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Strage di Erba, la Cassazione rimanda gli atti a Como su Rosa Bazzi e Olido Romano

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Non è ancora del tutto conclusa, sia pure per un vizio formale, la vicenda giudiziaria per la strage di Erba. La Cassazione ha infatti accolto la richiesta dei legali di Olindo Romano e Rosa Bazzi, di trasmettere alla Corte di Assise di Como la richiesta della difesa di nuovi accertamenti probatori. Richiesta che era stata respinta in aprile. I coniugi Romano sono stati condannati in via definitiva all’ergastolo per l’eccidio dell’11 dicembre del 2006 di via Diaz a Erba, in cui morirono Raffaella Castagna, il figlio Youssef Marzouk, la madre Paola Galli e la vicina di casa Valeria Cherubini, mentre il marito di questa, Mario Frigerio, testimone oculare del fatto, fu gravemente ferito. I giudici di Como avevano respinto le istanze di accesso ai server delle intercettazioni, e a quelle di acquisire un cellulare Motorola ed esaminare dei reperti biologici. Ma la decisione, obietta la Cassazione, era stata emessa de plano, senza contraddittorio tra le parti. Adesso la Corte d’ Assise dovrà rivalutare le stesse istanze ma convocando le difese. I giudici, nel respingere le richieste avevano affermato che “non possono essere consentite investigazioni superflue o inidonee a determinare modificazioni sostanziali del quadro probatorio”.

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Muore a 27 anni dopo aver mangiato dei gamberi

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“Un fulmine a ciel sereno che non ha lasciato scampo. La nostra Refka, volto sorridente del ristorante I Pupi, è stata colpita da una fatalità che l’ha strappata ai suoi familiari, agli amici e al suo lavoro. Ogni parola che scriviamo pesa come un macigno dinnanzi un destino talmente beffardo che nel volgere di pochissimo tempo l’ha strappata alla vita”. Sulla sua pagina Facebook, Laura Codogno, moglie dello chef stellato Tony Lo Coco, con il quale gestisce il famoso ristorante I Pupi, a Bagheria, nel Palermitano, parla della morte improvvisa della loro impiegata, Refka Dridi, 27 anni, un ragazza tunisina bellissima finita prima in coma per uno choc anafilattico dopo aver mangiato dei gamberi a cui era allergica e poi morta.

Come è morta Refka Dridi? Sembra sia tornata tardi dal lavoro, abbia aperto il frigo e avrebbe mangiato una forchettata ingerendo un gambero. Lei era allergica ai crostacei. L’ha capito subito, è uscita fuori casa, dove si trovava insieme al figlio di 8 mesi, ed ha chiesto aiuto. Un destino crudele ha voluto che  il compagno fosse fuori per lavoro. L’hanno soccorsa i vicini. Lei ha spiegato che cosa stava accadendo, è anche arrivata l’ambulanza ma la situazione era già precipitata. La ragazza ha perso i sensi in attesa dell’arrivo dei mezzi di soccorso. Qualcuno ha cercato di rianimarla e nel frattempo è arrivata l’ambulanza che l’ha portata all’ospedale Buccheri La Ferla, dove è rimasta in coma per due giorni. Qui, il suo cuore si è fermato. Era ricoverata nel reparto di rianimazione.


“Ho conosciuto Refka, 4 anni fa – ha raccontato Laura Codogno, manager del ristorante stellato al Giornale di Sicilia- cercavo una ragazza capace di parlare lingue straniere. Un’amica mi ha proposto lei. Quando l’ho incontrata è stato amore a prima vista. Era molto simpatica, intelligente, brillante e volenterosa. Si muoveva in maniera fantastica, parlava inglese, francese, arabo e italiano perfettamente”. Refka viveva in Italia da almeno 10 anni. “Qui è come una famiglia – continua la titolare – la sua scomparsa ci ha lasciato scioccati”. Su Facebook, Laura Codogno ha scritto: “rimarranno sempre nel nostro cuore il suo sorriso, la sua discreta eleganza, la sua bellezza mediterranea, la solarità dei suoi occhi, la fiducia che il suo sguardo trasmetteva, la voglia di essere brava nello svolgere la sua attività, sempre con precisione e garbo. Noi eravamo legati a lei e lei a noi. Lei continuerà a far parte della famiglia de I Pupi e noi custodiremo la sua presenza nei nostri”.

Ma perché è morta una ragazza di 27 anni, forte, di ottima salute? Sono episodi rari le morti di persone colpite da choc anafilattico. Spesso l’esito di questo choc è positivo, nel senso che un paziente anche grave riesce a reagire in tempo e a tornare in salute. Perchè, come spiegano i medici, non è importante la quantità di sostanza ingerita o inalata (in questo caso i crostacei, semmai la gravità dell’evento dipende molto dalla reattività del soggetto nei confronti degli alimenti, di ciò che si respira o dei farmaci che vengono somministrati.

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Capannone industriale abbandonato usato come essiccatoio di marjiuana, maxi sequestro dei carabinieri a Taurianova

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Un altro duro colpo alla produzione di marijuana nella Piana di Gioia Tauro da parte dei Carabinieri reggini. Nella giornata di ieri, i Carabinieri della Compagnia di Taurianova unitamente ai “Cacciatori” dello Squadrone Eliportato di Vibo Valentia, nel corso degli ordinari rastrellamenti in area rurale di Contrada Torre Lo Schiavo, hanno individuato un grande capannone in disuso utilizzato per realizzare un enorme essiccatoio di piante di marijuana. In particolare, i Carabinieri delle Stazioni di Taurianova e Cittanova e dei “Cacciatori”, nel corso dei specifici servizi volti alla prevenzione e repressione della produzione e smercio di sostanze stupefacente nel territorio, hanno percepito un forte odore di marijuana proveniente da un vecchio frantoio abbandonato da tempo in una impervia area rurale di Taurianova. Una volta fatto ingresso, i militari si sono trovati davanti un vero e proprio essiccatoio “industriale”, con centinaia di fili di spago attaccati a delle intelaiature in ferro poste sulle pareti, così creando una distesa di piante sospese e distanziate tra di loro, per consentirne l’ottimale essicazione, al termine della quale le piante sarebbero state tritate e vendute in dosi nel mercato illegale. Per di più erano presenti dei grandi ventilatori alimentati da un allaccio abusivo alla rete elettrica pubblica, come successivamente accertato dai tecnici intervenuti. 

Circa 7 mila piante di altezza variabile tra mezzo metro e 1 metro, per un quantitativo stimato in oltre 350 kg di sostanza stupefacente che, una volta venduta al dettaglio, avrebbe fruttato alla criminalità oltre 3 milioni di euro. Evidentemente le piante erano state trasportate nel capannone provenendo da alcune piantagioni già estirpate e fatte crescere nella Piana di Gioia Tauro, le cui piazzole sono in corso di individuazione. La sostanza stupefacente rinvenuta è stata sequestrata e sarà trasmessa al RIS di Messina per le successive analisi tossicologiche del caso.   

I Carabinieri di Taurianova svolgeranno tutte gli accertamenti necessari ad individuare i realizzatori della piantagione industriale. Il sequestro rappresenta un altro duro colpo alla criminalità locale, riuscendo a privarla di un ingente fonte di guadagno. 

L’intervento rientra nella più ampia e diffusa azione dei carabinieri della Piana di Gioia Tauro nel contrasto alla coltivazione di cannabis nel territorio, a conferma di una sempre incisiva e pervasiva azione di contrasto al fenomeno disposta e coordinata dal Gruppo Carabinieri di Gioia Tauro. 

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L’isola Gallinara venduta a un ricco ucraino per oltre 10 milioni, un pezzo

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L’isola Gallinara passa di mano per una cifra di oltre 10 milioni di euro. È l’unica isola della Liguria. È una riserva naturale ricca di storia, a 1,5 chilometri dalla costa tra Albenga ed Alassio, appartenuta per secoli alla Chiesa e poi, negli ultimi 150 anni, a facoltosi banchieri e industriali. Sarebbe stata acquistata dalla società di diritto monegasco, la “Galinette”. Dietro questa società c’è Olexandr Boguslayev, 42 anni, ucraino residente nel Principato ma con cittadinanza di Grenada, l’isola caraibica. A vendere sono stati i nove gruppi familiari piemontesi e liguri che per oltre 40 anni l’hanno posseduta in comproprietà. Le loro abitazioni in cima all’isola sono state acquistate separatamente da Boguslayev per un valore, secondo alcune fonti, di altri 15/20 milioni di euro. Ma chi è questo Olexandr Boguslayev, uomo d’affari Ucraino?

Secondo quanto si apprende questo imprenditore è figlio di  Vyacheslav Boguslayev, prima politico e poi un industriale di lungo corso. L’uomo ha 82 anni, guida da molto tempo in Ucraina uno dei più grandi produttori mondiali di motori per aerei, missili ed elicotteri, la Motor Sich, storica fornitrice dell’aviazione russa, finita al centro di un caso diplomatico internazionale da quando nel 2017 la cinese Skyrizon Aviation ne rilevò il 41% del capitale per poi arrivare alla maggioranza. Gli Usa sono insorti, un tribunale ucraino ha congelato le azioni cinesi e lo scorso marzo l’ennesimo ricorso della Skyrizon è stato respinto. Ma è proprio con l’investimento di Pechino che probabilmente i manager azionisti, tra cui i Boguslayev, hanno fatto cassa. Al nuovo padrone della Gallinara fanno capo una serie di altre società immobiliari in Costa Azzurra.

L’isola roccaforte inaccessibile ai turisti, ha la forma di una testuggine. Alta fino a 87 metri, lunga 470, larga 450, è stata rifugio di santi (Martino di Tours nel quarto secolo dopo Cristo) e di papi (Alessandro III in fuga da Federico Barbarossa nel 1162). Da allora la Gallinara passò sotto la diretta protezione del Vaticano e divenne sede di una potentissima abbazia benedettina che tra l’ VIII e il XIV secolo ebbe possedimenti fino in Catalogna e Provenza. L’isola, un tempo lontano popolata da galline selvatiche come scrivevano Catone e Varrone (“Gallinaria”), fu poi concessa in uso a famiglie e vescovi di Albenga, il territorio comunale di cui oggi fa parte. Finché a metà ‘800 fu “privatizzata”. Nel 1866 la proprietà dell’isola passa dal vescovo di Albenga al banchiere Leonardo Gastaldi e da quel momento la Gallinara diventa a tutti gli effetti “privata”.  Nella seconda guerra mondiale si insediò un battaglione della Wehrmacht e nel ventre dell’isola i nazisti scavarono gallerie per stivare armi ed esplosivi. Appena finita la Guerra, nel 1947, a 100 metri dalla Gallinara, avvenne una delle più gravi tragedie del mare italiane: la motonave Annamaria carica di bambini milanesi dai 4 ai 13 anni in gita all’isola, colpì un ostacolo e affondò rapidamente, portandosi sott’acqua 44 vite. Quando ad acquistare la “tartaruga” fu nel 1960 l’industriale genovese Riccardo Diana, arrivarono acqua ed elettricità e l’unico approdo tra le rocce si trasformò in un porticciolo. Così Diana potè costruire una splendida villa in cima all’isola con piscina e terrazze sul Tirreno.

Isola Gallinara. Dal 17 luglio è di proprietà di un industriale ucraino

A fine anni ‘70 la proprietà passò di mano per la penultima volta: venne rilevata da un gruppo di famiglie liguri e piemontesi. Tra essi gli Stroppiana di Cuneo proprietari della Mondo, 220 milioni di fatturato, l’azienda che ha fatto le piste di atletica nelle ultime 11 edizioni dei Giochi Olimpici. Oppure i Mogna della Probiotical di Novara e altri imprenditori locali dalle alterne fortune. Del vecchio monastero edificato in epoca longobarda dai monaci di San Colombano non rimane più nulla tranne, da quel che si racconta, il muro a secco innalzato per proteggere il camposanto dove riposano da secoli gli antichi abati. Da Villa Diana sono state poi ricavate le proprietà immobiliari suddivise tra i nove padroni dell’isola. Poteva questo ricco imprenditore ucraino acquisire una isola italiana? O forse i proprietari avrebbero dovuto consentire allo Stato il diritto di prelazione?

Non sarà facile per il ricco ucraino fare il padrone su questa isola, benchè l’abbia acquistata e pagata bene. Le regole del parco marino, i cavi elettrici e le tubature dell’acqua tranciati dai pescherecci, il divieto d’accesso, l’annegamento nel porticciolo del custode-eremita (unico residente fisso nell’isola dopo secoli), i sigilli alle abitazioni posti (e poi tolti) anni fa dalla Procura di Savona, la privacy e i turisti che premono: tutti fatti e circostanze che hanno reso difficile la gestione di questo piccolo paradiso e conflittuale il rapporto della proprietà con le autorità e con gli enti territoriali. E poi i bilanci sempre in rosso, i debiti consistenti, anche con l’erario, i problemi economici di qualche socio… La vendita era matura. Boguslayev ha intavolato trattative che già a maggio erano a buon punto. Poi ha incaricato un giovane avvocato di Nizza, Yannick Le Maux, e un legale di Torino, Alberto Cortassa, di concludere. E il 17 luglio l’affare si è chiuso. Ora Boguslayev potrà idealmente piantare la bandiera ucraina (o grenadiana) sulla cima dell’isola-tartaruga. Un pezzo d’Italia che Italia non è più. Per ora

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