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Corona Virus

7 Novembre 2021, Sant’Ambrogio: 99 morti. Troppi

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Morti per Covid, 99. Il 12% dei pazienti ricoverati in terapia intensiva, l’1,6% di quelli assistiti in area medica. Sono troppi. A poco serve dire che “stiamo meglio” della Francia, della Germania, del Regno Unito; che stiamo “assai meglio” degli Stati Uniti. Mi sorge un dubbio, da osservatore un po’ frastornato in questa “epimedia”, come abbiamo chiamato il mondo in cui si forma e circola l’informazione sulla “epidemia”. Forse non sappiamo curare efficacemente il Covid. Voglio dire: ci stiamo appoggiando troppo sulle strategie di “prevenzione” e ancora troppo poco sulle strategie di cura. Vaccinazioni? Benissimo. Distanziamento sociale e mascherine? Altrettanto bene. Implementazioni delle prime, in linea con le acquisizioni scientifiche in progress? E’ quel che facciamo. Implementazioni delle tecniche di protezione collettiva, ingegneristiche ed organizzative? E’ ciò che attendiamo di fare. Ma le terapie sembrano indietro. 

Intendiamoci: la storia delle epidemie in Europa –che faremmo bene a non dimenticare o sottovalutare- ci dice che è s.e.m.p.r.e. stato così, dalla peste tucididea di Atene in avanti: le misure di sanità pubblica –ossia, in buona sostanza, la prevenzione- sono sempre state prevalenti, quanto ad efficacia, sulla medicina curativa. Questo tuttavia non vuol dire che non si possa cambiare registro, innestare come tratto saliente della contemporaneità medica un riscatto delle strategie terapeutiche su quelle di salute pubblica. 

Il fatto è che si avanza su questo terreno, ma non come di vorrebbe e, forse, come si dovrebbe. E ciò, anche a causa del cortocircuito informazione/comunicazione imputabile a “epimedia”.

Proviamo allora a schivare l’alluvione di dati che fanno molto rumore sul piano comunicativo ma restano desolatamente poveri sul piano informativo. Considerando il diagramma di Venn presentato ieri, mi concentrerei prioritariamente su quei morti e porrei all’area medica, e più specificatamente a quella clinica, alcune domande. Cinque per la precisione:

  1. Chi sono le persone che muoiono (intendo i 99 di Sant’Ambrogio più l’insieme di coloro che sono deceduti, diciamo, nell’ultimo mese, dal 7 Novembre): sono uomini, sono donne; a quale fascia decennale appartengono a partire dagli ultra-ottantenni; qual è la mappa regionale delle morti; qual è l’istogramma della distribuzione dei decessi per grandi, medi e piccoli centri.
  2. Perché i morti sono morti, ossia qual era il loro quadro clinico al momento del primo ricovero, quante erano e quali erano le patologie pregresse di cui erano portatori.
  3. Come sono morti, quale catena patogenetica li ha uccisi.
  4. Qual è la storia terapeutica (per gruppi socio-sanitari e territoriali, come indicato) a partire dalla prima diagnosi di infezione: e quindi percorso cure domiciliari-ricovero in area medica-ricovero in terapia intensiva.
  5. Ritenendo fondamentale la storia terapeutica dei pazienti, si capisce se nelle tre situazioni del percorso (eventuale) sono stati seguiti dei protocolli di cura standard e quali.

Queste domande non sono né vogliono essere inquisitorie, ma manifestano un’esigenza e un’urgenza informativa del grande pubblico che vuole farsi un’opinione ragionata. Rispondere equivarrebbe a dirci chi, dove, come e perché muore di Covid. E ci direbbe se le sequenze terapeutiche in questo Paese sono affidate all’inventiva dei singoli medici e ai disciplinari dei singoli  nosocomi o ASL, o promanano da direttive nazionali. Se hanno una struttura omogenea oppure si basano su linee-guida differenziate.

In Italia si fa un’ottima informazione, ad esempio attraverso la Fondazione Gimme o la Fondazione Hume. Aggiungere un altro filone a questa conoscenza tanto seria quanto discreta, non sarebbe per niente male.    

  

Angelo Turco, africanista, è uno studioso di teoria ed epistemologia della Geografia, professore emerito all’Università IULM di Milano, dove è stato Preside di Facoltà, Prorettore vicario e Presidente della Fondazione IULM.

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Morto 28enne novax, si era strappato casco ossigeno

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Fino all’ultimo ha negato di avere il covid ma quando le sue condizioni sono diventate piu’ gravi e non riusciva piu’ a respirare e’ andato in ospedale. I medici gli hanno messo il casco dell’ossigeno ma, da convinto no vax, se lo e’ strappato dicendo di non averne bisogno. I sanitari gli hanno pazientemente spiegato quello che rischiava e alla fine lo hanno convinto a rimetterlo. Ma non e’ bastato. E’ morto di covid un 28enne di Terracina, non vaccinato. Un altro giovane morto all’indomani di una sua coetanea, anche lei no vax, deceduta a Roma sempre per covid dopo aver messo al mondo il suo bambino prematuro. Il 28enne era giunto al Pronto soccorso di Terracina il 16 gennaio scorso e gli era stata diagnosticata infezione SarsCov2 e insufficienza respiratoria grave. Il giorno successivo era stato trasferito all’ospedale Goretti di Latina nel reparto di Terapia Intensiva Covid, ma le sue condizioni si erano ulteriormente aggravate, fino ad arrivare al decesso avvenuto ieri. “Quando il giovane, convinto no vax, e’ arrivato all’ospedale di Terracina aveva gia’ bisogno del casco, era in condizioni critiche – spiega la dg della Asl di Latina, Silvia Cavalli – Se lo era strappato via ma i medici ci hanno parlato e lo hanno convinto a rimetterlo. Purtroppo quando i no vax arrivano in ospedale non sono ai primi sintomi, arrivano gia’ in gravi condizioni perche’ c’e’ la negazione della malattia. E’ fondamentale vaccinarsi e recarsi in ospedale ai primi sintomi senza aspettare troppo a lungo”, e’ il suo accorato appello. Un appello rivolto anche dall’assessore alla Sanita’ della Regione Lazio, Alessio D’Amato: “Il Covid colpisce duramente anche i giovani. E’ importante fare la vaccinazione, e’ troppo pericoloso”. La giovane di 28 anni, deceduta nella notte tra il 20 e il 21 gennaio al Policlinico Umberto I di Roma, non era vaccinata ed era ricoverata dal 7 gennaio scorso quando e’ arrivata con una polmonite bilaterale covid. Durante la degenza, il 13 gennaio, e’ stato possibile farla partorire quando si e’ capito che le sue condizioni erano ormai disperate. Il bimbo, nato prematuro con un peso di 1,800 chili, e’ stato ricoverato in terapia Intensiva neonatale, e dopo una iniziale difficolta’ respiratoria e’ ora in condizioni cliniche buone e non necessita di supporto ventilatorio. Durante le fasi della degenza si e’ tentato di tutto per salvare la vita della giovane, compresa la terapia intensiva in Ecmo (ossigenazione extracorporera).

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Il virus sbarca nei paradisi Covid-free del Pacifico

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Per due anni erano rimaste immuni dal virus. Mentre ovunque la vita veniva sconvolta dalla pandemia, grazie alla loro posizione remota tra le profondita’ del Pacifico, le isole di Kiribati e Samoa potevano vantare lo status privilegiato di territori Covid-free, senza mascherine ne’ la costante paura del contagio. Ora pero’, con i primi arrivi dall’estero al tempo della dilagante variante Omicron, hanno capitolato anche loro: boom di contagi (che da quelle parti equivalgono a poche decine di casi) ed e’ subito scoccata l’ora sconosciuta del lockdown. Dall’inizio della pandemia, Kiribati non aveva segnalato neanche un solo caso di coronavirus, mentre Samoa ne aveva registrati appena due, secondo i dati dell’Organizzazione mondiale della sanita’. Il primo focolaio e’ arrivato adesso con un volo per Kiribati dalle Fiji – il primo dalla riapertura dei confini dopo 10 mesi – a bordo del quale sono stati riscontrati 36 positivi sui 54 passeggeri, nonostante fossero tutti vaccinati e con un test negativo alla partenza. A Samoa, invece, le restrizioni sono scattate dopo 15 casi legati a un volo di rimpatrio da Brisbane, ha spiegato la premier Fiame Naomi Mata’afa, e dureranno fino a lunedi’ sera. In entrambi i casi, le autorita’ di questi paradisi del Pacifico hanno attuato una serie di inedite misure restrittive, mentre tutti i contagiati sono stati messi in quarantena. Una stretta ulteriormente rafforzata dopo la positivita’ di alcuni dipendenti di una struttura dove i passeggeri contagiati stavano trascorrendo l’isolamento. Nell’arcipelago di Kiribati, dove secondo l’Oms solo il 34% della popolazione e’ completamente vaccinato, le restrizioni nella capitale prevedono che i residenti – la meta’ di tutti i 120mila abitanti – possano uscire di casa solo per procurarsi il cibo o ricevere assistenza sanitaria. Misure che dureranno almeno fino a giovedi’. A Samoa, invece, gli immunizzati con doppia dose sono il 62%. Ma adesso, con l’arrivo ufficiale del virus e in vista della futura riapertura delle frontiere, la campagna vaccinale dovra’ subire un’accelerazione. Per cercare di restare libero dal virus, continuano invece gli sforzi nell’arcipelago di Tonga, colpito una settimana fa dall’eruzione del vulcano Hunga Tonga-Hunga Haʻapai e dal conseguente tsunami, che nelle scorse ore ha rimandato indietro un aereo carico di aiuti dall’Australia dopo che a bordo era stato scoperto un caso di Covid.

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Tragedia del covid: lei è positiva e non vaccinata, partorisce un bel bimbo e muore

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Hanno salvato il bimbo, fatto partorire prima del tempo, ma non sono riusciti a salvare la madre, una ragazza di 28 anni postiva al Covid e non vaccinata. La donna e’ morta la notte tra il 20 e 21 gennaio al Policlinico Umberto I di Roma per le conseguenze di una polmonite bilaterale da Coronavirus: una settimama prima, il 13 gennaio, aveva partorito un bimbo che ora e’ in condizioni stabili e non in pericolo di vita. La 28enne era ricoverata dal 7 gennaio ma i primi sintomi del Covid li aveva avuti il 29 dicembre. Solo quando ha avuto difficolta’ respiratorie si e’ reso necessario il ricovero in ospedale dove e’ arrivata alla 31esima settimana di gravidanza. All’ingresso l’ecografia polmonare evidenziava una importante polmonite bilaterale dovuta al Covid confermata da test molecolare. Le condizioni cliniche della donna, spiegano dall’ospedale romano, “dimostravano una grave insufficienza respiratoria tanto da essere subito ricoverata in reparto Covid e sottoposta a terapia con casco con il 100% di Ossigeno”. Le condizioni si sono poi aggravate tanto da richiedere il trasferimento in area sub-intensiva a gestione rianimatoria. Il monitoraggio continuo, eseguito dai ginecologi, non dimostrava condizioni patologiche fetali. Ma il 13 gennaio, quando si e’ registrato un repentino e drastico peggioramento delle condizioni della donna, si e’ deciso di sottoporla a parto cesareo d’urgenza e al successivo trasferimento in Terapia Intensiva Covid per essere ventilata meccanicamente. Il bambino nato il 13 gennaio di 1,800 Kg e’ stato ricoverato in terapia Intensiva neonatale, e dopo una iniziale difficolta’ respiratoria, e’ ora in condizioni cliniche buone e non necessita di supporto ventilatorio. La madre invece e’ andata via via peggiorando. Il 15 gennaio vista la recrudescenza dell’insufficienza respiratoria e’ stato deciso l’avvio del trattamento di ossigenazione extracorporea (ECMO). Nei giorni seguenti non si e’ assistito a nessun miglioramento delle condizioni cliniche della paziente che sono invece progressivamente peggiorate fino al decesso nella notte tra il 20 e il 21 gennaio. Alla luce di questa storia la Regione Lazio ricorda “l’assoluta importanza di vaccinarsi anche in gravidanza e formula ai famigliari della giovane donna le piu’ sentite condoglianze”. E’ stato inoltre programmato per il 2 febbraio un Open day per le donne in gravidanza e in allattamento al Sant’Eugenio.

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