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Cronache

Laura Mattarella racconta il suo ruolo accanto al Presidente: discrezione, normalità e nessun privilegio

Laura Mattarella spiega il suo ruolo istituzionale accanto al padre Sergio Mattarella: una scelta libera, nessun privilegio, vita privata lontana dal Quirinale.

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In un’intervista a Vogue Italia, Laura Mattarella ha raccontato il significato del suo ruolo accanto al padre, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Stare al suo fianco in alcune occasioni ufficiali è stato, spiega, “un dovere e anche un onore”, una scelta maturata liberamente e condivisa fin da subito con il padre e con il marito.

La rinuncia alla professione e la centralità della riservatezza

Laura Mattarella ha lasciato il lavoro di avvocato, ma sottolinea come le rinunce siano state “ragionevoli e di poco conto”. La sua esperienza è guidata da un valore preciso: la riservatezza, vissuta non come formalità ma come modo autentico di coltivare i rapporti familiari e personali. L’obiettivo, ribadisce, è stato mantenere per sé e per la propria famiglia una vita il più possibile normale.

IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA SERGIO MATTARELLA E LA FIGLIA LAURA (FOTO IMAGOECONOMICA)

Vita privata lontana dal Quirinale

La figlia del Capo dello Stato chiarisce di non abitare al Quirinale, ma di vivere “felicemente a casa mia, con mio marito e con i miei figli”.

Non sono previsti rimborsi per le spese sostenute, né per l’abbigliamento: un punto su cui Laura Mattarella è netta, a conferma dell’assenza di benefici personali legati al suo ruolo.

Nessuna “first lady” e limiti ben definiti

“In Italia il ruolo di first lady non è previsto”, spiega, precisando che nei protocolli viene indicata semplicemente come “signora Laura Mattarella”. La sua presenza è limitata ad appuntamenti di carattere culturale o sociale, spesso in contesti informali. Nelle occasioni pienamente istituzionali – colloqui diplomatici, cerimonie militari, riunioni ufficiali – la sua partecipazione non è prevista, a conferma di una distinzione chiara tra sfera familiare e funzioni dello Stato.

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Cronache

Gratteri contro la politica dei decreti: “Legislazione schizofrenica, servono riforme vere”

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Il procuratore capo di Napoli Nicola Gratteri boccia senza mezzi termini la linea del governo in materia penale, definendola una “legislazione schizofrenica”. L’intervento è arrivato nel corso della trasmissione Otto e mezzo su La7, dove il magistrato ha messo in discussione l’efficacia della produzione continua di decreti emergenziali.

Critica ai nuovi reati introdotti a ripetizione

Secondo Gratteri, è inutile introdurre ogni due o tre mesi un nuovo reato attraverso decreti legge. Se l’obiettivo politico è aumentare il numero delle persone detenute, la strada corretta sarebbe quella di intervenire direttamente sul codice penale, con una riforma organica e coerente, e non con misure episodiche dettate dall’urgenza o dall’emotività del momento.

Garantismo per i colletti bianchi, durezza per il dissenso

Il procuratore evidenzia una asimmetria evidente nell’approccio legislativo: da un lato un’impostazione garantista nei confronti dei reati dei cosiddetti colletti bianchi, dall’altro una linea molto più severa verso i manifestanti, arrivando a ipotizzare strumenti come il fermo preventivo. Una contraddizione che, a suo giudizio, mina la credibilità complessiva del sistema penale.

Le priorità secondo Gratteri

Per uscire dall’impasse, Gratteri indica una serie di interventi strutturali:

  • concorsi regolari per le forze dell’ordine
  • migliori stipendi e maggiore formazione
  • addestramento adeguato e riorganizzazione del personale
  • riforma complessiva del codice penale, non interventi spot

“Non bisogna mai fare decreti di pancia – ha sottolineato – perché così non se ne esce”.

Il nodo carceri e i fondi del PNRR

Nel mirino del procuratore finisce anche la gestione delle risorse del PNRR. Gratteri osserva che non è stato costruito nemmeno un carcere, né dall’attuale esecutivo né da quello precedente, nonostante l’emergenza cronica del sovraffollamento penitenziario.

Un giudizio netto, che riapre il dibattito su sicurezza, repressione e riforme strutturali della giustizia penale, mettendo in discussione l’efficacia della strategia seguita finora dal governo.

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Cronache

Giorno del Ricordo, Parlamento e Basovizza uniti nella memoria delle vittime delle foibe

Il Giorno del Ricordo celebrato in Parlamento e a Basovizza: istituzioni unite nella memoria delle vittime delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata, tra gesti simbolici e richiami contro l’oblio.

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Nell’Aula della Camera risuona l’inno di Mameli alla presenza del capo dello Stato, del presidente del Consiglio e delle alte cariche istituzionali, mentre tre corone d’alloro vengono deposte alla Foiba 149 di Monrupino. Un legame ideale tra il Parlamento e il Sacrario della Foiba di Basovizza, luogo simbolo del Giorno del Ricordo, dedicato alle vittime delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata.

Le parole della premier Meloni

“L’Italia non permetterà mai più che questa storia venga piegata, negata o cancellata”. Così la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha ricordato un capitolo doloroso del dopoguerra, sottolineando come per decenni sia stato oggetto di una “imperdonabile congiura del silenzio, dell’oblio e dell’indifferenza”. Una storia che, ha aggiunto, “appartiene all’Italia intera”.

Il richiamo delle istituzioni

Il tema della memoria negata attraversa tutti gli interventi istituzionali. Il presidente del Senato Ignazio La Russa ha ricordato il 30 marzo 2004, data di approvazione della legge istitutiva del Giorno del Ricordo, come uno spartiacque dopo “troppi decenni” di occultamento della sofferenza di migliaia di italiani.

Il presidente della Camera Lorenzo Fontana ha auspicato che questa giornata contribuisca a rafforzare la memoria collettiva di un dramma che non può più essere taciuto e che resta un monito contro l’odio tra i popoli.

Maggioranza e opposizione sulla memoria

Sul valore del ricordo convergono maggioranza e opposizione. La segretaria del Partito Democratico Elly Schlein ha sottolineato come la memoria delle atrocità debba produrre “anticorpi” affinché simili orrori non si ripetano. Il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte ha invitato a evitare strumentalizzazioni, guardando in faccia l’orrore dei totalitarismi per ribadire il “mai più”.

I gesti del presidente Mattarella

Per il presidente della Repubblica Sergio Mattarella parlano soprattutto i gesti. Dopo la cerimonia alla Camera, la visita a sorpresa alla mostra Gli esuli fiumani, dalmati e istriani al Vittoriano di Roma. Un percorso coerente con il cammino di memoria costruito negli anni, come il gesto simbolico del 13 luglio 2020, quando a Basovizza strinse la mano al presidente sloveno Borut Pahor dopo aver reso omaggio alle vittime italiane delle foibe.

Basovizza, luogo di memoria condivisa

Al Sacrario di Basovizza si è svolta anche quest’anno la cerimonia solenne. “È diventato il luogo della memoria di tutte le vittime italiane, slovene e croate, vittime dello stesso disegno criminoso”, ha detto Paolo Sardos Albertini. “Perdonare sì, dimenticare no”, ha ribadito Matteo Salvini.

Le testimonianze degli esuli

In Aula risuonano anche le voci dei testimoni. Toni Concina ha ricordato l’esodo forzato di 350mila persone, costrette ad abbandonare le proprie case per restare italiane. “Le vere foibe sono l’oblio”, ha detto tra gli applausi. Di “ferita ancora aperta” ha parlato Abdon Pamich, esule fiumano e oro olimpico a Tokyo 1964, la cui storia è raccontata nel film Rai Il Marciatore.

I simboli della giornata

Tra le iniziative ricordate anche il Treno del Ricordo, che partirà da Trieste per attraversare l’Italia, simbolo di chi “ha deciso di essere italiano due volte”. In serata, il Colosseo illuminato con il tricolore e sulla facciata della Farnesina la scritta “Io ricordo” hanno chiuso una giornata dedicata alla memoria, alla consapevolezza storica e al rifiuto dell’oblio.

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Cronache

Chat Ranucci-Boccia, scontro pubblico con Giletti: polemiche politiche e interrogazione in Rai

Nuovo capitolo delle polemiche sulle chat tra Ranucci e Boccia: scontro con Giletti in tv, repliche social, interventi politici e interrogazione parlamentare sulla Rai.

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Nuovo capitolo delle polemiche nate dalla diffusione delle chat tra Sigfrido Ranucci, conduttore di Report, e Maria Rosaria Boccia, conversazioni confluite nell’inchiesta della Procura di Roma che ha portato al rinvio a giudizio dell’imprenditrice per stalking aggravato, lesioni e interferenze illecite nella vita privata ai danni dell’ex ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano.

Il racconto di Giletti in tv

A riportare al centro dell’attenzione i messaggi è stato Massimo Giletti, che ne ha parlato nel corso della trasmissione Lo stato delle cose su Rai. Giletti ha riferito di essere stato citato in una chat in cui si faceva riferimento a una presunta “lobby gay”, di cui avrebbero fatto parte anche l’ex dirigente dei servizi segreti Marco Mancini e il direttore de Il Giornale Tommaso Cerno, oltre ad Alfonso Signorini e a un non meglio identificato “signor B”.

Giletti ha smentito con decisione qualsiasi appartenenza, sottolineando che il concetto stesso di lobby implica l’esercizio di un potere organizzato che ha sempre dichiarato di contrastare. Rivolgendosi direttamente a Ranucci, ha parlato di una “delusione umana” e ha invitato a non alimentare divisioni.

La replica di Ranucci sui social

La risposta di Ranucci è arrivata sui social network. Il giornalista ha negato di aver mai accusato Giletti di far parte di una lobby gay, sostenendo che il passaggio contestato sarebbe stato frainteso. Secondo Ranucci, il riferimento riguardava invece i legami di Giletti e Cerno con Marco Mancini, già coinvolto nel caso Abu Omar e nel dossieraggio illecito Telecom-Pirelli.

Ranucci ha accusato entrambi di aver veicolato le posizioni difensive di Mancini senza contraddittorio, ricordando anche l’incontro in autogrill con Matteo Renzi, già oggetto di un’inchiesta di Report. Ha inoltre rievocato un precedente attrito personale con Giletti, legato al tentativo di mettere in discussione l’attendibilità di una fonte del programma.

Il ruolo di Cerno e la posizione di Boccia

Ranucci ha poi ricostruito il contesto in cui nelle chat si faceva riferimento a Cerno, richiamando un editoriale televisivo e un tweet rivolto a Boccia, definito offensivo e misogino. Una lettura condivisa dalla stessa imprenditrice, che ha parlato di una ricostruzione parziale, priva del passaggio iniziale necessario a comprenderne il senso complessivo.

Secondo Boccia, si tratterebbe di conversazioni nate in un ambito strettamente privato, che non dovrebbero essere esposte al pubblico né trasformate in spettacolo mediatico.

Le reazioni politiche

Sulla vicenda è intervenuto anche il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri, che ha presentato un’interrogazione parlamentare chiedendo alla Rai di chiarire come intenda intervenire di fronte a comportamenti che, a suo giudizio, violerebbero i principi etici del servizio pubblico.

A replicare è stata la senatrice del Movimento 5 Stelle Dolores Bevilacqua, che ha accusato Gasparri di strumentalizzare il tema. Bevilacqua ha inoltre contestato la posizione di Giletti, ricordando la recente ospitata in trasmissione di Fabrizio Corona.

Un caso ancora aperto

La vicenda continua a intrecciare profili giudiziari, mediatici e politici. Gli accertamenti sull’inchiesta restano in corso e ogni valutazione di responsabilità dovrà avvenire nel rispetto del principio della presunzione di innocenza fino a eventuale sentenza definitiva.

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