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Apple piega l’iPhone e sfida Samsung: il Duo può conquistare subito il 25% del mercato

Apple entra nel mercato degli smartphone pieghevoli con l’iPhone Duo. Secondo Counterpoint Research potrebbe conquistare subito una quota del 25%, diventando il secondo produttore mondiale alle spalle di Samsung e davanti a Huawei.

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L’ingresso di Apple nel mercato degli smartphone pieghevoli potrebbe modificare rapidamente gli equilibri di un settore finora dominato da Samsung e Huawei. Nonostante una produzione iniziale limitata, il nuovo iPhone Duo potrebbe conquistare subito il 25% del segmento globale e collocarsi al secondo posto.

È la previsione formulata dagli analisti di Counterpoint Research nel giorno della presentazione del primo iPhone pieghevole. Un dispositivo che rappresenta il cambiamento più importante nel design del melafonino dal debutto del modello originale, presentato da Steve Jobs il 9 gennaio 2007.

I pieghevoli valgono ancora soltanto il 2%

Gli smartphone che si aprono a libro costituiscono attualmente appena il 2% del mercato complessivo. Un settore ancora di nicchia, ma con ampi margini di crescita.

Secondo le stime di Counterpoint, le spedizioni globali dei dispositivi pieghevoli dovrebbero raggiungere i 100 milioni di unità entro la fine del 2026, mentre nel 2027 è atteso un aumento del 37% su base annua.

Il traguardo arriva a quasi otto anni dalla comparsa sul mercato dei primi modelli pieghevoli, avvenuta nel 2019.

«I dispositivi foldable rappresentano ancora una quota molto ridotta del mercato complessivo degli smartphone», spiega l’analista Tarun Pathak. «Esiste quindi un ampio margine affinché questa categoria cresca ben oltre gli attuali volumi».

Apple può diventare subito il secondo produttore

La disponibilità iniziale dell’iPhone Duo sarà condizionata dai tempi necessari per portare la produzione a pieno regime. Questo, secondo gli analisti, non dovrebbe però impedire ad Apple di ottenere un esordio rilevante.

«La disponibilità iniziale del primo iPhone pieghevole sarà inevitabilmente limitata durante la fase di avvio della produzione», osserva la ricercatrice Liz Lee. «Nonostante la finestra di vendita ridotta, prevediamo che Cupertino conquisterà il 25% del mercato globale dei pieghevoli, posizionandosi direttamente al secondo posto. Sarebbe un esordio molto forte».

Samsung conserverebbe la leadership con una quota del 38%, mentre Huawei scenderebbe al terzo posto con il 22%. Il gruppo sudcoreano continua a guidare l’innovazione del settore, mentre il colosso cinese mantiene una presenza particolarmente forte nel proprio mercato nazionale grazie a una vasta gamma di modelli.

Da Xiaomi a Google, aumenta la concorrenza

Il debutto di Apple arriva mentre numerosi produttori stanno ampliando la propria offerta. È atteso a breve lo Xiaomi 18 Fold, mentre Motorola, Honor, Google, vivo e Oppo lavorano a nuovi dispositivi pieghevoli, compresi modelli caratterizzati da schermi ancora più ampi.

La sfida, tuttavia, non si giocherà soltanto sulla tecnologia della cerniera, sulla resistenza degli schermi o sullo spessore dei dispositivi. Il vero terreno di confronto sarà l’esperienza d’uso.

«L’elemento distintivo risiederà nell’esperienza utente», spiega Liz Lee. Sarà questa a favorire l’espansione della categoria e la nascita di nuove modalità di utilizzo, rivolte sia alla produttività sia alla fruizione di contenuti.

Il prezzo resta il principale ostacolo

La diffusione di massa non sarà immediata. I dispositivi pieghevoli costano ancora mediamente fino a tre volte più degli smartphone tradizionali, una differenza che ne limita l’accessibilità.

L’arrivo dell’iPhone Duo può rendere il formato più desiderabile e accelerarne la diffusione, ma serviranno ancora alcuni anni perché i pieghevoli escano definitivamente dalla nicchia.

Apple entra dunque in ritardo rispetto ai concorrenti, come spesso accaduto nella sua storia. Lo fa però con una forza commerciale e una capacità di influenzare le abitudini dei consumatori che potrebbero trasformare il 2026 nell’anno della vera svolta per gli smartphone pieghevoli.

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Cronache

Informazione in vendita: l’ipocrisia di chi finge di non vedere

La pubblicità presentata come informazione tradisce la fiducia dei lettori con pressioni sulle redazioni, conflitti d’interessi e nomine legate alla promessa di investimenti pubblicitari. Un richiamo alla trasparenza e alla responsabilità professionale, dalla parte dei giornalisti che difendono l’informazione come servizio al pubblico.

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La pubblicità travestita da informazione vende qualcosa che non appartiene né all’editore né al direttore: la fiducia del lettore. È questo il punto da cui partire per discutere di una zona opaca del giornalismo italiano. Una zona nella quale interessi commerciali, relazioni aziendali e responsabilità editoriali possono intrecciarsi fino a rendere irriconoscibile il confine tra una notizia e una prestazione acquistata.

La denuncia riguarda questo confine e chi accetta di cancellarlo. Riguarda, soprattutto, l’ipocrisia di chi conosce il problema, dispone degli strumenti per riconoscerlo e continua a comportarsi come se fosse un dettaglio inevitabile del mestiere.

Di quanto scrivo sono testimone diretto. E conosco casi di direttori sostituiti perché non hanno accettato di piegare il giornale a questa logica. Non considero queste esperienze una ragione per condannare indistintamente una professione. Le considero una ragione per rompere il silenzio su comportamenti che la danneggiano.

Un editore può avere interessi. Un giornale deve avere autonomia

Che una proprietà editoriale coltivi attività economiche in altri settori non dimostra, da solo, che le sue testate siano asservite. Ma rende ancora più necessarie garanzie concrete di indipendenza, soprattutto quando l’informazione tocca gli interessi del gruppo.

Lo stesso vale per il direttore. Essere nominato da un editore comporta responsabilità e un rapporto fiduciario. Non comporta il dovere di trasformare ogni convenienza della proprietà in una scelta giornalistica.

Un direttore responsabile risponde anche ai lettori. La sua funzione perde significato quando diventa soltanto il punto di trasmissione di decisioni prese altrove, secondo criteri che nulla hanno a che vedere con la rilevanza delle notizie.

È facile celebrare la libertà di stampa quando a minacciarla è un potere esterno. È più scomodo difenderla quando la pressione arriva dall’interno dell’azienda che paga gli stipendi.

Il curriculum? Basta il portafoglio dei contatti

Conosco anche casi nei quali l’accesso a una direzione è stato favorito dalla promessa di portare pubblicità di aziende pubbliche o private “amiche”. In quelle scelte, una storia professionale inconsistente e competenze inadeguate hanno smesso, evidentemente, di essere un ostacolo. A quanto pare, il curriculum può diventare un documento facoltativo, purché sia ben fornita la rubrica telefonica.

La proposta, nella sostanza, è questa: con la mia nomina arriveranno gli investimenti delle aziende X, Y e Z. E, talvolta, anche qualche presenza televisiva con la qualifica di direttore, utile a dare visibilità alla testata. Un circuito nel quale il titolo apre le porte degli studi e la comparsa sullo schermo contribuisce a valorizzare il titolo. Resta da capire quanto spazio rimanga, in mezzo, per il giornalismo.

Procurare ricavi e promuovere una testata sono attività legittime. Il problema nasce quando la promessa commerciale diventa il criterio decisivo per affidare una responsabilità editoriale, mentre autonomia, competenza e capacità di guidare una redazione passano in secondo piano.

Se poi chi difende quel confine viene sostituito e chi promette di renderlo permeabile viene premiato, il messaggio rivolto ai giornalisti è piuttosto chiaro. Non occorre nemmeno metterlo per iscritto: basta osservare chi avanza e chi viene accompagnato alla porta.

La fragilità delle redazioni

Il ringiovanimento delle redazioni non è un problema: i giovani giornalisti non hanno meno dignità, competenza o coraggio dei colleghi più anziani. Il problema nasce quando al ricambio si accompagnano precarietà, perdita di tutele e indebolimento della rappresentanza.

Una redazione ricattabile economicamente è una redazione più esposta alle pressioni. Chi teme di perdere un contratto, una collaborazione o una prospettiva professionale può incontrare maggiori difficoltà nel contestare un incarico.

Questo non assolve ogni comportamento. Impone, però, di distinguere le responsabilità. Non si può mettere sullo stesso piano chi subisce una pressione e chi la organizza, chi dipende da un compenso modesto e chi decide carriere, promozioni e linea editoriale.

I Comitati di redazione hanno senso anche per questo: difendere le condizioni nelle quali il diritto-dovere di informare può essere esercitato. Se quella funzione si indebolisce, il danno arriva fino al lettore.

Quando il cliente compra un articolo

La raccolta pubblicitaria sostiene l’informazione. Il punto critico è il passaggio dall’acquisto di uno spazio dichiaratamente commerciale all’acquisto di un contenuto presentato come scelta autonoma della redazione.

Il meccanismo da contestare è preciso: un’azienda paga per ottenere visibilità e riceve un articolo, un servizio o un’intervista la cui natura promozionale viene nascosta al pubblico. Il lettore vede una firma giornalistica, una pagina di cronaca, uno spazio televisivo. Non vede il rapporto economico che ha determinato quel contenuto.

Un articolo favorevole a un’impresa non è, per questo, pubblicità occulta. Un’intervista a un imprenditore non dimostra un accordo commerciale. La distinzione va cercata nei fatti: chi ha commissionato il contenuto, chi lo ha pagato, quali condizioni sono state concordate, quale autonomia ha avuto la redazione e che cosa è stato dichiarato al pubblico.

Ma quando la promozione acquistata viene deliberatamente presentata come informazione indipendente, chiamarla “sinergia” non cambia la sostanza. La parola corrente è marchetta. Il problema professionale è l’inganno sulla natura del contenuto.

Le relazioni esterne e il conflitto d’interessi

Convegni, corsi, classifiche, premi, certificazioni e servizi di comunicazione possono essere attività legittime. Diventano un problema editoriale quando il rapporto con un cliente condiziona il modo in cui quel cliente viene raccontato, valutato o invitato negli spazi informativi.

Lo stesso interrogativo si pone quando chi dirige una testata svolge anche incarichi nelle relazioni esterne, nella consulenza di comunicazione o nella rappresentanza di interessi. Occorre conoscere gli incarichi, i clienti e le garanzie adottate per evitare condizionamenti.

Se un cliente viene intervistato o invitato in una trasmissione, il pubblico deve poter capire se esiste un legame economico con chi ha deciso quella presenza. Anche quando si tratta di servizio pubblico.

E quando sono impiegate risorse di aziende o enti pubblici, la richiesta di trasparenza è ancora più stringente: riguarda sia l’uso del denaro sia la qualità dell’informazione ricevuta dai cittadini.

Le regole ci sono. Le facciamo rispettare?

Il Codice deontologico dei giornalisti, in vigore dal 1° giugno 2025, richiede autonomia e indipendenza e impone di rendere chiaramente distinguibili informazione e pubblicità. L’obbedienza alla gerarchia redazionale non cancella i doveri professionali.

Perciò non possiamo liquidare tutto come una questione di sensibilità personale. Non serve una condanna penale per riconoscere una violazione deontologica. E la regolarità di un contratto commerciale non garantisce, da sola, la correttezza del prodotto editoriale che ne deriva.

Le domande riguardano direttori, editori, giornalisti, rappresentanze sindacali e organismi della professione. Quali separazioni esistono tra attività commerciali e scelte redazionali? Chi può segnalare una pressione senza temere conseguenze? Chi verifica che un contenuto pagato sia riconoscibile?

La responsabilità di chi sa

Non ogni giornalista conosce gli accordi commerciali della propria azienda. Non ogni incarico permette di ricostruirli. Ma chi sa che un contenuto è stato comprato e contribuisce a presentarlo come indipendente assume una responsabilità precisa.

La necessità di lavorare merita rispetto. Non può diventare l’alibi permanente di chi ha il potere di scegliere e pretende anche di impartire lezioni di etica agli altri.

Il tesserino attesta l’appartenenza a una professione. La credibilità si misura nel suo esercizio, soprattutto quando rispettarne le regole costa qualcosa.

Ci sono giornalisti che non piegano la schiena davanti a ricatti e compromessi. Difendono l’autonomia del proprio lavoro anche quando questo significa rinunciare a un incarico, a una promozione o alla comodità di un rapporto compiacente con il potere. Per loro l’informazione resta un servizio al lettore: è a lui che devono una ricostruzione onesta dei fatti.

E ci sono quelli che riducono il mestiere alla disponibilità verso il padrone di turno, salvo poi rivendicarne il prestigio e impartire lezioni di indipendenza. Alla subordinazione aggiungono così l’ipocrisia. Una vergogna che si somma all’altra e che finisce per gettare discredito anche su chi continua a lavorare con rigore.

Il lettore ha diritto di sapere se sta leggendo una notizia o un messaggio pagato. Ha diritto a conoscere i legami che possono condizionare chi gli presenta un fatto. Ha diritto a formarsi un’opinione senza che una trattativa commerciale gli venga nascosta dietro una firma.

Chi difende la libertà di stampa dovrebbe cominciare da qui. Anche dentro casa propria. Perché fingere di non vedere, quando si vede benissimo, è già una scelta. E il conto di quella scelta viene presentato ai lettori.

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Esteri

Donne d’Islanda, la forza geopolitica di una piccola isola

Nell’analisi di Angelo Turco, l’Islanda dimostra come un piccolo Stato possa esercitare autorevolezza internazionale attraverso la diplomazia e la difesa della sovranità. Al centro, il ruolo di Kristrún Frostadóttir e Þorgerður Katrín Gunnarsdóttir, la posizione strategica nel GIUK Gap e la legittimità come risorsa politica.

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C’è una piccola isola, sperduta nell’Atlantico settentrionale, che sta impartendo qualche lezione di dignità diplomatica alle grandi potenze. È l’Islanda, circa 400.000 abitanti, senza esercito permanente, ma con una posizione geografica di straordinaria importanza strategica. E a incarnare questa singolare centralità geopolitica sono oggi soprattutto due donne: la Prima ministra Kristrún Frostadóttir (nella foto Imagoeconomica in evidenza) e la ministra degli Esteri Þorgerður Katrín Gunnarsdóttir.

La replica alle Nazioni Unite

La prima scena si svolge alle Nazioni Unite. Benjamin Netanyahu, di fronte ai delegati che abbandonano l’Assemblea in segno di protesta contro la guerra a Gaza, li apostrofa come «codardi morali». La risposta arriva dalla ministra islandese: codardi morali sono piuttosto quei dirigenti che rifiutano di negoziare una pace giusta e duratura, impediscono l’accesso degli aiuti umanitari e calpestano ripetutamente il diritto internazionale. Una replica che rovescia il dispositivo retorico di Netanyahu, restituendo alle parole il loro significato morale e politico. Non è soltanto una presa di posizione sulla Palestina: è una rivendicazione della funzione del diritto contro la pretesa della forza di stabilire autonomamente ciò che è giusto.

Reykjavík e la difesa della sovranità

La seconda scena si svolge a Reykjavík, il 6 ottobre. Stavolta l’interlocutore è Marco Rubio, segretario di Stato americano. Sul tavolo c’è la sicurezza dell’Atlantico settentrionale, ma aleggia un precedente imbarazzante. Anzi, una sequenza di episodi. Poco dopo la sua elezione, nel novembre 2024, Trump avrebbe suggerito all’allora Primo ministro islandese di considerare l’annessione agli Stati Uniti. Nel gennaio 2026, Billy Long, designato ambasciatore americano a Reykjavík, scherza sull’Islanda come futuro 52° Stato dell’Unione, con lui stesso nel ruolo di governatore. Infine, nel settembre scorso, Trump pubblica su Truth Social una carta nella quale l’intero Nord America, compresi Canada, Messico, Groenlandia e Islanda, appare ricoperto dalla bandiera americana. La Prima ministra Frostadóttir reagisce duramente: non c’è niente di divertente o normale nel prendersi gioco della sovranità degli Stati. La ministra degli Esteri convoca l’ambasciatore americano e, incontrando Rubio, torna sull’argomento. Il segretario di Stato evita di commentare i post presidenziali. Reykjavík, invece, ribadisce che la cooperazione non equivale alla subordinazione.

Il ruolo strategico del GIUK Gap

Ma è la geografia a rendere particolarmente significativo questo confronto. L’Islanda occupa una posizione cruciale tra Groenlandia, Regno Unito e Scandinavia, nel sistema di passaggi marittimi attraverso cui le forze navali russe possono proiettarsi dall’Artico verso l’Atlantico. Il cosiddetto GIUK Gap costituisce da decenni uno dei dispositivi fondamentali della sicurezza euroatlantica. L’isola non è dunque una periferia del mondo, ma una cerniera strategica tra spazi oceanici, sistemi militari e interessi globali.

Tra geopolitica fattuale e geopolitica mediale

Qui emerge il paradosso islandese. Da un lato, la «geopolitica fattuale». Ecco dunque la riaffermazione dell’autonomia nazionale, testimoniata anche dal referendum del 29 agosto scorso, quando il 52,8% degli elettori ha respinto la ripresa dei negoziati di adesione all’Unione Europea, senza per questo rinunciare alla cooperazione con Bruxelles. Ed ecco la pressione militare russa, concreta e strutturale, con navi e sottomarini impegnati in attività di ricognizione, anche intorno ai cavi sottomarini delle comunicazioni. Dall’altro, la «geopolitica mediale» americana, nella quale carte, dichiarazioni e provocazioni presidenziali trasformano simbolicamente territori sovrani in oggetti di appropriazione. Quella russa e quella statunitense sono due forme profondamente differenti di pressione, che tuttavia convergono nel mettere alla prova l’autonomia dell’isola.

La legittimità come risorsa politica

Emerge qui la lezione delle donne d’Islanda. La loro forza non consiste nel contrapporre una potenza militare a un’altra, ma nel valorizzare una risorsa politica spesso sottovalutata: la legittimità. La piccola dimensione territoriale non impedisce di esercitare un’autorevolezza internazionale, purché si sappia trasformare la propria posizione geografica in capacità diplomatica.

In un mondo dove i grandi Stati sembrano talvolta confondere la potenza con il diritto, l’Islanda ricorda che la centralità geopolitica non dipende soltanto dalla grandezza di un territorio, ma anche dalla capacità di difenderne il significato politico.

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In Evidenza

Vasco Rossi, dottorato a Salerno: «Prima di parlare, ascoltare»

L’Università di Salerno ha conferito a Vasco Rossi il dottorato di ricerca honoris causa in Politica e Comunicazione. Nella lectio al campus di Fisciano, il rocker ha riflettuto sulla responsabilità delle parole, sul ruolo sociale delle canzoni e sull’importanza dell’ascolto nell’epoca dei social, tra ironia e applausi degli studenti.

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«Prima di parlare bisognerebbe imparare ad ascoltare». Vasco Rossi porta all’Università di Salerno una riflessione sul potere delle parole, sulla musica e sulla responsabilità di chi comunica. Il rocker ha ricevuto il dottorato di ricerca honoris causa in Politica e Comunicazione, alternando nella sua lectio magistralis ironia, emozione e richiami alla tolleranza.

La cerimonia si è svolta il 7 ottobre nell’aula magna “Vincenzo Buonocore” del campus di Fisciano, dove Vasco è stato accolto dal rettore Virgilio D’Antonio. Il riconoscimento premia un percorso artistico capace di interpretare sensibilità e inquietudini di generazioni diverse, costruendo un rapporto con il pubblico che va oltre la musica.

L’ironia sul dottorato: «Continuerò a fare concerti»

«Un dottorato di ricerca honoris causa in Politica e Comunicazione… per me? Questa proprio non me l’aspettavo», scherza Vasco all’inizio dell’intervento.

Poi gioca sul nuovo titolo: «Dottorato significa che potrei anche insegnare, ma tranquillizzo subito i miei affezionati detrattori: continuerò a fare concerti».

Le battute accompagnano un’emozione dichiarata davanti alla comunità universitaria. Il conferimento del dottorato honoris causa è un riconoscimento accademico e non comporta, di per sé, l’attribuzione di un incarico di professore.

Essere Vasco, una responsabilità verso il pubblico

«Essere Vasco Rossi? La risposta breve è: una grande responsabilità», racconta l’artista.

Una responsabilità che collega alla necessità di restare fedele a se stesso, senza modificare la propria identità per ottenere approvazione. Le canzoni nascono da un’esperienza personale, ma quando raggiungono il pubblico assumono significati che appartengono anche a chi le ascolta.

È in questa relazione che Vasco colloca il legame tra musica, politica e comunicazione: materie che, spiega, non ha studiato sui libri, ma ha vissuto, subito e talvolta provocato attraverso il proprio lavoro.

La canzone come messaggio che attraversa la società

«Una canzone non è soltanto una canzone. È un messaggio che viaggia senza ufficio stampa», afferma.

La musica, nella sua riflessione, raggiunge le persone attraverso emozioni, ricordi e domande. Può dare voce a un disagio prima che questo trovi le parole per diventare una richiesta collettiva.

Anche la politica viene descritta in una dimensione più ampia di quella istituzionale: «È anche il modo in cui una società decide chi ascoltare, chi proteggere e chi lasciare ai margini».

Vasco precisa che una canzone non sostituisce l’impegno politico o civile. Può però preparare il terreno, rendere riconoscibile un problema e mettere in discussione ciò che sembra inevitabile.

Il potere delle parole nell’epoca dei social

Un passaggio centrale riguarda la responsabilità del linguaggio. Le parole possono manipolare, costruire nemici e alimentare paure, ma possono anche aiutare chi non riesce a farsi sentire e difendere inclusione e tolleranza.

«Ogni parola costruisce un clima», sottolinea Vasco. Un clima che può favorire odio o confronto, rassegnazione o volontà di reagire.

Nell’epoca dei social e degli algoritmi, l’artista osserva che «siamo tutti con il microfono acceso». Da qui l’invito ad ascoltare prima di intervenire: «Avere più microfoni non significa avere più chiarezza».

Il voto unanime e il richiamo ai pregiudizi

Vasco torna all’ironia quando ricorda di avere saputo che il conferimento era stato approvato all’unanimità: «A me? Che sono sempre stato considerato divisivo…».

Richiama poi la falsa attribuzione di dichiarazioni offensive verso il Sud e ringrazia l’ateneo per avere guardato oltre etichette e pregiudizi.

Il passaggio diventa anche una distinzione tra critica e menzogna: di fronte alle falsità diffuse per infamare, afferma, si può ricorrere alla querela.

Applausi e cori sulle note di “Vita spericolata”

Al termine della lectio, la platea si alza tra applausi e cori. Fuori dall’aula, gli studenti accompagnano la conclusione della cerimonia sulle note di “Vita spericolata”.

«Vedervi qui, tutti in toga, e ricevere questo riconoscimento in quest’aula magna mi emoziona davvero», dice Vasco.

Il saluto conserva il tono dell’intervento: «Grazie, cari colleghi professori… da oggi sono un prof anch’io. Tranquilli: non darò voti. Al massimo chiederò il bis».

(Le foto del servizio sono tratte dal profilo Facebook dell’Università che ringraziamo)

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