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Ventenne trovato morto a Napoli, l’autopsia spiegherà che cosa ha ucciso Guglielmo Celestino

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L’autopsia già fissata per martedì 12 febbraio alle 10 del mattino spiegherà le cause del decesso  di Guglielmo Celestino, il giovane di 19 anni, trovato senza vita in via Aniello Falcone, a Napoli. Guglielmo, figlio di professionisti che vivono in via Caravaggio, era sparito dopo aver partecipato a una festa al “Flame”, uno dei tanti locali che animano la movida (i residenti parlano di fracasso notturno) in via Aniello Falcone. E’ stato il fratello, l’altra sera, a dare l’allarme e fare scattare le ricerche che hanno portato, ieri, i carabinieri a ritrovare il cadavere del ragazzo in una stradina privata, cinque metri sotto via Aniello Falcone, da cui è separata da una balaustra. Lì sotto dalla strada lanciano di tutto. Lì ci sono metri e metri cubi di rifiuti, plastica, cartacce, bottiglie di birra. Gli esami tossicologici stabiliranno anche se il ragazzo avesse bevuto e che cosa,  se avesse fatto uso di droghe ed eventualmente quali. Le polemiche sui locali, sulla movida, sugli scarsi controlli, su quello che succede nei locali e fuori dai locali sono piene le pagine dei giornali locali e le denunce presentate dai residenti ai presidi di polizia della zona. I residenti si lamentano della invivibilità notturna. Migliaia di persone sono stanche di non poter dormire fino a tarda notte per la musica, il via vai di macchine e motorini, i clacson e le risse dei ragazzi. Un comitato di protesta ha chiesto al Comune controlli ai locali, pulizie delle zone ridotte a discariche ogni fine settimana. Più volte questo Comitato aveva previsto che prima o poi ci sarebbero state tragedie. E la morte di Guglielmo Celestino è una tragedia, anche per le tante persone del Comitato che hanno manifestato il loro cordoglio alla famiglia di Guglielmo: “Mentre i discobar stanno riaccendendo le loro insegne colorate e alzando i volumi degli impianti stereo come se niente fosse successo, pronti per l’ennesima notte alcolica, ti promettiamo che noi non ti dimenticheremo”.

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Cronache

Caro Enrico Mentana, che problemi hai con Napoli?

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Quando i sindaci dell’isola d’Ischia scrissero la prima ordinanza sensata d’Italia con cui chiudevano l’isola a chiunque arrivasse dalle zone rosse (Lombardia, Veneto e Cina ) dove si insinuava l’infezione da coronavirus, Enrico Mentana prese un articoletto  scritto in fretta e pubblicato sul suo giornale on line (non La 7), interpretò l’ordinanza come atto di razzismo e espose i primi cittadini firmatari al ludibrio pubblico con una scritta: La Vergogna. La classica scelta di pancia per stimolare gli istinti più biechi delle tifoserie opposte. Era il 23 febbraio, Mentana non aveva capito nulla della gravità della propagazione del contagio da coronavirus. Lui era fermo al “raffreddore un po’ più forte”. I sindaci di Ischia, invece, che avevano letto dello stato di emergenza proclamato dal 31 gennaio al 31 luglio dal Governo Conte, e che seguivano con preoccupazione quanto accadeva nel nord Italia, volevano semplicemente blindarsi non applicando le leggi razziali fasciste, ma seguendo le regole di distanziamento sociale consigliate dall’Organizzazione mondiale della sanità. Per Mentana sono norme razziste, forse. Poi sono passati due mesi. Poi sono morte 13155 persone per effetto del covid 19 e chissà quante altre ancora ne moriranno. Poi ci sono già quasi un milione di contagiati nel mondo. Poi ci sono Paesi come gli Usa che si preparano a subire perdite umane tra le 100mila e le 240 mila persone. C’è la Spagna messa in ginocchio, dove scelgono chi intubare e chi far morire. Poi c’è una pandemia. C’è l’Europa come costruzione politica che sta per saltare in aria per colpa del coronavirus. E Mentana, a quei sindaci che insolentì e insultò ingiustamente, non ha mai chiesto scusa. Quei sindaci di Ischia intendevano chiudere tutto (lo fe molti giorni dopo e ad epidemia in atto nel Paese il premier Giuseppe Conte ) per difendere una comunità isolana che non ha a portata di mano il Sacco di Milano o il Cotugno di Napoli ma un piccolo ospedale ridotto all’osso quanto a risorse umane ed apparecchiature elettromedicali. Così era, così è quell’ospedale. A ISchia avevano paura, a Ischia hanno paura del coronavirus e del contagio.

Enrico Mentana. Cavallo di razza del giornalismo italiano che ogni tanto ha delle défaillance quando parla di Napoli

Oggi Mentana ci ricasca. Forse inconsciamente, forse perché ha necessità  di stimolare la pancia della gente, forse perché sta facendo degli esperimenti sociali sulla competizione tra ormoni e neuroni, insomma sarà quel che sarà, ha pubblicato un altro articoletto. In questo articoletto scritto velocemente ricopiando alcune notizie di agenzie che rimasticano un servizio di Sky News sull’ospedale Cotugno e sulla efficienza dei medici napoletani, dal suo profilo facebook Mentana scrive: “A Napoli c’è anche una eccellenza”. L’eccellenza è o sarebbe il Cotugno. Ora si può accettare tutto. Si possono accettare critiche. Si possono sopportare anche errori ed omissioni nel racconto di Napoli. Ma a proposito di razzismo e stereotipi, diciamo che Enrico Mentana (giornalista giornalista, occorre sempre riconoscerlo) comincia a diventare anziano. Forse i carichi di lavoro diventano pesanti e gli orgasmi da social network diventano sempre più difficili da sostenere. Diciamo che cominciano a non essere più orgasmi giornalistici naturali ma qualcosa di davvero pompato, di innaturale. Diciamo che certe cose non sembrano essere frutto delle sue eccezionali doti giornalistiche (non c’è alcuna ironia, lui è davvero un maestro) ma figlie dell’assunzione di qualche pillola di viagra (viagra giornalistico, s’intende!) che gonfia a dismisura le prestazioni (le notizie) fino a farle diventare fasulle.

 

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De Luca contro Covid 19 si appella al Governo per ribadire che in Campania nessuno può uscire di casa se non “per comprare medicine e alimenti”

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Ieri ha con durezza scritto sui social che le circolari interpretative del ministro dell’Interno che interpreta se stesso in Campania non sono valide. Per il presidente della Regione Campania, il fatto che il ministro dell’Interno dica che un genitore può uscire e portare a passeggio un bambino vicino casa, a lui non frega niente. Per lui vale l’ordinanza regionale che vieta tutto a tutti perchè solo con le regole stabiliti in quella ordinanza si può evitare la diffusione del contagio in Campania. E così De Luca ha voluto rivolgere un appello all’interno Governo “perché confermi in maniera chiara e forte l’obbligo per tutti di rimanere a casa, salvo che per l’acquisto di beni alimentari o di medicinali. Rinnovo il mio appello accorato – scrive De Luca – ai nostri concittadini perché rispettino rigorosamente l’ordinanza regionale che vieta le uscite. Sappiamo bene tutti noi quanto sia grande e pesante l’impegno richiesto. Ma sarebbe un delitto vanificare i sacrifici fatti in queste settimane abbandonandosi ora a comportamenti irresponsabili. Se in un quartiere escono cinquecento genitori con bambini al seguito, chi controlla il distanziamento di almeno un metro tra genitore e genitore, fra bambino e bambino? Chi controlla che la passeggiata avvenga nelle vicinanze dell’abitazione? Chi controlla che l’uscita duri un’ora e non una mattinata? Chi controlla i motivi di necessità? Non oso neanche immaginare quello che succederebbe in queste condizioni, nel fine settimana di Pasqua. Sarebbe come dare il via libera a tutti: una tragedia.  Il risultato – spiega De Luca – sarebbe una riesplosione del contagio tra due settimane, dopo l’incubazione del virus. E così, anziché ridurre il calvario di questi giorni, lo si prolunga all’infinito con un danno incalcolabile per la salute dei cittadini. Mentre si lavora al rilancio graduale dell’economia, si farebbe ripiombare l’Italia nell’emergenza più drammatica. E questo ancora di più al Sud, dove arriva solo ora l’onda forte del contagio, e dove si è riuscito a stento a governare l’ondata dei rientri dal Nord.  Anziché dare respiro ai bambini e agli anziani, rischiamo di doverli tenere chiusi in casa a giugno e a luglio! Questa sì sarebbe una tragedia. Per questi motivi ribadisco che in Campania è assolutamente vietato uscire per strada, al di là dei casi consentiti”. Il presidente De Luca, dopo l’appello al Governo, rivolge il suo sguardo a chi le ordinanze deve farle eseguire. “Chiarisco che le Forze dell’Ordine – spiega De Luca –  sono tenute a far rispettare le nostre ordinanze, pena comportamenti omissivi o elusivi dell’ordine dell’autorità sanitaria. Le ordinanze hanno valore di norma obbligatoria. Le “circolari” interpretative assolutamente no. In conclusione vorremmo poter lavorare senza elementi di disturbo e di confusione, per tutelare seriamente la salute dei nostri cari, come si sta facendo pur tra mille difficoltà. E vorremmo definire in questa settimana un imponente Piano regionale di sostegno sociale alle fasce deboli, e di sostegno economico alle attività produttive e professionali”.

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Lo Stato o è serio e affidabile o il rischio è che tra due (o più) litiganti il terzo (la mafia) gode

Catello Maresca

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Oggi ho letto una notizia che mi ha preoccupato. Anzi, ne ho lette più d’una che hanno avuto il medesimo effetto.
Un forte senso di disagio mi ha assalito già sentendo il governatore della Campania litigare con il ministro dell’Interno e dare sempre più l’immagine di uno Stato completamente allo sbando, creando una confusione ormai imbarazzante.
Pensavo, ad esempio, ai poveri poliziotti ad un posto di blocco nel centro storico di Napoli, chiamati a spiegare a qualche becero viandante la prevalenza di un’ordinanza rispetto ad un’altra, in un ormai complicatissimo equilibrio tra fonti del diritto.
Ho girato pagina alla disperata ricerca di una notizia che mi rasserenasse, almeno un po’.
Ed invece il mio già precario equilibrio psicofisico ha subito un altro colpo durissimo.
Mi sono imbattuto in un manifesto, una specie di proclama, una chiamata alle armi, sotto forma di padelle e cucchiarelle sbattute alle ringhiere. Un flashmob, promosso, a quanto riportato, dai detenuti delle carceri napoletane.

Antonio Bastone. Il narcotrafficante di Secondigliano che scrive lettere dal carcere di Poggioreale dov’è ristretto da un po’ di anni

Voglio essere chiaro subito, non ho niente contro i detenuti. Voglio solo che scontino la giusta pena, irrogata dopo un regolare processo, perché paghino per il danno procurato alle loro vittime, centinaia di persone perbene derubate, rapinate, violentate, drogate e uccise.
Solo questo vorrei, vorrei che il mio Stato, uno Stato serio e affidabile, assicurasse giustizia. A tutti e per tutti.
E vorrei che lo facesse con una reale funzione rieducativa, consentendo ai detenuti di ripagarsi le spese sostenute per la loro detenzione attraverso un sano e costruttivo lavoro nel carcere e, a certe condizioni per i soggetti meno pericolosi, anche fuori.

Il carcere di Poggioreale. Una foto di archivio di  Mario Laporta – Ag. Controluce – ITALY – Poggioreale Jail in Naples.

Vorrei che lo facesse assicurando condizioni di detenzione decenti, commisurate alla situazione di espiazione di una pena, ricordando agli “ospiti” che, comunque, non saranno mai come quelle di un albergo stellato.
Vorrei che i reclusi più pericolosi fossero messi in condizione di non nuocere più.
Vorrei che il personale tutto, dai direttori agli agenti della polizia penitenziaria, fosse gratificato per il lavoro svolto e che il loro impegno non fosse quotidianamente mortificato.
Vorrei in buona sostanza che ci fosse una vera strategia in un settore nevralgico, da troppo tempo trascurato. E che questa strategia si basasse su una profonda consapevolezza del fenomeno carcerario.
In questa situazione di emergenza, in particolare, vorrei che, invece di spingere per provvedimenti clemenziali senza criterio, si lottasse perché ci fossero strutture sanitarie interne adeguate, presidi utili e scelte ponderate.
Per garantire davvero la tutela della salute di tutti, stando ben attenti che in queste situazioni emergenziali si insinuano sempre, come la storia ci insegna, bieche dinamiche criminali.
I segnali sono già fin troppo evidenti. Il problema sanitario non ha certo cancellato le mafie, le loro modalità operative, i loro interessi che passano anche attraverso il carcere.
Tanti pericolosi delinquenti stanno già pensando a come approfittare  -anche ai danni dei loro stessi compagni di detenzione – della situazione.

Napoli, Italia – Il carcere di Poggioreale. Ph. Mario Laporta Ag. Controluce ITALY – Poggioreale Jail in Naples.

Sembra che ce ne siamo dimenticati.
Attenti alle mafie, loro non si sono ammalate, anzi sono ancora più forti e pericolose!
Il carcere è un mondo che va conosciuto e gestito con il giusto mix di fermezza, umanità e lungimiranza.
La criminalità organizzata ha sempre una strategia e la mette in atto, spesso rimanendo dietro le quinte ad attendere il momento propizio.
Le Istituzioni e gli uomini che le rappresentano devono essere capaci di prevenire le loro mosse prima che il problema scoppi in tutta la sua virulenza e diventi ingestibile.
Ecco, è questo che da uomo dello Stato mi aspetterei. O almeno che ci fossero comportamenti e risposte tranquillizzanti rispetto ad un generale grido di allarme.
E vorrei che queste scelte venissero davvero compiute, prima che sia troppo tardi e che il frastuono delle pentole sulle sbarre dei balconi non diventi tanto assordante da non poter più fare a meno di ascoltarlo.
Il rischio reale è che anche in buona fede si arrivi ad essere costretti ad adottare provvedimenti generali che favorirebbero ancora una volta la criminalità organizzata.

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