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Allarme interferenze sul voto in Italia, i servizi: «Pronti a difendere le elezioni». Guerini: rischio anche dalla Russia

Il direttore del Dis Vittorio Rizzi assicura che l’Italia ha predisposto misure per proteggere le prossime elezioni da interferenze e disinformazione. Il presidente del Copasir Lorenzo Guerini richiama il rischio delle attività ibride russe, mentre Tajani parla di una guerra ibrida già in corso. La Lega invita invece a vigilare contro ogni interferenza straniera senza alimentare un’«ossessione» per Mosca.

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Il rischio di interferenze straniere e di operazioni di guerra ibrida sulle prossime elezioni italiane esiste, ma l’apparato di sicurezza nazionale si sta preparando a contrastarlo. Il direttore generale del Dis, Vittorio Rizzi (foto Imagoeconomica), assicura che sono già state predisposte misure specifiche per tutelare la libertà del voto e il processo democratico.

«Il tema di tutelare il processo elettorale riguarda non solo l’Italia ma tutti i Paesi che nel 2026 e 2027 andranno al voto», ha spiegato Rizzi, sottolineando che, su indicazione del Copasir, sono state messe in campo «una serie di misure per tutelare la libertà del processo democratico di voto».

Il direttore del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza è intervenuto all’incontro “Intelligence e magistratura: la collaborazione necessaria”, dove il tema delle possibili ingerenze straniere ha occupato una parte importante del confronto.

Guerini: «L’Italia non è immune»

Il presidente del Copasir Lorenzo Guerini invita a non sottovalutare il problema, ma contemporaneamente mette in guardia da letture allarmistiche.

Le possibili intromissioni e le campagne di disinformazione attraverso diversi canali, ha ricordato, sono state registrate in occasione di appuntamenti elettorali in diversi Paesi e «anche l’Italia non è immune da questo rischio».

Un pericolo che, secondo Guerini, «non va drammatizzato», mantenendo però alta l’attenzione.

I servizi italiani, ha spiegato il presidente del Copasir, monitorano quotidianamente le piattaforme social e le possibili attività di soggetti esterni finalizzate a condizionare il dibattito pubblico.

Il rischio delle operazioni russe

Nel quadro tracciato da Guerini rientra anche la Russia.

«Il rischio di azioni e condotte ibride da parte della Russia è conosciuto in tutta Europa», ha affermato il presidente del Copasir.

Secondo Guerini esistono analisi che documentano attività condotte direttamente o indirettamente da Mosca nel campo della disinformazione, anche con l’obiettivo di verificare la capacità di tenuta delle opinioni pubbliche e delle società europee.

Da qui la necessità, secondo il presidente del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, di mantenere una posizione europea coesa.

Tajani: «La guerra ibrida è in corso»

Ancora più esplicito il ministro degli Esteri Antonio Tajani, intervenuto durante la sua visita in Egitto.

«La guerra ibrida è in corso», ha ribadito il vicepremier. Per Tajani il rischio che attori esterni tentino di influenzare le elezioni nei Paesi europei è «consistente».

Il ministro distingue però tra il tentativo di interferire e la sua effettiva capacità di modificare il comportamento degli elettori: l’esistenza di campagne straniere, osserva, non significa automaticamente che i cittadini europei ne seguano le indicazioni.

La Lega: «Nessuna ossessione per i russi»

All’interno della maggioranza emerge però una posizione diversa. La Lega riconosce la necessità di vigilare contro le interferenze straniere, ma contesta quella che considera un’eccessiva concentrazione dell’attenzione sulla Russia.

«Un conto è la legittima preoccupazione per le minacce esterne – sostengono fonti del partito – un altro è l’ossessione per i russi in ogni campo».

Per la Lega occorre vigilare contro qualsiasi possibile interferenza, «da qualunque parte arrivi», senza mettere in discussione la capacità degli italiani di decidere autonomamente attraverso il voto.

Servizi in allerta sulle piattaforme social

La questione si prepara così a diventare uno dei dossier sensibili in vista dei prossimi appuntamenti elettorali.

La posizione delle istituzioni di sicurezza è quella di prevenire e individuare eventuali operazioni straniere senza trasformare il rischio in allarmismo. Il monitoraggio riguarda in particolare disinformazione, piattaforme social e possibili campagne coordinate provenienti dall’estero.

Un equilibrio delicato: proteggere il processo democratico dalle interferenze senza confondere il legittimo confronto politico, anche quello più duro, con un’attività di influenza straniera.

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Esteri

Glucksmann vince le primarie: sfida a Mélenchon e Le Pen

Raphaël Glucksmann conquista al primo turno la candidatura della sinistra socialdemocratica francese, distanziando Olivier Faure e Ségolène Royal. Rivendica una rottura con il macronismo e rifiuta alleanze con Mélenchon. Ora deve ampliare il consenso per competere alle presidenziali del 2027.

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Raphaël Glucksmann conquista con oltre il 66% dei voti la candidatura della sinistra socialdemocratica alle presidenziali francesi del 2027. Una vittoria al primo turno che gli consegna un mandato netto: costruire un’alternativa al macronismo e alla linea di Jean-Luc Mélenchon, con l’obiettivo dichiarato di fermare l’estrema destra. Il successo nelle primarie, però, è soltanto il primo passaggio di una competizione nazionale ancora aperta.

Alla sala Solaris di Parigi, vicino al Père-Lachaise, i sostenitori lo accolgono scandendo «Raphaël président». Il leader di Place publique ed eurodeputato può festeggiare un risultato che evita il ballottaggio interno e ridimensiona nettamente gli avversari.

Faure e Royal distanti dal vincitore

Il segretario socialista Olivier Faure si ferma intorno al 14%, mentre Ségolène Royal, già candidata all’Eliseo nel 2007, raccoglie circa il 7,6%. Gli altri concorrenti, Emmanuel Maurel e Jérôme Guedj, restano entrambi sotto il 6%.

Il voto si è svolto attraverso una piattaforma digitale, aperta agli aderenti delle formazioni coinvolte e a cittadini iscritti secondo le condizioni stabilite dagli organizzatori. Circa 140 mila erano gli iscritti: una cifra da distinguere dal numero delle persone che hanno effettivamente votato.

Per Glucksmann, il risultato rafforza soprattutto una scelta politica: rappresentare una sinistra socialista, democratica ed europeista, autonoma da La France insoumise.

La rottura con Mélenchon e il macronismo

Durante la campagna interna, gli avversari hanno accusato Glucksmann di essere troppo vicino al centro e di proporre una versione aggiornata del macronismo. Il vincitore respinge questa lettura e rivendica una doppia discontinuità: con la politica di Emmanuel Macron e con l’egemonia di Jean-Luc Mélenchon sulla sinistra.

Nel discorso dopo il voto ha indicato giustizia sociale e fiscale, transizione ecologica e democrazia come assi della candidatura. Ha inoltre ribadito il rifiuto di un’alleanza con LFI.

È una linea che chiarisce il suo posizionamento, ma lascia aperta la questione del consenso: per raggiungere il secondo turno delle presidenziali dovrà attrarre elettori oltre il perimetro delle primarie.

Le tensioni con Ségolène Royal

Il confronto interno è stato segnato anche da attacchi personali. Royal aveva definito Glucksmann uno «stagista», mettendone in discussione l’esperienza politica e la capacità di guidare il Paese.

Dopo la sconfitta ha ripreso quell’espressione: «Ha vinto lo stagista, purtroppo».

Glucksmann, 46 anni, ha costruito il proprio percorso soprattutto sui temi europei e internazionali. Non ha ricoperto incarichi di governo in Francia: un elemento che gli avversari indicano come un limite e che i sostenitori considerano invece un’opportunità di rinnovamento.

La vittoria gli offre ora una legittimazione politica più ampia, ma rende necessario ricomporre le divisioni e mobilitare anche le strutture socialiste.

La sfida per il consenso a sinistra

Il rapporto con Mélenchon sarà uno dei nodi principali della campagna. Il leader di LFI mantiene una presenza rilevante nella mobilitazione sociale e cerca di consolidare il proprio seguito, anche tra i giovani.

Glucksmann dovrà mostrare come la sua proposta possa rispondere alle preoccupazioni su salari, servizi pubblici, scuola e costo della vita. Il risultato delle primarie dimostra un consenso nel campo socialdemocratico; non consente ancora di misurare la sua capacità di imporsi nell’intero elettorato francese.

La competizione a sinistra rischia inoltre di dividere voti decisivi per l’accesso al ballottaggio.

Le Pen, Philippe e l’incognita Hollande

L’obiettivo dichiarato resta battere Marine Le Pen e impedire l’arrivo dell’estrema destra all’Eliseo. Le rilevazioni disponibili indicano una posizione forte del Rassemblement national, ma il risultato delle presidenziali non può essere considerato già acquisito.

Glucksmann deve confrontarsi anche con la concorrenza nell’area centrale, dove Édouard Philippe punta a intercettare elettori moderati.

Nel campo socialista resta sullo sfondo François Hollande. L’ex presidente ha salutato la vittoria di Glucksmann come un chiarimento della linea politica, mentre il suo entourage continua a evocare una possibile funzione di riferimento per la famiglia socialdemocratica. Questo non equivale all’annuncio di una candidatura.

Dalle primarie alla corsa per l’Eliseo

Le presidenziali francesi del 2027 sono previste il 18 aprile, con il secondo turno il 2 maggio.

Per Glucksmann, la priorità è trasformare il successo interno in una campagna nazionale: riunire i sostenitori delle diverse candidature, consolidare l’organizzazione e ampliare il consenso.

Le primarie gli hanno consegnato una candidatura forte e una linea riconoscibile. La corsa all’Eliseo dipenderà dalla capacità di farne una proposta credibile per un elettorato molto più ampio.

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Esteri

La realpolitik si riprende la scena. Gli USA stringono l’Europa nel vicolo cieco della guerra ucraina

Angelo Turco analizza il mutamento della politica americana verso la guerra ucraina, le pressioni su Zelensky e il potere infrastrutturale di Elon Musk. Al centro della riflessione, la distanza tra gli obiettivi dichiarati dall’Europa e i mezzi disponibili, insieme alla necessità di un’autonoma iniziativa diplomatica per incidere sulle condizioni della pace.

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Washington cerca una nuova intesa con Mosca, Zelensky subisce crescenti pressioni e Musk mostra il potere geopolitico delle infrastrutture private. L’Europa continua a proclamare la propria fermezza, ma la sua politica verso la Russia deve ormai confrontarsi con una contraddizione fondamentale: la distanza tra gli obiettivi dichiarati e i mezzi necessari a realizzarli.

Trump e Putin: la realpolitik irrompe sulla scena

«È giunto il momento che l’Ucraina abbia un nuovo presidente». Con questa dichiarazione del 10 ottobre, Donald Trumpcompie un passo ulteriore nella ridefinizione della politica americana verso la guerra russo-ucraina. Non si limita più a sollecitare un negoziato, né a manifestare insofferenza per le resistenze di Volodymyr Zelensky. Indica apertamente nel presidente ucraino un ostacolo alla conclusione del conflitto, attribuendogli la responsabilità di aver lasciato sfuggire diverse occasioni di pace. Una presa di posizione che acquista un significato ancora maggiore perché segue immediatamente l’intesa energetica raggiunta con Vladimir Putin. Washington non ha soltanto modificato il proprio linguaggio: sta cambiando le condizioni materiali e diplomatiche entro cui la guerra viene combattuta.

La svolta prende forma attorno a un prodotto apparentemente prosaico: il diesel. La guerra con l’Iran e le perturbazioni dei mercati energetici hanno reso l’approvvigionamento di carburanti una priorità americana. Trump si rivolge allora a Putin, raggiungendo un accordo per l’immissione di ingenti quantitativi di gasolio russo sul mercato, accompagnato dalla sospensione delle relative sanzioni statunitensi. Le prime forniture annunciate ammontano a 300.000 tonnellate, destinate a essere seguite da quantitativi assai maggiori. È una decisione che risponde anche alle urgenze politiche americane, con le elezioni di metà mandato ormai imminenti.

La geopolitica fattuale irrompe così sulla scena, scavalcando anni di dichiarazioni sulla necessità di isolare economicamente Mosca. La Russia torna a essere, per Washington, un interlocutore commerciale necessario. Non perché siano scomparse le divergenze strategiche, ma perché gli interessi energetici americani impongono una diversa gerarchia delle priorità. E la realpolitik consiste precisamente in questo: riconoscere i rapporti di forza, individuare gli interessi negoziabili e modificare di conseguenza le proprie condotte.

La vicenda assume contorni ancora più significativi quando si considerano gli attacchi ucraini contro le raffinerie russe. Trump aveva chiesto a Zelensky di interromperli, sostenendo che contribuivano all’aumento dei prezzi internazionali dei carburanti. Kiev aveva proposto una sospensione reciproca degli attacchi alle infrastrutture energetiche, comprese quelle ucraine bombardate dalla Russia. Washington, secondo le ricostruzioni giornalistiche, chiedeva invece una rinuncia unilaterale. Il mancato accoglimento di questa richiesta diventa ora un argomento contro Zelensky.

Non siamo semplicemente di fronte a una divergenza diplomatica. Si modifica la stessa rappresentazione politica della guerra. La Russia resta responsabile dell’invasione del febbraio 2022, ma Trump sposta l’attenzione dalla responsabilità originaria del conflitto a quella della sua prosecuzione. È un’operazione di geopolitica mediale di grande portata: la narrazione della guerra viene riorganizzata attorno alla necessità di concluderla, e chi resiste alle condizioni del negoziato rischia di essere rappresentato come responsabile della sua continuazione.

Ciò non significa che le condizioni russe siano diventate accettabili, né che Mosca abbia rinunciato ai propri obiettivi territoriali. Significa che gli Stati Uniti stanno ridefinendo i termini del problema ucraino sulla base di interessi che non coincidono più necessariamente con quelli di Kiev e delle capitali europee.

La negoziazione asimmetrica e il terzo potere di Musk

La nuova situazione introduce un’asimmetria destinata a pesare sull’intero processo negoziale. Putin controlla una parte consistente del territorio ucraino, dispone di una forza militare ancora operativa e può contare su una capacità di resistenza economica che le sanzioni occidentali non hanno annullato. Zelensky dispone della legittimità derivante dalla difesa del proprio paese, della resistenza delle forze armate e del sostegno internazionale. Trump, però, possiede una leva diversa: può modificare le condizioni strategiche entro cui l’Ucraina continua a combattere.

La minaccia di ridimensionare la condivisione delle informazioni d’intelligence mostra quanto concreta sia questa capacità di condizionamento. Una guerra moderna non si conduce soltanto con soldati, carri armati e munizioni. Richiede sistemi informativi, ricognizione satellitare, comunicazioni protette, individuazione dei bersagli, coordinamento delle operazioni. La dipendenza ucraina da alcune di queste capacità americane costituisce un limite oggettivo alla sua autonomia decisionale.

Ma proprio qui interviene un protagonista che la diplomazia tradizionale fatica ancora a collocare nelle proprie categorie: Elon Musk. E questa volta il miliardario americano non si limita a esercitare il proprio potere infrastrutturale attraverso Starlink. Interviene direttamente nella controversia politica, schierandosi con Trump contro Zelensky. «Zelensky si è spinto troppo oltre», scrive il 10 ottobre sulla propria piattaforma X, commentando le dichiarazioni del presidente americano sugli attacchi ucraini alle raffinerie russe. Il giorno successivo rincara la dose: «Sono d’accordo, è ora che l’Ucraina abbia un nuovo leader». Non una generica critica alla condotta della guerra, dunque, ma una presa di posizione esplicita sulla leadership politica ucraina.

La portata di queste dichiarazioni va ben oltre il loro contenuto verbale. Musk è infatti il proprietario di SpaceX, la società che gestisce Starlink, un’infrastruttura di comunicazione essenziale per numerose operazioni dell’esercito ucraino. Un’inchiesta Reuters del 2025 ha ricostruito come, durante la controffensiva del 2022, un ordine di Musk relativo al servizio Starlink avesse provocato interruzioni delle comunicazioni in aree operative, con conseguenze sulle attività militari. Oggi lo stesso imprenditore, che dispone di questa capacità di condizionamento tecnologico, interviene pubblicamente per delegittimare il presidente del paese che dipende anche dalle sue infrastrutture.

Si delinea così una triangolazione singolare. Trump esercita una pressione diplomatica e strategica su Kiev; Putin mantiene le proprie rivendicazioni territoriali e militari; Musk aggiunge alla pressione politica un potere infrastrutturale privato che attraversa le sovranità statali. Non occorre postulare un coordinamento tra i tre per riconoscere la convergenza delle loro posizioni rispetto alla leadership ucraina. La novità è che il proprietario di una tecnologia indispensabile alla conduzione della guerra assume apertamente una posizione politica contro chi quella guerra sta conducendo.

La geopolitica mediale rivela qui la propria dimensione più radicale. La medialità non si limita a raccontare la guerra, a costruirne le immagini o a orientarne la percezione pubblica. Entra nella costituzione materiale dell’azione bellica. Il controllo delle connessioni, delle piattaforme e dei sistemi satellitari diventa una risorsa di potere geopolitico. Accanto alla diplomazia degli Stati emerge così una sovranità infrastrutturale senza territorio, capace tuttavia di intervenire direttamente sul territorio e sulla guerra.

Tutto ciò rende ancora più evidente il carattere asimmetrico della negoziazione che si prepara: Zelensky deve confrontarsi non soltanto con la potenza militare russa e con le scelte diplomatiche americane, ma anche con una dipendenza tecnologica che nessuna dichiarazione europea può cancellare.

Kallas e il vicolo cieco europeo: quando la dichiarazione sopravvive alla strategia

È a questo punto che la posizione europea manifesta la propria contraddizione più profonda. Kaja Kallas, Alta rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, continua a sostenere la necessità di mantenere la pressione sulla Russia e di assicurare all’Ucraina un appoggio militare, economico e politico. La sua linea si richiama alla difesa della sovranità ucraina e alla necessità di impedire che l’aggressione territoriale diventi un precedente accettabile. Ma il problema non è più soltanto la legittimità dei principi proclamati. È la loro relazione con i rapporti di forza effettivi.

La cultura politica di Kallas è profondamente segnata dall’esperienza storica baltica, dalla memoria del dominio sovietico e dalla percezione della Russia come minaccia permanente. Questa matrice aiuta a spiegare la continuità delle sue posizioni. Ma una memoria storica, per quanto comprensibile, non costituisce di per sé una strategia. La ragione politica deve misurarsi con le condizioni nelle quali gli obiettivi possono essere perseguiti, con i mezzi disponibili e con le conseguenze delle proprie decisioni.

Per oltre quattro anni la politica europea verso la guerra ucraina si è sviluppata all’interno di una solidarietà occidentale che aveva negli Stati Uniti il proprio principale garante militare. Oggi quella premessa è rimessa in discussione. Se Washington cerca un accomodamento con Mosca, allenta alcune sanzioni e considera Zelensky un ostacolo alla conclusione della guerra, la prosecuzione della linea europea non rappresenta più una semplice differenza tattica tra alleati. Può diventare una collisione strategica con gli Stati Uniti.

KAJA KALLAS

La conseguenza è evidente. Un’Europa intenzionata a sostenere la prosecuzione della resistenza ucraina anche contro le pressioni americane dovrebbe assumersi autonomamente gli oneri della propria scelta. Dovrebbe finanziare la guerra, assicurare le forniture militari, sostituire le capacità tecnologiche e informative americane eventualmente sottratte a Kiev e, soprattutto, elaborare una propria iniziativa diplomatica. Dovrebbe inoltre mettere in conto l’eventualità che Washington la accusi di incoraggiare l’intransigenza ucraina e di ostacolare il negoziato. Un’accusa politicamente possibile, benché la sua fondatezza dipenderebbe anche dalle condizioni imposte da Mosca.

Ma dove sono le risorse e, soprattutto, dove si manifesta la volontà politica di sostenere una simile scelta?

Il caso tedesco è particolarmente istruttivo. Friedrich Merz continua ad annunciare nuovi impegni per Kiev, pur dovendo affrontare difficoltà politiche interne e contestazioni della propria linea verso Mosca. Ma la distanza tra la rappresentazione finanziaria della solidarietà e la sua effettiva consistenza è ormai documentata. L’8 ottobre il Kiel Institute ha mostrato che, dei circa 100 miliardi di euro rivendicati dal governo tedesco come sostegno all’Ucraina, soltanto 41,7 miliardi possono essere classificati come aiuti bilaterali effettivamente destinati al paese. Altri 35,9 miliardi riguardano spese sostenute in Germania, soprattutto per i rifugiati, mentre 22 miliardi rappresentano impegni militari futuri.

Non è una questione di contabilità minore. È il problema della distanza tra risorse annunciate, risorse effettivamente trasferite e risorse necessarie a sostenere una guerra di lunga durata. Il Kiel Institute ha inoltre rilevato che, pur essendo cresciute alcune allocazioni europee nel 2026, il sostegno finanziario e umanitario è rimasto inferiore ai livelli dell’anno precedente, mentre le forniture militari europee continuano a dipendere in misura importante da armamenti americani.

Gli stanziamenti non sono cessati, ma la loro esistenza non dimostra che siano sufficienti. Un miliardo annunciato non equivale a un miliardo erogato; un miliardo erogato non equivale a un miliardo immediatamente impiegabile; e nessuna cifra isolata consente di valutare la sostenibilità di una strategia che richiede decine di miliardi, continuità industriale e capacità militari sofisticate. La questione decisiva è il rapporto tra il flusso delle risorse e l’ampiezza degli obiettivi.

Fuori dalla Germania, i governi europei devono confrontarsi con vincoli altrettanto stringenti. La Francia è assorbita dalle difficoltà di bilancio e dall’instabilità politica; la Spagna si avvicina a una prova elettorale; l’Italia deve conciliare gli impegni internazionali con esigenze finanziarie e divisioni nella maggioranza. Non è necessario sostenere che ogni finanziamento sia cessato per riconoscere la difficoltà di costruire una nuova mobilitazione europea commisurata alle esigenze della guerra.

Ed è qui che il problema diventa propriamente geopolitico. La linea europea non appare soltanto esposta a una sproporzione tra obiettivi e mezzi. Deve fare i conti con la possibilità che venga meno il quadro strategico internazionale entro cui era stata concepita. Continuare a proclamare la medesima fermezza, senza chiarire come essa possa tradursi in una condotta autonoma, rischia di trasformare la geopolitica dichiarativa in una superfetazione incongrua della geopolitica fattuale.

Non si tratta più della consueta distanza tra parole e fatti. Si tratta di una divaricazione nella quale le dichiarazioni continuano a riprodursi mentre la capacità politica di modificare i fatti si restringe. La retorica non accompagna più una strategia sufficientemente definita: rischia di prenderne il posto.

La responsabilità europea, in questa lettura, non consiste nell’aver sostenuto un paese aggredito. Consiste nel non aver saputo accompagnare quel sostegno con un’autonoma iniziativa diplomatica capace di definire obiettivi negoziali, condizioni di sicurezza e possibili compromessi. La fermezza verso Mosca è stata spesso presentata come una strategia autosufficiente, mentre dipendeva da condizioni militari, finanziarie e politiche che l’Europa non controllava interamente.

La questione più grave non è dunque se Kallas abbia ragione a diffidare della Russia. È se la politica europea sia ancora capace di trasformare quella diffidenza in una proposta praticabile per la sicurezza del continente. Senza questa capacità, l’Europa rischia di trovarsi nella posizione paradossale di aver sostenuto una parte considerevole dei costi della guerra senza esercitare un’influenza proporzionata sulle condizioni della sua conclusione.

Verso la fine della guerra? La pace e il prezzo della cecità politica

Vedremo la guerra cominciare a chiudersi entro il 2026? La domanda acquista oggi un significato diverso rispetto a pochi mesi fa. Non perché esista già un accordo, ma perché si stanno modificando alcuni dei presupposti politici e materiali della prosecuzione del conflitto.

Bisogna distinguere tre processi: l’apertura di un negoziato effettivo, la conclusione di un cessate il fuoco e la costruzione di una pace stabile. Non sono passaggi automaticamente consecutivi. Un negoziato può fallire; un armistizio può congelare le posizioni militari senza risolvere le controversie territoriali; una pace formalmente sottoscritta può rivelarsi fragile se non dispone di garanzie credibili.

La nuova politica americana introduce pressioni rilevanti su Kiev, ma non dimostra che Mosca sia pronta a concessioni corrispondenti. La Russia continua a rivendicare territori che non controlla integralmente e a colpire obiettivi ucraini, anche civili. I bombardamenti su Zaporizhzhia, immediatamente successivi all’intesa energetica Trump-Putin, ricordano quanto grande resti la distanza tra la ripresa dei rapporti economici russo-americani e la cessazione della violenza sul terreno.

L’accordo sul diesel presenta, inoltre, un’ambivalenza fondamentale. Può riaprire canali di cooperazione tra Washington e Mosca, favorendo ulteriori trattative. Ma può anche ridurre la pressione economica sulla Russia senza ottenere una contropartita immediata sul piano militare. La realpolitik non produce necessariamente la pace: modifica gli incentivi e i rapporti di forza attraverso i quali la pace viene negoziata.

Per Zelensky il problema è particolarmente difficile. Accettare concessioni territoriali e strategiche può comportare conseguenze profonde per la sicurezza e la sovranità dell’Ucraina. Rifiutarle, in presenza di una crescente pressione americana, può rendere ancora più onerosa la prosecuzione della guerra. La libertà di scelta di Kiev è dunque condizionata da fattori militari, finanziari e infrastrutturali che vanno ben oltre la volontà politica del suo presidente.

Anche Putin deve misurarsi con i costi della prosecuzione del conflitto, con le esigenze dell’economia russa e con la difficoltà di trasformare le conquiste militari in un assetto politico riconosciuto. L’intesa con Washington apre possibilità diplomatiche, ma non risolve automaticamente queste contraddizioni.

Quanto all’Europa, la questione decisiva è ormai un’altra: quale posto potrà occupare nella definizione del dopoguerra? Se gli Stati Uniti assumono l’iniziativa negoziale e la Russia dispone di una posizione militare consolidata, l’Unione rischia di partecipare alla discussione soprattutto attraverso le proprie dichiarazioni, senza una capacità corrispondente di determinare gli esiti.

Qui si manifesta il problema della razionalità geopolitica europea. Per anni il sostegno alla resistenza ucraina è stato considerato il fondamento di una politica di sicurezza. Ma sostenere militarmente una guerra e costruire le condizioni politiche della sua conclusione sono operazioni differenti. La prima richiede risorse, forniture e continuità degli impegni; la seconda esige capacità negoziale, valutazione dei rapporti di forza, definizione delle garanzie e disponibilità a confrontarsi con interessi divergenti.

L’Europa ha sviluppato strumenti importanti per la prima operazione. Non ha ancora dimostrato di possedere un’autonoma capacità equivalente nella seconda.

La guerra potrebbe entrare in una fase negoziale più intensa prima della fine dell’anno, ma sarebbe prematuro considerare acquisito un cessate il fuoco. Il calendario politico americano, le esigenze energetiche di Washington e la disponibilità russa a discutere non bastano, da soli, a superare le divergenze sulle frontiere, sulle garanzie di sicurezza e sulla sovranità ucraina.

Una conclusione, tuttavia, si impone già all’analisi: il mutamento della politica americana obbliga l’Europa a confrontarsi con i limiti della propria autonomia strategica. E questi limiti non possono essere superati moltiplicando dichiarazioni di fermezza, né sommando stanziamenti senza rapportarli agli obiettivi perseguiti.

La geopolitica mediale consente di cogliere il significato profondo di questa situazione. La geopolitica dichiarativa non è soltanto una rappresentazione verbale degli interessi: contribuisce a costruire aspettative, identità politiche, obbligazioni e legittimazioni. Ma quando perde il rapporto con la geopolitica fattuale, può diventare un dispositivo di autoriproduzione discorsiva, incapace di correggere la traiettoria delle decisioni.

Il problema europeo non è dunque soltanto quello di aver incontrato un limite materiale. È di non aver sufficientemente interrogato, nel corso della guerra, la relazione tra mezzi impiegati, obiettivi proclamati e condizioni di una possibile soluzione politica.

La domanda conclusiva non riguarda soltanto quando finirà la guerra, ma quale capacità geopolitica resterà all’Europa quando si dovranno stabilire le condizioni della pace. Perché un continente che ha contribuito a finanziare la resistenza ucraina, ma non riesce a trasformare quel sostegno in un’autonoma iniziativa negoziale, rischia di scoprire che il prezzo della propria dipendenza strategica non si misura soltanto durante la guerra. Si paga, soprattutto, al momento della pace.

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Esteri

Houthi, nuovo attacco all’aeroporto di Riad: Trump valuta l’intervento

Gli Houthi hanno rivendicato nuovi attacchi contro l’Arabia Saudita, colpendo ancora l’aeroporto di Riad dopo il raid di sabato, il cui bilancio è salito ad almeno 13 morti. Trump non esclude un intervento americano, mentre l’Onu e i governi europei condannano gli attacchi e avvertono del rischio di un’ulteriore escalation regionale.

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L’aeroporto di Riad torna sotto attacco dopo la strage di sabato, mentre Donald Trump valuta un intervento americano al fianco dell’Arabia Saudita. Gli Houthi hanno rivendicato nuovi raid contro il regno saudita, aumentando il rischio di un ulteriore allargamento del conflitto in Medio Oriente.

Il bilancio dell’attacco del 10 ottobre al King Khalid International Airport, inizialmente di 12 morti e oltre 300 feriti, è salito ad almeno 13 vittime dopo il decesso di un cittadino indiano. Tra le persone uccise figura anche un americano.

Nuovo attacco allo scalo di Riad

Domenica 11 ottobre un nuovo ordigno ha colpito un terminal passeggeri dell’aeroporto, provocando un incendio. La coalizione a guida saudita ha riferito anche dell’intercettazione di un missile da crociera nelle vicinanze dello scalo.

Gli Houthi, movimento yemenita sostenuto dall’Iran, hanno rivendicato gli attacchi contro Riad e altre infrastrutture saudite. Le operazioni aeroportuali restano sospese mentre vengono valutati danni e condizioni di sicurezza.

L’offensiva coinvolge anche l’area di Dammam e impianti energetici, con conseguenze potenziali sui collegamenti aerei e sulle attività economiche del regno.

Trump non esclude il sostegno militare ai sauditi

Donald Trump ha definito inaccettabile l’attacco e lasciato aperta la possibilità che gli Stati Uniti partecipino alle operazioni contro gli Houthi.

Washington non ha però annunciato una decisione definitiva. Un intervento aggiungerebbe un ulteriore impegno militare americano in una regione già segnata dalla guerra con l’Iran, a poche settimane dalle elezioni di metà mandato.

Il segretario di Stato Marco Rubio ha condannato gli attacchi e chiesto che cessino. La presenza di un cittadino americano tra le vittime aumenta la pressione sull’amministrazione statunitense.

Aeroporti e infrastrutture energetiche al centro dell’escalation

Nell’ultima settimana gli Houthi hanno intensificato gli attacchi contro l’Arabia Saudita, mentre proseguono gli scontri in Yemen tra il movimento e le forze sostenute da Riad.

I raid contro gli aeroporti compromettono la sicurezza dei passeggeri e provocano interruzioni dei collegamenti. Gli attacchi alle infrastrutture energetiche aggiungono invece un elemento di rischio per gli approvvigionamenti e i mercati.

Il timore è che la risposta saudita e un eventuale coinvolgimento americano alimentino una nuova spirale di azioni militari e rappresaglie.

Gli appuntamenti internazionali di Riad sotto pressione

L’escalation arriva durante una fase importante per gli eventi economici ospitati dal regno. Tra gli appuntamenti previsti nelle prossime settimane figura la Future Investment Initiative, il forum che richiama a Riad investitori e dirigenti internazionali.

La sicurezza degli scali e la continuità dei voli diventano quindi decisive anche per la partecipazione agli incontri. Gli attacchi mettono sotto pressione gli sforzi sauditi per consolidare il paese come destinazione per investimenti, affari e turismo.

Le condanne internazionali e l’allarme dell’Onu

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha espresso vicinanza all’Arabia Saudita e alle famiglie delle vittime, chiedendo la cessazione degli attacchi contro civili e infrastrutture civili.

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha avvertito del rischio di una pericolosa escalation. Condanne sono arrivate anche da Londra, Berlino e Islamabad, mentre Mosca ha richiamato la necessità di una soluzione diplomatica.

L’Onu considera gli attacchi una grave minaccia alla sicurezza regionale e agli sforzi di pace per lo Yemen. La decisione americana resta uno dei passaggi cruciali per comprendere l’evoluzione della crisi.

 

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