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Asse Draghi-Macron: “ora riformare il Patto di stabilità”

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 Italia e Francia sono da oggi “ancora piu’ vicine” e avviano una collaborazione piu’ sistematica e strutturata. E insieme, oltre a consolidare le relazioni bilaterali, intendono costruire un’Europa piu’ forte e sovrana, in grado di affrontare le sfide globali, come la pandemia che non accenna a mollare la presa, anche con regole di bilancio piu’ adatte alle attuali circostanze. A quattro anni dal lancio dell’iniziativa e dopo gli ultimi mesi di negoziati piu’ spediti e serrati, Mario Draghi ed Emmanuel Macron hanno firmato il Trattato per una “cooperazione bilaterale rafforzata”, noto come il Trattato del Quirinale, sotto lo sguardo soddisfatto di Sergio Mattarella in veste di testimone ufficiale e ospite della cerimonia nella cornice solenne del Colle. Entrambi i leader hanno infatti ringraziato il presidente della Repubblica per averlo seguito e “promosso”. E soprattutto, fanno notare fonti dei due governi, per aver salvato i rapporti tra Roma e Parigi nella “stagione dei populisti”. L’accordo definito “storico” comprende un preambolo e 12 articoli, accompagnati da un “programma di lavoro” operativo e adattabile nel tempo. Draghi e Macron ne hanno annunciato, in conferenza stampa, i punti piu’ salienti, a partire da un accordo sullo spazio siglato nelle stesse ore della firma al Quirinale: si va alla difesa all’immigrazione, dalla cultura alle frontiere comuni, dall’economia ai giovani. Roma e Parigi definiscono dunque i propri obiettivi comuni per il futuro dei due Paesi ma anche per il futuro dall’Unione, compresa quella revisione – “prima necessaria e ora inevitabile”, sostiene Draghi – del patto di stabilita’, sospeso durante la prima ondata del Covid per dare ai Paesi colpiti dal virus – Italia per prima – la possibilita’ di reggere l’impatto economico delle restrizioni. “Le regole di bilancio in vigore fino alla pandemia gia’ allora non erano sufficienti, erano regole pro-cicliche che per certi aspetti aggravavano il problema invece di aiutare a risolverli”, ha spiegato il premier, nel momento in cui a Bruxelles si discute su se e come reinserire il rigore nei conti. E’ ora di “correggere il passato” e “disegnare il futuro” con nuove regole, ha insistito Draghi. “In questo modo Italia e Francia vogliono procedere”. E se Berlino assicura ufficialmente di “non avere alcuna preoccupazione” per il nuovo asse tra Roma e Parigi, il tedesco Handelsblatt attacca il duo ‘Dracron’ parlando di “unione del debito italo-francese”. Il quotidiano economico guarda inoltre con “sospetto” alla tempistica del nuovo accordo, ideato sul modello del Trattato dell’Eliseo del 1963 tra Francia e Germania, che arriva proprio agli sgoccioli dell’era Merkel. Ma e’ lo stesso Macron a rassicurare gli alleati oltre Reno: “Angela Merkel e’ ancora in carica”, ha sottolineato, spiegando che “l’Europa si costruisce a 27, non bisogna cercare nelle diverse alleanze i sostituti di uno o dell’altro”, sono piuttosto rapporti che “si completano e si rafforzano”. In realta’ il Trattato del Quirinale non poteva arrivare in un momento piu’ favorevole di questo, superate le turbolenze del passato ma con la campagna presidenziale di Macron alle porte, la fine del settennato di Mattarella e il futuro politico di Draghi ancora tutto da disegnare. “C’e’ un allineamento di pianeti”, aveva commentato nei giorni scorsi l’Eliseo. Gli obiettivi di Italia e Francia “sono quelli dell’Ue: la lotta al cambiamento climatico, la transizione ecologica fatta con giudizio e rapidita’, la transizione digitale, la ricerca di una sovranita’ europea”, ha spiegato ancora Draghi ribadendo anche il sostegno all’imminente semestre di presidenza francese dell’Ue, quadro in cui si potranno avanzare molte delle iniziative comuni. La comunione di vedute riguarda anche la geopolitica, con una “difesa europea comune piu’ forte che contribuisca alla Nato, una cooperazione rafforzata nella lotta contro le migrazioni illegali e i trafficanti, la protezione delle frontiere esterne dell’Europa”, ha aggiunto Macron. Per determinare questo percorso comune, il Trattato – che entrera’ in vigore dopo la ratifica parlamentare – prevede consultazioni periodiche tra i due governi: almeno ogni tre mesi un ministro di uno dei due Paesi partecipera’ al Consiglio dei ministri dell’altro e viceversa, come proposto e ottenuto nelle ultime ore da Draghi. Inoltre Roma e Parigi terranno un vertice intergovernativo all’anno. “Dobbiamo imparare la disciplina dell’amicizia, e’ importante consultarsi e agire insieme”, ha commentato il presidente del Consiglio. E nell’ambito del rilancio della collaborazione passi avanti per una posizione comune potrebbero arrivare – ha annunciato il ministro per le Politiche agricole Stefano Patuanelli – anche sulla controversa etichettatura europea dei cibi Nutriscore che penalizza la dieta mediterranea.

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Quarta fumata nera per il Quirinale, Matterella sale ancora

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Il primo voto a maggioranza assoluta finisce con un nulla di fatto. Fumata nera anche oggi a Montecitorio. Due sono i dati di rilievo della giornata. Sergio Mattarella sembra interpretare la pancia del Parlamento e sale ancora: ieri era a 125 oggi tocca quota 166. Non poco considerando che il centrodestra ha scelto l’astensione e in molti ossservano che se avessero votato tutti ci potrebbero essere stati circa una trentina di voti per l’attuale presidente provenienti da Forza Italia. Il secondo dato mostra numericamente come il centrodestra da solo non avrebbe la forza di imporre un proprio candidato: gli astenuti infatti sono stati 441, ben al di sotto del quorum da oggi fissato a 505 voti. Distaccato a 56 voti si colloca il magistrato Nino Di Matteo lanciato dagli ex grillini del Gruppo misto che si sono ricomposti in Alternativa c’e’. Si tratta di un cospicuo pacchetto di voti che sembra difficilmente controllabile nel segreto dell’urna. Matteo Salvini cerca di mantenere il pallino del gioco e convoca un vertice serale sul quale ci sono molte aspettative. Per superare il muro contro muro dovrebbe proporre un nome – il tempo delle rose sembra sia tramontato – veramente superpartes. E infatti ha spiegato cosi’ il cambio di perimetro parlando per la prima volta di un accordo che tenga unita la “maggioranza”: “offriremo proposte di altissimo livello. Voglio risolvere la questione bene, in fretta, col piu’ ampio consenso. Conto di portare sui tavoli – ha assicurato il segretario della Lega – alcuni profili che spero raccolgano il si’ di tutti. Mi si chiedono personalita’ al di fuori della politica, senza tessere in tasca, apprezzate a livello nazionale e internazionale”. Il Pd rimane quindi in attesa di vedere se il centrodestra sara’ capace di proporlo e attende prudente non abbandonando il candidato preferito, cioe’ Mario Draghi. Ma non mancano le tensioni anche nel campo del centrosinistra: i 166 voti a Mattarella vengono perlopiu’ attribuiti al Movimento cinque stelle e in molti sospettano che al posto di Mattarella si debba leggere il nome di Mario Draghi. Il premier resta infatti un’opzione forte e sul suo nome all’interno del Movimento c’e’ battaglia tra favorevoli e contrari. In ribasso l’ipotesi di Pier Ferdinando Casini, girano forti i nomi di Giuliano Amato, Elisabetta Belloni e Sabino Cassese. Profili che potrebbero ingolosire il centrosinistra. Venerdi’ quinto voto alla Camera. Cresce il pressing dei partiti su Roberto Fico per passare a due votazioni al giorno ma finche’ la situazione resta cosi’ confusa il presidente della Camera potrebbe rimanere fermo su una sola chiamata quotidiana.

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Quirinale, Cei: emerga figura di unità come Mattarella

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Nel giorno in cui si abbassa il quorum per l’elezione del presidente della Repubblica e sull’ex inquilino del Colle, Sergio Mattarella piovono consensi, il segretario della Cei, mons. Stefano Russo, parlando a nome di tutti i presuli italiani riunitisi in questi giorni nel consiglio episcopale permanente, lo ripete come un mantra: il nome del prossimo Capo dello stato deve emergere come “una figura di unita’ e di garanzia”, ci si aspetta che la scelta cada su una personalita’ capace di “unire” e di lavorare per questa unita’ esattamente come fatto nell’ultimo settennato da Mattarella. “Questa sessione invernale del Consiglio Permanente – esordiva gia’ in mattinata il comunicato ufficiale della Cei – e’ coincisa con l’avvio delle votazioni per eleggere il Presidente della Repubblica. Da qui l’auspicio dei presuli che il Parlamento in seduta comune sappia cogliere il desiderio di unita’ espresso dal Paese. L’esempio di Sergio Mattarella, come uomo e statista, e’ un punto di riferimento nelle scelte che devono essere compiute alla luce della Costituzione”. Concetti ai quali, poco dopo, hanno fatto eco le parole pronunciate ai microfoni da mons. Russo nella sala del Giubileo dell’universita’ Lumsa. “E’ necessaria – ha detto – una figura che cosi’ come e’ stato Mattarella, possa essere di unita’. In questo momento piu’ di sempre abbiamo bisogno di figure di questo tipo, che ci aiutino a camminare insieme in un tempo cosi’ difficile”. “Spero che al di la’ dei tempi – ha aggiunto – possa essere individuata una figura che davvero possa svolgere questo ruolo di garanzia per tutti”. Mons. Russo non si e’ tirato indietro di fronte alla domanda se l’immagine ideale rimanga quella dell’ultimo inquilino del Quirinale: “Diciamo di si’, cioe’ con quelle caratteristiche che lo hanno contraddistinto, ribadisco quelle del tenere il Paese unito e di essere da questo punto di vista un punto di grande garanzia”, ma oltre non si e’ sbilanciato. Difficile dire se l’insistenza dei vescovi rappresenti una indicazione per un Mattarella-bis, mons. Russo e’ rimasto piu’ che prudente anche sugli altri nomi emersi a partire da quelli provenienti proprio dal mondo cattolico come Andrea Riccardi, fondatore della Comunita’ di Sant’Egidio lanciato dal segretario dem Enrico Letta, e quello ‘cresciuto’ piu’ negli ultimi giorni, di Pierferdinando Casini: “Non mi soffermo su nomi particolari, non mi sembra il caso di farlo, mi sembra piuttosto che quello che va messo in evidenza e’ che chiunque dovesse essere scelto come presidente, possa contribuire, evidentemente a prescindere dalla provenienza, all’unita’ del Paese”. Di sicuro, la presidenza di Mattarella per la Cei ha lasciato il segno come gia’ si intuiva dalla prolusione del presidente, il cardinale Gualtiero Bassetti, di lunedi’ scorso che ha parlato dell’ultimo inquilino del Colle come di un grande interprete dello “spirito unitario”. E per dire il rapporto di fiducia e il ‘sentiment’ che intercorre tra l’ormai ex presidente e la Chiesa italiana con al suo vertice il primate Francesco, basterebbe riportare una battuta catturata da un cronista e circolata alcuni giorni fa quando uno stretto collaboratore dell’ex Presidente, dallo storico barbiere “Peppino” di via della Vite, ha confidato che Mattarella “non farebbe il bis nemmeno se glielo chiedesse il Papa”. Intanto, la Cei e’ tornata oggi a esprimersi sull’eutanasia, sempre piu’ possibile materia referendaria ribadendo il suo netto no “alla liberalizzazione dell’omicidio del consenziente”. Proprio uno di quei temi su cui la Cei auspica che il prossimo Capo dello stato faccia da garante preservando le sensibilita’ di tutti, naturalmente anche quelle dei cattolici.

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Quirinale: mai un presidente eletto al quinto voto

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Se davvero i partiti riuscissero a trovare un’intesa per eleggere domani il nuovo capo dello Stato, si tratterebbe di un unicum per la storia repubblicana. Mai, infatti, si e’ verificata l’elezione del nuovo capo dello Stato al quinto scrutinio, quello successivo al primo nel quale si passa dai due terzi alla maggioranza assoluta. Nel corso delle precedenti 12 elezioni presidenziali per ben quattro volte il quarto scrutinio e’ risultato decisivo: e’ accaduto per Luigi Einaudi nel 1948, Giovanni Gronchi nel 1955, Giorgio Napolitano nel 2006 e Sergio Mattarella nel 2015. Non e’ successo oggi, visto che a prevalere sono stati gli astenuti (i 441 del centrodestra) e il piu’ votato e’ stato ancora un volta il presidente uscente, Sergio Mattarella, al quale sono andati ben 166 voti. Alla sesta votazione e’ arrivato, nel 2013, il Napolitano-bis ma la storia delle corse al Quirinale e’ costellata di esempi di elezioni piu’ che travagliate, sbloccatesi ben oltre il quinto o il sesto scrutinio. Il record negativo e’ quello di Giovanni Leone eletto presidente nel 1971 allo scrutinio numero 23. Ma sette anni prima lo stesso Leone era stato protagonista di una via crucis lunga quasi altrettanti voti. Era stato sul punto di farcela (al quattordicesimo spoglio) ma si era dovuto alla fine arrendere a Giuseppe Saragat eletto alla votazione numero ventuno. Anche per un presidente molto amato ed eletto con un ampio consenso (da lui stesso richiesto come conditio per correre) come Sandro Pertini l’elezione non fu certo una passeggiata. L’8 luglio del 1978 sali’ al Colle piu’ alto al sedicesimo scrutinio con un’ampia maggioranza: 833 voti su 995. Sette anni dopo a Francesco Cossiga riusci’ invece l’impresa dell’elezione al primo voto. Il 24 giugno 1985 l’elezione fu liscia come l’olio: 752 voti su 977. Ampia maggioranza per Oscar Luigi Scalfaro ma solo al sedicesimo scrutinio e con l’accelerazione seguita alla strage di Capaci. A Carlo Azeglio Ciampi, nel maggio 1999, va il record assoluto di rapidita’ nello scrutinio. E viene eletto al primo voto con 707 preferenze. Accanto a lui a seguire lo spoglio nello studio di via XX settembre, un giovane Mario Draghi.

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