Collegati con noi

Cronache

Accusato di molestie sessuali su due sue alunne, il professore del Liceo Vico s’è ucciso nella cantina di casa

Eppure il suicidio, così come è avvenuto, sembra preparato nei dettagli. Non un atto di follia, un raptus. No, una scelta. I carabinieri accorsi sul luogo della tragedia hanno cristallizzato la scena del crimine, avvisato i magistrati, raccolto testimonianze, trovato la lettera di addio del docente suicida e  fatto portare via la salma. Ci sarà una perizia necroscopica, ma è chiaro quanto accaduto. La lettera è chiara. Come sono chiare le sue ultime volontà lasciate alla moglie e ai suoi due figli.

Paolo Chiariello

Pubblicato

del

Il liceo classico Vico di Napoli

L’onta dell’arresto. La vergogna per le accuse terribili che gli erano state contestate. La sua vita privata finita sui giornali. Particolari intimi diventati di dominio pubblico. Il giudizio della gente che lo additava. Il professore del liceo accusato dalla procura di Napoli di aver avuto rapporti intimi con alcune sue studentesse è stato travolto da uno tsunami psicologico oltre che dalle accuse. Non ha retto psicologicamente a questo groviglio inesauribile di sentimenti e alla fine Vincenzo Auricchio, 53 anni, ha deciso di farla finita. Si è ammazzato con un colpo di pistola. Ha preso un’arma che deteneva  legalmente  un suo parente, e che per motivi che dovranno essere indagato è finita in suo possesso, e si è ucciso con un solo colpo. Forse  alla testa, forse all’addome. Non importa come s’è ucciso, importa che è morto. Fino a dieci giorni fa il docente di matematica del liceo classico Vico, in via Salvator Rosa a Napoli, era un uomo normale, conduceva una vita normale. Sembrava sereno. Poi è finito sulle prime pagine dei giornali per accuse pesanti di violenza sessuale e da quel momento nella sua testa dev’essersi insinuato quel tarlo che l’ha condotto a fare una scelta che oggi noi definiremmo folle. Vincenzo Auricchio non era colpevole, era indagato.

Le sue responsabilità penali non erano né chiare né accertate. Ma aver appreso tutto dai media, vedersi già condannato dal ludibrio pubblico al quale era stato esposto, l’ha ucciso. Non se n’è andato però senza difendersi. Ha lasciato una lettera di scuse ai propri cari per il suo gesto. Una lettera che parla della vicenda che l’ha travolto.

Il contenuto è a sua volta un atto di accusa per quanto gli è stato fatto e di difesa da quelle accuse che avrebbe potuto esercitare in una aula di tribunale. Ma chissà che cosa è accaduto nella sua testa quando ha deciso di impugnare quell’arma e uccidersi. Si è chiuso nella cantina dell’appartamento della sua casa di Quarto, dove da mercoledì passato era soggetto agli arresti domiciliari per una storia di presunti  rapporti intimi con due sue studentesse. Due ragazze non ancora 16enni che lo avevano inchiodato, secondo quanto acclarato dalle accuse della procura di Napoli. Le testimonianze delle studentesse ci dicevano di rapporti sessuali consensuali. Le testimonianze finite nel frullatore mediatico assieme ai contenuti pruriginosi di chat e mail erano ritenute vere, genuine, secondo quanto evidenziato anche da una perizia informatica. La vicenda aveva scosso dal mese di aprile il docente. Auricchio era amato e rispettato da colleghi e alunni. Poi la storia è emersa, le denunce, le inchieste, l’arresto e il dramma nel pomeriggio da cani di ieri. Poco dopo le 14, Vincenzo Auricchio, sposato e padre di due ragazzi,  al quarto giorno di detenzione domiciliare era assieme ad alcuni parenti quando ha lasciato tutti, è sceso in cantina,  preso  l’arma e si è ucciso. Nessuno aveva capito le sue intenzioni. Era scosso, ma nessuno poteva mai presagire quel gesto. Sembrava fosse posseduto,  richiamato da una  forza oscura che albergava nella sua mente.

Eppure il suicidio, così come è avvenuto, sembra preparato nei dettagli. Non un atto di follia, un raptus. No, una scelta. I carabinieri accorsi sul luogo della tragedia hanno cristallizzato la scena del crimine, avvisato i magistrati, raccolto testimonianze, trovato la lettera di addio del docente suicida e  fatto portare via la salma. Ci sarà una perizia necroscopica, ma è chiaro quanto accaduto. La lettera è chiara. Come sono chiare le sue ultime volontà lasciate alla moglie e ai suoi due figli.

Vincenzo Auricchio dai primi giorni di aprile ad oggi è stato stroncato non dalla veridicità delle accuse contestategli, non dal processo penale che subiva ma dal dominio pubblico del processo, dai particolari intimi della storia che, a prescindere dalle verifiche, era diventate già sentenze di condanna. Condanna emessa dal tribunale pubblico mediatico, non dai giudici. Le urla e le accuse di una studentessa che si sente tradita dal suo prof con la sua amica. Le chat con le conversazioni intime finite sui giornali. Quello di Auricchio era diventato un dramma umano, non era più solo un caso giudiziario. Accuse, conferme, difesa, vita privata finite nel frullatore mediatico, avevano già assorbito la curiosità e la pervicace morbosità di certo giornalismo che consuma vite senza rispetto, senza pudore, che scambia accuse per sentenze, si erge a giudice e censore della moralità pubblica, che straccia ogni principio di civiltà giuridica e fa a pezzi la privacy. Forse la vita di Vincenzo Auricchio è stata spenta anche da chi ha scritto di quest’uomo. E questo va detto a prescindere dalla gravità delle accuse che venivano contestate a quest’uomo che forse aveva avuto rapporti sessuali con due ragazzine non ancora sedicenni e che questi rapporti sessuali, ammesso che ci siano davvero stati, quand’anche consensuali erano immorali e penalmente rilevanti perchè l’età rende nullo il consenso eventuale.

Tanti colleghi lo hanno difeso prima e dopo l’arresto. Lo avevano difeso anche pubblicamente. Avevano spedito una lettera ai magistrati per difendere l’integrità di Vincenzo Auricchio.La “gogna mediatica” aveva già sepolto sotto il fango questo docente  irreprensibile sul lavoro che era stato già travolto al punto da lasciare la scuola dove insegnava da anni.

Ieri pomeriggio i carabinieri, a caldo, hanno ascoltato moglie, figli,  e parenti del prof suicida. Di queso suicidio c’è solo una cosa da chiarire e un colpevole da svelare: chi ha dato la pistola a quest’uomo che ha deciso di uccidersi? Eh sì, manca solo questo. Movente e mandanti del suicidio li conosciamo.

La rabbia e le lacrime di centinaia di studenti e genitori all’ingresso del Liceo Vico

Giornalista. Ho lavorato in Rai a Cronache in Diretta. Ho scritto per Panorama ed Economy, magazines del gruppo Mondadori. Sono stato caporedattore e socio fondatore assieme al direttore Emilio Carelli di Sky tg24. Ho scritto libri: "Monnezza di Stato", "Monnezzopoli", "i sogni dei bimbi di Scampia" e "La mafia è buona". Ho vinto il premio Siani, il premio cronista dell'anno e il premio Caponnetto.

Advertisement

Cronache

Maggio fiorentino, è ‘divorzio’ Chiarot-Nardella sulla nomina di Nastasi

Avatar

Pubblicato

del

Si e’ consumato definitivamente il ‘divorzio’ tra il sovrintendente del Maggio musicale fiorentino Cristiano Chiarot e il sindaco di Firenze Dario Nardella che ha scelto di lasciare la presidenza della Fondazione del Maggio a Salvatore Nastasi. Stamani Chiarot, che era stato voluto proprio da Nardella nel 2017 per risollevare le sorti della fondazione gravata da una forte situazione debitoria, ha annunciato che lascera’ alla scadenza del mandato, il 28 luglio, e che non accettera’ proposte di rinnovo dell’incarico in disaccordo proprio con la scelta di Nardella di delegare la presidenza. Il sindaco ha invece replicato che il sovrintendente era d’accordo sulla nomina di Nastasi e andra’ avanti con la sua scelta, mentre ieri una nota di Palazzo Vecchio ha annunciato che non e’ possibile confermare Chiarot perche’ a dicembre raggiungera’ l’eta’ per la pensione. “Cambia la governance ed e’ giusto che cambi anche la gestione del teatro”, ha detto Chiarot, precisando di non aver nessuna intenzione di andare in pensione e di aver chiesto un parere a uno studio legale secondo il quale poteva restare sovrintendente. “Io non posso che accettare le scelte del sindaco, ma non me la sento di poter condividere questa scelta e rimanere qui. L’ho detto a Nardella e anche a Nastasi e tutti hanno insistito affinche’ io rimanessi qua”. Vado via sereno – ha detto ancora -, non mi sarebbe dispiaciuto rimanere ancora ma sono cambiate le cose”. Per Chiarot in questa fase il Maggio fiorentino “ha bisogno di avere come capo il sindaco”. Una posizione ribadita anche in una lettera inviata al primo cittadino. “Il problema principale del futuro sara’ quello di una ricapitalizzazione della Fondazione – scrive -, con lo scopo di attenuare gli effetti negativi del debito. E’ in questo contesto che ho maturato la convinzione che ancora una volta il Maggio deve avere al suo vertice il sindaco della citta’”. Nardella nel pomeriggio ha replicato ricostruendo la vicenda. “Il 10 luglio ci siamo rivisti in Palazzo Vecchio con Chiarot”, che “acconsenti’ a questo schema: presidente della Fondazione del Maggio delegato dal sindaco, Salvo Nastasi, e lui sovrintendente fino al pensionamento, ma anche oltre”. “Faccio presente – ha sottolineato il primo cittadino – che Nastasi mi diede la sua disponibilita’ a condizione che Chiarot fosse stato d’accordo”. L”accordo’, ha ricordato, fu suggellato con una telefonata a Nastasi alla presenza di Chiarot, concordando di incontrarsi il 15 luglio. Ma l’incontro, ha sottolineato Nardella, ieri non c’e’ mai stato “e da tre giorni il sovrintendente non risponde a messaggi e chiamate. Se mi fosse stato detto fin dall’inizio che non se ne parla proprio non avrei continuato su questa strada”. Il sindaco ha annunciato che “prendera’ in mano la situazione e che al prossimo consiglio di indirizzo nominera’ Nastasi. Non cambio di una virgola”. In serata Nardella ha incontrato i sindacati del Maggio per parlare del futuro del teatro.

Continua a leggere

Cronache

l’ex giudice Bellomo 9 ore davanti al Gip si difende: i racconti delle vittime sono falsi

Avatar

Pubblicato

del

Ha documentato con mail e sms che i racconti di alcune sue presunte vittime “non rispondevano alla realta’ dei fatti”. Francesco Bellomo, l’ex giudice barese del Consiglio di Stato agli arresti domiciliari dal 9 luglio per presunti maltrattamenti su quattro donne, tre ex borsiste e una ricercatrice della sua Scuola di Formazione per la preparazione al concorso in magistratura, ed estorsione ad un’altra ex corsista, ha risposto per piu’ di nove ore alle domande del gip del Tribunale di Bari, Antonella Cafagna, durante l’interrogatorio di garanzia. “Ha dato tutti i suoi chiarimenti, contrastato in modo molto rigoroso e documentato tutte le accuse che gli vengono rivolte” ha detto lasciando il palazzo di Giustizia di Bari l’avvocato Beniamino Migliucci, difensore di Bellomo con Gianluca D’Oria. Le prove della sua innocenza, sms e mail, sono contenute in una memoria difensiva che e’ stata depositata al termine dell’interrogatorio, insieme alla richiesta di revoca della misura cautelare. I legali hanno ribadito che “non sussiste alcun reato” e, di conseguenza, “non vi sono esigenze cautelari in questo momento, tanto piu’ che le indagini, per quel che abbiamo appreso dal fascicolo, sarebbero terminate nell’aprile del 2018, la richiesta della misura cautelare e’ del marzo 2019, sono passati tanti mesi e quindi secondo noi diventa anche un po’ un’anomalia che abbiamo segnalato”. Stando alle indagini della Procura di Bari, coordinate dall’aggiunto Roberto Rossi e dal sostituto Daniela Chimienti, Bellomo, destituito nel gennaio 2018, avrebbe vessato alcune corsiste della sua Scuola a partire almeno dal 2011. Alle donne, con le quali aveva anche relazioni intime, avrebbe imposto rigidi codici di comportamento e ‘dress code’, fino a controllarne profili social e frequentazioni. Oltre ad aver negato di aver commesso maltrattamenti, ne’ l’estorsione a una corsista costringendola a lasciare il lavoro di conduttrice in una tv, Bellomo ha respinto le accuse di calunnia e minacce all’attuale premier Giuseppe Conte, che nel 2017 era presidente della commissione disciplinare chiamata a giudicare Bellomo. I legali hanno eccepito anche la “improcedibilita’ e di conseguenza la inutilizzabilita’” dei documenti informatici sequestrati nei giorni scorsi in computer e telefoni “perche’ trattasi a nostro avviso – hanno spiegato – di un sequestro che non si sarebbe dovuto eseguire perche’ abbondantemente fuori dal termine di indagine”.

Continua a leggere

Cronache

Denuncia su Facebook la violenza, arrestato l’aggressore

Avatar

Pubblicato

del

Si conoscevano da molti anni. Entrambi dello stesso paese. Lui dipendente pubblico negli uffici del Comune di Nave, nel Bresciano, e lei barista. Mai pero’ si erano frequentati prima della sera del 20 gennaio scorso quando una serata passata tra un bar e l’altro si e’ trasformata in un incubo per una 39enne che ha rischiato di essere strangolata dal 34enne, Filippo Vitello, arrestato nelle scorse ore su ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip del tribunale di Brescia dopo la richiesta del sostituto procuratore Marzia Aliatis dell’aprile scorso. L’accusa per lui e’ di tentato omicidio. L’incontro era avvenuto perche’ il dipendente comunale voleva raccontare le ultime esperienze sentimentali finite male alla donna. Lei non ha mai denunciato l’episodio, ma aveva scelto Facebook per raccontare quello che aveva vissuto. Uno sfogo raccolto da un amico che ha poi portato tutto all’attenzione dei carabinieri. Davanti ai militari la barista ha confermato quanto scritto indicando il nome dell’aggressore. Ci sono voluti sette mesi di indagini e il cerchio si e’ chiuso con la custodia cautelare in carcere del dipendente pubblico che lavorava come operaio per il Comune di Nave, paese della Valtrompia. Dopo l’arresto e’ gia’ stato sospeso. In paese chi conosce Vitello racconta che quando beveva la sera diventata irriconoscibile e violento. Secondo la ricostruzione il 34enne avrebbe cercato un approccio sessuale e davanti al rifiuto della ragazza che conosceva da sempre prima l’ha minacciata di morte e poi l’ha aggredita stringendole le mani al collo. La vittima, spaventata e sotto choc e’ riuscita a scappare chiedendo aiuto ad un passante. Ci sono voluti sette mesi di indagini ma alla fine il cerchio si e’ chiuso. La donna, dopo aver vissuto un periodo difficile a causa dell’episodio subito, ha da poco trovato un nuovo lavoro. Per mesi ha faticato ad uscire di casa per il timore di dover incontrare il suo aggressore rimasto in liberta’ fino a poche ore fa.

Continua a leggere

In rilievo