “Abbiamo vinto la battaglia delle tasse. Ora tutti insieme concentriamoci sulla crescita. Finira’ come sulle tasse: prima ci criticano, poi ci ignorano, poi ci daranno ragione”. Un’esultanza che gli alleati non fanno passare. “Non c’era nessun premio in palio, non so cosa abbia vinto, abbiamo vinto tutti. Iv ha sicuramente dato un contributo, come tutte le altre forze politiche ma non tutte le sue richieste sono state accolte”, puntualizza Conte. Che si dice non interessato al fatto se Iv o qualche altro partito di governo pensi alle elezioni.

Oggi però, dopo settimane di gelo, ai Dialoghi Mediterranei sembra esserci stato, almeno nei comportamenti, un riavvicinamento tra il premier e il capo M5s Luigi Di Maio: i due si sono salutati e piu’ volte avvicinati per parlarsi. Gia’ mercoledi’ la maggioranza è di nuovo chiamata ad una prova di compattezza: con le comunicazioni, alla Camera e al Senato, del premier Giuseppe Conte sul Mes, i partiti al governo dovrebbero presentarsi uniti davanti alle opposizioni che annunciano battaglia. Oggi la Lega, con banchetti nelle varie citta’, ha raccolto centinaia di migliaia di firme contro il trattato sul fondo Salva-Stati. “Vogliamo fare di tutto per bloccare questo trattato, che arriva mercoledi’ in Aula, perche’ e’ un rischio per il Paese”, spiega Matteo Salvini che alla battaglia sul Mes subordina la decisione della Lega di fare un ricorso alla Consulta contro la compressione della legge dibilancio ad una sola lettura per Camera.

Per l’ok al Mes gli occhi saranno puntati su M5S: Luigi Di Maio, dopo gli attacchi della scorsa settimana, ha abbassato i toni, complice il rinvio a marzo deciso dall’Eurogruppo, ma tra i parlamentari il via libera e’ tutt’altro che scontato. L’altro nodo che la maggioranza deve chiudere prima di Natale e’ quello sulla prescrizione. Oggi il ministro Alfonso Bonafede chiude sulla prescrizione processuale, che lega la prescrizione alla durata dei gradi di giudizio, sbarrando la strada ad una delle due ipotesi che il Pd ha messo sul piatto per dare il via libera all’entrata in vigore dal primo gennaio della riforma. Ma, spiegano fonti Pd, in realta’ piu’ che alla prescrizione processuale i dem lavorano ad ottenere una sospensione della prescrizione per 2-3 anni dopo il primo grado. Un vertice non e’ ancora stato fissato ma e’ possibile che si tenga nei primi giorni della prossima settimana, prima che Conte, chiamato dal Pd a mediare, voli a Bruxelles. “Stiamo lavorando su una base tecnica – spiega il premier – una volta trovate le soluzioni tecniche, e siamo vicini, faremo certamente un vertice politico”.

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Politica

M5S, i capicommissione smentiscono “le chiacchiere di giornali”: nessun documento contro Di Maio

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“La Capicommissione è un organo fondamentale, dove si decidono in maniera condivisa tutte le decisioni che riguardano il M5S a Montecitorio. Ne consegue la necessità di un confronto periodico perchè ognuno deve essere un pezzo di un ingranaggio collegiale. Nello specifico, a differenza di quanto riportato da alcuni organi di stampa, nessun documento è stato redatto circa l’operato di Luigi Di Maio”. È scritto in una nota, firmata dal capogruppo vicario M5S alla Camera, Francesco Silvestri e da tutti i 14 capicommissione del Movimento a Montecitorio. “Capiamo che, per uscire tutti i giorni, i quotidiani abbiano continuamente bisogno di nuove storie. Capiamo meno quando, pur di riempire le pagine, le inventino. E’ facile intuire che descrivere un Movimento spaccato al suo interno, possa fare comodo a tanti, ma non è così. E lo dimostriamo in aula quando portiamo a casa, grazie alla nostra compattezza riforme importanti per il Paese o come è accaduto anche ieri, con l’importante stanziamemto del Governo per adeguare gli stipendi dei Vigili del fuoco a quelli delle forze di polizia. Stanziamento per il quale tutto il MoVimento si è battuto e per il quale esprimiamo grande soddisfazione”, spiegano i capicommissione.

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