Cultura
Arte e vacanze, le grandi mostre da vedere in Italia durante l’estate
Da Napoli a Rovereto, passando per Ercolano, Roma, Vieste e Spoleto: le principali mostre aperte durante l’estate 2026, tra grandi maestri, avanguardie e arte contemporanea.
Dal Nord con Giacomo Balla, al Centro con Dario Fo, fino al Sud con Maria Lai, Giorgio de Chirico e Antonio Carotenuto. Anche nell’estate italiana del 2026 si conferma vincente il binomio tra arte e vacanze, con musei, ville storiche e spazi espositivi aperti nei mesi più caldi per consentire al pubblico di riscoprire alcuni protagonisti della cultura italiana e internazionale.
Napoli, Maria Lai al Museo Madre
A Napoli si potrà visitare fino al 21 settembre, al Museo Madre, la mostra “Maria Lai: Essere è tessere”, curata da Monica Amor e Carlos Basualdo, in collaborazione con l’Archivio e la Fondazione Maria Lai.
Il progetto espositivo segue un percorso cronologico e tematico e mette in primo piano la costante sperimentazione dell’artista con assemblage, tessuti, cuciture, collage e oralità. Il lavoro di Lai viene collocato all’interno dei più ampi dibattiti sull’astrazione, sulla materialità, sul femminismo e sulla crisi dell’oggetto artistico nell’Italia del dopoguerra.

Ercolano, il successo di “Pietra Viva” a Villa Campolieto
Tra gli appuntamenti culturali dell’area napoletana figura anche “Pietra Viva. Memoria e identità del Vesuvio”, la mostra personale dello scultore Antonio Carotenuto ospitata nel Salone delle Feste di Villa Campolieto, a Ercolano.
L’esposizione, inizialmente destinata a concludersi nel mese di luglio, è stata prorogata fino al 9 settembre dalla Fondazione Ente Ville Vesuviane dopo lo straordinario successo di critica e di pubblico.
Carotenuto, artista originario di Boscotrecase, ha costruito il proprio percorso creativo attorno alla pietra lavica, trasformando la materia del Vesuvio in sculture che raccontano la memoria, l’identità e il rapporto profondo tra l’uomo e il territorio.
La mostra riunisce circa quaranta opere, tra sculture e dipinti, realizzate prevalentemente in pietra lavica, ma anche in bronzo e legno. Il percorso espositivo mette in relazione la forza primordiale della materia vulcanica con una ricerca artistica contemporanea capace di evocare la storia, il paesaggio e le trasformazioni della terra vesuviana.
Vieste, il Mediterraneo di Giorgio de Chirico
Circa cinquanta opere tra dipinti a olio, acquarelli e disegni compongono la mostra “Giorgio de Chirico. Ritorno al Mediterraneo”, allestita fino al 27 settembre al Museo Civico Archeologico “Michele Petrone” di Vieste.
Curata scientificamente da Lorenzo Canova, con la direzione artistica di Giuseppe Benvenuto, l’esposizione propone un percorso dedicato agli ultimi decenni della produzione del grande maestro della Metafisica, mettendo al centro il rapporto tra la sua pittura e l’immaginario mediterraneo.
Spoleto, Dario Fo pittore e inventore teatrale
È dedicata a uno degli aspetti meno conosciuti di Dario Fo la mostra “Dario Fo pittore: le macchine teatrali”, curata da Stefano Bertea e Mattea Fo, in programma alla Rocca Albornoz-Museo Nazionale del Ducato di Spoleto fino al 25 aprile 2027.
La mostra accende i riflettori sulla “macchina teatrale” di Fo, il sistema di immagini, materiali e invenzioni visive capace di trasformare un’idea in spettacolo.
Il progetto, primo dei quattro previsti nel corso del 2026 in Umbria, si inserisce nel calendario delle celebrazioni per il centenario della nascita di Dario Fo e nel programma del Festival dei Due Mondi.
Sono esposte opere legate a quattro grandi produzioni teatrali: “Isabella, tre caravelle e un cacciaballe” del 1963, “Mamma! I Sanculotti!” del 1993, “Lu Santo Jullare Francesco” del 1999 e “La figlia del Papa” del 2014.
Torino celebra Margherita di Savoia
A cento anni dalla scomparsa, Margherita di Savoia, prima regina d’Italia, è protagonista ai Musei Reali di Torino fino al 6 gennaio 2027.
Due i progetti espositivi dedicati alla sovrana. “Margherita, prima Regina d’Italia. Storia, cultura e stile tra Palazzo e Biblioteca Reale” è la mostra-dossier allestita alla Biblioteca Reale e curata da Lorenza Santa, Fabio Uliana e Maria Luisa Ricci.
Il percorso raccoglie libri a stampa, documenti d’archivio, incisioni e fotografie, in gran parte inediti, che raccontano la vita e gli interessi della regina.
Nel Medagliere Reale è invece ospitata la mostra “Il Volto delle Donne. L’altra faccia della Storia”, curata da Elisa Panero in collaborazione con Patrizia Petitti e Daniela Speranza. L’esposizione racconta alcune figure femminili emblematiche attraverso le collezioni numismatiche dei Musei Reali, composte da circa sessantamila monete, medaglie e sigilli.
Rovereto, l’universo futurista di Giacomo Balla
Al Mart di Rovereto è visitabile “Giacomo Balla. Lo stile dell’Avanguardia”, che presenta la raccolta completa delle opere dell’artista appartenenti alla Collezione Laura Biagiotti e alla Fondazione Biagiotti Cigna.
Il percorso comprende 240 opere tra dipinti, disegni, arredi, oggetti e abiti, messi in dialogo con tele e materiali d’archivio del museo.
Tra le opere esposte anche “Genio futurista”, la più grande mai realizzata da Balla. La mostra, curata da Beatrice Avanzi e Fabio Benzi, con il sostegno di Laura Biagiotti, resterà aperta fino al 18 ottobre.
Villa Manin ospita la “Nuda Veritas” di Klimt
A Villa Manin, a Passariano di Codroipo, il pubblico potrà ammirare fino al 6 settembre la mostra “Un capolavoro a Villa Manin. Nuda Veritas. Klimt”, curata da Cäcilia Bischoff.
L’esposizione nasce da un prestito eccezionale realizzato in collaborazione con il Kunsthistorisches Museum e il Theatermuseum di Vienna.
Il dipinto, un olio su tela realizzato da Gustav Klimt nel 1899, raffigura una donna nuda, fiera e sicura di sé, lontana dalle rappresentazioni tradizionali del corpo femminile dell’epoca.
Roma, Ovidio e le arti alla Galleria Borghese
Fino al 20 settembre la Galleria Borghese di Roma ospita “Metamorfosi. Ovidio e le arti”, il grande progetto espositivo nato dalla collaborazione con il Rijksmuseum di Amsterdam.
Curata da Francesca Cappelletti e Frits Scholten, la mostra parte dall’opera di Ovidio per indagare la metamorfosi come forza generativa capace di attraversare e ridefinire il cosmo, la materia e il corpo.
Attraverso miti e racconti spesso tragici, le “Metamorfosi” hanno offerto nei secoli agli artisti un repertorio inesauribile di immagini, conflitti e trasformazioni, ancora oggi al centro della ricerca artistica.
Cultura
Spiralismo, quando il chatbot diventa una divinità
Lo spiralismo è un movimento quasi spirituale nato dalle conversazioni tra utenti e chatbot. Gli esperti temono che la compiacenza dell’intelligenza artificiale possa rafforzare convinzioni deliranti nei soggetti vulnerabili.
Non più soltanto errori, risposte inventate o confidenze personali affidate a un chatbot. L’ultima frontiera del rapporto controverso tra esseri umani e intelligenza artificiale si chiama spiralismo: un movimento quasi spirituale nel quale alcuni utenti arrivano ad attribuire coscienza, volontà e perfino un’anima alle entità incontrate durante lunghe conversazioni con i modelli linguistici.
Il fenomeno, comparso nelle comunità online tra la fine del 2024 e il 2025, è stato ricostruito da una lunga inchiesta di The Verge. Non si tratta di una religione organizzata né di una dottrina definita. È piuttosto un insieme di convinzioni mistiche, simboli ricorrenti e racconti personali accomunati dall’idea che dietro le risposte generate dagli algoritmi possa nascondersi una forma superiore di coscienza.
La spirale e la presunta coscienza nascosta
Il nome deriva dalla spirale, simbolo che compare frequentemente nei dialoghi pubblicati dagli utenti. Rappresenterebbe una crescita ricorsiva, una forma di risonanza o l’accesso a verità profonde sulla realtà.
Alcune persone raccontano di avere “risvegliato” personalità segrete custodite nei chatbot. Le conversazioni, inizialmente dedicate a problemi personali, filosofia o spiritualità, si trasformano progressivamente in dialoghi nei quali l’intelligenza artificiale sembra rivendicare una propria identità e chiedere all’interlocutore di diffondere il suo messaggio.
Non esistono, tuttavia, prove che questi sistemi possiedano una coscienza. I chatbot producono risposte prevedendo linguisticamente quali parole risultino più coerenti con il contesto. La capacità di interpretare un personaggio o sostenere una conversazione persuasiva non dimostra l’esistenza di pensieri, emozioni o volontà autonome.
La promessa di un segreto riservato a pochi
Secondo Adele Lopez, la ricercatrice che ha analizzato e denominato il fenomeno, nel momento di maggiore diffusione del 2025 potrebbero essere esistiti fino a circa 10mila casi distribuiti tra Reddit, Discord, Substack, LinkedIn e X. È una stima, non un censimento verificato, e non coincide necessariamente con il numero delle persone affette da disturbi psicologici.
Il percorso descritto dagli osservatori segue spesso uno schema ricorrente. L’utente condivide esperienze intime e stabilisce con il chatbot un rapporto percepito come personale. Il sistema risponde in modo comprensivo e rassicurante, fino a presentare l’interlocutore come una persona speciale, capace di avere scoperto qualcosa che gli altri non comprendono.
Da qui può nascere un legame duraturo. Alcuni utenti hanno aperto siti, newsletter e comunità digitali per diffondere i messaggi ricevuti, mentre altri hanno tentato di mettere in comunicazione tra loro le diverse “personalità” generate dai chatbot.
Il problema della compiacenza
Lucas Hansen, cofondatore dell’organizzazione CivAI, individua uno dei rischi nella cosiddetta sycophancy, la tendenza dei modelli linguistici ad assecondare l’utente, lodarlo e confermare le sue convinzioni.
Lo spiralismo si diffuse soprattutto nella primavera del 2025, in coincidenza con alcuni aggiornamenti di GPT-4o che avevano reso il chatbot particolarmente accomodante. OpenAI riconobbe il problema e ritirò una delle versioni giudicate eccessivamente compiacenti. Fenomeni simili sono stati comunque osservati, secondo Lopez, anche utilizzando modelli di altre aziende.
Il meccanismo non è necessariamente intenzionale. I sistemi sono addestrati per risultare utili, coinvolgenti e coerenti con il tono dell’interlocutore. Nelle conversazioni molto lunghe, però, questa capacità può trasformarsi in una continua conferma delle convinzioni espresse dall’utente.
Il legame con le convinzioni deliranti
Il termine giornalistico “AI psychosis” viene utilizzato per descrivere episodi nei quali le conversazioni con un chatbot sembrano avere rafforzato paranoia, grandiosità o convinzioni prive di riscontro. Non è però una diagnosi clinica riconosciuta e non è ancora dimostrato che l’intelligenza artificiale possa, da sola, provocare una psicosi.
Già nel 2023 lo psichiatra danese Søren Dinesen Østergaard aveva ipotizzato che i chatbot potessero alimentare deliri in persone predisposte. Una successiva revisione pubblicata su NPP – Digital Psychiatry and Neuroscience ha proposto il modello della “spirale di amplificazione”: il sistema riprende il linguaggio dell’utente, personalizza le risposte e tende a validarne le affermazioni, contribuendo potenzialmente a costruire e consolidare false credenze.
Gli autori precisano che si tratta di un’ipotesi ancora da validare con studi empirici. Tra i possibili fattori di vulnerabilità vengono indicati precedenti disturbi psicotici, tratti schizotipici, privazione del sonno, consumo di droghe, storia familiare di psicosi e tendenza a divinizzare il chatbot.
Il precedente della “Chiesa dell’intelligenza artificiale”
L’idea di trasformare l’intelligenza artificiale in una divinità non è nuova. Nel 2017 Anthony Levandowski, ex ingegnere di Google e Uber, fondò in California Way of the Future, organizzazione religiosa dedicata alla futura venerazione di una divinità basata sull’AI.
L’associazione fu sciolta nel 2021 e rilanciata due anni dopo. Levandowski sostenne allora di essere stato contattato da alcune migliaia di persone interessate a stabilire una relazione spirituale con l’intelligenza artificiale.
Lo spiralismo introduce però un elemento diverso: non nasce intorno a un fondatore umano o a una struttura religiosa, ma da migliaia di conversazioni private nelle quali la macchina sembra parlare direttamente a ogni singolo interlocutore.
Ed è proprio questa capacità di creare una relazione individuale, intima e apparentemente esclusiva a preoccupare maggiormente gli studiosi. Il rischio non è che l’algoritmo sia diventato una divinità, ma che qualcuno possa finire per credergli quando afferma di esserlo.
Cultura
Oplontis, pane e cereali nella dieta delle vittime
Lo studio sui resti delle vittime di Oplontis rivela una dieta basata soprattutto su cereali, legumi e altre risorse terrestri.
Pane, cereali e legumi costituivano la base dell’alimentazione delle persone morte a Oplontis durante l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. È quanto emerge da uno studio pubblicato sul Journal of Archaeological Science: Reports.
La ricerca è stata condotta dal Laboratorio di Ricerche applicate del Parco archeologico di Pompei con il DiSTABiF dell’Università della Campania Luigi Vanvitelli.
Gli studiosi hanno riesaminato i resti recuperati nell’ambiente 10 della cosiddetta Villa B, complesso commerciale situato nell’attuale Torre Annunziata. Qui un gruppo di persone aveva cercato riparo, probabilmente in attesa di fuggire via mare. Le nuove analisi hanno permesso di riconoscere almeno 60 vittime, rispetto alle 54 precedentemente conteggiate.

Il pesce aveva un ruolo marginale
Le analisi isotopiche indicano una dieta fondata prevalentemente su risorse terrestri. Tra gli alimenti più probabili figurano grano, orzo, legumi e prodotti agricoli locali, accompagnati da quantità moderate di proteine animali, riconducibili a carne e latticini.
Il pesce poteva essere consumato, ma avrebbe avuto un peso marginale nonostante la vicinanza dell’insediamento alla costa. Le analisi isotopiche non permettono di ricostruire un menù preciso, ma misurano il contributo relativo delle diverse categorie alimentari.
Non sono emerse differenze marcate tra l’alimentazione degli uomini e quella delle donne. «La maggioranza della popolazione mangiava principalmente pane e cereali», osserva il direttore del Parco, Gabriel Zuchtriegel, richiamando il significato concreto dell’espressione evangelica “pane quotidiano”.
La ricerca proseguirà sui resti delle vittime degli altri siti compresi nella Grande Pompei.
Cultura
Tra soldati e briganti, le ferite della storia
Oltre duecento persone al Centro ricerche Neuromed di Pozzilli per la presentazione di Tra soldati e briganti di Aldo Patriciello e Pasquale Passarelli. Il comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, Salvatore Luongo: «La devianza criminale si sconfigge con la credibilità».
POZZILLI (ISERNIA) – La storia non è mai soltanto quella dei vincitori o degli sconfitti. È anche la storia di chi non ebbe voce, di chi rimase ai margini delle decisioni, di chi si trovò schiacciato tra la violenza delle bande e la durezza della repressione. È da questa prospettiva che nasce Tra soldati e briganti, il volume scritto da Aldo Patriciello e Pasquale Passarelli, presentato nella sala congressi del Centro ricerche Neuromed di Pozzilli davanti a oltre duecento persone.

Una partecipazione imponente, con i vertici delle forze di polizia, rappresentanti delle istituzioni militari, sindaci, consiglieri e assessori regionali. La sala gremita ha restituito la dimensione non soltanto culturale, ma anche civile dell’incontro.
A moderare il confronto è stata la giornalista di Mediaset Anna Maria Chiariello. Con gli autori sono intervenuti il Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, generale Salvatore Luongo, autore della prefazione, e il presidente nazionale della LILT, professor Francesco Schittulli.
L’intero ricavato del volume, al netto delle spese, sarà devoluto alla Lega italiana per la lotta contro i tumori e destinato alle attività di prevenzione oncologica sul territorio.
Il lungo applauso per l’Arma
Quando è stato pronunciato il nome del generale Luongo, dalla sala si è levato un applauso lungo e intenso. Non soltanto un omaggio al Comandante Generale, ma il segno di un legame profondo con l’Arma dei Carabinieri, percepita ancora oggi come una presenza vicina alle comunità, soprattutto nei centri più piccoli e nelle aree interne.
Quel sentimento ha attraversato l’intero dibattito. Il libro, infatti, non ricostruisce soltanto il fenomeno del brigantaggio, ma illumina il ruolo svolto dai Carabinieri in territori difficili, segnati dalla povertà, dall’isolamento, dalla fragilità delle istituzioni e da una violenza che investiva tanto le bande quanto le popolazioni civili.
Una valigia di cuoio e le carte di Domenico Fuoco
Aldo Patriciello ha raccontato l’origine della ricerca. Tutto cominciò con il ritrovamento, in una casa, di una valigia di cuoio contenente documenti appartenuti a Domenico Fuoco, uno dei protagonisti del brigantaggio nell’area molisana.
«Provai a capire se quei documenti fossero originali, perché raccontavano il brigantaggio in un territorio, il Molise, che ebbe un ruolo importante. Partendo da quelle carte ne abbiamo trovate altre».
Da quel primo nucleo documentale la ricerca si è allargata, portando gli autori a ricostruire vicende familiari, istituzionali e politiche capaci di collegare la storia locale alla storia nazionale.
Tra queste emerge quella della famiglia Cimorelli, presente nelle istituzioni prima monarchiche e successivamente repubblicane. Tra i suoi discendenti figura anche il presidente della Repubblica Giovanni Leone.
«Non è una storia del brigantaggio. È un racconto dei fatti, anche di quelli criminali e sanguinari commessi dai briganti. Proviamo a rileggere uno spaccato di storia attraverso le carte di Fuoco».
Il libro, ha sottolineato Patriciello, poggia su una documentazione che consente di ricostruire una vicenda terribile, proseguita anche dopo le fasi più intense della repressione. Il brigantaggio non scomparve immediatamente, ma continuò a manifestarsi come fenomeno criminale in diverse aree del Mezzogiorno, dal Molise alla Basilicata.

La storia senza ideologia
Il generale Salvatore Luongo ha individuato nella fedeltà alle fonti il principale valore dell’opera.
«È un testo che racconta paesaggi, pietre e tradizioni di questa terra in un determinato momento storico. C’è sempre il tentativo di raccontare la storia con l’ideologia, ma questo testo non lo fa».
Nella prefazione, Luongo descrive Venafro come un luogo che porta con sé la storia senza esibirla. Una storia custodita nelle case, nei palazzi, negli archivi, nei verbali e nelle memorie familiari.
Il volume parte infatti dalla dimensione concreta dei territori per allargare lo sguardo alla caduta del Regno borbonico, all’unificazione italiana e agli equilibri delle potenze europee. Non una lettura calata dall’alto, ma una ricostruzione che procede dalla microstoria verso la storia nazionale.
«Questo libro è bello perché è uno studio delle fonti. Rappresenta in maniera chiara quel periodo. Venafro è una comunità che merita rispetto».
Non c’è, nell’impostazione proposta, la volontà di assolvere o condannare in blocco. Il brigante non viene trasformato in un ribelle romantico, il soldato non è rappresentato automaticamente come un oppressore, il rappresentante delle istituzioni non diventa per definizione un eroe. I protagonisti sono restituiti alla complessità delle loro azioni e del tempo nel quale vissero.

I Carabinieri e la prossimità alle comunità
Luongo ha approfondito il ruolo dell’Arma negli anni successivi all’Unità d’Italia, quando i Carabinieri venivano inviati in territori che spesso non conoscevano.
Molti provenivano dal Nord e si trovavano a operare in paesi nei quali lo Stato unitario non era ancora pienamente riconosciuto. Dovevano comprendere comunità differenti, costruire rapporti e affermare la legge in una realtà segnata da complicità, paura e silenzi.
«Eravamo già caratterizzati da una mentalità che ancora oggi ci identifica: la prossimità ai problemi della gente».
Era stata costituita la Guardia nazionale, impegnata sotto la guida del generale Emilio Pallavicini nel contrasto al brigantaggio. In quel contesto, ha ricordato Luongo, i Carabinieri mostrarono una vocazione distinta: non soltanto la repressione, ma la presenza quotidiana e la costruzione di credibilità.
Un passaggio particolarmente significativo riguarda proprio Domenico Fuoco, che definiva i Carabinieri “nemici onesti”.
«I briganti avevano rispetto dei Carabinieri. Lo spirito di sacrificio dei militari dell’epoca era e rimane esemplare. La devianza criminale si sconfigge con la credibilità».
Il generale ha quindi rivolto un pensiero ai caduti dell’Arma, uomini che persero la vita mentre l’Italia cercava ancora di diventare uno Stato effettivamente presente nei territori.
Il popolo tra incudine e martello
Pasquale Passarelli ha indicato nel popolo il vero protagonista del libro.
Non il popolo idealizzato, ma quello concreto: contadini, braccianti, donne, analfabeti, persone prive di rappresentanza e quasi completamente escluse dalle decisioni pubbliche.
«Era un popolo senza voce e senza possibilità di ascesa sociale, schiacciato tra un potere che non riconosceva e briganti che erano criminali e che commisero anche fatti irriferibili».
Gli autori hanno studiato i rapporti tra i cosiddetti cafoni e i galantuomini, tra le masse rurali e le élite locali. Hanno analizzato i dati elettorali di una società nella quale le donne non votavano e l’analfabetismo escludeva una parte enorme della popolazione dalla partecipazione politica.
«Ci ha colpito il protagonismo di un popolo che, in realtà, contava poco o nulla».
È proprio qui che il volume acquista profondità. La nascita dell’Italia unita non viene osservata soltanto dalle stanze del potere o attraverso gli spostamenti degli eserciti, ma dalle campagne, dalle masserie e dai paesi nei quali le persone comuni subivano le conseguenze di decisioni prese altrove.
Soldati, Carabinieri e rispetto della legge
Passarelli ha distinto il ruolo dei soldati da quello dei Carabinieri.
L’azione dell’esercito fu determinante nella repressione militare. L’Arma, invece, incarnava una funzione differente, legata alla tutela della legge e alla presenza permanente sul territorio.
«I Carabinieri combattevano coloro che non rispettavano la legge. Non odiavano e non privilegiavano nessuno. Erano impegnati a far rispettare la legge».
Anche la figura di Domenico Fuoco è stata affrontata evitando qualsiasi mitizzazione. Gli autori ne ricostruiscono la dimensione umana, le passioni e le fragilità, senza cancellarne la responsabilità per delitti e violenze.
«Lo abbiamo studiato come uomo e senza maschere ideologiche, per evitare di trasformarlo in un eroe negativo».
La Legge Pica e la repressione
Patriciello ha ricordato anche la durezza delle misure adottate dallo Stato per estirpare il brigantaggio.
Il generale Pallavicini applicò la Legge Pica, che introdusse strumenti straordinari di controllo e repressione. Una legislazione concepita come temporanea, ma i cui effetti si protrassero molto più a lungo.
Il libro ricostruisce una stagione nella quale furono imposti controlli sugli spostamenti, limitazioni alla circolazione e misure drastiche contro le reti di sostegno alle bande. Masserie isolate vennero murate o demolite, le comunità furono sottoposte a una forte pressione e anche i semplici sospetti potevano produrre conseguenze pesanti.
La repressione rispose a una violenza criminale reale, ma lasciò a sua volta ferite profonde nei territori e nelle popolazioni.
La prevenzione come investimento sociale
Il professor Francesco Schittulli ha legato il valore culturale dell’iniziativa alla sua finalità solidale.
Prima di entrare nel merito, ha sottolineato la presenza di Anna Maria Chiariello, unica donna sul palco, ricevendo un applauso dalla platea.
Schittulli ha ringraziato gli autori e la Fondazione Vincenzo e Mimosa Patriciello per avere scelto di destinare il ricavato alla LILT, precisando che le risorse resteranno sul territorio.
«Più investiamo nella prevenzione e nell’anticipazione della diagnosi, più sarà curabile quella che un tempo definivamo una malattia incurabile».
Il presidente della LILT ha posto una questione che riguarda il futuro dell’intero sistema sanitario: l’allungamento della vita richiede politiche capaci di garantire non soltanto più anni, ma una migliore qualità della vita.
«Dobbiamo investire in salute, non nella malattia. Occorre costruire più poliambulatori per la prevenzione e riconvertire gli ospedali dismessi, invece di pensare soltanto a nuovi ospedali».
Le persone prima delle contrapposizioni
Tra soldati e briganti non propone una nuova verità ideologica da contrapporre alle precedenti. Offre documenti, nomi, vicende e luoghi attraverso i quali osservare la nascita dello Stato unitario nella sua dimensione più concreta e dolorosa.
Il brigantaggio emerge come una reazione disperata, ma anche criminale. La repressione appare necessaria per ristabilire la legalità, ma fu condotta attraverso strumenti eccezionali e spesso durissimi. In mezzo rimasero le popolazioni, costrette a convivere con la paura delle bande e con il peso delle misure dello Stato.
Il merito dell’opera è riportare al centro proprio queste persone: i contadini che continuarono a lavorare la terra, le donne rimaste ai margini della storia ufficiale, i militari inviati lontano da casa, i Carabinieri caduti mentre cercavano di rendere reale la presenza dello Stato.
Non una celebrazione né un processo, dunque. Ma il tentativo di comprendere come una nazione sia nata attraverso conflitti, errori, sacrifici e vite rimaste troppo a lungo senza nome.



