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Politica

Alla Camera solo con il Green pass, Cunial bocciata

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A Montecitorio si entra solo con green pass. I parlamentari come ogni altro cittadino sono tenuti a non mettere a rischio con il proprio comportamento la salute degli altri. Seguendo questo principio la Camera dei deputati respinge la sospensiva della ex M5s, Sara Cunial, no vax convinta, autorizzata nei giorni scorsi ad entrare senza certificazione dopo l’accoglienza di un suo ricorso. La risposta e’ anche per gli altri 7 deputati della componente di Alternativa che si erano aggiunti al ricorso Cunial. Il consiglio di giurisdizione di Montecitorio, tribunalino interno, ribadisce che nel Palazzo si entra solo se in possesso della certificazione verde e che le regole valgono per tutti. La notizia arriva nel tardo pomeriggio mentre al Senato vengono depositati 16 ricorsi contro l’obbligo di esibire la documentazione sanitaria in entrata, quattro da parte di senatori, tre ex 5s Laura Granato, Michele Giarrusso, Gianluigi Paragone e Carlo Martelli. Tutti nel gruppo Misto. Gli altri 12 sono di dipendenti di palazzo Madama. Ma anche nella Camera alta sembra che i no-pass trovino poca fortuna. Dalla commissione contenziosa, l’organo di giudizio di primo grado del Senato, non trapela infatti alcuna preoccupazione. Sono fuori tempo massimo, scandiscono fonti interne alla commissione stessa che tuttavia avrebbe convocato i parlamentari per i primi di dicembre. A quanto si apprende, almeno i ricorsi dei quattro parlamentari, depositati il 22 novembre, non sarebbero validi perche’ presentati fuori dai termini dettati dal regolamento che prevede 30 giorni dalla pronuncia del consiglio di presidenza. Quest’ultimo si era espresso il 19 ottobre scorso. “Ognuno ha il diritto di esprimere liberamente la propria opinione. – commenta all’Ansa il senatore questore Antonio De Poli – La Commissione Contenziosa di Palazzo Madama prendera’ atto dell’istanza”, quindi, sottolinea, “I Senatori sono tenuti ad esibire il green pass e dovranno rispettare le regole gia’ previste”. Insomma il Parlamento non si lascia intimidire dalle pressanti richieste di quanti chiedono una deroga alle regole in vigore sul tema green pass. Anche se nelle settimane scorse il collegio di Appello della Camera, presieduto dal deputato di Alternativa Andrea Colletti – tra l’altro uno dei ricorrenti contro l’obbligo di green pass – aveva accolto la richiesta di sospensiva dell’obbligo di certificazione della Cunial. Contro questa decisione e’ intervenuto il collegio dei Questori puntualizzando che la parlamentare potesse muoversi in modo molto ridotto negli ambienti della Camera e non potesse entrare in Aula. A ristabilire l’ordine, dopo i sette casi di deputati contagiati da Covid-19, e’ intervenuto oggi il Consiglio di giurisdizione che ritiene “Non vi siano ragioni d’urgenza per sospendere la decisione dei deputati Questori, del 12 ottobre scorso, di chiedere il Greenpass a tutti i deputati, oltre che ai dipendenti e a tutti coloro che accedono ai palazzi della Camera”. Vaccinazione contro il Covid-19 e tampone, secondo il tribunalino interno, sono strumenti che, “pur non potendo scientificamente garantire la certezza in assoluto della loro efficacia ed attendibilita’, offrono al riguardo un significativo tasso di probabilita’ statistica, ed in ogni caso costituiscono attualmente le uniche misure concrete che le Istituzioni possono porre in essere nel doveroso perseguimento della tutela della salute individuale e collettiva, garantita dall’articolo 32 della Costituzione”.

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Quarta fumata nera per il Quirinale, Matterella sale ancora

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Il primo voto a maggioranza assoluta finisce con un nulla di fatto. Fumata nera anche oggi a Montecitorio. Due sono i dati di rilievo della giornata. Sergio Mattarella sembra interpretare la pancia del Parlamento e sale ancora: ieri era a 125 oggi tocca quota 166. Non poco considerando che il centrodestra ha scelto l’astensione e in molti ossservano che se avessero votato tutti ci potrebbero essere stati circa una trentina di voti per l’attuale presidente provenienti da Forza Italia. Il secondo dato mostra numericamente come il centrodestra da solo non avrebbe la forza di imporre un proprio candidato: gli astenuti infatti sono stati 441, ben al di sotto del quorum da oggi fissato a 505 voti. Distaccato a 56 voti si colloca il magistrato Nino Di Matteo lanciato dagli ex grillini del Gruppo misto che si sono ricomposti in Alternativa c’e’. Si tratta di un cospicuo pacchetto di voti che sembra difficilmente controllabile nel segreto dell’urna. Matteo Salvini cerca di mantenere il pallino del gioco e convoca un vertice serale sul quale ci sono molte aspettative. Per superare il muro contro muro dovrebbe proporre un nome – il tempo delle rose sembra sia tramontato – veramente superpartes. E infatti ha spiegato cosi’ il cambio di perimetro parlando per la prima volta di un accordo che tenga unita la “maggioranza”: “offriremo proposte di altissimo livello. Voglio risolvere la questione bene, in fretta, col piu’ ampio consenso. Conto di portare sui tavoli – ha assicurato il segretario della Lega – alcuni profili che spero raccolgano il si’ di tutti. Mi si chiedono personalita’ al di fuori della politica, senza tessere in tasca, apprezzate a livello nazionale e internazionale”. Il Pd rimane quindi in attesa di vedere se il centrodestra sara’ capace di proporlo e attende prudente non abbandonando il candidato preferito, cioe’ Mario Draghi. Ma non mancano le tensioni anche nel campo del centrosinistra: i 166 voti a Mattarella vengono perlopiu’ attribuiti al Movimento cinque stelle e in molti sospettano che al posto di Mattarella si debba leggere il nome di Mario Draghi. Il premier resta infatti un’opzione forte e sul suo nome all’interno del Movimento c’e’ battaglia tra favorevoli e contrari. In ribasso l’ipotesi di Pier Ferdinando Casini, girano forti i nomi di Giuliano Amato, Elisabetta Belloni e Sabino Cassese. Profili che potrebbero ingolosire il centrosinistra. Venerdi’ quinto voto alla Camera. Cresce il pressing dei partiti su Roberto Fico per passare a due votazioni al giorno ma finche’ la situazione resta cosi’ confusa il presidente della Camera potrebbe rimanere fermo su una sola chiamata quotidiana.

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Quirinale, Cei: emerga figura di unità come Mattarella

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Nel giorno in cui si abbassa il quorum per l’elezione del presidente della Repubblica e sull’ex inquilino del Colle, Sergio Mattarella piovono consensi, il segretario della Cei, mons. Stefano Russo, parlando a nome di tutti i presuli italiani riunitisi in questi giorni nel consiglio episcopale permanente, lo ripete come un mantra: il nome del prossimo Capo dello stato deve emergere come “una figura di unita’ e di garanzia”, ci si aspetta che la scelta cada su una personalita’ capace di “unire” e di lavorare per questa unita’ esattamente come fatto nell’ultimo settennato da Mattarella. “Questa sessione invernale del Consiglio Permanente – esordiva gia’ in mattinata il comunicato ufficiale della Cei – e’ coincisa con l’avvio delle votazioni per eleggere il Presidente della Repubblica. Da qui l’auspicio dei presuli che il Parlamento in seduta comune sappia cogliere il desiderio di unita’ espresso dal Paese. L’esempio di Sergio Mattarella, come uomo e statista, e’ un punto di riferimento nelle scelte che devono essere compiute alla luce della Costituzione”. Concetti ai quali, poco dopo, hanno fatto eco le parole pronunciate ai microfoni da mons. Russo nella sala del Giubileo dell’universita’ Lumsa. “E’ necessaria – ha detto – una figura che cosi’ come e’ stato Mattarella, possa essere di unita’. In questo momento piu’ di sempre abbiamo bisogno di figure di questo tipo, che ci aiutino a camminare insieme in un tempo cosi’ difficile”. “Spero che al di la’ dei tempi – ha aggiunto – possa essere individuata una figura che davvero possa svolgere questo ruolo di garanzia per tutti”. Mons. Russo non si e’ tirato indietro di fronte alla domanda se l’immagine ideale rimanga quella dell’ultimo inquilino del Quirinale: “Diciamo di si’, cioe’ con quelle caratteristiche che lo hanno contraddistinto, ribadisco quelle del tenere il Paese unito e di essere da questo punto di vista un punto di grande garanzia”, ma oltre non si e’ sbilanciato. Difficile dire se l’insistenza dei vescovi rappresenti una indicazione per un Mattarella-bis, mons. Russo e’ rimasto piu’ che prudente anche sugli altri nomi emersi a partire da quelli provenienti proprio dal mondo cattolico come Andrea Riccardi, fondatore della Comunita’ di Sant’Egidio lanciato dal segretario dem Enrico Letta, e quello ‘cresciuto’ piu’ negli ultimi giorni, di Pierferdinando Casini: “Non mi soffermo su nomi particolari, non mi sembra il caso di farlo, mi sembra piuttosto che quello che va messo in evidenza e’ che chiunque dovesse essere scelto come presidente, possa contribuire, evidentemente a prescindere dalla provenienza, all’unita’ del Paese”. Di sicuro, la presidenza di Mattarella per la Cei ha lasciato il segno come gia’ si intuiva dalla prolusione del presidente, il cardinale Gualtiero Bassetti, di lunedi’ scorso che ha parlato dell’ultimo inquilino del Colle come di un grande interprete dello “spirito unitario”. E per dire il rapporto di fiducia e il ‘sentiment’ che intercorre tra l’ormai ex presidente e la Chiesa italiana con al suo vertice il primate Francesco, basterebbe riportare una battuta catturata da un cronista e circolata alcuni giorni fa quando uno stretto collaboratore dell’ex Presidente, dallo storico barbiere “Peppino” di via della Vite, ha confidato che Mattarella “non farebbe il bis nemmeno se glielo chiedesse il Papa”. Intanto, la Cei e’ tornata oggi a esprimersi sull’eutanasia, sempre piu’ possibile materia referendaria ribadendo il suo netto no “alla liberalizzazione dell’omicidio del consenziente”. Proprio uno di quei temi su cui la Cei auspica che il prossimo Capo dello stato faccia da garante preservando le sensibilita’ di tutti, naturalmente anche quelle dei cattolici.

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Quirinale: mai un presidente eletto al quinto voto

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Se davvero i partiti riuscissero a trovare un’intesa per eleggere domani il nuovo capo dello Stato, si tratterebbe di un unicum per la storia repubblicana. Mai, infatti, si e’ verificata l’elezione del nuovo capo dello Stato al quinto scrutinio, quello successivo al primo nel quale si passa dai due terzi alla maggioranza assoluta. Nel corso delle precedenti 12 elezioni presidenziali per ben quattro volte il quarto scrutinio e’ risultato decisivo: e’ accaduto per Luigi Einaudi nel 1948, Giovanni Gronchi nel 1955, Giorgio Napolitano nel 2006 e Sergio Mattarella nel 2015. Non e’ successo oggi, visto che a prevalere sono stati gli astenuti (i 441 del centrodestra) e il piu’ votato e’ stato ancora un volta il presidente uscente, Sergio Mattarella, al quale sono andati ben 166 voti. Alla sesta votazione e’ arrivato, nel 2013, il Napolitano-bis ma la storia delle corse al Quirinale e’ costellata di esempi di elezioni piu’ che travagliate, sbloccatesi ben oltre il quinto o il sesto scrutinio. Il record negativo e’ quello di Giovanni Leone eletto presidente nel 1971 allo scrutinio numero 23. Ma sette anni prima lo stesso Leone era stato protagonista di una via crucis lunga quasi altrettanti voti. Era stato sul punto di farcela (al quattordicesimo spoglio) ma si era dovuto alla fine arrendere a Giuseppe Saragat eletto alla votazione numero ventuno. Anche per un presidente molto amato ed eletto con un ampio consenso (da lui stesso richiesto come conditio per correre) come Sandro Pertini l’elezione non fu certo una passeggiata. L’8 luglio del 1978 sali’ al Colle piu’ alto al sedicesimo scrutinio con un’ampia maggioranza: 833 voti su 995. Sette anni dopo a Francesco Cossiga riusci’ invece l’impresa dell’elezione al primo voto. Il 24 giugno 1985 l’elezione fu liscia come l’olio: 752 voti su 977. Ampia maggioranza per Oscar Luigi Scalfaro ma solo al sedicesimo scrutinio e con l’accelerazione seguita alla strage di Capaci. A Carlo Azeglio Ciampi, nel maggio 1999, va il record assoluto di rapidita’ nello scrutinio. E viene eletto al primo voto con 707 preferenze. Accanto a lui a seguire lo spoglio nello studio di via XX settembre, un giovane Mario Draghi.

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