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Un secolo fa la Coppa Schneider a Napoli, un evento straordinario che merita di essere replicato

Giovanni Mastroianni

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Il dodici agosto, in una giornata dal tempo magnifico, c’è stato davvero un gran fermento nel Golfo di Napoli. L’appuntamento è stato di quelli unici. Dalla precedente tappa di Venezia, dove sono state definitivamente abbandonate le prove di abilità, la Coppa ha puntato tutto sulla velocità e quindi le migliori imprese di costruzioni aeronautiche hanno profuso uno sforzo immane per rendere ancora più veloci questi veri e propri prodigi della tecnica, e così aggiudicarsi la sesta tappa della Coppa Schneider, ospitata nella stupenda cornice partenopea. Gli idrovolanti italiani ed inglesi (i Francesi non sono riusciti a raggiungere in tempo il luogo di gara a causa di scioperi ferroviari!) si sono dunque dati battaglia nel percorso di gara con vertici Posillipo, Torre del Greco e fronte di Via Caracciolo, quest’ultima adibita anche a base di gara, per un totale di trecentosettantuno chilometri suddivisi in 14 tornate da ventisei chilometri e mezzo ciascuna. Con una media oraria di circa 235 chilometri orari, la tappa italiana è stata vinta dal britannico Henry Biard a bordo del Supermarine Sea Lion II, con buona pace dei piloti italiani Alessandro Passaleva sul SIAI Marchetti S51, secondo classificato, e a seguire Arturo Zanetti sul Macchi M17 e Piero Corgnolino sul Macchi M7.

Invero, anche se tutto questo sembra di un’attualità sconvolgete, in realtà è accaduto nei cieli di Napoli il 12Agosto dell’anno 1922, ossia quasi un secolo fa, quando la corrente elettrica era un lusso per pochi, non esistevano televisori per non parlare dei “social” e le automobili iniziavano a fare un timida comparsa districandosi tra cavalli, cocchieri e cavalieri che assistevano attoniti al loro passaggio. Solo pochi mesi prima Albert Einstein vinceva il Premio Nobel per la fisica mentre i Repubblicani USA avviavano la stagione del “Proibizionismo” ed in Cina nasceva il Partito Comunista Cinese con Mao Tse-Tung tra i massimi dirigenti. Quale sia stato l’impatto di questo magico carosello volante con la cittàda sempre curiosa, carnale e chiassosa, è facile immaginarlo.Così anche a Napoli, grazie alla Coppa Schneider, andò di scena il futuro, il trionfo della tecnica che superava ogni aspettativa e avverava i sogni più antichi dell’umanità. Solo dopo pochi anni, nel 1931 a Calshot Spit (Regno Unito), il Supermarine S.6B pilotato dall’abilissimo John Nelson Boothman, vinse l’ultima edizione della competizione con una media di ben 547,31 Km/h e solo due anni dopo il m.lloFrancesco Agello, con un M.C. 72 (Macchi Castoldi), sul Lago di Garda raggiunse quasi i settecento chilometri orari, volando con una media di 682,078 km/h. A buona ragione, gli assi dell’aviazione di quei tempi rappresentano ancora ad oggi veri e propri punti di riferimento per chi vola, perché amare il cielo significa averne innanzitutto rispetto, al quale si aggiunge sempre la gratitudine per quanti si sono sacrificati fino all’estremo per rendere l’arte del volo, vissuta sia per passione che per professione, più sicura possibile.

Commovente pensare che cento anni fa, in un contesto tecnologico “quotidiano” da far tenerezza se paragonato al nostro, quegli uomini temerari sperimentavano su se stessi aspetti dell’aerodinamica in larga parte mai testati. Così, mentre il carro tirato da cavalli rappresentava il mezzo di trasporto più comune ed i pescatori potevano contare quasi esclusivamente sulla spinta prodotta dai remi o della vela, pensare che su Castel dell’Ovo un nostrano “S51 con motore da 300 cavalli, abbia potuto sfrecciare a circa duecentocinquanta chilometri orari rincorrendo un Sea Lion II con una propulsione che di cavalli ne contava ben 450, non può che emozionare ancora. Per tali ragioni storiche oggi nulla può essere paragonato ad un evento simile, neanche una super spettacolare tappa della Red Bull Race nella avveniristica cornice di Dubai. Per questo, se novantotto anni fa Napoli è stata la capitale mondiale del volo ad alta velocità, quellastraordinaria tappa della Coppa Schneider dovrebbe essere replicata esattamente cento anni dopo, ossia il prossimo 12Agosto 2022. Allora, per noi che amiamo Napoli e dalle pagine di Juorno.it abbiamo l’onore di raccontarla, ci assumiamo l’impegno di tentare la realizzazione di questo sogno e riportare in questa magnifica città non solo il fascino e la bellezza di quella indimenticabile giornata, ma anche far decollare nuovamente l’attenzione per l’aviazione marittima e perché no, per l’idroscalo, da inserire nella nuova geometria dei mari e dei cieli che si sta ridisegnando in Europa grazie all’apporto fondamentale dell’Aviazione Marittima Italiana. Proprio grazie a questa associazione e all’immenso impegno del suo presidente Orazio Frigino (ex pilota militare di punta della nostra Arma Azzurra) e dei tanti appassionati che con lui condividono questa visione, in queste ore concretizzano lo straordinario progetto turistico ed infrastrutturale che dalla Puglia, oltre a creare sinergie con l’intero Continente, rinnovano o tracciano nuove rotte tra gli approdi Pugliesi e le coste Greche, che così si avvicinano sempre di più alla nostra penisola.

Rivolgiamo dunque un caloroso appello di collaborazione al presidente Frigino, che estendiamo anche al com.te pilota Antonio Ventura (oggi tra i massimi esperti del settore amministrativo e commerciale dell’aviazione generale) e non per ultimo al colonnello pilota Giovanni Del Gais, soprattutto nella veste di ineguagliabile fonte storica. E visto che siamo già in tema di adesioni, una domanda pubblica la rivolgiamo anche al Primo Cittadino: “Sindaco De Magistris: cosa ne pensa?”.

Intanto, per chi volesse approfondire o anche approcciarsi per la prima volta a questo meraviglioso mondo, tra le migliori opere in circolazione segnaliamo “Rosso Corsa” di Luigi Caliaro, che narra la storia completa della competizione ed in generale il mondo degli idrovolanti da corsa diquell’indimenticabile periodo, corredata da foto, testimonianze e documenti rari se non unici, divenuta altreanche ambitissima mostra itinerante che speriamo di poter ospitare nell’evento del 2022, per celebrare tutti assieme il centenario della tappa napoletana della Coppa Schneider.

Giovanni Mastroianni

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Cultura

Kulturfactory, le Cicale e i tre cieli, una fabbrica laboratoriale tra gli alberi di Villa Maria

Antonio Maiorino Marrazzo

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Dirigermi radialmente verso l’esterno è il progressivo processo che vivo e, a me sembra, non sia un navigare in solitario. Saltare dalla ruota, supponete bene se l’associate a quella del criceto, e auto-disintermediarsi, sfuggire dalla praxis urbana per ritrovarsi in un giardino sconosciuto dove non mi stupirei se apparisse Pëtr Nikolàevič Sòrin o Anna Serge’evna con il suo cagnolino. Mi riprendo il tempo che non mi apparteneva più e visito, come sghembo serafino di una personale gerarchia celeste, i luoghi della creazione, un’annunciazione inversa, un pellegrinaggio controcorrente. Sulla collina di Domicella, nel lauretano, svetta una dimora austera e al contempo allegra grazie all’insolito colore rosso che incornicia le numerose finestre: Villa Santa Maria. Qui nasce nel 2018, sotto la direzione artistica di Alessia Siniscalchi, operosa e instancabile, Kulturfactory, ‘fabbrica’ della compagnia teatrale indipendente italo-francese Kulturscio’k attiva dal 2007, destinata a residenze artistiche multidisciplinari. Sara Sole Notarbartolo, regista e drammaturga napoletana, insieme ad un drappello di nove attori ha fatto sua la fabbrica per tre giorni e tre notti e giungo nella fase di chiusura del loro lavoro laboratoriale. Sotto gli alberi del giardino della villa la canicola di fine luglio arde meno ma gli attori sono in pieno sole, vestono gli abiti di scena. Le cicale, quelle sugli alberi, hanno sospeso il loro frinire, quelle di Sara Sole invece blandiscono il potente, il colto, l’avvenente, dimentiche della vita ipogea, rinascono a un nuovo mondo, esplorano la terra promessa sprovviste di codice, devono ricostruire la memoria con in mano solo pochi miseri brandelli orali. Non esito a rintracciare nel testo (in costruzione) i felici esiti di quello che io definisco neorealismo magico, i personaggi giocano apertamente con la realtà ben consapevoli dell’impossibilità di una compiutezza, rinunciando all’arbitrarietà e alla presunta organicità del realismo. O si è assunti in cielo o si precipita. Sono unico spettatore di un miracolo, è il farsi stesso dell’opera che si sostanzia davanti ai miei occhi, nella sua caducità, nella distillata oscillante costruzione del divenire. Eppure sono io stesso scrutato, teatro nel teatro, osservato, unico spettatore. Da un terrazzo lì di lato due giovani donne sollevano la testa dai loro libri e sbirciano incuriosite, sono leggermente sottoposte al giardino eppure tentano di cogliere il senso di quel che accade, con grazia, con discrezione. Di tanto in tanto vibrano gli scatti prodotti dalla macchina fotografica di Massimo Pastore che, ospite di Sara Sole, pendola in un andirivieni discreto passando dal tempo oggettivo a quello soggettivo, uno sdoppiamento che si innerva sull’azione teatrale di un’opera che racconta di un popolo migrante alla ricerca della propria identità, disorientato e sul crinale del passato, del presente, del futuro: i tre cieli? Già, i tre cieli. Le cicale ora cercano di arrampicarsi sugli alberi, necessitano di effettuare la muta, vogliono spiccare il volo ma si avvedono che le uniche vere ali che potrebbero sostenerle siano quelle della memoria e della tradizione.

I tre cieli. Già, i tre cieli. Così sussurrano gli attori alla fine della prova, così incita la drammaturga, è una locuzione interna, una locuzione criptata che mi sfugge ma, da serafino sghembo e scaltro, cerco di decodificare.  Non rivelerò qui la mia interpretazione di quei tre cieli perché il mio peregrinare sarà compiuto solo quando vedrò Le Cicale (compiuto) sulle tavole di un palcoscenico.

Il progetto, ideato, e diretto da Sara Sole Notabartolo ha come protagonisti gli attori Raffaele Ausiello, Andrea de Goyzueta, Sergio Del Prete, Carla Ferraro, Fernanda Pinto, Milena Pugliese, Fabio Rossi, Fabiana Russo

Le foto sono di Massimo Pastore

 

 

 

 

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Esteri

Annuncio shock, convention senza stampa per Trump

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 Non era mai accaduto nella storia americana, almeno in tempi moderni: la convention repubblicana, ogni quattro anni uno degli eventi mediatici piu’ seguiti, chiusa alla stampa, vietata agli organi di informazione. A fine agosto a Charlotte, in North Carolina, niente giornalisti, operatori televisivi, fotoreporter. “Una decisione sconsiderata”, attacca l’associazione dei corrispondenti della Casa Bianca. Ma la mossa rischia di tarpare le ali soprattutto a Donald Trump: quello che doveva essere lo show mediatico per rilanciare le sue chance di rielezione, infatti, e’ ormai ridotto a un semplice passaggio burocratico, dove un pugno di delegati – solo 336 su 2.500 – discutera’ e votera’ per tutti gli altri rigorosamente a porte chiuse. La decisione senza precedenti di tenere fuori giornali, tv, radio e’ stata annunciata da un portavoce del comitato organizzatore della convention, e motivata ufficialmente con le restrizioni imposte dalle autorita’ locali alle prese con la lotta al coronavirus. Si vuole evitare insomma che l’afflusso in citta’ di migliaia di persone comporti il rischio di una ulteriore impennata dei contagi. Cosi’ Donald Trump, che aveva gia’ dovuto rinunciare all’oceanico bagno di folla sognato per mesi, ora non potra’ avere nemmeno quella straordinaria copertura mediatica su cui sperava per avere una spinta decisiva nei sondaggi, quelli che a tre mesi dal voto lo vedono sempre piu’ dietro al rivale Joe Biden, sia a livello nazionale sia nella decina di stati chiave come la Florida o il Texas: guarda caso i due piu’ colpiti dal virus insieme alla California. Come se non bastasse, non e’ detto che il tycoon accetti la nomination presidenziale con un discorso pubblico, magari trasmesso via streaming: negli ambienti della sua campagna e del partito si ipotizza anche una presenza di Trump a Charlotte solo per ringraziare privatamente i delegati. Altro che il mega comizio che era stato messo in cantiere dalla Casa Bianca a Jacksonville, in Florida, poi cancellato perche’ proprio nell’epicentro della pandemia. Il virus, dunque, non guarda in faccia a niente e a nessuno, e continua a stravolgere una campagna elettorale in cui molte delle prassi e delle regole sono ormai saltate. Anche se alcuni osservatori, dietro all’inusuale decisione di tenere i media alla larga della convention del Grand Old Party, vedono dell’altro: un tentativo dell’establishment repubblicano, sempre meno allineato con la linea erratica del tycoon, di limitare i danni per il partito, con una sovraesposizione del presidente che potrebbe risultare nociva. Perche’ il 3 novembre si votera’ non solo per la Casa Bianca ma anche per il Congresso, e il timore e’ che Trump trascini con se’ i candidati conservatori facendo perdere al partito anche il Senato. Del resto non sarebbe un caso che un esponente repubblicano del calibro di Mitch McConnell, leader dei senatori, abbia dato indicazioni ai candidati del partito di distanziarsi dalla linea del presidente se percepiscono che questa li danneggi. Intanto un piccolo giallo aleggia sul presidente, per ora alimentato solo sui social. Un grosso livido viola sul dorso della mano ha infatti scatenato sul web una ridda di illazioni sulla salute dell’inquilino della Casa Bianca. La foto messa in rete ieri dall’agenzia Associated Press mostra il tycoon con in mano una voluminosa mazzetta di giornali. Il livido, e’ stato fatto notare su vari siti internet, e’ in corrispondenza del punto in cui viene collocata una flebo durante le visite in ospedale. Anche se non si ha notizia che Trump sia tornato al Walter Reed, l’ospedale dei presidenti, nelle ultime 24-48 ore, come aveva fatto a sorpresa due volte negli scorsi mesi.

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Corona Virus

Picco in Grecia, Londra pensa a lockdown per over 50

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Nella lotta contro la pandemia ora e’ la volta della Grecia, mentre la Gran Bretagna, da mesi in prima linea, pensa a misure inedite anti Covid. Nella conta dei Paesi dove piu’ o meno improvvisi si alzano i picchi dei contagi da coronavirus, Atene e dintorni registrano un balzo in avanti dei casi che impongono un drastico giro di vite alle misure di contenimento sociale. Finora relativamente immune rispetto ai cugini europei (4.500 contagi e 206 vittime), la Grecia ha registrato venerdi’ 78 nuovi casi in 24 ore, un numero record dalla fine del lockdown, che ha convinto il governo a imporre l’obbligo della mascherina in tutti i luoghi pubblici chiusi incluse le chiese. Dal 3 al 9 agosto saranno vietati gli assembramenti nei locali al chiuso – ha comunicato il vice ministro della Protezione civile Nikos Hardalias – e fino al 15 agosto sono sospese le visite in ospedale. Stop anche alle feste religiose fino a fine mese. Una stretta che pesera’ non poco sui flussi turistici appena ripresi in un Paese che ha un quarto della sua economia dipendente proprio dal turismo. Solo ieri il governo ellenico aveva annunciato la riapertura di sei dei suoi porti principali ( Pireo, Rodi, Heraklion, Volos, Corfu’ e Katakolo) alle navi da crociera dopo che aveva riaperto in giugno i confini terrestri e in luglio aveva ripreso i voli sull’Europa. Intanto in Gran Bretagna, ancora al quarto posto nel mondo per numero di morti con oltre 46.200 decessi, milioni di ultracinquantenni potrebbero essere obbligati a restare chiusi in casa se sul Regno Unito si abbattera’ una seconda ondata di Covid-19. E’ la drastica opzione cui starebbe pensando il premier Boris Johnson, scrive il Sunday Times, per evitare un nuovo lockdown nazionale. E in Francia, con le dovute correzioni, si pensa a quell’immunita’ di gregge che Johnson aveva incautamente evocato all’inizio della pandemia. Per il professor Eric Caumes, noto infettivologo del piu’ importante ospedale parigino, il Pitie’-Salpetrie’re, e’ ora di cambiare strategia per la lotta al Covid-19 “prima di andare a sbattere”. Primario del reparto malattie infettive, pensa a una sorta di immunita’ di gregge solo per i giovani, che potrebbero contaminarsi durante l’estate evitando i contatti con i familiari. Ma arrivando alla riapertura delle scuole gia’ immunizzati. Il coprifuoco, ultima spiaggia del contenimento sociale, e’ stato imposto a Melbourne, seconda citta’ piu’ popolosa dell’Australia, dopo che una nuova ondata di contagi ha costretto lo stato di Victoria a dichiarare lo stato d’emergenza. Archiviati i primi successi contro il Covid ( poco piu’ di 17.200 casi e circa 200 morti) i casi sono in rapido aumento e nel solo stato di Victoria in 24 ore ci sono stati 671 contagi. Oltre al coprifuoco notturno, a Melbourne saranno in vigore fino al 13 settembre rigide misure restrittive come la possibilita’ di uscire di casa una sola volta al giorno senza allontanarsi per piu’ di 5 km e, addirittura, il divieto di celebrare matrimoni. E continua l’assedio del coronavirus agli Stati Uniti, incapaci di controllare la diffusione della pandemia. Per il quinto giorno consecutivo si sono registrati piu’ di 60 mila casi che portano il totale dei contagi a oltre 4, 6 milioni e i morti – 1.051 in 24 ore – a quasi 155 mila.

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