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Arrivano gli alieni, uno studio traccia le “specie” che si diffondono tramite biofouling nel Mar Mediterraneo

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Le imbarcazioni da diporto (yacht e barche a vela) che si spostano nelle acque Mare Mediterraneo portano con sé numerose specie aliene, favorendone la dispersione: lo rivela uno studio pubblicato di recente sul Journal of Applied Ecology. Questo interessante studio riporta i risultati di una indagine a larga scala, condotta su circa 600 imbarcazioni private attraccate in 25 marine turistiche di tutto il Mediterraneo, dalla Francia alla Turchia.


Gli esseri umani dipendono completamente dalle risorse naturali, ma hanno sistematicamente mostrato una scarsa previsione ambientale nei confronti della salute dell’ecosistema marino. Questa scarsa previsione ha enormi conseguenze sui mari che sono stati afflitti da molti fattori di stress come il cambiamento climatico globale, il sovrasfruttamento, l’inquinamento chimico, le alterazioni fisiche dell’habitat costiero e le specie invasive.
Tali fattori di stress sono spesso inflitti simultaneamente a grandi ecosistemi marini, e il Mar Mediterraneo è particolarmente soggetto a essi.

Il “Mediterraneo” è una destinazione molto popolare per il traffico nautico da diporto grazie al suo clima soleggiato favorevole, i suoi brevi tempi di percorrenza verso porti turistici e baie, le sue coste paesaggistiche e storiche e la sua diversità sociale e culturale. Questa diversità costiera si rispecchia anche nella sua vita marina, in primo luogo perché ospita il più alto numero “microspecie” conosciuto al mondo per le sue dimensioni, il che lo rende un hotspot perfetto di biodiversità marina, e in secondo luogo per ospitare il più alto numero conosciuto di specie non autoctone (gli alieni) di qualsiasi altro mare. Questi alieni possono essere trasportati in nuove località da navi e imbarcazioni attraverso lo scambio di acqua di zavorra e/o come parte della comunità di biofouling sugli scafi.
Il biofouling è definito come “l’accumulo indesiderato di microrganismi, piante, alghe e animali sulle strutture sommerse, in particolare sugli scafi delle navi”.

Il biofouling ha un costo economico elevato per i diportisti, poiché la pulizia professionale delle loro barche può essere molto costosa. Inoltre, il biofouling è considerato un vettore importante nella diffusione di specie non autoctone ed è anche nocivo negli habitat dell’acquacoltura dove può inibire la crescita dei molluschi.

Sta diventando sempre più chiaro che il vettore di biofouling può essere responsabile di tante introduzioni di specie aliene, se non di più, di quelle causate da acqua di zavorra non trattata. La gestione globale del vettore di biofouling è attualmente allo studio dall’Organizzazione marittima internazionale per aiutare a ridurre le introduzioni di queste specie tramite questo vettore.

Nonostante il Mediterraneo sia la seconda destinazione per eccellenza per la nautica da diporto dopo gli Stati Uniti, non sono praticamente disponibili dati sulle abitudini o sugli itinerari di questa porzione della nautica, ad eccezione di una recente indagine limitata ai diportisti italiani. La maggior parte delle imbarcazioni da diporto rientra nella dimensione minime di “studio” e quindi i loro movimenti spesso non sono tracciati con i normali metodi di indagine. Tuttavia, è stato recentemente dimostrato il ruolo considerevole dei porti turistici del Mediterraneo come hotspot per i nostri alieni, ed il ruolo che le barche da diporto svolgono come importante mezzo di trasporto per essi.

In seguito all’identificazione dei macroinvertebrati incrostati sulle navi, l’82% di tutte le navi campionate presentava delle incrostazioni sugli scafi delle imbarcazioni. Di questi, il 71% ospitava almeno una specie non autoctona, un altro 11% conteneva biofouling ma ospitava solo specie autoctone o criptogenetiche mentre il restante 18% era pulito, quindi privo di incrostazioni visibili.

Questo studio rivela l’alto potenziale del settore della nautica da diporto nel facilitare la diffusione delle specie di microvetebrati nel Mediterraneo attraverso il biofouling. Questo bacino è già la regione marina più ricca conosciuta di esseri alieni del pianeta con uno straordinario livello di movimento delle barche, fornendo un’alta probabilità di introduzioni successive. È probabile che un’ulteriore diffusione continui a causa della visita di navi contaminate da questi organismi, purché il nuovo ambiente sia adatto per eventi riproduttivi e successivo insediamento; questo punto è indicato dai porti turistici che hanno una variabilità maggiore rispetto alle barche, poiché sono visitati da molte barche di diverse regioni, e anche dall’evidenza di molte navi in visita che portano nuovi Alieni nei porti turistici. Il numero di specie trovate è probabilmente sottostimato poiché le macroalghe non sono state identificate in questo studio.

A causa dei frequenti viaggi interregionali delle navi nel Mar Mediterraneo, lo scenario ottimale per il controllo degli alieni sarebbe che tutti i 22 paesi confinanti con il bacino seguano una strategia comune per limitare la diffusione di questi organismi marini. Ciò potrebbe essere controllato mediante campionamento di routine negli hotspot (vale a dire porti turistici, porti marittimi e località di acquacoltura) per disporre di dati di riferimento accurati sulle distribuzioni dei nostri “viaggiatori”, rimozione frequente delle incrostazioni dai pontoni da quei porti turistici con un’elevata ricchezza di microrganismi e pulizia obbligatoria del bacino di carenaggio e smaltimento sicuro di quelle specie. Poiché la prevenzione è considerata il metodo migliore per inibire le nuove introduzioni, sono gli ingressi situati allo Stretto di Gibilterra e al Canale di Suez a destare maggiori preoccupazioni per la futura gestione del problema. Gli organismi sulle barche che entrano attraverso i canali europei e lo stretto turco avrebbero una probabilità molto inferiore di sopravvivenza mentre viaggiano attraverso ambienti di acqua dolce o di salinità molto più bassa rispetto al loro ingresso nel Mediterraneo.
Pertanto, per dissuadere nuovi “migranti” dall’entrare nel bacino, sarebbe necessario avviare un’efficace tecnica di screening e misure di quarantena applicabili (ad esempio tramite lavaggio elettrico o immersioni in acqua dolce) per le navi in arrivo, sia allo Stretto di Gibilterra che agli ingressi del Canale di Suez.

Il mare è sempre incontro di specie, di esperienze e soprattutto di vita; è fondamentale capire come per la nautica sia importante valutare il proprio impatto sulla vita marina per rendersi sostenibile ed, in primis, futuribile come veicolo “socio-ambientale” imprescindibile al mondo moderno e sostenibile che affannosamente rincorriamo.

Basta alla fine ricordare Darwin che ci diceva “Non è la specie più forte o la più intelligente a sopravvivere, ma quella che si adatta meglio al cambiamento” per capire che rispetto a certe specie siamo noi quelli deboli e non il contrario.

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Nikko Ielasi, storia di una vita segnata dalla musica

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Niccolò ovvero Nikko Ielasi, è un giovane ischitano sulla breccia della musica internazionale. Formatosi alla Berklee College of Music di Boston è oggi un apprezzatissimo compositore e produttore. Ricco di entusiasmo e propositività per il futuro, nonostante la vita gli abbia riservato impedimenti importanti per la sua carriera. Nelle sue parole, tutto l’amore per la musica. Vive negli States, l’abbiamo intervistato.

Quando è nata la passione per la musica?

La passione per la musica è nata quando avevo circa sette anni, cominciando, a quell’età, a fare lezioni di musica. E’ nata in maniera simpatica e burrascosa. Sono entrato, per la prima volta, in una scuola di musica ad Ischia Ponte, insieme con mia madre, solo per andare a prendere mia cugina che stava li studiando. Provai per la prima volta con l’insegnante della scuola e, mi raccontano, che il primo approccio con lei non fu un vero e proprio idillio… anzi, fu molto colorito! Mia mamma ne fu molto imbarazzata ed io scappai. Poi, qualche mese dopo, io stesso richiesi di riprovare e da quella seconda volta, la mia storia con la musica non è più finita. Posso anche dire che sebbene nessuno della mia famiglia fosse stato un musicista, i miei genitori sono stati sempre grandi amanti della musica, molto spesso americana, a partire da Stevie Wonder, Dionne Warwick, Whitney Houston ecc. Questa loro passione, certamente mi ha coinvolto.

Quando hai capito che sarebbe stato il tuo futuro e non avresti voluto fare altro?

La  svolta fondamentale è stata la prima volta che sono stato in America a studiare. A quindici anni ho partecipato ad un programma, Umbria Jazz, durante il quale gli insegnanti della Berklee College of Music a Boston, si recarono a Perugia insegnando ai ragazzi Europei alcune cose della loro scuola. Vinsi poi una borsa di studio, sempre a quindici anni, che mi permise di fare, l’anno successivo, nel 2008, cinque settimane di studio a Boston. Li persi completamente la testa. Vidi un mondo completamente diverso; una scuola con più di novanta nazioni rappresentate dai vari studenti; culture diverse, strutture pazzesche con tecnologie all’avanguardia. Da quel giorno mi prefissai l’obiettivo di ritornare a studiare a Boston, dopo la fine del Liceo. Così, nell’ultimo anno di liceo feci una vera e propria audizione per il college a Roma conseguendo una borsa di studio importante anche se non sufficiente a sostenere tutte le spese che poi dovetti affrontare. Per questo, ringrazio la mia famiglia che mi ha sostenuto da subito.

Chi sono stati gli artisti che più ti hanno ispirato?

Di musicisti che mi hanno ispirato ce ne sono davvero tanti. Dal punto di vista strumentale, i pianisti che ho apprezzato di più sono Herbie Hancock che ha cambiato il modo di suonare il pianoforte ed è stato anche uno dei primi innovatori per quanto riguarda l’approccio al midi e alla musica elettronica: ha varcato i confini dei generi musicali. Io mi ritengo un musicista particolarmente versatile. Sebbene sulla mia terra si pensa a me come ad un pianista o tastierista, oggi sono un produttore ed un arrangiatore. In quanto tale, cerco anche io di varcare i confini dei generi musicali ed ogni mio lavoro è influenzato da diversi stili musicali che lascio coesistere: dal Jazz al Gospel al pop. Altri musicisti che mi hanno influenzato sono stati Keith Jarrett, Bill Evans.  Tra i non pianisti, il mio preferito è sempre stato Stevie Wonder che considero tra i più grandi nomi della musica moderna.

Crei la tua musica: da cosa nasce l’idea di una composizione?

Quando creo, l’inizio è sempre il pianoforte. Questo strumento rappresenta oggi la mia seconda natura. Parlare con la bocca o esprimermi con il pianoforte è oggi per me equivalente. Il processo della composizione è poi frutto di una lunga elaborazione. Una volta avuta l’idea, l’ispirazione c’è poi tutta la parte di strutturazione del brano, di orchestrazione, di scelte diverse di produzione e di arrangiamento. L’ispirazione in sé nasce dalla mia profonda convinzione che la vita vada vissuta e bisogna cercare di diventare eccellenti in quello che si ha da fare con studio, dedizione e sacrifici. La scintilla ispiratrice, però, nasce nei momenti di pausa… quando cioè il tuo spirito è immerso nell’acqua durante una nuotata o i tuoi occhi si perdono alla vista di un tramonto. In questo, la mia terra natia, Ischia, è un palcoscenico impareggiabile… ma anche giocare con i propri amici e i propri cari, passare del tempo con i propri cani sono tutte fonti di ispirazione. Magari non direttamente ma creando tutta una serie di suggestioni ed emozioni che poi, a livello interiore, consolidano quello che è il pensiero musicale. Deve esserci sempre un perfetto equilibrio tra il duro lavoro e il vivere le emozioni che la vita preserva. 

Quali sono gli elementi che caratterizzano un tuo brano?

Le cose che scrivo come compositore ma anche come arrangiatore hanno una valenza diversa in base al contesto in cui si trovano. Diverso sarà il risultato se devo arrangiare un pezzo per un trio con  un pianoforte, un basso e la batteria piuttosto che mi cimenti su un pezzo con un cantante ed un’orchestra completa di fiati, violini ecc.  La “mia voce”, l’elemento che caratterizza e firma il mio lavoro, è rappresentata da una profonda conoscenza dell’armonia e la mia predilezione per il suono acustico nonostante quasi tutta la musica moderna sia caratterizzata, invece, dall’elettronico. Anche io implemento i mie lavori con l’uso dell’elettronica ma nulla mi piace di più che andare in uno studio di registrazione e lavorare con musicisti e strumenti. Tendo dunque alla fusione equilibrata tra il digitale e l’acustico che, ripeto, prediligo.

 

Le tue note sono apprezzate in giro per il mondo: raccontaci dove sei stato

Dopo la mia improvvisa perdita dell’udito all’orecchio destro e durante i due anni di covid, ho viaggiato di meno e mi sono focalizzato molto sull’arrangiamento e sulla produzione. Ho comunque suonato in tutti gli Stati Uniti d’America in diversi tour che mi hanno permesso di vedere tutte le principali città. Sono poi fresco di ritorno dalla Malesia dove sono stato invitato a suonare in un festival jazz. Ho suonato poi in Spagna più di una volta. Come arrangiatore e produttore sono comunque interpellato da artisti di tutto il mondo. Ho collaborato a progetti in Germania, in Francia, in Argentina, in Colombia, in Tailandia, in Indonesia. La mia musica, che sia un progetto diretto o sul quale ho collaborato in quanto produttore e arrangiatore, è stata ascoltata in diverse parti del mondo già.

Quale è stata la difficoltà più grande che hai riscontrato nella tua carriera?

La risposta purtroppo è facile: è stata la perdita dell’udito all’orecchio destro nel 2019. Il 15 agosto di quell’anno sono andato a dormire tranquillamente senza alcun tipo di sentore e la mattina del 16 mi sono risvegliato completamente sordo all’orecchio destro. Sento ormai solo delle frequenze molto alte. Tutte le frequenze medio basse che sono il nocciolo di quello che noi ascoltiamo tutti i giorni, dal parlato alle canzoni e tutti i rumori che ci circondano sono completamente scomparse. Per esclusione, si dice che il problema sia dovuto ad un virus che sia riuscito ad arrivare all’interno del cervello e colpire la coclea dell’orecchio interno. Questa diagnosi nasce dal fatto che dopo diversi altri esami si è evinto che non ho avuto eventi ischemici o altri traumi. E’ stato scongiurato anche il tumore del nervo acustico. La scienza è ancora indietro su questo tipo di problemi. Fin quando si parla di orecchio esterno o medio, si riesce ad intervenire ma quando il fenomeno interessa quello interno, purtroppo, siamo ancora all’oscuro di molto. Sono dunque 3 anni che non sento dal lato destro ma sono riuscito ad abituarmi a questa nuova condizione nonostante ad accompagnarmi ci sia il famoso “rumore bianco”, l’acufene, quel continuo ronzio che si avverte 24 ore al giorno, proprio di fenomeni del genere. Inizialmente mi ero scoraggiato e avevo pensato di abbandonare la musica pensando di non aver modo di poter continuare a viverla con questo problema. Sono stato in terapia ed ho fatto anche un percorso psichiatrico per un annetto. Dopo un anno sabbatico che ho deciso di trascorrere ad Ischia, lavorando da casa come produttore ed arrangiatore, tra gli affetti della mia famiglia, sto molto meglio. Sono riuscito a ritrovare quelle giuste energie mentali ed emotive molto forti. Il problema fisico resta ma sono riuscito a gestirlo imparando a fare molte cose con la musica che prima non sapevo fare. Ho imparato a mixare per esempio. Per antonomasia, l’ingegnere del suono è la figura che più di altri deve sentire bene. Io ci sto riuscendo, nello stupore di molti, con un solo orecchio ed ho avuto molti riscontri positivi da grandi esperti del settore. E’ una storia di sofferenza e di paura ma anche di rivalsa e di rivincita con se stesso 

Raccontaci anche quale è stata, fino ad oggi, la tua più grande soddisfazione.

Non c’è stato ancora un premio importante o l’essere arrivato prima in una qualche classifica internazionale ma posso dire che la soddisfazione più grande è, senza dubbio, quella di aver superato il problema che ti ho appena raccontato. E’ una soddisfazione che vivo tutti i giorni poichè la mia musica è quotidianamente apprezzata da mostri sacri della musica. Un’altra grande soddisfazione sta nel fatto che, sebbene io abbia solo 30 anni, ci sono molti giovani musicisti che chiedono di studiare con me. Un’altra grande soddisfazione è quella di sconfiggere ogni giorno la paura di subire all’orecchio sinistro ciò che mi è successo a quello destro e trovare la forza di andare sempre avanti con entusiasmo.

Cosa pensi della musica moderna?

Sono tantissimi i generi musicali che oggi accompagnano la quotidianità. Se vogliamo esaminare  la musica pop e quella commerciale, ci sono tante cose positive ed altrettante negative. Tra le negative risalta senza dubbio il fatto che l’industria musicale sta puntando più sull’apparenza del personaggio che sul contenuto che lo stesso riesce ad esprimere. Si sta andando alla ricerca di soddisfazione visiva e social media piuttosto che la capacità canora o compositiva. Proprio per questa voglia di colpire con il visivo, si sta perdendo la qualità dell’audio. Si sta infatti andando proprio alla ricerca dello standard musicale. Io chiamo questo fenomeno “musica da McDonald”. Questo “appiattimento”, come anche su altri aspetti della quotidianità e della professionalità, va a discapito, anche economico, di quanti tendono alla ricercatezza. Fra quelli positivi, facendo anche io molta musica elettronica, ho scoperto che anche questa può essere un’arte. Quindi, se da un lato molti produttori decidono di utilizzare gli stessi suoni, dall’altro posso asserire che è una scienza molto interessante che può offrire, se interpretata e sviluppata in un certo modo, prospettive davvero notevoli. Nella musica moderna, rispetto anche a quella di cinque o sei anni fa (dal 2005 al 2015, a mio avviso, c’è stata una decade nella quale ci eravamo proprio persi), si sta ritornando alla ricerca dell’armonia riscoprendo l’uso di alcuni accordi che erano stati dimenticati.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Il mio interesse è quello di continuare a lavorare molto come arrangiatore e produttore visto che ne sto avendo enormi soddisfazioni anche se è un lavoro di “retrovia” che non ti permette di presentarti, al pubblico, in quanto personaggio da palco.  Il 6 agosto ritornerò a suonare in America avendo avuto l’incarico di direttore musicale e arrangiatore di un’ artista che dovrà fare un lungo tour. Voglio anche continuare a lavorare a progetti miei nei quali esprimere la “mia” musica. Inutile dire che lavoro, studio e dedico il mio tempo per raggiungere risultati sempre più alti.

Cosa consigli a chi, oggi, sente di avere propensione verso il fascinoso mondo della musica?

Consiglio due cose. La prima è quella di viverla sempre con passione e con amore. Io non ho mai perso l’entusiasmo e quando ero piccolo non sono stato mai condizionato dai miei ma, piuttosto, guidato e supportato. Purtroppo vedo, soprattutto qui ad Ischia, una presenza ingombrante dei genitori che forzano i propri figli ad un approccio che diviene quasi specchio di “una rivalsa sociale”. Per questo, vengono fatti studiare con insegnanti che li standardizzano facendo loro perdere l’essenza del gioco della musica che, invece, non andrebbe mai perso. Il secondo consiglio è quello di rimanere sempre con le orecchie aperte. Viviamo in un mondo, soprattutto in Italia, in cui si ha ancora una incidente fossilizzazione su quella che è la musica classica e sul modo di insegnare la musica fatto in un certo modo. Tutti quelli che mi conoscono, quando poi sanno che sono un musicista, danno per scontato, ad esempio, che io abbia fatto il conservatorio. C’è ancora l’idea che un musicista debba, per forza, incontrare certi tipi di insegnanti, suonare certi tipi di strumenti e percorrere strade ben precise riguardo alla formazione. Non è cosi. Sicuro non esistono scorciatoie. Bisogna studiare e dedicarsi davvero tanto, senza risparmio alcuno ma non esiste una sola strada o un solo metodo e percorso di studio. Io mi vanto di essere un musicista poliedrico e versatile con l’attenzione a svariati generi musicali. Questo non sarebbe mai potuto essere se non avessi incontrato, sul mio percorso, persone che mi avessero permesso di esplorare, sia con l’ascolto ma anche con il modo di studiare e suonare il mio strumento, i diversi generi musicali.

 

https://www.youtube.com/watch?v=h4LxS7gMbYE&ab_channel=NikkoIelasi
 

https://www.youtube.com/watch?v=mvW93pJWRBg&ab_channel=SpectrasonicsVIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=ILZCJuT4lh0&ab_channel=NikkoIelasi

primo link: “Soaring” uno dei pezzi fusion dal mio primo album NikKollective Vol. 1

secondo link: “A Quest 4 Pocket” un pezzo da NikKollective Vol. 2 , questa versione registrata dal vivo per Spectrasonics, una della marche piu’ grandi al mondo di suoni digitali

terzo link: Superstition di Stevie Wonder, in un mio arrangiamento dal vivo fatto ai tempi del college

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Summer Dinners, magiche notti stellate al Regina Isabella Resort

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La rassegna enogastronomica Summer Dinners nasce nel 2006 per volontà di Giancarlo Carriero, proprietario con le sorelle del Resort, che scelse di celebrare il cinquantesimo anniversario del Regina Isabella invitando 15 Chef stellati che interpretarono con creatività la ricorrenza. L’esperienza fu entusiasmante al punto che con Luigi Cremona, noto critico gastronomico, si decise di creare degli appuntamenti fissi nella stagione che offrissero agli ospiti del Resort, ma anche agli esterni, esperienze sempre nuove per appassionati e amanti del buon vino e del buon cibo. Sono passati 16 anni da allora e sono transitati nelle cucine del Regina Isabella prima e di Indaco poi, 64 Chef stellati italiani e stranieri che hanno contribuito a qualificare la cucina del Resort che nel corso del tempo ha visto Pasquale Palamaro passare al ruolo di Executive Chef di Indaco, stella Michelin dal 2014, fino a prendere la conduzione dell’intera ristorazione.

Tanti i temi che hanno contraddistinto le diverse edizioni, dalle donne alla cucina delle Isole, mare da mare e la sostenibilità, l’uomo e il mare, fino alle serate in programma per la stagione corrente pensate come tributo a Procida, Città della Cultura Italiana 2022.

Ogni edizione una nuova storia, un nuovo racconto che si snoda fra le testimonianze di ospiti che legano la loro esperienza di vita sempre al mare pur se vissuto in diverse prospettive, dalla creazione di una fragranza alla scrittura di un libro, dal pescato di ogni giorno al racconto delle sfide nelle regate internazionali.

Per questa straordinaria edizione il mare passa il testimone alla cultura e alla bellezza, all’arte di cui la cucina d’autore è alta espressione. Così Indaco diventerà ancora una volta il palcoscenico per intriganti confronti fra il Resident Chef Palamaro e quattro cuochi di origine procidana che hanno portato esperienza e tradizioni locali in Italia e nel mondo.

 

Saranno al Regina Isabella il 14 GIUGNO GABRIELE MURO, Executive Chef di Adelaide, ristorante dell’Hotel Vilon di Roma, con la sua cucina mediterranea che raccoglie ed interpreta le tradizioni più autentiche, il 19 LUGLIO MARCO BADALUCCI dell’omonimo ristorante a Lugano, approdato in Svizzera dopo una lunga esperienza nelle cucine dei grandi stellati italiani e francesi per proporre una cucina che sappia innovare e farsi ricordare, soprattutto emozionare. Il 29 AGOSTO sarà la volta di DOMENICO SCOTTO DI FASANO, cuoco procidano in opera al HARRY’S PICCOLO DI TRIESTE guidato dallo Chef Matteo Metullio che, con Davide De Pra, ha ottenuto nel 2022 le prestigiose ** Michelin. Concluderà la rassegna il 10 OTTOBRE MARCO AMBROSINO di 28 POSTI BISTRO’ a Milano, giovane chef di Procida che propone una cucina contemporanea che esalta solo prodotti di stagione, orientata verso valori etici, attenta alla qualità degli alimenti, al rispetto dell’ambiente e all’equità dei processi di produzione.

Con loro protagoniste delle serate saranno anche le testimonianze di quattro procidani che racconteranno la bellezza di un’isola tanto piccola nelle dimensioni quanto grande nel fervore artistico che genera. 

Così Leonardo Costagliola, Assessore al turismo di Procida, racconterà come è stato raggiunto l’ambizioso traguardo che ha sbaragliato illustri candidature e lo farà preparando una tipica insalata con i limoni locali, Antonietta Righi parlerà attraverso i suoi quadri che immortalano la ritualità del quotidiano, Elisabetta Montaldo, costumista vincitrice di ben due David di Donatello, presenterà in anteprima il costume tipico procidano disegnato da lei e Giulio Badalucci, pescatore marittimo e padre dello Chef ospite che risiede a Lugano, leggerà due poesie tratte da una piccola antologia che raccoglie i pensieri e le emozioni di una vita.

Saranno i pescatori di Procida che porteranno il pescato utilizzato per i Menu delle serate, piccoli pescatori che vivono del loro quotidiano e salvaguardano con fatica un mestiere sempre più anacronistico.

Coinvolte nei quattro appuntamenti cantine vitivinicole impegnate in progetti di sostegno e valorizzazione dell’arte. 

Acqua ufficiale della Rassegna è Ferrarelle, cantine partner delle serate San Salvatore 1998, Casa Setaro, Cantina di Lisandro e Montalbera.

CURATORI DELLA RASSEGNA

Pasquale Palamaro

Manuela Popolizio

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In cammino nelle notti estive al chiaro di luna, un’esperienza sensoriale tra i paesaggi dell’isola d’Ischia

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«Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, silenziosa luna?» Chi non si è mai fermato, almeno una volta nella vita, e volgendo lo sguardo verso l’alto, nel buio della notte, abbia formulato in silenzio le stesse domande che si è posto Giacomo Leopardi? La Luna riveste una grande importanza per l’uomo. In primis, è icona di vita e di una certa ciclicità: attraverso l’osservazione delle fasi lunari, fin dai tempi antichi, l’uomo è riuscito ad incidere positivamente sulle proprie attività quotidiane.  Essa veniva considerata una sorta di dea letteralmente venerata per il culto di amore armonico, visto l’abbinamento Sole-Luna, considerati come due sposi. E’ di certo la regina indiscussa della notte, quella che molto spesso viene vista come cornice ideale per uno scenario romantico. Beh in effetti la Luna, soprattutto quando è piena, attrae proprio per questo suo fascino contemplativo; non è un caso che in astrologia essa tende ad assumere una simbologia particolarmente legata alla profondità d’animo e all’inconscio, la parte più intima di ogni persona. Vi è mai capitato di mettervi in cammino su un sentiero di notte, guidati solo dalla luce della luna? Oltre a dare sollievo,  perché  le temperature estive torride possono essere fastidiose (o addirittura insopportabili) durante il giorno, è davvero un’esperienza intima e personale, molto diversa da quella diurna.

Il contatto con la natura è ancora più profondo. Camminando di notte si riduce naturalmente la capacità di usare la vista per orientarsi. Questo ci porta a concentrarci sugli altri sensi. L’olfatto, il tatto e l’udito diventeranno fondamentali per carpire tutti i suoni, gli odori e i profumi nell’ambiente circostante. Questo ci permette di vivere meglio la natura attorno a noi, capirla in fondo, entrando davvero in connessione con essa.  Tutto ha un’energia vitale che si propaga sottoforma di vibrazioni. Il grande dono del silenzio del mondo vegetale ci permette di vivere questa esperienza profonda, di riceverla attraverso organi di senso differenti. E questo di notte è ancora più efficace.  È bellissimo: scorgere una meteora attraversare il cielo o orientarsi alla luce della luna piena possono essere esperienze di trasformazione molto personali, specialmente se si è abituati a vivere in città. I profumi in un bosco sono più intensi e quindi i benefici di un bagno di bosco ancor più evidenti. Proviamo a non usare la luce frontale, soprattutto se c’è la luna piena, diamo il tempo agli occhi di adattarsi alla notte, utilizzando anche maggiormente la nostra visione periferica: utilizzando maggiormente la parte periferica della retina dell’occhio, si può effettivamente vedere meglio di notte usando appunto la cosiddetta visione periferica. Piuttosto che guardare direttamente un oggetto, proviamo ad adottare più uno “sguardo vuoto” in cui si è consapevoli di ciò che è visibile sopra, sotto e all’esterno dei nostri occhi. 

Ciò consentirà ai nostri occhi di adattarsi all’oscurità e amplificherà la nostra visione notturna in modo da poter osservare meglio il paesaggio, la fauna selvatica e il cielo stellato sotto la luce naturale. Ma non limitiamoci solo a questo. Portando consapevolezza al nostro respiro pian piano “attiviamo” gli altri sensi. Nel momento in cui troveremo un equilibrio cooperativo tra i nostri sensi, tutto si trasformerà e percepiremo finalmente la bellezza del paesaggio notturno, come dimostrano le bellissime foto di Michelangelo Ambrosini. Certo perché forse non sapete che i fotografi molto spesso preferiscono fotografare un paesaggio notturno per “vederlo” veramente. Pensateci un attimo è come essere su un set fotografico dove la modella o il modello  (il paesaggio nel nostro caso) vengono preparati al fine di dare risalto alle loro bellezze e dove la luce (la Luna nel nostro caso) viene posizionata nel modo giusto, al fine di evidenziarne i dettagli. Ma la Luna può essere essa stessa la protagonista di una bellissima foto, o di un cammino. Pensate al fascino della Luna rossa, che è tale quando sorge e quando tramonta e che sulla nostra bella isola si vede sorgere, come per il sole, ad est verso il castello Aragonese e tramontare ad Ovest, verso  Forio. Quindi un cammino sulla cresta dell’isola permetterà di vivere in pienezza questa esperienza. La Luna piena di luglio è appena passata, ma se volete vivere un’esperienza sensoriale ci vediamo ad agosto. Sarò sul sentiero della cresta a risvegliare i miei sensi. Vi aspetto! 

 Le foto sono concesse da Michelangelo Ambrosini che ringraziamo

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