Politica
2 giugno, l’Italia celebra gli 80 anni della Repubblica tra unità e polemiche sulle assenze
L’Italia celebra gli 80 anni della Repubblica con l’omaggio all’Altare della Patria e la parata ai Fori Imperiali. Mattarella richiama il valore della Costituzione, Meloni parla di responsabilità verso le generazioni future. Polemiche per le assenze di Salvini, Schlein e Conte.
L’Italia ha celebrato a Roma gli 80 anni della Repubblica con l’omaggio all’Altare della Patria, la deposizione della corona al Milite Ignoto e la tradizionale parata militare lungo i Fori Imperiali. Una giornata istituzionale densa di significato, nella quale governo, alte cariche dello Stato, rappresentanti delle Forze armate e cittadini hanno ricordato il passaggio storico che, nel 1946, segnò la scelta repubblicana del Paese.
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella è stato accompagnato all’Altare della Patria dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Con loro erano presenti i presidenti di Senato e Camera, Ignazio La Russa e Lorenzo Fontana, e il ministro della Difesa Guido Crosetto. Dopo l’omaggio al Milite Ignoto, le autorità hanno seguito dal palco la parata ai Fori Imperiali.

GUIDO CROSETTO MINISTRO DELLA DIFESA
GIORGIA MELONI, PRESIDENTE DEL CONSIGLIO
IGNAZIO LA RUSSA, PRESIDENTE DEL SENATO
SERGIO MATTARELLA, PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ITALIANA
Il messaggio di Meloni
Per Giorgia Meloni, il 2 giugno non rappresenta soltanto una data storica, ma il racconto del cammino costruito dagli italiani attraverso sacrificio, coraggio, unità, solidarietà e impegno. La presidente del Consiglio ha richiamato gli 80 anni di Repubblica, libertà e partecipazione, sottolineando la gratitudine verso chi ha contribuito a edificare le fondamenta della comunità nazionale.
Nel suo messaggio, Meloni ha insistito anche sulla responsabilità del presente: custodire e rafforzare ogni giorno il patrimonio repubblicano, al servizio della Patria e delle generazioni future. Un richiamo che si è inserito nel clima solenne della giornata, segnata dal valore simbolico della parata e dal riferimento alla Costituzione come fondamento della convivenza democratica.
Mattarella e il valore della scelta repubblicana
Il Capo dello Stato ha ricordato il 2 giugno come il compimento di un atto di libertà senza precedenti. Il referendum istituzionale del 1946, insieme all’elezione dell’Assemblea Costituente e al primo voto delle donne, aprì una pagina nuova della storia italiana dopo la guerra, il fascismo e la negazione delle libertà fondamentali.
Il senso della ricorrenza resta proprio questo: la Repubblica come scelta democratica, partecipazione popolare e costruzione comune. A ottant’anni da quel voto, la Festa della Repubblica continua a rappresentare un momento di memoria nazionale, ma anche un richiamo alla responsabilità delle istituzioni e dei cittadini.

GAETANO MANFREDI, SINDACO DI NAPOLI, ROBERTO GUALTIERI SINDACO DI ROMA
La polemica sulle assenze
Accanto alla celebrazione istituzionale, non sono mancate le polemiche politiche. Tra le assenze più notate c’è stata quella del vicepremier e ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini. Dal ministero è stato spiegato che Salvini ha trascorso la mattinata al lavoro su trasporti, opere pubbliche e Pnrr, anche con l’obiettivo di evitare lo sciopero dei ferrovieri previsto per l’11 giugno.
La delegazione della Lega era comunque rappresentata da altri esponenti del governo e del partito, tra cui il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. L’assenza di Salvini è stata però notata dai cronisti e ha alimentato il confronto politico, anche perché non era la sola.

FESTA DELLA REPUBBLICA, FRECCE TRICOLORI
Assenti anche Schlein e Conte
Alla parata non erano presenti nemmeno la segretaria del Pd Elly Schlein e il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte. Conte ha poi fatto sapere di aver scelto di partecipare alla festa al Quirinale, dopo una giornata trascorsa a parlare con studenti pugliesi di Costituente e Costituzione. Schlein ha invece celebrato il 2 giugno con una nota, ricordando il giorno in cui l’Italia scelse la Repubblica e il primo voto delle donne.
Il presidente del Senato Ignazio La Russa, interpellato sulle assenze, ha evitato di alimentare lo scontro, osservando di non chiedere mai dove siano gli altri. Più duro il commento di Osvaldo Napoli di Azione, che ha criticato apertamente le assenze di Salvini, Conte e Schlein, trasformando la giornata istituzionale in un terreno di polemica politica.

CELEBRAZIONE DELL’80ESIMO ANNIVERSARIO DELLA FESTA DELLA REPUBBLICA
Una festa che resta patrimonio comune
Nonostante le polemiche, il 2 giugno ha confermato il suo valore di giornata nazionale condivisa. La Festa della Repubblica appartiene alla storia democratica del Paese e richiama tutti, maggioranza e opposizione, istituzioni e cittadini, al senso profondo della scelta compiuta nel 1946.
Ottant’anni dopo, il messaggio più forte resta quello della Repubblica come casa comune: una conquista nata dalla libertà, dalla partecipazione e dalla volontà di ricostruire il Paese dopo la stagione più buia della sua storia. Le assenze hanno acceso il dibattito politico, ma il centro della giornata resta il significato di una data che continua a definire l’identità democratica dell’Italia.
(tutte le foto sono di Imagoeconomica)
Politica
Confalonieri e il ricordo di Berlusconi: «Ha fatto grande il Milan e ha cambiato l’Italia»
A tre anni dalla scomparsa di Silvio Berlusconi, Fedele Confalonieri custodisce il ricordo dell’amico di una vita e ne rivendica il ruolo nell’impresa, nello sport e nella politica italiana.
Ci sono amicizie che sopravvivono al tempo e perfino all’assenza. Per Fedele Confalonieri, storico presidente di Mediaset e compagno di viaggio di una vita, il ricordo di Silvio Berlusconi resta qualcosa di profondamente privato. Un patrimonio custodito nel silenzio più che nelle parole.
Da quando il fondatore di Fininvest è scomparso, Confalonieri ha scelto di esporsi sempre meno. Chi lo frequenta racconta di un uomo che preferisce il pianoforte ai riflettori, i ricordi alle celebrazioni pubbliche. Eppure, quando accetta di parlare dell’amico, c’è un tema che torna sempre: il Milan.
«Ha fatto grande il Milan»
«E poi ha fatto grande il Milan, che senza di lui è finito com’è finito». È una frase che Confalonieri ripete spesso. Non per ridurre Berlusconi al calcio, ma perché proprio nell’avventura rossonera vede la dimostrazione più evidente del suo talento.
Secondo l’ex presidente di Mediaset, mettere insieme una squadra vincente, costruire un ciclo irripetibile e trasformare un club in un simbolo mondiale richiedeva la stessa genialità che Berlusconi ha mostrato negli affari e nella politica.
Per Confalonieri, il Milan non è soltanto una squadra di calcio. È la prova concreta della capacità del Cavaliere di immaginare il futuro prima degli altri e di trasformare le idee in risultati.
L’imprenditore, il politico, il leader
Nel racconto dell’amico di sempre emerge una figura che va oltre le divisioni politiche. Confalonieri continua a sostenere che molti avversari di Berlusconi non abbiano ancora riconosciuto pienamente ciò che ha rappresentato per il Paese.
L’ex premier viene descritto come un uomo capace di costruire contemporaneamente un grande gruppo editoriale, una squadra vincente e una coalizione politica destinata a segnare la storia della Seconda Repubblica.
È una lettura inevitabilmente affettuosa e personale, che non ignora errori e controversie, ma che mette al centro il ruolo innovatore svolto da Berlusconi in diversi ambiti della vita pubblica italiana.
La differenza con i leader di oggi
Confalonieri guarda con distacco anche alla politica internazionale contemporanea. Chi lo conosce racconta una certa amarezza per un mondo in cui, a suo giudizio, si è persa l’arte della diplomazia.
Nel ricordo riaffiora spesso il Berlusconi protagonista dei grandi vertici internazionali, capace di costruire rapporti personali con leader di schieramenti diversi e di ritagliarsi uno spazio nei momenti più delicati della politica mondiale.
È in questo contesto che viene ricordata anche la distanza che il Cavaliere avrebbe sempre rivendicato rispetto a figure come Donald Trump, ritenendo improprio qualsiasi paragone tra le due esperienze politiche.
Giorgia Meloni e il dopo Berlusconi
Confalonieri è stato tra i primi a comprendere che, dopo Berlusconi, il centrodestra avrebbe trovato il proprio punto di equilibrio attorno a Giorgia Meloni. Non per continuità diretta, ma per forza politica e capacità di leadership.
Per anni ha ripetuto che in politica la successione non si eredita come accade nelle aziende o nelle famiglie. Una convinzione che lo ha portato a riconoscere rapidamente il nuovo scenario emerso nel centrodestra italiano.
Pur apprezzando il percorso della premier, Confalonieri continua però a considerare Berlusconi un fenomeno irripetibile, difficilmente replicabile nelle forme e nelle dimensioni.
Il peso di un’eredità
A tre anni dalla scomparsa del fondatore di Forza Italia, ciò che colpisce nel racconto di Confalonieri non è la nostalgia politica ma quella personale. L’assenza dell’amico viene prima dell’assenza del leader.
Eppure, nel suo ragionamento, le due cose finiscono per intrecciarsi. Perché Berlusconi, sostiene, è stato insieme imprenditore, editore, presidente di calcio e uomo di governo. Un protagonista capace di attirare consenso e critiche, entusiasmo e opposizione, ma sempre al centro della scena.
«Tengo per me il mio Silvio»
Alla fine, però, il tratto più significativo resta il riserbo. Confalonieri continua a custodire molti ricordi senza condividerli. «Tengo per me il mio Silvio», è la frase che sintetizza meglio il suo atteggiamento.
Un modo per proteggere una storia personale lunga oltre mezzo secolo e per preservare il ritratto di un uomo che, nel bene e nel male, ha segnato una stagione della vita italiana. E che, agli occhi dell’amico di sempre, resta ancora oggi una figura impossibile da sostituire.
Politica
Meloni guarda al G7 e cerca il disgelo con Trump e Macron
Al G7 di Evian potrebbe esserci un bilaterale tra Giorgia Meloni e Donald Trump. Sul tavolo Iran, Ucraina e il nodo del mediatore europeo, mentre il 25 giugno è previsto il vertice Italia-Francia ad Antibes.
Il G7 di Evian può diventare il luogo del disgelo. Non ci sono certezze ufficiali, ma fonti di governo indicano come possibile un bilaterale tra Giorgia Meloni e Donald Trump durante il vertice dei leader, in programma dal 15 al 17 giugno in Francia. Sul tavolo ci sono l’Iran, l’Ucraina, i rapporti transatlantici e anche le tensioni degli ultimi giorni tra Roma e Washington.
Il possibile bilaterale con Trump
A Palazzo Chigi si guarda con attenzione alla presenza del presidente americano al G7. Secondo ambienti di governo, Trump avrebbe compreso le ragioni italiane sul blocco agli aerei americani a Sigonella e su altre scelte della premier, aprendo così uno spazio per un chiarimento politico diretto.
Il vertice francese sarà dominato dai dossier internazionali più urgenti. L’Iran è il primo tema, soprattutto se dovesse maturare un’intesa tra Washington e Teheran. Un accordo avrebbe un impatto globale, non solo sul piano diplomatico, ma anche su energia, mercati e sicurezza. Reuters indica proprio Iran e Ucraina come i due dossier principali del G7 di Evian.
L’Ucraina e il nodo della voce europea
L’altro fronte è l’Ucraina. Meloni continua a sostenere la necessità di una posizione europea più ordinata, capace di parlare con una sola voce nei passaggi diplomatici decisivi. Nei giorni scorsi la premier ha criticato i formati ristretti, come quello tra Francia, Germania e Regno Unito, ritenendoli insufficienti a rappresentare l’intero fronte europeo.
La posizione italiana si intreccia con quella della Polonia. Donald Tusk ha chiesto che Varsavia sia coinvolta nei colloqui sull’Ucraina e ha sottolineato che anche l’Italia condivide il disagio per l’esclusione da alcuni tavoli.
Le tensioni con Parigi
Il dossier ucraino pesa anche nei rapporti tra Roma e Parigi. A Palazzo Chigi viene letta con irritazione la lentezza nella scelta di una figura europea unica per il confronto diplomatico. La critica italiana non attribuisce intenzioni filorusse alla Francia, ma segnala il rischio politico di iniziative percepite come troppo legate al protagonismo delle singole cancellerie.
Il tema resta delicato, anche perché non tutti in Europa condividono l’idea di un vero mediatore. L’Alta rappresentante Kaja Kallas ha ricordato che l’Unione europea non può essere un mediatore neutrale tra Russia e Ucraina, perché l’Europa sostiene Kiev e difende anche la propria sicurezza.
Il vertice Meloni-Macron ad Antibes
Il 25 giugno Meloni e Emmanuel Macron avranno un’occasione formale per provare a rimettere ordine nei rapporti bilaterali. L’Eliseo ha annunciato il primo vertice intergovernativo Italia-Francia ad Antibes, con l’obiettivo di rafforzare la cooperazione su difesa, spazio, energia e infrastrutture.
Il vertice nasce nel quadro del Trattato del Quirinale, firmato nel 2021 da Macron e Mario Draghi, ma più volte rinviato. Anche questo dato racconta una relazione non sempre fluida tra Palazzo Chigi ed Eliseo.
Stubb, Costa e la ricerca di una figura condivisa
Nel ragionamento italiano, l’eventuale rappresentante europeo dovrebbe avere alcune caratteristiche precise: non appartenere a un grande Paese dell’Unione, non alimentare gelosie tra capitali, avere solidi rapporti transatlantici e conoscere bene il dossier ucraino.
Sono caratteristiche che fanno pensare al presidente finlandese Alexander Stubb, vicino a Trump e molto netto nel sostegno a Kiev. Ma lo stesso Stubb ha escluso, almeno pubblicamente, di vedersi nel ruolo di negoziatore con Mosca.
Tra i nomi possibili resta anche quello di Antonio Costa, presidente del Consiglio europeo, che per profilo istituzionale e capacità diplomatica potrebbe rappresentare un punto di equilibrio.
Una settimana decisiva per la diplomazia italiana
Per Meloni si apre una settimana di alta diplomazia. Prima il G7, con il possibile faccia a faccia con Trump e il confronto sull’Iran. Poi il dossier Ucraina, dove Roma vuole contare di più nella definizione della linea europea. Infine il vertice con Macron, che può diventare l’occasione per ridurre le distanze con Parigi.
Il filo comune è uno solo: evitare che l’Italia resti ai margini dei tavoli che contano. In un passaggio internazionale segnato da guerre, negoziati e nuove geometrie di potere, Palazzo Chigi prova a ritagliarsi un ruolo da protagonista, tra Washington, Parigi e Bruxelles.
Politica
Vannacci lancia Futuro Nazionale, centrodestra in tensione alla vigilia della Costituente
Roberto Vannacci si prepara alla Costituente di Futuro Nazionale in un clima di forte tensione politica con il centrodestra. Meloni, Salvini e Tajani non parteciperanno direttamente all’evento, mentre il nuovo movimento punta a strutturarsi come forza politica organizzata.
Roberto Vannacci si prepara a inaugurare ufficialmente Futuro Nazionale, il movimento politico che punta a trasformarsi in un partito strutturato e radicato sul territorio. La due giorni romana all’Auditorium della Conciliazione rappresenta il passaggio fondativo della nuova formazione e arriva dopo settimane di tensioni con gli alleati del centrodestra.
Secondo gli organizzatori, sono attesi circa 1.500 delegati provenienti da tutta Italia. L’obiettivo è definire la struttura del partito, eleggere gli organismi dirigenti e delineare un programma politico che affronti temi come famiglia, scuola, imprese e organizzazione dello Stato.
Meloni, Salvini e Tajani scelgono il basso profilo
Alla vigilia dell’appuntamento si è registrato un confronto tra i leader della coalizione di governo. Giorgia Meloni, Antonio Tajani, Matteo Salvini e Maurizio Lupi, pur invitati, hanno deciso di non partecipare personalmente all’evento.
I partiti del centrodestra saranno rappresentati da delegazioni composte da dirigenti locali o esponenti territoriali. Una scelta che, secondo fonti della maggioranza, consente di mantenere aperto il dialogo senza attribuire alla nuova iniziativa politica un riconoscimento formale di particolare rilievo.
Lo scontro dopo le parole della premier
La nascita di Futuro Nazionale avviene in un clima già segnato dalle polemiche successive allo scontro parlamentare tra Giorgia Meloni e l’area vannacciana.
Da Futuro Nazionale si sostiene che l’intervento della premier abbia finito per rafforzare la visibilità del movimento. Alcuni esponenti del gruppo parlano apertamente di un “regalo politico” ricevuto dalle polemiche degli ultimi giorni.
Nel centrodestra, invece, prevale la convinzione che le posizioni assunte dai vannacciani rischino di indebolire la compattezza della coalizione.
Le critiche di Fratelli d’Italia e Lega
Da Fratelli d’Italia arrivano segnali di forte diffidenza. Il responsabile organizzazione del partito, Giovanni Donzelli, ha accusato Futuro Nazionale di favorire indirettamente le opposizioni e di assumere posizioni incompatibili con quelle della maggioranza.
Anche dalla Lega emergono critiche. Il vicesegretario Claudio Durigon ha sostenuto che sia stato Vannacci a prendere le distanze dal centrodestra in occasione di recenti votazioni parlamentari, ribadendo che chi vuole entrare nella coalizione non può farlo da posizioni esterne e antagoniste.
La replica dei vannacciani
Gli esponenti di Futuro Nazionale respingono le accuse e rivendicano autonomia politica. L’obiettivo dichiarato è costruire una forza capace di incidere nel dibattito pubblico e di rappresentare una parte dell’elettorato che ritiene insufficiente l’attuale offerta politica del centrodestra.
Tra i fondatori del movimento si insiste sulla volontà di mantenere aperto il confronto con gli alleati, ma solo a partire dai principi e dalle linee programmatiche che saranno approvate dalla Costituente.
Le preoccupazioni nella maggioranza
La crescita organizzativa di Futuro Nazionale viene osservata con particolare attenzione soprattutto nella Lega, dove il dibattito interno resta acceso anche su altri fronti, compreso quello relativo ai futuri assetti territoriali e alla leadership del partito nelle regioni del Nord.
Nel frattempo continuano ad arrivare adesioni e nuovi ingressi nel movimento vannacciano da diverse realtà locali, elemento che contribuisce ad alimentare l’attenzione politica intorno al progetto.
Una sfida che va oltre la Costituente
La vera prova per Futuro Nazionale inizierà dopo la due giorni romana. La Costituente servirà a definire simbolo, struttura e programma, ma il passaggio decisivo sarà la capacità di trasformare il consenso mediatico e la visibilità del generale Vannacci in una presenza politica stabile sul territorio.
Per il centrodestra la sfida è altrettanto delicata: mantenere l’unità della coalizione senza sottovalutare un movimento che, almeno nelle intenzioni dei suoi promotori, punta a diventare una presenza permanente nello scenario politico italiano.


