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Esteri

Almasri condannato a Tripoli, sette anni e quattro mesi per violazione dei diritti dei detenuti

Il Tribunale penale di Tripoli ha condannato Osama Najeem Almasri a 7 anni e 4 mesi di reclusione per violazione dei diritti dei detenuti. L’ex comandante libico era al centro del caso internazionale che aveva coinvolto Italia e Corte penale internazionale.

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Il caso Almasri torna al centro della scena internazionale, questa volta con una sentenza pronunciata in Libia. Il Tribunale penale di Tripoli ha condannato Osama Najeem Almasri a 7 anni e 4 mesi di reclusione per violazione dei diritti dei detenuti, secondo quanto riportato dai media libici.

La decisione del Tribunale di Tripoli

La sentenza dispone anche la perdita della capacità giuridica e la privazione dei diritti civili per tutta la durata della pena e per un anno successivo.

Almasri, ex comandante libico, era già diventato una figura centrale in una delicata vicenda giudiziaria e diplomatica che aveva coinvolto il governo italiano e la Corte penale internazionale.

Il caso tra Italia e Corte penale internazionale

Il nome di Almasri era finito al centro del confronto tra Roma e la Corte penale internazionale dopo il mandato emesso nei suoi confronti dalla Cpi per gravi accuse legate alla gestione dei detenuti nelle strutture carcerarie libiche.

La vicenda aveva sollevato interrogativi politici, giudiziari e diplomatici, soprattutto dopo il passaggio dell’ex comandante libico in Italia e il successivo rientro in Libia.

Una condanna che apre nuovi scenari

La condanna pronunciata a Tripoli introduce un nuovo elemento in una vicenda ancora molto sensibile, che resta osservata con attenzione sia sul piano della giustizia libica sia su quello dei rapporti con gli organismi internazionali.

Resta da capire quale sarà ora il rapporto tra la decisione del Tribunale di Tripoli e le iniziative già avviate dalla Corte penale internazionale, che aveva acceso i riflettori sul ruolo di Almasri e sulle accuse relative alle violazioni commesse contro i detenuti in Libia.

Una vicenda ancora aperta

Il procedimento libico segna un passaggio importante, ma non chiude il caso sul piano internazionale. La storia giudiziaria di Almasri continua infatti a incrociare temi delicatissimi: diritti umani, responsabilità penali, cooperazione tra Stati e rapporti tra giustizia nazionale e giustizia internazionale.

La sentenza di Tripoli rappresenta dunque un punto fermo sul piano interno libico, ma lascia ancora aperte molte domande sul destino complessivo del caso Almasri.

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Esteri

Crollo nei sondaggi per Trump: gradimento al minimo storico del 33% per l’effetto Iran

Secondo un sondaggio Reuters/Ipsos, il gradimento di Donald Trump è sceso al 33%, eguagliando il minimo storico del 2017. La flessione è legata alle tensioni con l’Iran, con l’80% degli americani convinto che il conflitto durerà a lungo.

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Il sostegno popolare per Donald Trump tocca il punto più basso del suo mandato. Secondo l’ultimo sondaggio condotto da Reuters/Ipsos, il tasso di approvazione per l’operato del Presidente degli Stati Uniti è crollato al 33%, mentre una netta maggioranza del 64% esprime un parere contrario. Si tratta di un valore che eguaglia il record negativo registrato nel dicembre del 2017.

A pesare in modo decisivo sull’immagine del tycoon è la gestione delle tensioni internazionali, in particolare l’escalation del conflitto con l’Iran. Dopo essere tornato alla Casa Bianca forte del consenso di circa metà del Paese, l’impatto delle recenti mosse di politica estera in Medio Oriente ha provocato una marcata flessione nei consensi.

Dalla rilevazione emerge una diffusa preoccupazione tra l’opinione pubblica americana circa la durata dell’impegno militare: ben l’80% degli intervistati ritiene infatti che il coinvolgimento degli Stati Uniti nell’area sia destinato a protrarsi a lungo. Un timore trasversale che unisce l’elettorato, condiviso dall’87% dei simpatizzanti democratici e da un consistente 71% degli stessi elettori repubblicani.

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Nuova sede FBI, schiaffo giudiziario a Trump: il giudice sblocca il trasferimento in Maryland

Un giudice federale del Maryland ha accolto il ricorso della Contea di Prince George contro l’amministrazione Trump: il quartier generale dell’FBI potrà trasferirsi in Maryland e vengono sbloccati i 500 milioni di dollari precedentemente congelati dal governo.

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Un’importante vittoria legale per le autorità dello Stato del Maryland e un duro arresto per i piani dell’amministrazione guidata da Donald Trump. Un giudice federale del Maryland ha stabilito che la Casa Bianca non può bloccare il trasferimento programmato del quartier generale dell’FBI nel Maryland, respingendo le ultime disposizioni del governo federale.

La sentenza dà ragione alla Contea di Prince George e ai rappresentanti statali, fermando il tentativo dell’esecutivo di spostare provvisoriamente gli uffici del bureau presso il Ronald Reagan Building di Washington, situato a poca distanza dallo storico ma ormai obsoleto J. Edgar Hoover Building.

Accogliendo il ricorso delle autorità locali, il togato ha inoltre annullato il controverso provvedimento con cui l’amministrazione Trump aveva congelato e dirottato i 500 milioni di dollari già stanziati dal Congresso per la costruzione del nuovo plesso in territorio moscovita-marylandese. Questa decisione riapre la strada al megaprogetto infrastrutturale, destinato a garantire alle forze dell’ordine federali una sede moderna e fuori dal congestionato centro della capitale.

Meta descrizione SEO Un giudice federale sblocca il trasferimento dell’FBI in Maryland e restituisce i 500 milioni di dollari bloccati dall’amministrazione Trump.

Riassunto Un giudice federale del Maryland ha accolto il ricorso della Contea di Prince George contro l’amministrazione Trump: il quartier generale dell’FBI potrà trasferirsi in Maryland e vengono sbloccati i 500 milioni di dollari precedentemente congelati dal governo.

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Medio Oriente, colloquio Erdoğan-Trump: «Diplomazia fondamentale, no all’escalation con l’Iran»

Nel corso di un colloquio telefonico con Donald Trump, il presidente turco Erdoğan ha chiesto di insistete sui canali diplomatici, in particolare tra USA e Iran. Ha inoltre difeso il recente patto di difesa della Mecca con Arabia Saudita e Pakistan e criticato le azioni israeliane a Gaza.

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Faccia a faccia telefonico tra Ankara e Washington per fare il punto sulla delicatissima crisi in Medio Oriente. Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha avuto un colloquio con il presidente statunitense Donald Trump, sottolineando l’assoluta necessità di sfruttare ogni canale diplomatico per evitare un’ulteriore escalation delle tensioni regionali.

Secondo quanto riferito dall’agenzia Anadolu, che cita una nota ufficiale della direzione per le comunicazioni della presidenza turca, Erdoğan ha caldeggiato in modo particolare il proseguimento del dialogo diretto e dei negoziati tra Stati Uniti e Iran.

Nel corso della telefonata, il leader di Ankara ha rispolverato il valore strategico dell’Accordo congiunto di difesa della Mecca — il patto trilaterale siglato questo mese tra Turchia, Pakistan e Arabia Saudita. Secondo Erdoğan, l’intesa «dimostra una posizione forte nel garantire la stabilità e la sicurezza regionali», ponendosi come un perno di deterrenza e coordinamento in un quadrante geopolitico incandescente.

Spazio centrale è stato riservato anche al dossier relativo alla Striscia di Gaza. Il capo di Stato turco ha espresso forte preoccupazione per la situazione sul campo: «In un momento in cui l’obiettivo prioritario dovrebbe essere il passaggio alla seconda fase del processo di pace, si registra un preoccupante aumento delle azioni del governo israeliano contro la popolazione palestinese». Erdoğan ha comunque ribadito che la Turchia non intende fare passi indietro e «continuerà a sostenere sforzi per una pace duratura nella regione, promuovendo iniziative concrete per la ricostruzione» del territorio palestinese.

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