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Assalto a Capitol Hill, è vilipendio alla democrazia degli Stati Uniti

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Esito a definire “insurrezione” la manifestazione istigata da Donald Trump e organizzata verosimilmente dai Proud Boys, quella manovalanza di estrema destra che il Presidente stesso aveva incitato a tenersi pronta fin da fine settembre: “stand back and stand by“. Del resto non saprei come altro definire quel che è successo ieri a Washington se non ricorrendo al vecchio detto che la storia ripropone come “farsa” (l’assalto a Capitol Hill) ciò che in precedenza era stata “tragedia” (tipo l’assalto alla Bastiglia o al Palazzo d’Inverno).

Non so se esiste il reato di “vilipendio alla democrazia” negli Stati Uniti. Ma credo che di vilipendio si debba parlare, cioè di spregio delle istituzioni attraverso cui si certifica il corretto funzionamento dei sistemi politici. Un disprezzo non politico della politica, una disistima gratuita, fine a se stessa, frutto di un’incultura abissale e finalizzata a chiudere il cerchio di una visione narcisistica della propria funzione pubblica.

Abbiamo già visto cose del genere. Ma è la prima volta che le vediamo negli Stati Uniti. E in ogni caso, è la prima volta che le vediamo come esito di una concezione mediatica del potere, che nel corso di tutta questa Presidenza ha affidato la legittimazione politica alla comunicazione disintermediata tra leader e popolo, tra Trump e i suoi elettori, diventati suoi sostenitori. 

Vedremo se e in quale modo sarà il caso di aggiornare l’analisi di Alexis de Toqueville sulla “Democrazia in America” (1835-1840). Val la pena tuttavia indicare a futura memoria alcuni elementi che in questa eventuale opera di rivisitazione andranno tenuti in conto.

Intanto, la democrazia in America continua a basarsi sul sostegno elettorale, cioè sulla capacità di organizzare il consenso politico e non su quella di suscitare il consenso mediatico. Donald Trump è stato sconfitto nelle urne. E questo è un fatto che nessuna delle molte battaglie legali scatenate dal Presidente uscente ha potuto controvertere. Twitter e Instagram non hanno potuto sostituire la Camera dei Rappresentanti e il Senato. Un influencer non è un leader politico. Decisamente. 

La buona salute democratica non annulla le preoccupazioni, si capisce. E dunque: com’è che il “glorioso” Partito Repubblicano non ha dato più convincenti prove di responsabilità istituzionale, almeno in questo frangente post-elettorale? Com’è che, addirittura, alcuni suoi esponenti hanno seguito Trump sulla strada di una arbitraria contestazione della vittoria di J. Biden? Uno degli esiti disatrosi di questa insipienza politica del per il Grand Old Party di questa sua insipienza politica è la perdita dei ballottaggi in Georgia. Nelle stesse ore in cui le distonie trumpiane vilipendevano le istituzioni, infatti e non a caso, nel Sud profondo venivano eletti due senatori democratici: Raphael Warnock e Jon Ossof.  Cioè la prima volta di un afro-americano, per di più, un pastore officiante nella stessa Chiesa di Martin Luther King ad Atlanta; e, rispettivamente, il più giovane senatore eletto nelle file del Partito Democratico (33 anni) dopo lo stesso J. Biden nel lontano 1973. Perdendo la maggioranza al Senato, i repubblicani pagano un prezzo altissimo all’arroganza trumpiana.  

Ma ancora, ci si può chiedere: com’è che la macchina della sicurezza, assai efficiente negli Stati Uniti, ha potuto consentire a poche migliaia di dimostranti –alcuni di essi, per di più, armati- di dare l’assalto al Parlamento e di penetrare addirittura dentro l’edificio? Forse esiste qualche problema in qualche corpo di polizia, indipendentemente dai film di Hollywood.

Una donna è morta, centrata da un colpo di pistola, in questa grottesca rappresentazione del tramonto trumpiano. Ci sono state altre vittime. Ora c’è il coprifuoco a Washington fino al passaggio di consegne tra il Presidente uscente e quello eletto, il 20 gennaio. Il mondo, con Trump fuori scena, potrà concentrarsi sui suoi problemi. Che sono tanti, e gravi.

 

 

Angelo Turco, africanista, è uno studioso di teoria ed epistemologia della Geografia, professore emerito all’Università IULM di Milano, dove è stato Preside di Facoltà, Prorettore vicario e Presidente della Fondazione IULM.

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Epidemia di dengue in Bangladesh, 52mila casi e 230 morti

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 In Bangladesh è in corso un’epidemia di dengue: oltre 52mila i casi registrati fino a oggi e 230 i morti. Lo rende noto l’Organizzazione Mondiale della Sanità. La malattia è endemica nel Paese, ma quest’anno si è registrato un’esplosione dei casi dovuta alle piogge anomale caduta a partire da giugno accompagnate da alte temperature e alti tassi di umidità. Ciò ha portato a un aumento delle zanzare che costituiscono il vettore che trasmette l’infezione. “Inoltre – sottolinea l’Oms – molte persone tengono l’acqua in contenitori come secchi e pentole nelle loro case, consentendo alle zanzare di riprodursi facilmente in queste raccolte artificiali di acqua”. Oltre il 70% dei contagi si concentra nel distretto della capitale Dacca, dove sei ospedali Covid sono stati riconvertiti per la gestione dei casi di dengue. Al momento l’Oms non raccomanda restrizioni ai viaggi da e verso il Bangladesh.

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Mattarella in Svizzera, un Paese amico ma rebus d’Europa

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Un Paese “amico, con il quale i legami sono fortissimi”, situato nel cuore dell’Europa eppure non membro dell’Unione europea. Sergio Mattarella visita la Svizzera dopo ben otto anni dall’ultima missione di un capo di Stato italiano, cioè Giorgio Napolitano nel 2014. Un arrivo molto atteso qui a Berna, prima tappa del suo viaggio che si concluderà mercoledì a Zurigo per una visita ad alto tasso di tecnologia al Politecnico. Nei colloqui si parlerà molto di Europa e, certo, anche delle ottime relazioni bilaterali tra due Paesi che condividono quasi 750 chilometri di confine con un esercito di lavoratori italiani trans-frontalieri che lo attraversano ogni giorno per lavorare nella Confederazione. Ma la collocazione della Svizzera in Europa rimane un rebus ed è tutt’oggi un tema caldo anche per la Commissione europea che vorrebbe regolare i rapporti di cooperazione attraverso un accordo quadro ben strutturato.

Ma il governo elvetico non può non tenere conto delle forti sensibilità autonomiste e neutraliste dei suoi cittadini e preferisce un avvicinamento a Bruxelles molto più graduale, attraverso una serie di accordi tematici. Una strada che, come è facile comprendere, è più lenta e laboriosa rispetto a quella di un accordo quadro. Certamente il presidente Sergio Mattarella parlerà molto di Europa nei suoi colloqui a Berna cercando di capire quali meccanismi costruire per avvicinare sempre più la Confederazione alle istituzioni dell’Unione europea. Il capo dello Stato potrà toccare con mano alcuni progressi compiuti dalla Confederazione elvetica rispetto al sofferto processo d’integrazione, da sempre visto con sospetto da un’ampia fetta dei suoi cittadini strategicamente ancorati al concetto di neutralismo. Sul fronte dell’accordo bilaterale sule tasse dei trans-frontalieri, dopo anni di tensione oggi la situazione si è rasserenata con l’accordo raggiunto in materia fiscale.

Ora, secondo questa intesa, i nuovi lavoratori che attraversano quotidianamente il confine dovranno pagare le tasse in Italia mentre resta il precedente regime per i trans-frontalieri di lunga data. Il presidente Mattarella si potrà comunque presentare nei suoi colloqui con un segnale di apertura visto che recentemente il Consiglio dei ministri ha deliberato il via libera all’accordo che ora passa all’esame del Parlamento. E la Svizzera, che lo ha già ratificato, si attende una risposta celere dalle Camere. Si ipotizza che il Parlamento possa vararlo entro il prossimo marzo. Dopo gli incontri istituzionali a Berna, dove avrà un colloquio con il presidente federale Ignazio Cassis, Mattarella si sposterà, mercoled’ 30 novembre, a Zurigo. Al Politecnico federale, uno dei più importanti centri universitari di ricerca al mondo, potrà assistere all’illustrazione di una serie di progetti su ‘Tecnologia e innovazione’, ‘cultura, trasporto e stoccaggio della CO2’, ‘biomarcatori per la diagnosi del Parkinson’, ‘test Pcr veloci, affidabili e a prezzi accessibili’.

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Cina, le città blindate dalla polizia dopo le proteste

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La Cina difende ad oltranza la linea della ‘tolleranza zero’ al Covid e blinda le città con migliaia di agenti dopo le proteste anti-lockdown che si sono diffuse in tutto il Paese. A Shanghai, dopo due giorni di turbolenze e scontri, la polizia ha arrestato due persone: anche il reporter della Bbc Edward Lawrence è stato fermato, portato via in manette e picchiato. L’episodio, il cui video è finito sui social, ha provocato l’ira di Londra, causando anche altre reazioni internazionali, tra cui l’appello del presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier (che ha affermato di “capire” i manifestanti), quello dell’Onu alle autorità cinesi affinché sia rispettato il diritto di manifestare in modo pacifico e la “ferma” condanna della Federazione dei media europei (European Broadcasters Union) contro “le intollerabili intimidazioni e aggressioni ai danni di giornalisti in Cina”.

A Pechino, invece, il portavoce del ministero degli Esteri Zhao Lijian ha riferito che l’arresto di Lawrence era avvenuto “perché non si è identificato come giornalista”, mentre in precedenza una nota della Bbc aveva addirittura riferito che, secondo la polizia, “era stato portato via per non fargli contrarre il Covid tra la folla”. Sulle manifestazioni Zhao ha poi assicurato che la “lotta contro il Covid-19 avrà successo” grazie alla guida del Partito comunista e al sostegno del popolo cinese, accusando “forze con secondi fini” di collegare le 10 vittime per l’incendio divampato la scorsa settimana a Urumqi alle draconiane misure anti-virus che avrebbero rallentato i soccorsi. Come invece sostengono migliaia di post sui social media in mandarino e all’estero. I media ufficiali hanno ignorato le proteste, le maggiori dalle tragiche vicende di Piazza Tienanmen del 1989.

Nulla sulla Cctv e sul Quotidiano del Popolo, la voce del Pcc, che ha dedicato piuttosto uno dei suoi articoli alle direttive della leadership per “attuare con rigore scientifico l’incremento dell’efficienza dei lavori di contenimento della pandemia”, mentre il Paese continua a registrare casi in aumento, saliti domenica per la prima volta oltre quota 40.000. A partire da Pechino e Shanghai, le manifestazioni si stanno trasformando nel test più duro per la leadership cinese e per lo stesso Xi dalla sua salita al potere nel 2012. L’esasperazione sociale si è mischiata con la radicata paura per il virus e a Shanghai i manifestanti nel fine settimana hanno chiesto apertamente per la prima volta un passo indietro del Pcc e dello stesso Xi, insieme a una maggiore libertà. L’area di Urumqi Road della città, epicentro delle proteste, è stata transennata e presidiata dalle forze dell’ordine per evitare nuove turbolenze dopo quelle che nel weekend, secondo i calcoli della Cnn, sono state registrate in 16 città.

I fogli bianchi, diventati il simbolo della rivolta, sono però apparsi ancora in iniziative individuali e diffuse nel Paese, fino a diventare una prova di condivisione del disagio sui social media, anche in mandarino. Un allentamento della ‘tolleranza zero’ era attesa dopo il Congresso del Partito comunista di metà ottobre che ha affidato al presidente Xi un inedito terzo mandato di fila alla segreteria generale. La nuova scommessa di Goldman Sachs è che la Cina potrebbe smetterla con i lockdown prima di aprile 2023, con qualche possibilità di un’uscita “disordinata”, ha sostenuto Hui Shan, capo economista cinese della banca d’affari Usa: una svolta nel secondo trimestre ha la più alta probabilità di verificarsi, pari a circa il 60%. Una previsione che non è affatto detto possa bastare a placare la frustrazione diffusa contro una politica che da modello di lotta al Covid è diventata per lo stesso Xi un innegabile motivo di imbarazzo mondiale.

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