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Cronache

Addio a Carlo Vosa, il cardiochirurgo che salvava i bambini oltre le guerre

È morto a 80 anni Carlo Vosa, cardiochirurgo napoletano protagonista della cardiochirurgia pediatrica al Monaldi e alla Federico II. Salvò bambini palestinesi, bosniaci e albanesi, trasformando la medicina in una missione umanitaria oltre guerre e confini.

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In un tempo segnato da odio, guerre e muri, la storia di Carlo Vosa sembra quasi una favola civile. Una di quelle vicende in cui la medicina diventa diplomazia, la sala operatoria si trasforma in luogo di pace e il cuore di un bambino vale più di qualsiasi frontiera.

Il cardiochirurgo napoletano è morto a 80 anni dopo una lunga malattia. Lascia una carriera prestigiosa, migliaia di interventi, una scuola medica, ma soprattutto un’idea semplice e potentissima: il paziente viene prima di tutto. Ancora di più se è un bambino.

Ahmed, il bambino palestinese salvato al Monaldi

Nel 2003 Vosa era ad Algeri. Si era messo a disposizione per curare i bambini che il ministro algerino gli avrebbe segnalato. Arrivò una telefonata: Ahmed, un bambino palestinese, aveva bisogno di un trapianto.

Il piccolo doveva essere trasferito all’ospedale Monaldi di Napoli, ma il trasferimento incontrava l’opposizione delle autorità israeliane. Vosa non si fermò. Chiese l’intervento del presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, che si attivò subito. Ahmed arrivò in Italia, fu operato e sopravvisse.

Vosa avrebbe poi ricordato quella storia con parole essenziali: ad Ahmed fu trapiantato un cuore, crebbe e diventò un meraviglioso ragazzino. Fu il primo di tanti bambini palestinesi curati a Napoli. In quegli anni Vosa incontrò spesso Yasser Arafat, che sognava di costruire un moderno ospedale a Ramallah.

Una vita dedicata alla cardiochirurgia pediatrica

Carlo Vosa si laureò a 25 anni, si specializzò in cardiologia e poi incontrò Maurizio Cotrufo, il cardiochirurgo che introdusse i trapianti di cuore nel Sud Italia e contribuì a fare del Monaldi un centro di eccellenza.

Per diciassette anni, dal 1975, Vosa lavorò con Cotrufo come aiuto a tempo pieno. Imparò, studiò, operò, costruì competenze. Fu tra i protagonisti della crescita della cardiochirurgia pediatrica a Napoli e nel 2001 eseguì il primo trapianto di cuore su un bambino di nove anni.

Tre anni dopo arrivò la medaglia d’oro della Sanità. In 28 anni di attività eseguì circa 8.000 interventi di cardiochirurgia di diverso tipo. Numeri imponenti, che però non raccontano da soli la sua figura.

Il paziente prima della vanagloria medica

Per Vosa la medicina non era esercizio di prestigio personale. Era responsabilità, ascolto, vicinanza. Nel reparto di cardiologia pediatrica volle la ludoteca, la musica, i clown, tutto ciò che potesse rendere meno duro il ricovero dei bambini.

Il suo riferimento internazionale fu il cardiochirurgo francese Francis Fontan, con cui lavorò a Bordeaux per due anni come attaché alla Clinique Chirurgicale des Maladies Cardiaques. Da quell’esperienza portò con sé non solo competenze tecniche, ma una visione umana della cura.

Il bambino malato non era un caso clinico. Era una persona fragile, con una famiglia accanto, con paure, attese, speranze.

Dal Monaldi ai bambini della Bosnia e dell’Albania

La sua disponibilità andò oltre Napoli e oltre l’Italia. Durante i massacri etnici in Bosnia, ricevette una telefonata dalla Croce Rossa. Chiedevano il suo aiuto. Vosa partì, vide l’inferno, poi contribuì a portare al Monaldi bambini provenienti da Mostar per sottoporli a interventi salvavita.

Lo stesso accadde con l’Albania. Guerre, povertà, emergenze umanitarie: per Vosa erano luoghi in cui la medicina doveva arrivare prima della politica e spesso anche nonostante la politica.

La stagione alla Federico II

Nel 2006 il rettore Guido Trombetti lo chiamò alla Federico II per affidargli la nuova cattedra di cardiochirurgia del Policlinico universitario. Vosa lasciò il Monaldi e affrontò una nuova sfida: costruire una scuola, formare medici, trasferire competenze pratiche.

In un anno furono eseguiti 285 interventi chirurgici, soprattutto di rivascolarizzazione coronarica a cuore battente, insieme a interventi su cardiopatie congenite, valvole cardiache, by-pass ed endoprotesi.

Alla Federico II furono inaugurate due sale operatorie moderne, sulla scia di esperienze presenti solo in grandi centri come Milano e Bologna. La struttura arrivò a contare 18 medici e 8 specializzandi.

Il sogno di un centro pediatrico in Palestina

Quando andò in pensione, una decina di anni fa, non parlò di riposo. Annunciò che avrebbe continuato gratuitamente la collaborazione con la scuola di Medicina della Federico II per portare avanti attività di ricerca.

Poi tornò al suo sogno più grande: la Palestina. Voleva organizzare un centro di cardiochirurgia pediatrica all’università di An-Najah, a Nablus. La Federico II aveva firmato una convenzione per formare gli studenti palestinesi. Vosa voleva andare, insegnare, contribuire a far nascere un presidio medico in un territorio che ne aveva bisogno.

Era una visione quasi profetica, soprattutto davanti agli orrori degli ultimi anni. Ma per lui era semplicemente una questione di cuore.

I funerali a San Pasquale a Chiaia

I funerali di Carlo Vosa si terranno oggi alle 16.30 nella chiesa di San Pasquale a Chiaia.

Napoli saluta un medico, un docente, un maestro. Ma soprattutto un uomo che ha curato bambini palestinesi, bosniaci, albanesi e napoletani con la stessa idea di giustizia: davanti a un cuore malato non esistono confini, appartenenze, guerre o bandiere. Esiste solo una vita da salvare.

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Cronache

Traona, pensionata denuncia una truffa da un milione

Una pensionata di 74 anni ha denunciato una truffa da circa un milione di euro. Dopo un falso sms della carta di credito, un uomo si è presentato in casa fingendosi carabiniere.

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Una pensionata di 74 anni residente a Traona, in Valtellina, ha denunciato di essere stata vittima di una truffa da circa un milione di euro. Le indagini sono condotte dai carabinieri di Chiavenna, impegnati a verificare la ricostruzione fornita dalla donna e a identificare i responsabili.

Il raggiro sarebbe cominciato con un messaggio telefonico apparentemente inviato da Nexi. L’sms segnalava un falso pagamento o il blocco della carta di credito e invitava la destinataria a contattare immediatamente un numero per annullare l’operazione.

Il falso carabiniere alla porta

La pensionata ha chiamato il numero indicato nel messaggio. Poco dopo, davanti alla sua abitazione si è presentato un giovane distinto, qualificatosi come carabiniere in borghese.

L’uomo le avrebbe spiegato di essere stato incaricato di mettere al sicuro i suoi risparmi. Facendo leva sulla paura e sulla fiducia nelle forze dell’ordine, sarebbe riuscito a farsi consegnare denaro contante, gioielli e orologi di valore.

Tra i beni sottratti figurerebbero anche monete da investimento sudafricane e quattro lingotti d’oro. Il valore complessivo, secondo quanto dichiarato dalla donna nella denuncia, sarebbe vicino al milione di euro.

Le indagini dei carabinieri

Dopo essersi impossessato dei beni, il falso militare si è allontanato facendo perdere le proprie tracce. Gli investigatori stanno ricostruendo telefonate, spostamenti e possibili collegamenti con altri episodi analoghi.

Il meccanismo utilizzato è quello dello smishing, una truffa che parte da un sms costruito per sembrare proveniente da una banca o da una società di pagamenti. Al primo contatto segue spesso l’intervento di un complice che si presenta come dipendente bancario, tecnico o rappresentante delle forze dell’ordine.

Carabinieri, polizia e istituti di credito non chiedono mai di consegnare in casa contanti, oro o gioielli per metterli al sicuro. In presenza di richieste simili occorre interrompere la telefonata e contattare direttamente il 112, senza utilizzare i numeri indicati nei messaggi ricevuti.

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Cronache

Report, tensioni interne e smentite: il caso Ranucci resta aperto

Un documento attribuito alla redazione di Report propone una gestione più collegiale e richiama maggiore distanza dalla politica. La nota ufficiale dei lavoratori nega però qualsiasi commissariamento di Sigfrido Ranucci.

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Nella redazione di Report è in corso un confronto sul futuro del programma e sul suo modello organizzativo. Definirlo già un “ammutinamento” contro Sigfrido Ranucci sarebbe però eccessivo: esistono indiscrezioni e un documento attribuito a una riunione interna, ma la posizione ufficiale diffusa dai lavoratori nega divisioni e ipotesi di commissariamento.

La trasmissione rappresenta un caso particolare all’interno della Direzione Approfondimento della Rai. Attorno a un nucleo ristretto di giornalisti assunti lavora una rete molto più ampia di collaboratori, montatori, tecnici e personale di produzione.

Ranucci è contemporaneamente caporedattore, conduttore e vicedirettore “ad personam”. Una concentrazione di responsabilità che ha garantito autonomia al programma, ma che ora alimenta il dibattito sulla necessità di una gestione maggiormente collegiale.

La riunione dopo il caso Lavitola

Le tensioni sarebbero emerse durante una riunione informale convocata il 16 luglio, dopo la notizia dell’indagine su Valter Lavitola, indicato dagli inquirenti come presunto mandante dell’attentato contro Ranucci. Le responsabilità penali devono ancora essere accertate e il giornalista resta parte lesa nel procedimento.

L’indagine ha però portato alla luce il rapporto personale tra Ranucci e Lavitola, descritto dal conduttore come amico e fonte. Da qui sarebbero nate, all’interno della squadra, alcune domande sulla gestione delle frequentazioni e sulla necessità di proteggere la credibilità collettiva del programma.

Il documento attribuito alla redazione

Un documento pubblicato dalla stampa e attribuito al confronto interno propone la convocazione periodica di assemblee plenarie alle quali partecipino tutti i settori di Report. Viene inoltre ipotizzata la creazione di un coordinamento permanente e l’individuazione di due figure che possano affiancare Ranucci.

I nomi indicati sarebbero quelli di Giorgio Mottola e Giulio Valesini, giornalisti interni alla Rai e volti storici della trasmissione. Non risulta, tuttavia, che sia stata adottata una decisione formale né che i diretti interessati abbiano accettato un incarico del genere.

Nel testo viene riaffermata la missione di indagare le distorsioni del potere indipendentemente dal colore politico. Si giudica inoltre dannosa per la credibilità del programma la partecipazione dei suoi giornalisti a manifestazioni elettorali o organizzate dai partiti.

Più che una richiesta esplicita di sostituire Ranucci, il documento sembra esprimere l’esigenza di recuperare collegialità, rigore e distanza dalla politica. Le ricostruzioni secondo cui il conduttore lo avrebbe respinto o addirittura stracciato non hanno ricevuto conferme ufficiali.

La nota di sostegno

La posizione pubblica della squadra è contenuta nel comunicato diffuso dall’Ufficio stampa della Rai. «Siamo più di 60 lavoratori decisi a continuare a fare inchieste in modo autonomo e indipendente», afferma la redazione, respingendo come falsa la rappresentazione di un commissariamento.

I lavoratori dichiarano di essere uniti e consapevoli del ruolo pubblico svolto da Report, chiedendo che non venga gettato fango sul programma.

La nota non esclude necessariamente l’esistenza di un dibattito interno. In una struttura composta da dipendenti ed esterni è plausibile che emergano opinioni differenti sulla gestione e sull’organizzazione. Non dimostra però neppure l’esistenza di una fronda compatta contro il conduttore.

Le verifiche della Rai

Parallelamente, la Commissione per il Codice etico della Rai sta esaminando il metodo di lavoro del programma e la gestione delle fonti. Ranucci è stato ascoltato per circa cinque ore e ha presentato documenti e testimonianze a sostegno delle proprie spiegazioni.

Non risultano decisioni ufficiali sulla conduzione della prossima stagione né sulla permanenza del giornalista nel ruolo di vicedirettore. Le indiscrezioni su una possibile successione, con Mottola o altri nomi, restano ipotesi prive di conferma aziendale.

La Rai ha sospeso cautelativamente le repliche estive, ma ha confermato il ritorno di Report nel palinsesto autunnale.

Lo scontro su Food for Profit

A complicare ulteriormente il quadro è arrivata la polemica sul documentario Food for Profit di Giulia Innocenzi. Report ha respinto le contestazioni sul contenuto e sui finanziamenti dell’opera, sostenendo che non esista alcun caso all’esame del Comitato etico.

La smentita resta pubblicata sui canali della trasmissione. La sua temporanea presenza e successiva rimozione da una pagina istituzionale della Rai, riferita da alcune ricostruzioni, ha alimentato nuovi sospetti, ma non equivale a un provvedimento contro Innocenzi.

Anche la politica è intervenuta. I consiglieri Rai Alessandro Di Majo e Roberto Natale hanno accusato il Tg1 di contribuire a una campagna per la rimozione di Ranucci, mentre il Movimento 5 Stelle ha denunciato pressioni sul programma.

Il futuro di Ranucci resta dunque aperto. Esiste un confronto interno, esistono verifiche aziendali e uno scontro politico sempre più acceso. Non esiste ancora, invece, un atto ufficiale che certifichi un ammutinamento o una successione già decisa.

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Baia sommersa, la città romana sotto il mare

Nei Campi Flegrei strade, ville, terme e mosaici romani giacciono sotto il mare per effetto del bradisismo. Un paesaggio archeologico che unisce Baia e Portus Iulius.

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C’è una città sotto il mare dei Campi Flegrei. Non appartiene a una leggenda, anche se possiede il fascino delle città perdute: è un paesaggio romano rimasto per secoli nascosto sotto pochi metri d’acqua.

Tra Pozzuoli e Bacoli, lungo l’antica linea costiera di Baia e del Portus Iulius, si conservano strade in basolato, ville patrizie, terme, tabernae, magazzini, peschiere, colonne e pavimenti decorati. Un’intera porzione del mondo romano che oggi convive con pesci, alghe, spugne e praterie marine.

Baia sommersa e Portus Iulius non sono però lo stesso luogo. Sono due settori diversi, sebbene contigui, di un unico e vastissimo paesaggio archeologico flegreo oggi tutelato dal Parco sommerso.

Baia, il luogo di villeggiatura di Roma

Baia era la meta prediletta dell’aristocrazia romana. Imperatori, senatori e famiglie facoltose costruirono sul mare residenze monumentali, impianti termali e sale destinate ai banchetti.

Sui fondali si trovano la Villa dei Pisoni, la villa con ingresso a protiro, le Terme dei Lottatori e quelle del Lacus, oltre a mosaici in bianco e nero e pavimenti in marmi colorati.

Uno dei luoghi più suggestivi è il Ninfeo di Claudio, un grande ambiente rettangolare appartenente a un complesso imperiale. Era una sala destinata ai banchetti, decorata con statue ispirate alla vicenda di Ulisse e Polifemo e con i ritratti della dinastia giulio-claudia.

Le sculture originali sono conservate nel Museo archeologico dei Campi Flegrei, all’interno del Castello di Baia. Sott’acqua sono state collocate copie fedeli, sistemate nelle posizioni occupate in epoca romana.

Il porto voluto da Augusto

Più a nord si estende il settore del Portus Iulius, realizzato nel 37 avanti Cristo per iniziativa di Marco Vipsanio Agrippa nell’ambito della politica navale di Ottaviano, il futuro Augusto.

Il sistema collegava il mare ai laghi Lucrino e Averno. Nato con una funzione militare, divenne successivamente parte del grande sistema commerciale puteolano, attraversato dalle merci provenienti soprattutto dall’Oriente e dall’Egitto.

Sui fondali restano sequenze di magazzini, colonne, strutture portuali e tratti dell’antico quartiere produttivo. Il percorso subacqueo delle Colonne permette di attraversare un’area nella quale edifici differenti si sono sovrapposti durante circa quattro secoli di storia.

Il bradisismo cambiò la costa

A portare sott’acqua questo paesaggio non fu una catastrofe improvvisa come quella che seppellì Pompei. La sommersione avvenne progressivamente a causa del bradisismo, il movimento verticale del suolo caratteristico della caldera dei Campi Flegrei.

Nel corso dei secoli la fascia costiera si abbassò di diversi metri. Il mare occupò gradualmente strade, edifici e approdi, conservando sul fondo le tracce dell’antica Baia e delle strutture portuali romane.

Il bradisismo non è soltanto un fenomeno del passato. Continua ancora oggi a trasformare il territorio, alternando fasi di sollevamento e abbassamento. La città sommersa racconta quindi la lunga storia geologica dei Campi Flegrei, ma non rappresenta una previsione di ciò che accadrà agli attuali centri abitati.

Dalla leggenda alle prime scoperte

Per molto tempo pescatori e subacquei raccontarono di muri e pavimenti visibili sotto le acque. Le prime conferme arrivarono negli anni Venti del Novecento, durante i lavori di ampliamento del porto di Baia, quando furono recuperati elementi architettonici, sculture e condutture con bolli imperiali.

Tra il 1959 e il 1960 venne elaborata la prima carta archeologica dell’area sommersa. Nel 1969 una mareggiata fece affiorare davanti a Punta Epitaffio due statue in marmo: Ulisse e uno dei suoi compagni con l’otre del vino. Quella scoperta aprì la strada all’identificazione del Ninfeo imperiale.

Nel 1980 cominciò la prima campagna di scavo subacqueo condotta direttamente dagli archeologi. Negli anni successivi proseguirono il recupero, la catalogazione e il restauro dei reperti, poi esposti nel Castello di Baia.

Un museo nel mare

Il Parco archeologico sommerso di Baia, istituito nel 2002, protegge circa 177 ettari di fondali. È contemporaneamente un’area archeologica e marina, dove la tutela delle strutture romane si unisce alla conservazione della biodiversità.

I percorsi possono essere visitati attraverso immersioni guidate, snorkeling, canoe e imbarcazioni con fondo trasparente, affidandosi agli operatori autorizzati e rispettando le limitazioni previste nelle diverse zone di protezione.

La chiamano spesso “la Pompei sommersa”, ma Baia possiede una storia diversa. Non fu cancellata in un solo giorno: scese lentamente sotto il livello del mare. Oggi continua a vivere tra mosaici e branchi di pesci, ricordando che nei Campi Flegrei la storia degli uomini e quella della Terra sono inseparabili.

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