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Alitalia, Atlantia scende in campo: approfondirà il piano di salvataggio della compagnia di bandiera

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– Alla fine anche Atlantia entra in partita e a quattro giorni dalla scadenza del 15 luglio per presentare le offerte vincolanti per Alitalia, ha deciso di approfondire il piano della compagnia, facendo preludere ad una sua discesa in campo a tutti gli effetti per il rilancio del vettore nazionale. Ma sullo sfondo resta il nodo Autostrade. “Atlantia comunica che il Cda della societa’ preso atto dell’interesse della societa’ controllata Aeroporti di Roma per una compagnia di bandiera competitiva e generatrice di traffico, ha dato mandato al Ceo Giovanni Castellucci di approfondire la sostenibilita’ ed efficacia del piano industriale relativo ad Alitalia”, afferma il gruppo in una nota, specificando che riferira’ in una prossima riunione per “le opportune valutazioni”. Nel frattempo il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha detto che confida di poter “rispettare” il termine e “tutto il Governo e’ proteso verso una soluzione che sia di mercato e industriale”. Il quarto socio dovra’ mettere almeno 300 milioni, pari a circa il 40% del capitale, per completare la cordata Fs-Mef-Delta e far decollare la Newco. Sembrano definitivamente tramontate le aspirazioni dell’imprenditore colombiano German Efromovich e del presidente della Lazio Claudio Lotito, a cui Delta avrebbe chiesto come garanzia, secondo indiscrezioni, addirittura la stessa squadra di calcio. La compagnia americana proprio oggi ha annunciato risultati record per il secondo trimestre, con un utile salito a 1,443 miliardi di dollari, in crescita del 39,3% rispetto allo stesso periodo del 2018. Atlantia potrebbe entrare in Alitalia da sola oppure con il gruppo Toto, ancora in partita, e con una quota paritaria. Sulla holding dei Benetton e’ quindi definitivamente caduto il veto del M5S. Dopo che ieri il vicepremier Luigi di Maio aveva detto che su Atlantia non c’erano pregiudizi, oggi altri due esponenti di punta del movimento gli hanno fatto eco. “Se Atlantia ha interesse ad entrare nel capitale di Alitalia presenti un’offerta e verra’ valutata come tutte le altre”, ha detto il capogruppo M5s al Senato, Stefano Patuanelli. “Se dovesse presentare una manifestazione di interesse, questa sara’ valutata, anzitutto da parte di Fs da un punto di vista tecnico, industriale e finanziaria, senza alcun pregiudizio o preconcetto”, ha aggiunto il collega Andrea Cioffi, sottosegretario al ministero dello Sviluppo economico. Tuttavia tutto il fronte grillino resta compatto nel ribadire che “non ci puo’ essere uno scambio” con Atlantia circa la revoca della concessione ad Autostrade.

Giovanni Castellucci. L’ad di Autostrade

“Il coinvolgimento di Atlantia in Alitalia non puo’ e non deve intrecciarsi con quella del Ponte Morandi”, ha detto durante il Question Time al Senato il ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture Danilo Toninelli. Il ministro ha anzi puntualizzato che occorre “procedere con la risoluzione unilaterale” della concessione e cio’ non comporterebbe nemmeno un indennizzo ad Atlantia. Infatti “l’articolo 9-bis della Convenzione, secondo la relazione degli esperti, e’ nullo perche’, rispetto ai motivi della risoluzione anticipata, non distingue tra quelli imputabili al concedente, quelli legati all’interesse pubblico e quelli connessi all’inadempimento del concessionario, distinzione che invece e’ contemplata nel Codice dei contratti”, ha spiegato Toninelli. Poi “quella clausola e’ eccentrica rispetto al sistema della responsabilita’ contrattuale e manifestamente nulla sotto vari profili, inoltre garantisce a una delle parti una condizione di sostanziale immunita’ e privilegio”, ha aggiunto il ministro, sottolineando che “l’articolo 1229 del codice civile sanziona con la nullita’ qualunque patto che escluda o limiti la responsabilita’ del debitore per dolo o colpa grave”. E i giuristi del gruppo di lavoro chiamati ad esprimersi sulla responsabilita’ di Autostrade nel crollo del ponte Morandi hanno giudicato l’inadempimento “di particolare gravita’” e “definitivo”, ha ribadito nell’aula del Senato Toninelli.

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Economia

Recesso e risoluzione di contratti a causa del “coronavirus”, come si disdice l’abbonamento alla pay tv e…

Giovanni Mastroianni

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Pur essendo catturati da problematiche ben più gravi, questa tragedia ci porta a fare i conti anche con faccende sicuramente “minori” ma che hanno comunque la capacità di incidere negativamente sulla nostra quotidianità. Nulla rispetto al pericolo del contagio o della morte, ma sempre più Italiani sono costretti a cimentarsi con l’interruzione delle normali attività e quindi con tutte le conseguenze che esse comportano.

Dato il particolare periodo dell’anno, in queste settimane da più parti si pongono richieste di chiarimenti soprattutto in merito al pagamento di rette scolastiche pur a fronte di interrotte frequenze presso istituti privati, così come la facoltà di disdire abbonamenti TV legati prevalentemente al mondo del calcio quanto la possibilità di ottenere rimborsi per biglietti ed abbonamenti già acquistati per partecipare, dal vivo, alle competizioni della propria squadra del cuore.

Proviamo quindi ad analizzare, senza avere alcuna pretesa di esaustività o insindacabilità data la vastità della materia, quantomeno gli aspetti generali con qualche “incursione” nei sopracitati casi specifici, ponendoci da parte del privato cittadino anche meglio identificabile nella figura del  cd. “consumatore”.

Dunque, mediante l’istituto del “recesso” e della “risoluzione”, che trovano principale fondamento negli articoli del Codice Civile e del cd. “Codice del Consumo” (D. Lgs. 206/2005) si delineano modalità e tempi per interrompere un determinato vincolo contrattuale ed ottenere sia la liberazione dai pagamenti futuri sia l’ottenimento di restituzioni per quanto già eventualmente sborsato. Sono previste altresì anche possibilità risarcitorie qualora emergessero specifiche responsabilità di una parte contrattuale, in tale contesto individuabile principalmente nella figura del fornitore o dell’imprenditore.

Il recesso consente di svincolarsi da un contratto secondo criteri prestabiliti dalle parti o dalla legge, solitamente esercitabile in un determinato tempo anche a fronte del pagamento di penali,  che possono variare da un tipo all’altro (Art. 1373 Codice Civile). Sicuramente nel contesto in cui ci troviamo trova interessate rilievo, tra gli altri, il disposto dell’art. 2119 del Codice Civile, che consente a ciascuno dei contraenti di recedere con preavviso prima della scadenza del termine se il contratto è a tempo determinato, o senza preavviso se il contratto è a tempo indeterminato, qualora si verifichi una causa che non ne consenta la prosecuzione, anche provvisoria.

La risoluzione contrattuale (art. 1453 Codice Civile) dal suo canto consente di sciogliere il rapporto a prestazioni corrispettive in corso allorquando si rileva: l’inadempimento della controparte, l’impossibilità sopravvenuta di una prestazione o l’insorgere di “eccessiva onerosità”. 

Già dall’enunciazione di tali disposizioni generali, da declinare ovviamente secondo la miriade di specifiche norme di settore e competenza, possiamo comunque già intuire come a fronte della sottoscrizione di un contratto di una certa durata, proprio come nel caso dell’abbonamento TV o dell’iscrizione dei propri figli presso una scuola dell’infanzia privata, sia sicuramente consentito di anticipare lo scioglimento del rapporto e quindi essere liberati dai pagamenti dei canoni non ancora maturati.

L’esercizio di tali facoltà appare ampiamente riconosciuto nel caso di abbonamenti TV, laddove è generalmente prevista la clausola di recesso anticipato salvo un preavviso solitamente pari ad un mese.

Meno pacifica appare invece la questione delle rette scolastiche. Ovviamente per quanto riguarda la scuola dell’obbligo bisogna rilevare che qualora il servizio venga comunque garantito attraverso la cd. “didattica a distanza”, non si pongano particolari problemi, soprattutto in regime di gratuità, salvo analizzare residuali ipotesi di riduzione della eventuale retta legata ad una diminuzione dei servizi “correlati”, come ad esempio quello della mancata fruizione della mensa o dell’utilizzo di dormitori. In tal caso, continuerebbe a sussistere l’obbligo del solo pagamento del prezzo della retta per servizio didattico, se a pagamento, che verrebbe comunque garantito seppur con metodi alternativi (telematici, elettronici ecc.).

In merito invece alla scuola dell’infanzia e degli asili nido privati, ove non vige l’obbligo scolastico ( a parte quindi ogni ovvia deduzione a fronte del servizio reso dal settore pubblico in forma sostanzialmente gratuita ) ci si trova di fronte a contratti stipulati tra utenti ed imprese commerciali private. In tal caso, a prescindere dalla durata prefissata e stante l’assenza di un servizio inerente la didattica obbligatoria, appare pertanto possibile confermare lo scioglimento del vincolo qualora il servizio venga sospeso o comunque interrotto per causa non imputabile all’utente. Pertanto l’impresa o l’associazione privata sopporterà le conseguenze anche della causa di forza maggiore che grava sull’imprenditore in termini negativi, come appunto nel caso della sopportazione delle perdite d’azienda imposte per la lotta alla diffusione del “Covid19”. 

Proprio a tal riguardo si rammenta come il nostro Ordinamento prevede l’accollo delle perdite dell’azienda in capo all’imprenditore così come, in contesti opposti, ne giustifica anche un profitto illimitato. 

Qualora ci si dovesse imbattere in clausole contrattuali tese ad escludere l’esercizio di tali facoltà in capo all’utente o “consumatore”, esse saranno da considerare come “vessatorie” e quindi non potranno spiegare alcuna efficacia. La retta in tali casi non potrebbe essere pretesa in pagamento in modo legittimo.

In merito all’acquisto di abbonamenti o biglietti per assistere a partite delle squadre di calcio, si segnala come l’Antitrust abbia recentemente avviato un’attività finalizzata all’imposizione del recupero integrale, in favore dei tifosi, di quanto già pagato per le partite non più disputate a causa della pandemia da  “Covid19” tutt’ora in drammatico corso.

Anche il tal caso graverebbe sulle singole società il peso economico dell’interruzione dell’attività calcistica, seppur per causa non direttamente imputabile alle medesime ma appunto generata dall’imprevisto evento pandemico. Tuttavia la “F.I.G.C.”, attualmente impegnata in una miriade di attività legali connesse al recesso ed alla risoluzione dei contratti inerenti le attività confluenti nell’universo calcistico, ivi compresi gli ingaggi dei calciatori ed i diritti televisivi, auspicherebbe soluzioni diverse, più mitigate o quantomeno “compensative”, al fine di ammortizzare l’accollo integrale di tutti gli effetti negativi della vicenda in corso in capo alle Società calcistiche. Ma a parte un non imprevedibile intervento legislativo ad hoc, anche in tal caso il “consumatore” dovrebbe ottenere il rimborso di quanto già pagato non dovendo né potendo sopportare il rischio d’impresa che anche in tal caso va assunto dalle imprese sportive.

Ad ulteriore conferma di quanto prospettato si consideri anche la condivisibile scelta, da parte del Governo, di concedere vantaggi fiscali e specifiche misure di sostegno a favore di imprenditori e professionisti, che potranno così vedere attenuati i gravi effetti del “Covid19” sulle loro finanze.

La conclusione di quanto rappresentato dovrà trovare ovviamente conferma anche nella futura Giurisprudenza, ossia nella somma dei provvedimenti che saranno adottati nei nostri  Tribunali qualora tali questioni non si risolveranno pacificamente, in un futuro contesto giuridico che sarà sicuramente adeguato e rinnovato dalla portata innovativa e dirompente del  “Covid19” sulle nostre vite.

Una situazione simile potrebbe essere rintracciata forse nella pandemia della cd. “Spagnola”, diffusasi circa un secolo addietro, quando però la stessa Repubblica Italiana non era che una lontana visione. Anche per tali motivi il futuro non appare certamente roseo ma è proprio per questo, che si manifesta oggi più che mai necessario, mantenere la massima allerta su tutti i fenomeni di potenziale sfruttamento e speculazione, perché quando l’emergenza sarà passata  dovremo farci trovare pronti a combattere anche su questi nuovi fronti di minacciata Legalità.

Se avete curiosità da esaudire, problemi che non sapete come risolvere, consigli da chiedere, potete scrivere all’avvocato Giovanni Mastroianni. Questa la sua mail: giovanni.mastroianni@libero.it

 

 

 

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Coronavirus, compagnie di navigazione nella bufera: per Medmar fatturato giù del 70%

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L’epidemia colpisce la carne viva di famiglie e aziende nel Belpaese. Gli effetti immediati sono devastanti per chi aveva già difficoltà ad arrivare a fine mese. A medio e lungo termine, occorrerà capire come saranno accolte e quale effetto avranno aiuti, incentivi e risorse messe a disposizione sia dal governo centrale che da quello regionale. Ma è presto per capire. Occorrerà del tempo, regolamenti attuativi e effettivo trasferimento delle risorse. Per ora il corona virus colpisce duramente anche le compagnie di navigazione del golfo di Napoli: la Medmar, azienda che collega Ischia con la terraferma, ha registrato un crollo del 77% dei passeggeri, del 67% dei veicoli e del 70% del fatturato nel mese di marzo. Le misure di distanziamento sociale e l’impossibilità di viaggiare hanno dispiegato i loro effetti sul fatturato di questo settore che è cruciale per la mobilità e per il turismo.

In un comunicato stampa la compagnia conferma che continuerà ad assicurare i collegamenti essenziali per l’approvvigionamento delle merci di prima necessità ed i trasporti via mare dei lavoratori dei servizi essenziali. I dati forniti sulla movimentazione di persone e auto da e per l’isola  danno anche la esatta “dimensione della crisi che ha colpito duramente  il settore della navigazione ed i cui effetti saranno ancora più gravi ad aprile, quando  la mobilità marittima dei turisti per Pasqua ed i ponti di primavera sarà necessariamente  azzerata”. “Siamo fiduciosi – è scritto in una nota della compagnia di navigazione Medmar – che vengano tenute in adeguata considerazione gli sforzi profusi dalle aziende del comparto marittimo in questa emergenza mentre noi restiamo a fianco degli ischitani lavorando insieme a loro per tornare il prima possibile alla normalità”.

 

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Prestiti alle piccole aziende, lo Stato garantisce il 100%: restituzione in sei anni L’importo può arrivare fino al 25% dei ricavi del 2019

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La copertura da parte dello Stato in caso di mancato rimborso del prestito, può arrivare al 100% per le imprese più piccole mentre per quelle più grandi scende fino al 70%.
Il credito dovrà essere rimborsato in sei anni di tempo. Il tasso è molto vicino allo zero. La somma può arrivare al massimo fino al 25% del fatturato dell’anno scorso. È stato rivisto fino all’ultimo secondo il decreto legge che il Consiglio dei ministri ha approvato ieri per dare liquidità alle imprese, cioè per mettere in piedi un sistema di credito a costo quasi zero e burocrazia semplificata. Nell’impianto del testo c’è un doppio binario che riflette il braccio di ferro tra il Pd e i 5 Stelle sul controllo di Sace, la società che materialmente emetterà le garanzie pubbliche per le aziende più grandi, mentre per quelle piccole il braccio operativo sarà il fondo di garanzia per le pmi. I tempi saranno brevi ma non brevissimi. E questo perché serve comunque il via libera della Commissione europea. In questa categoria il decreto fa rientrare le imprese fino a 499 dipendenti. Ma ci sono diverse fasce d’intervento a seconda dell’importo del prestito e anche del fatturato dell’ azienda.

Per i prestiti più piccoli, fino a 25 mila euro, viene introdotta per tutti una procedura super agevolata, senza istruttoria né da parte delle banche né da parte del fondo di garanzia. In questo caso la garanzia pubblica sarà pari al 100%. Per i prestiti fino a 800 mila euro e per chi fattura meno di 3,2 milioni di euro, invece, la garanzia pubblica resterà ancora al 100% ma ci sarà una valutazione dell’impresa fatta dal Fondo. Valutazione che non riguarderà la situazione attuale, altrimenti nessuno prenderebbe nulla, ma gli ultimi due anni, con bilanci e dichiarazioni fiscali.
Oltre gli 800 mila euro, e con un tetto massimo di 5 milioni, la valutazione resta mentre la garanzia scende al 90%. Può tornare piena, e cioè al 100%, solo con l’intervento dei Confidi, i consorzi di garanzia collettiva dei fidi.
Sopra i 499 dipendenti esce di scena il Fondo di garanzia delle pmi ed entra in campo Sace, società che si occupa di assicurazione e servizi finanziari per le aziende che fanno export, controllata da Cassa depositi e prestiti. Anche qui l’ intervento è diviso per fasce. In questo caso la garanzia pubblica non è mai al 100%.
Arriva al 90% per le aziende che hanno meno di 5 mila dipendenti e un fatturato fino a 1,5 miliardi di euro. Scende all’ 80% per quelle che hanno un fatturato tra 1,5 e 5 miliardi di euro. Scende ancora al 70% per quelle che hanno un fatturato superiore ai 5 miliardi di euro.

Il ruolo di Sace, quindi, sarà fondamentale per le aziende più grandi. La proprietà della società resta nelle mani di Cassa depositi e prestiti. Ma il decreto affida la direzione e il coordinamento al ministero dell’ Economia. Una sorta di compromesso che alla fine evita il reset di una struttura che nei prossimi giorni sarà chiamata a fare la sua parte per portare liquidità alle imprese nel più breve tempo possibile.
Il pacchetto liquidità per le imprese più grandi è in ogni caso sospeso fino all’ok da parte della Commissione europea.
In tempi normali sarebbe stato probabilmente bocciato da Bruxelles perché considerato aiuto di Stato.
Una garanzia pubblica così elevata unita a un tasso d’ interesse vicino alla zero somiglia in effetti a un’ iniezione diretta di denaro pubblico nel sistema produttivo. Ma il coronavirus ha mandato in soffitta tante regole europee sulle quali fino a poche settimane fa il controllo era ferreo. E così dovrebbe andare pure stavolta anche se questa procedura potrebbe allungare un po’ i tempi. Del resto il fatto che i tassi siano vicini allo zero ma non proprio zero, come invece si era pensato di fare, da una parte accontenta le banche che su volumi così grandi possono accontentarsi di un margine minimo. Dall’ altra basta a Bruxelles per far finta che ci sia ancora un minimo meccanismo di mercato.

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