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Asse Fi-Lega, la riforma della giustizia di Cartabia rischia per veti incrociati

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Un inaspettato asse tra Fi e Lega, paladini del governo Draghi, e i gruppi di opposizione, ha rischiato di mandare in tilt la riforma Cartabia del processo penale prima ancora che si chiuda la delicata mediazione di Mario Draghi. Scampato il pericolo con un voto al cardiopalma in Commissione, rimane l’incognita sia sulla trattativa tra Giuseppe Conte e il governo, sia sui tempi di esame, visto che venerdi’ il provvedimento dovrebbe arrivare in Aula, anche se in Commissione non e’ stato votato nemmeno uno dei 400 emendamenti rimasti. Sta di fatto che agli avvertimenti ed ai veti dei 5 stelle si e’ aggiunta la mano pesante di Matteo Salvini che, dicendo si’ all’emendamento di Fi, ha posto un altro importamnte paletto agli spazi di manovra di Palazzo Chigi. In mattinata, dopo che il presidente della Camera Fico aveva affermato come gli emendamenti di Forza Italia sull’abuso di ufficio fossero inammissibili per estraneita’ di materia, il capogruppo “azzurro” Pierantonio Zanettin aveva avanzato la proposta formale di ampliare il perimetro del ddl di riforma del processo penale ad altri temi. Ma oltre all’abuso di ufficio ha inserito anche una nuova definizione del pubblico ufficiale, anch’essa presente nel codice penale e non nella procedura. Secondo diversi parlamentari del centrosinistra la richiesta nasconderebbe l’intento di incidere sul processo Ruby ter, in cui l’accusa e’ quella di corruzione di testimone, che e’ un pubblico ufficiale. Oggi “sono pubblici ufficiali coloro i quali esercitano una pubblica funzione legislativa, giudiziaria o amministrativa” (articolo 357 del codice penale). L’emendamento di Fi stabiliva che “sono pubblici ufficiali coloro i quali esercitano specifici poteri conferiti dalla legge esplicando una funzione legislativa, giudiziaria o amministrativa”, formulazione che escluderebbe il testimone dai pubblici ufficiali. Dopo la richiesta anche Andrea Colletti di L’Alternativa c’e’ (gli ex M5s contrari a Draghi) ha chiesto, in chiave ostruzionistica, di allargare il perimetro della riforma a tutto il codice penale. Al momento del voto delle due proposte a Lega e Fi si e’ unito Fdi, L’Alternativa c’e’, ma non Coraggio Italia, come hanno sottolineato Martina Parisse e il capogruppo Marco Marin. Coraggio Italia e’ stato dunque determinante per “salvare” in questa circostanza la riforma del governo. Anche Enrico Costa, di azione, che nel merito era d’accordo sul solo abuso di ufficio, ha votato contro per evitare di “affossare la riforma”. Sta di fatto che una delle votazioni e’ finita 23 a 21 e la seconda 25 a 19. Contro si sono schierati M5s, Pd, Leu, Iv, Azione. “E’ stato bloccato il tentativo di affossare la riforma” ha detto Anna Rossomando del Pd, mentre da Fi Antonio Tajani e Roberto Occhiuto hanno attaccato “l’asse giustizialista Pd-M5s”. Dentro Forza Italia c’e’ stato poi lo strappo di Giusi Bartolozzi. La deputata-magistrata aveva espresso l’intenzione di votare in dissenso dal gruppo, per non far slittare la riforma a settembre. Il capogruppo Occhiuto l’ha rimossa dalla commisisone giustizia e nominata capogruppo in Commisisone Affari costituzionali, senza nemmeno avisarla. Di qui la sua decisione di abbandonare Fi e passare al Misto. Rimane la nebbia fitta sull’altro versante, quello della richiesta di M5s di modificare la riforma. Giuseppe Conte, incontrando i deputati, ha affermato che per il Movimento “sarebbe difficile” votare la fiducia senza modifiche a cui il governo lavora, come dimostra il nuovo incontro tra la Guardasigilli Cartabia e Draghi. L’ex premier ha anche evocato il voto della base come strumento di ulteriore pressione sull’esecutivo. Intanto, si lavorerebbe a uno “statuto” particolare per i reati di mafia e terrorismo, che gia’ oggi ne hanno uno. Si osserva a via Arenula che una serie di reati di mafia sono gia’ non prescrittibili, mentre per altri gli imputati il piu’ delle volte sono gia’ detenuti e per essi i processi hannno un canale differenziato. Insomma l’impatto sarebbe limitato e rientrerebbe nelle modifiche tecniche ammesse da Draghi e Cartabia. Ma sul piano politico sarebbe un successo per Conte che riuscirebbe a tenere insieme M5s. Su tutto incombe l’incognita tempi, visto che il testo e’ calendarizzato in Aula il 30 e solo il 28 si comincera’ a votare i 400 emendamenti segnalati dai gruppi.

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Meloni e Giorgetti a Napoli “non riescono” a incontrare il loro candidato Maresca

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I leader nazionali del centrodestra. I rappresentanti del governo e delle istituzioni. Arrivano a Napoli per tirare la volata alle loro liste di partito. Per lanciare  lo sprint finale verso le elezioni.  Potrebbe essere una coincidenza ma non si può non notare che Matteo Salvini evita di venire a Napoli a fare da testimonial al suo candidato, Catello Maresca. Dicono che sia molto contrariato per l’esclusione della lista della Lega. Ma questo è un problema che tocca i dirigenti del suo partito, con i quali a breve ci sarà il redde rationem. Non si capisce perchè non voglia o non possa o non riesca a fare una manifestazione pubblica col “suo” candidato. Solo perchè la lista della Lega è stata cassata dal Consiglio di Stato?

Ieri è stata Giorgia Meloni a misurare le distanze da Maresca.  Meloni è stata mezza giornata a Napoli ma non lo ha incontrato. A chi gli ha chiesto il perchè del mancato incontro, Giorgia Meloni è sembrata ironicamente seria. “Non l’ho incontrato Maresca perché ho voluto rispettare il suo civismo, ma l’ho visto tante volte e non volevo metterlo in difficoltà”, ha detto.  Da quando l’incontro tra un leader politico e un suo candidato mette in difficoltà quest’ultimo? In quelle stesse ore, peraltro, in città c’era il segretario del Pd Enrico Letta che portava a spasso il “suo” candidato, l’ex ministro Gaetano Manfredi. Nella stessa giornata della Meloni a Napoli, in giro per vicoli e bar, per un bagno di folla, c’era il ministro dello Sviluppo Economico leghista Giancarlo Giorgetti per un incontro istituzionale all’Unione Industriali.

Anche Giorgetti non è “riuscito” a vedere il candidato Maresca. Ed è la seconda volta in pochi giorni che il ministro a Napoli non riesce a far incrociare l’agenda dei suoi impegni con quelli di Maresca. Ieri il candidato del centrodestra Maresca si è dato da fare sui social network. Si è fatto immortalare con uno dei leaderini dei tassisti locali, tale Langella, escluso dalle elezioni ( arancione accanto a De Magistris e oggi civico accanto a Maresca), si è fatto fotofragare  a casa del grande tenore Caruso, qualche  selfie in strada con qualcuno, auguri alla signora Sofia Loren. Tutto pubblicato su social network mentre la Meloni incontrava centinaia di persone per vicoli, piazze e nel bar Gambrinus. E mentre Giorgetti parlava di lavoro e vertenze di lavoro a Napoli con gli industriali.

 

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Prodi: proporre una perizia psichiatrica per Berlusconi è l’ennesima follia italiana

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“Si sbaglierebbe. Io ho 82 anni, per un incarico settennale sarebbe un’incoscienza”. Romano Prodi ha risposto così a Giovanni Minoli che, durante la cerimonia per la consegna del premio Cavour a Santena (Torino), gli ha chiesto che cosa direbbe se lo chiamasse presidente della Repubblica. Poi un atto di difesa inatteso e forte dell’ex avversario Silvio Berlusconi sulla richiesta di perizia psichiatrica nell’ambito del processo Ruby Ter. “Proporre una perizia psichiatrica per Berlusconi è una delle ennesime follie dell’Italia” ha detto Prodi che ha riconosciuto a Berlusconi “il merito di avere spostato Forza Italia verso una linea europea. Potrebbe aspirare al Premio Cavour? Questo dipende dalla giuria, non da me”.

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Draghi all’Onu: l’emergenza clima è come la pandemia

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L’emergenza clima e’ come la pandemia e bisogna agire subito. A far suonare il campanello d’allarme, nel corso del vertice in apertura della 76esima Assemblea Generale a New York, e’ il premier Mario Draghi. “E’ vero che stiamo ancora lottando contro la pandemia, ma questa e’ un’emergenza di uguale entita’ e non dobbiamo assolutamente ridurre la nostra determinazione ad affrontare i cambiamenti climatici”, ha spiegato il presidente del Consiglio in video collegamento nell’incontro a porte chiuse organizzato dal segretario generale dell’Onu Antonio Guterres e dal primo ministro britannico Boris Johnson, in vista della Cop26 di Glasgow in novembre. “L’Intergovernmental Panel on Climate Change delle Nazioni Unite – ha proseguito Draghi – ci ha detto tre cose: che la nostra azione dovrebbe essere immediata, rapida e su larga scala. E se non agiamo per ridurre le emissioni di gas serra, non saremo in grado di contenere il cambiamento climatico al di sotto di 1,5 gradi”. Per questo il premier ha promesso che “l’Italia fara’ la sua parte”: “Siamo pronti ad annunciare un nuovo impegno economico nelle prossime settimane”, ha detto Draghi senza entrare nei dettagli. Dal 2015 al 2020 l’Italia ha stanziato 500 milioni di euro l’anno per raggiungere i target fissati dagli accordi di Parigi. E i nuovi impegni potrebbero essere annunciati al G20 dei leader di ottobre a Roma. “Dovremo rafforzare gli sforzi comuni nell’accelerare la graduale eliminazione del carbone sia a livello nazionale che internazionale. E dobbiamo davvero prendere il nostro destino nelle nostre mani su questo aspetto”, ha insistito il premier. D’altronde anche Guterres non ha usato mezzi termini per indicare la gravita’ della situazione. “Serve un’azione decisa ora per evitare la catastrofe climatica, salvare questa e le generazioni future e’ una responsabilita’ comune”, ha affermato, ribadendo che “sulla base degli attuali impegni degli Stati membri il mondo e’ su un percorso catastrofico verso 2,7 gradi di riscaldamento globale”. “La scienza ci dice che qualsiasi cosa al di sopra di 1,5 gradi sarebbe un disastro – ha aggiunto -. Serve un taglio alle emissioni del 45% entro il 2030, e se non cambiamo collettivamente rotta c’e’ un alto rischio di fallimento della Cop26”. Il leader del Palazzo di Vetro si e’ rivolto soprattutto ai Paesi del G20, precisando che serve la loro leadership: “Rappresentano l’80% delle emissioni di gas serra e nell’incontro di oggi c’e’ stato un consenso sul fatto che il prossimo G20 sara’ assolutamente essenziale per garantire il successo della Cop26 a novembre”. A suo parere bisogna agire su tre fronti: “Mantenere l’obiettivo di 1,5 gradi, stanziare i 100 miliardi di dollari promessi all’anno ai Paesi poveri, aumentare i finanziamenti per l’adattamento ad almeno il 50% del totale dei finanziamenti pubblici per il clima”. Per il britannico Johnson quello dei 100 miliardi di dollari e’ un “impegno storico, ma ora dobbiamo mantenerlo”. E non ha nascosto di essere “sempre piu’ frustrato” per il fallimento dei Paesi ricchi nell’onorare le promesse fatte. Intanto, proprio nel giorno del vertice sul clima, il presidente americano Joe Biden ha lanciato un piano per rispondere alla minaccia del caldo estremo che continua a causare danni e vittime in Usa, diventando “il primo killer a livello nazionale legato agli eventi meteo”. L’amministrazione, ha fatto sapere la Casa Bianca, punta a proteggere i lavoratori e le comunita’ con varie azioni, da nuove norme negli ambienti di lavoro alle protezione arboree nei centri urbani, sino a fornire assistenza alle famiglie per i sistemi di raffreddamento. Biden pero’ in questi giorni e’ stato criticato per l’eccessiva parsimonia sui fondi ai Paesi poveri per combattere il cambiamento climatico. Secondo fonti informate riportate da Politico, nonostante le sue promesse, la frugalita’ di Washington e’ uno dei maggiori ostacoli al successo della Cop26.

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