Economia
Anthropic supera OpenAI: raccolta record da 65 miliardi e valutazione vicina ai mille miliardi di dollari
Secondo Bloomberg, Anthropic avrebbe raccolto 65 miliardi di dollari raggiungendo una valutazione di circa 965 miliardi. La società fondata dagli ex dirigenti OpenAI Dario e Daniela Amodei supererebbe così la rivale nella corsa all’intelligenza artificiale, confermandosi tra le aziende tecnologiche più preziose e influenti del mondo.
La corsa globale all’intelligenza artificiale registra un nuovo protagonista assoluto. Secondo quanto riportato da Bloomberg, Anthropic avrebbe concluso un gigantesco round di finanziamento da 65 miliardi di dollari che porterebbe la società a una valutazione di circa 965 miliardi di dollari.
Si tratta di una cifra che, se confermata, cambierebbe gli equilibri del settore e consentirebbe ad Anthropic di superare la rivale OpenAI, la società che ha sviluppato ChatGPT e che finora era considerata il principale punto di riferimento dell’industria dell’AI.
Dalla scissione di OpenAI alla sfida per il primato mondiale
La storia di Anthropic nasce proprio da una costola di OpenAI. Fondata nel 2021 dai fratelli Dario e Daniela Amodei insieme ad altri ricercatori provenienti dal gruppo guidato da Sam Altman, l’azienda ha puntato fin dall’inizio sullo sviluppo di sistemi di intelligenza artificiale sicuri, affidabili e particolarmente adatti all’utilizzo professionale.
Negli ultimi anni la piattaforma Claude ha conquistato quote di mercato sempre più importanti, soprattutto tra aziende, sviluppatori e organizzazioni che utilizzano strumenti avanzati di automazione, analisi dei dati e generazione di contenuti.
La crescita della società è stata sostenuta da investimenti miliardari e da partnership strategiche con alcuni dei principali protagonisti mondiali del settore tecnologico.
Perché il mercato crede nell’intelligenza artificiale
La valutazione attribuita ad Anthropic non riflette soltanto i risultati economici attuali. Gli investitori stanno finanziando una prospettiva che vede l’intelligenza artificiale come una tecnologia destinata a modificare profondamente l’economia mondiale.
L’AI è ormai considerata una infrastruttura strategica, capace di incidere sulla produttività delle imprese, sulla ricerca scientifica, sulla medicina, sulla finanza e sulla sicurezza informatica.
In questo scenario, le aziende che sviluppano i modelli più avanzati vengono percepite come future piattaforme essenziali dell’economia digitale globale.
La nuova sfida tra Anthropic e OpenAI
Per anni il settore è stato dominato dall’immagine di OpenAI e di ChatGPT. Oggi però il panorama appare più competitivo.
Da una parte c’è OpenAI, sostenuta da Microsoft e forte di una diffusione globale senza precedenti. Dall’altra c’è Anthropic, che ha costruito una reputazione crescente grazie alla qualità dei suoi modelli Claude e alla forte presenza nel mercato professionale.
La competizione tra queste due aziende rappresenta ormai il cuore della corsa occidentale all’intelligenza artificiale, mentre colossi come Google, Meta e Amazon continuano a investire decine di miliardi di dollari per non perdere terreno.
Una rivoluzione che vale quasi mille miliardi
La valutazione di 965 miliardi di dollari attribuita ad Anthropic racconta molto più di una semplice operazione finanziaria. Racconta la convinzione, diffusa tra gli investitori internazionali, che l’intelligenza artificiale possa diventare una delle tecnologie più influenti del XXI secolo.
Resta da capire se queste valutazioni rappresentino una previsione corretta sul futuro oppure una fase di entusiasmo eccessivo del mercato. Nel frattempo una certezza emerge con forza: la battaglia per il controllo dell’AI è appena entrata in una nuova fase e le cifre in gioco sono ormai paragonabili a quelle delle più grandi economie del pianeta.
Economia
UniCredit-Commerzbank, primo confronto Orcel-Orlopp sul cambio di controllo
Primo confronto diretto tra Andrea Orcel e Bettina Orlopp dopo la conquista da parte di UniCredit di circa il 48% di Commerzbank. Al centro gli effetti contabili, legali e gestionali del cambio di controllo.
Si apre il dialogo diretto tra UniCredit e Commerzbank. Andrea Orcel e Bettina Orlopp hanno partecipato alla fine della scorsa settimana a una videoconferenza insieme con altri dirigenti dei due istituti, avviando il confronto sulle conseguenze del passaggio del controllo della banca tedesca.
Il colloquio non rappresenta ancora l’apertura di una trattativa formale sulla fusione. Le discussioni si sarebbero concentrate soprattutto sugli aspetti contabili, legali e sulla gestione dei rischi legati alla nuova struttura azionaria.
UniCredit vicina al 50 per cento
Tra le azioni già detenute e quelle ottenute attraverso l’offerta pubblica di scambio conclusa a luglio, UniCredit può contare su una partecipazione di circa il 48 per cento di Commerzbank.
Restano necessari gli ultimi passaggi regolamentari prima che il gruppo italiano possa esercitare pienamente i diritti collegati alla quota. Il confronto servirà quindi a preparare le due banche agli effetti concreti del cambio di controllo.
La telefonata apre la strada a ulteriori incontri nei prossimi mesi, durante i quali potranno essere affrontati anche il futuro assetto industriale, la governance e i rapporti tra Commerzbank e Hvb, la controllata tedesca di UniCredit.
Le divergenze sul piano industriale
Il progetto di UniCredit punta a rafforzare il posizionamento di Commerzbank sul mercato domestico tedesco, riducendo la dipendenza dalle attività internazionali di finanziamento e negoziazione.
Proprio su questo punto restano le maggiori distanze. Bettina Orlopp considera la rete internazionale una componente essenziale del modello industriale e si opporrebbe a un suo ridimensionamento. Le proposte riguardanti la divisione retail e le attività amministrative sarebbero invece meno controverse.
La stessa amministratrice delegata ha ricordato che qualsiasi modifica strutturale, compreso un eventuale accordo di controllo, richiederebbe almeno il 75 per cento dei voti in assemblea.
«Solo un approccio congiunto ha delle potenzialità», ha affermato Orlopp durante la recente presentazione dei risultati.
La posizione del governo tedesco
Nella partita resta centrale il governo di Berlino, ancora titolare di circa il 13 per cento di Commerzbank. L’esecutivo tedesco ha sempre chiesto garanzie sul mantenimento della sede a Francoforte, sui posti di lavoro e sul ruolo della banca nel finanziamento delle imprese nazionali.
Finora Berlino ha mostrato forti resistenze all’operazione e ha respinto le richieste di Orcel di avviare un negoziato diretto. Il nuovo equilibrio azionario rende però sempre più difficile ignorare il peso raggiunto da UniCredit.
Secondo le ipotesi allo studio, Commerzbank potrebbe restare un’entità autonoma per almeno due anni dopo il cambio di controllo. Soltanto in una fase successiva UniCredit valuterebbe una possibile integrazione con Hvb.
Nessuna scossa in Borsa
I mercati hanno accolto senza particolari reazioni la notizia del primo confronto. Commerzbank ha terminato la seduta di Francoforte in rialzo dello 0,2 per cento a 39,1 euro, mentre UniCredit ha registrato a Milano un aumento analogo, chiudendo a 84,6 euro.
Alla fine dello scorso anno Commerzbank impiegava quasi 40 mila persone, circa 25 mila delle quali in Germania e diecimila in Polonia. La forza lavoro di Hvb era invece composta da circa 8.400 dipendenti. Numeri che spiegano perché l’eventuale integrazione sia destinata a restare una questione industriale e politica di primo piano in Germania.
Economia
Petrolio, riserva strategica Usa sotto i 300 milioni di barili: minimo dal 1983
La riserva strategica petrolifera degli Stati Uniti scende a 298,7 milioni di barili, il livello più basso dal gennaio 1983. Pesano i rilasci disposti dopo il blocco iraniano dello Stretto di Hormuz.
La riserva strategica di petrolio degli Stati Uniti è scesa sotto la soglia dei 300 milioni di barili, toccando il livello più basso degli ultimi 43 anni. Il nuovo calo fotografa la crescente pressione esercitata sulle scorte energetiche mondiali dal conflitto con l’Iran e dalla persistente crisi nello Stretto di Hormuz.
Secondo i dati diffusi dal Dipartimento americano dell’Energia, nell’ultima settimana la Strategic Petroleum Reserve, conosciuta con la sigla Spr, si è ridotta di 6,1 milioni di barili, attestandosi a 298,7 milioni.
Il livello più basso dal 1983
Per ritrovare una quantità così ridotta bisogna tornare al gennaio del 1983, quando la riserva statunitense era ancora in fase di costituzione. La Spr fu infatti istituita nel 1975, dopo la crisi petrolifera provocata dall’embargo arabo, con l’obiettivo di proteggere l’economia americana da improvvise interruzioni delle forniture.
Il petrolio viene conservato in grandi cavità saline sotterranee situate in Texas e Louisiana e può essere immesso sul mercato in caso di emergenze energetiche o gravi squilibri dell’offerta.
Il rilascio deciso da Trump
Il presidente Donald Trump aveva autorizzato a marzo il rilascio di 172 milioni di barili, dopo che l’Iran aveva bloccato le esportazioni di greggio attraverso lo Stretto di Hormuz.
L’operazione statunitense rientrava in un intervento coordinato con gli altri Paesi dell’Agenzia internazionale dell’energia, finalizzato ad attenuare l’aumento dei prezzi e compensare almeno in parte la riduzione delle forniture provenienti dal Golfo Persico.
Le consegne programmate stanno però assottigliando rapidamente la riserva americana, già ridimensionata dai precedenti prelievi effettuati negli ultimi anni.
Il nodo dello Stretto di Hormuz
Attraverso Hormuz transita una parte rilevante del petrolio e del gas naturale liquefatto commercializzati nel mondo. Il blocco imposto dall’Iran ha costretto produttori e compagnie di navigazione a cercare rotte alternative, aumentando tempi, costi e rischi per il mercato energetico.
Il calo della riserva limita progressivamente il margine di intervento di Washington qualora la crisi dovesse prolungarsi. Molto dipenderà dall’esito dei negoziati con Teheran e dalla possibilità di ripristinare una circolazione stabile delle petroliere attraverso lo Stretto.
Economia
Pil, Napoli cresce dell’1,5%: quarta città d’Italia
Il Pil di Napoli è stimato in crescita dell’1,5% nel 2026, contro una media nazionale dello 0,9%. Preoccupa l’inflazione prevista al 3,5%.
Napoli dovrebbe chiudere il 2026 con una crescita del Prodotto interno lordo dell’1,5%, conquistando il quarto posto tra le città capoluogo italiane. Davanti ci sono soltanto Bolzano, con un incremento stimato dell’1,8%, e Roma e Milano, entrambe all’1,6%.
La previsione emerge dall’analisi realizzata dal Centro Europa Ricerche per Confesercenti, elaborata sulla base delle stime dell’Ufficio parlamentare di bilancio. Il dato napoletano supera nettamente la crescita nazionale prevista allo 0,9% e quella del Mezzogiorno, indicata allo 0,8%.
Napoli traina il Mezzogiorno
La stima rafforza il ruolo economico assunto da Napoli negli ultimi anni. La crescita della città risulta quasi doppia rispetto a quella prevista per la Campania, ferma allo 0,8%, e conferma l’esistenza di velocità differenti anche all’interno della stessa regione.
Nel Mezzogiorno si distingue anche Bari, con un aumento atteso dell’1,3%. All’estremo opposto della classifica si trova Reggio Calabria, per la quale viene prevista una crescita sostanzialmente nulla.
Il quadro nazionale resta comunque molto differenziato. Il Nord-est dovrebbe crescere dell’1,1%, il Centro dell’1%, mentre Nord-ovest, Sud e Isole sono appaiati allo 0,8%. Tra le regioni guida il Trentino-Alto Adige con l’1,5%; la Valle d’Aosta è l’unica per la quale si stima una contrazione, pari allo 0,1%.
Non è soltanto l’effetto del turismo
Il turismo resta uno dei principali motori dell’economia napoletana, ma da solo non basta a spiegare la crescita. Venezia, nonostante la sua fortissima vocazione turistica, dovrebbe fermarsi allo 0,7%, mentre Firenze è stimata all’1,1%.
A Napoli incidono anche l’artigianato, la gastronomia, le produzioni locali, la moda e la sartoria. Secondo le valutazioni di Confesercenti, il comparto turistico e le attività collegate generano tra Napoli e provincia un valore superiore a 5 miliardi di euro all’anno, coinvolgendo oltre 128mila imprese e 750mila occupati.
«Se in passato poteva sembrare una scommessa audace, oggi è una certezza», afferma Vincenzo Schiavo, presidente di Confesercenti Napoli e Campania e vicepresidente nazionale con delega al Mezzogiorno. «La città ha la struttura e la maturità per gestire e valorizzare contesti di grandissima visibilità».
L’allarme dell’inflazione
Alla crescita del Pil si accompagna però un aumento sostenuto dei prezzi. Per Napoli viene stimata nel 2026 un’inflazione del 3,5%, la seconda più alta tra i capoluoghi italiani dopo Reggio Calabria, indicata al 4,3%. Seguono Bolzano e Roma, entrambe al 3,4%.
Schiavo riconduce la riduzione dello storico divario dei prezzi tra Napoli e il Nord anche al crescente ricorso alle catene internazionali di approvvigionamento. La città e la Campania, sostiene, conservano tuttavia un costo medio inferiore rispetto alle aree settentrionali e un rapporto favorevole tra qualità e prezzo per numerosi prodotti locali.
Cinque città concentrano metà della crescita
Il presidente nazionale di Confesercenti, Nico Gronchi, invita a leggere le previsioni con prudenza, anche per le possibili conseguenze del caldo sui consumi e sulla produttività.
Il dato strutturale è che metà della crescita italiana attesa nel 2026 si concentra in appena cinque città. Le economie urbane stanno quindi diventando un motore autonomo dello sviluppo nazionale, ma la sfida sarà trasformare l’aumento del Pil in occupazione stabile, servizi migliori e benefici diffusi per famiglie e imprese.


