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Storia di Mario, napoletano dalla “vita indipendente” costretto ad emigrare pure per curarsi

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Mario Garofalo ha sedici anni e mezzo quando, il 28 luglio del 2002, rimane tetraplegico in seguito ad un tuffo dal pontile dell’Italsider di Bagnoli. Un tuffo come tanti altri, insieme ai suoi amici, in un caldo giorno d’estate. Mario batte la testa. Il collo si rompe all’altezza della quarta e della quinta vertebra cervicale; subisce una lesione midollare che lo rende tetraplegico. “Quando sono entrato in acqua ho sentito un colpo alla testa, poi non ho sentito più niente, ma non ho mai perso i sensi. Sarei probabilmente morto annegato se un mio amico non si fosse accorto per tempo che non riemergevo, tirandomi fuori dall’acqua”.

Ieri pomeriggio Mario ha raccontato la sua storia presso la Tienda Bottega Equosolidale nel quartiere Vomero, a Napoli. Bastano davvero pochi secondi e qualche chiacchiera scambiata con Mario per annullare le distanze e scardinare le certezze e gli schemi con cui in molti guardano alla disabilità. Mario Garofalo è un ragazzo estroverso, ironico, sensibile. Ma guai a chiamarlo disabile. “Sarebbe meglio parlare di persone con disabilità – ci spiega -; identificare una persona con la sua menomazione significa catalogarla: ‘ma quello è un disabile…’; siamo solo persone”.

Dopo l’incidente, Mario viene ricoverato al San Giovanni Bosco, dove è trattato con negligenza: non viene operato e non riceve le attenzioni necessarie. Suo padre decide allora di intervenire per portarlo altrove; il ragazzo viene trasferito con l’elicottero al Sandro Pertini a Roma. “In casi di lesione midollare bisogna intervenire chirurgicamente il prima possibile, altrimenti c’è il rischio di incorrere in ulteriori problemi. Si crea un edema midollare e le cose si complicano.

Io sono stato operato dopo un mese e mezzo. Se si fosse agito in maniera tempestiva, forse avrei avuto delle funzionalità residue maggiori, guadagnando qualcosa in termini di autonomia. A Roma sono poi rimasto per undici mesi all’unità spinale unipolare, una struttura che insegna alle persone con lesione midollare ad affrontare questa nuova condizione”. Mario per curarsi è stato costretto a spostarsi in un altra regione. A Napoli sono trent’anni che si aspetta l’apertura di un’unità spinale; in Lombarda ce ne sono cinque. “Dobbiamo emigrare non solo per lavorare ma anche per curarci”, dice Mario con un sorriso amaro.

La storia di Mario Garofalo è raccontata nel libro fotografico M, con gli scatti di Paolo Manzo e i  testi di Lea Cicelyn. Con i suoi scatti in bianco e nero, Paolo Manzo, fotogiornalista e documentarista napoletano, è entrato con discrezione nella vita di Mario e ha raccontato la sua quotidianità, a partire dal suo nucleo familiare, con la mamma e le sorelle, offrendo altresì uno sguardo sulle continue barriere poste dagli spazi urbani che limitano l’indipendenza delle persone con disabilità. Un lavoro di tre anni che nasce anzitutto dalla loro amicizia, profonda e sincera. M come Mario, il protagonista di questa storia. M, come Madre, la donna che ha saputo riempirlo di affetto, dandogli la forza per superare ogni ostacolo. M come Mare, luogo del terribile incidente. 

Il disagio che vivono ragazzi come Mario è frutto di un rapporto non inclusivo fra la società e la persona con menomazione; uno gap che potrebbe essere ridotto con l’abbattimento delle barriere architettoniche, culturali, mentali. La speranza di Mario è che questo progetto possa rappresentare un passo nella direzione del superamento di quei luoghi comuni e di quei giudizi superficiali che inevitabilmente prendono piede quando non si conosce qualcosa in modo diretto e profondo. Il progetto è autoprodotto attraverso una campagna di crowdfunding sulla piattaforma crowdbooks. Il libro andrà in stampa e sarà distribuito nelle librerie al raggiungimento delle 200 copie preordinate. 

La storia di Mario Garofalo è anche la storia della battaglia per il diritto alla Vita Indipendente, un principio sancito dall’art. 19 della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità. La filosofia alla base della Vita Indipendente è condensata nello slogan “niente su di noi, senza di noi”. Il modello attuale prevede che le decisioni sulle persone con disabilità siano generalmente prese da altri. La Vita Indipendente si fonda invece sull’assistenza personale autogestita: non è l’ente fornitore che decide come erogare il servizio di assistenza, che è standardizzato e uguale per tutti, ma è la persona direttamente interessata che decide sulla base delle proprie esigenze e inclinazioni, come, quando e da chi farsi assistere, gestendo direttamente il budget a propria disposizione. Una legge sulla Vita Indipendente in Italia non c’è ancora e le persone con disabilità sono spesso assistite tutto il giorno dai familiari o ricoverate in strutture residenziali; ottenere l’assistenza non è affatto scontato. “Qualcosa inizia a muoversi – conclude Mario -, penso alla legge “Dopo di Noi”; ma la nostra battaglia è ancora molto lunga”.

M, un libro da stampare per abbattere le barriere architettoniche con le fotografie di Paolo Manzo

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Bandiere a mezz’asta, l’Italia unita nel silenzio e nel lutto

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Il tricolore cala e avvolge il dipendente comunale. Lo nasconde completamente, come se non bastasse la mascherina che ha gia’ sul viso. Nel frattempo un minuto di raccoglimento scende sulle piazze dei municipi d’Italia, dove i sindaci escono per strada, davanti ai palazzi dei Comuni, per uniformarsi al silenzio che da settimane si vive nelle citta’. Il minuto di raccoglimento osservato a mezzogiorno del 31 marzo, come “lutto e sostegno reciproco nella lotta al coronavirus”, ha unito i luoghi delle istituzioni, dal Quirinale a Palazzo Chigi, dalla Santa Sede a Montecitorio, fino alla stazione dei carabinieri di Codogno. L’iniziativa, partita dall’Associazione nazionale comuni italiani, e’ stata raccolta in tutto il Paese raggiungendo anche ambasciate e citta’ slovene al confine.

Tra i primi a mettere a lutto le bandiere c’e’ il Quirinale: sul balcone della piazza sono state fatte scendere a mezz’asta dai corazzieri, mentre qualche ora dopo il celebre “Torrino”, il belvedere del palazzo che espone gli stendardi, e’ stato illuminato di verde, bianco e rosso. Il tricolore e’ stato indossato dai sindaci di citta’ come Roma, Napoli, Milano, Bari e Torino fino al silenzio per esprimere vicinanza ai familiari delle vittime della pandemia. Idem per chi lavora a Montecitorio. Anche l’Ansa, la Rai e il mondo dei media hanno partecipato interrompendo le attivita’ per un minuto. “La vicinanza delle istituzioni e dei cittadini dimostra che l’Italia e’ unita e solidale in questo momento”, ha commentato il presidente dell’Anci Antonio Decaro, che ha promosso l’iniziativa su impulso del presidente della provincia di Bergamo, uno dei territori piu’ colpiti dal contagio. “Esprimiamo lutto per le vittime dell’emergenza sanitaria – ha aggiunto – ma anche solidarieta’ per tutti gli operatori sanitari impegnati in prima linea e di speranza che le nostre comunita’ tornino presto alla normalita’”. Accanto al tricolore, a essere abbassata e’ stata la bandiera dell’Unione europea. Ma in qualche municipio cittadino c’e’ stato chi, polemicamente, ha deciso di ammainarla definitivamente o persino di toglierla per qualche ora: un gesto politico e di protesta che fa da sfondo al dibattito interno all’Unione sulle iniziative da prendere a favore dei Paesi piu’ colpiti dal Covid-19. “Faro’ issare nuovamente la bandiera quando ci saranno risposte chiare dall’Europa – spiega il sindaco di Limone Piemonte – Non sono antieuropeista ma non condivido la scelta della comunita’ di non prendere decisioni”. Una protesta simbolica messa in atto anche dal sindaco di Grosseto: “Ho ripiegato delicatamente la bandiera dell’Ue, ma l’ho fatto solo per quel momento, non l’ho tolta per sempre. Sono un uomo delle istituzioni ma il gesto lo rifarei mille volte. L’Europa ha abbandonato i suoi figli fondatori”.

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Una rete di donne contro il coronavirus: la solidarietà ad Ischia

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Ci hanno pensato da subito agli anziani, a chi aveva difficoltà ad uscire di casa anche solo per acquistare le medicine, a chi non riusciva a fare la spesa perché stanco o ammalato, achi ha bisogno di tante cose… così sono scattate le operazioni di solidarietà sull’isola di Ischia. Grazie al volontariato, grazie soprattutto ad gruppetto di di donne che hanno saputo organizzare una rete in grado di aiutare e di farlo con intelligenza. Così c’è chi va a consegnare i pasti, anche ai contagiati da Covid-19, è stato attivato il servizio di “carrello sospeso” in quasi tutti i supermercati dell’isola. E grazie a quest’esempio si attivano anche tanti altri, pronti a donare- tempo, derrate alimentari o quant’altro- per alleviare le pene di chi soffre di più

Il cuore di Ischia per contrastare la crisi legata al Covid-19. Una rete di associazioni, più di trenta volontari impegnati tutti i giorni, il sostegno di imprenditori e famiglie solidali: nei giorni in cui il sistema sanitario combatte per contenere il contagio da coronavirus, l’isola scopre il valore della solidarietà.
In prima linea Insula Spei, Caritas, Catena Alimentare, Servizio umanitario ASSI, Mensa del Sorriso, Punto D, La Casa dei Bambini e Associazione Nazionale Carabinieri.
Il numero verde 800 96 0528, gestito dalla cooperativa Eco, è attivo sin dai primi giorni dell’emergenza: a titolo gratuito, vengono consegnate a domicilio la spesa e i medicinali agli anziani over 70 residenti non autosufficienti e soli sul territorio dell’isola.

I volontari formano staffette sul territorio in grado di consegnare medicinali ai dializzati o ai contagiati da Covid-19, in piena sicurezza e dotati dei dispositivi di protezione individuale.
Intenso, in particolare, lo sforzo rivolto alle famiglie bisognose, la cui crisi economica è acuita dall’isolamento: alle centinaia di famiglie aiutate regolarmente dalle Caritas parrocchiali e dall’associazione Catena Alimentare si aggiungono quotidianamente nuove segnalazioni dal territorio.

 

Marianna Sasso

“Siamo pronti a dare risposte a chiunque ne abbia esigenza”, spiegano Marianna Sasso, che coordina la rete di volontariato, e Luisa Pilato, responsabile dell’area emergenze della Caritas diocesana di Ischia.
In quasi tutti i supermercati dell’isola è attivo il servizio “carrello sospeso”, che consente alla clientela di acquistare – anche attraverso la spesa online, senza muoversi da casa – beni da destinare ai bisognosi: i volontari passano a ritirarli in giornata, provvedendo poi alla distribuzione.

“Suggeriamo in particolare l’acquisto di scatolame, farina, omogeneizzati e pannolini”, dice Luciana Morgera. Con Punto D resta inoltre alta l’attenzione sulle vittime di violenza domiciliare; l’ASSI, grazie a un pulmino accessoriato, si occupa del trasporto di disabili in caso di necessità primarie.
Batte fortissimo il cuore dell’isola d’Ischia.

 

 

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Cafiero de Raho lancia l’allarme: guardia alta contro le mafie pronte a cavalcare la rabbia sociale

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La crisi del coronavirus possibile strada per le mafie per tentare di insinuarsi negli interstizi del disagio sociale e provare a cavalcarlo. Gli strumenti per captare il consenso sociale sono i soldi. E le mafie ne dispongono. “Ovunque ci sia un disagio sociale e una difficoltà pensano di inserirsi mafia, camorra e ‘ndrangheta, mirano soprattutto al consenso sociale a volte anche organizzando forme di protesta ma il più delle volte offrendo servizi, ciò di cui la parte più povera della società ha bisogno, dando benefici per poi richiederli con gli interessi” spiega il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Rahi sottolineando che “in momenti di emergenza come quello attuale è altissimo il livello di attenzione su queste forme di apparenti benefici che la camorra e le mafie tentano di offrire alle fasce più povere”.  “Non solo le fasce sociali più povere sono maggiormente esposte, ma anche le imprese. Immaginiamo fra qualche mese, quando le imprese dovranno tornare su mercato, se lo Stato non interviene con forti sostegni, con i cosiddetti ‘bazooka economici, saranno moltissime le aziende in difficoltà. E se lo Stato non interviene con la forza economica che restituirà impulso a queste imprese – spiega Cafiero De Raho -, è certo che vi sarà una grave esposizione alle crisi delle imprese”.  “E tutto questo agevolerà ancora una volta le mafie che sono pronte a investire il loro denaro”, ha sottolineato.  Certe manifestazioni di insofferenza sociale come possibili attacchi per saccheggiare market, feste vietate in strada per sfidare l’autorità dello Stato sono segnali mafiosi o di insinuazione della mafia nelle proteste? Su questi versante “non vi sono elementi che, di per sé, dimostrino la riconducibilità di quelle manifestazioni a disegni di camorra o mafie. Sembrano sorte all’interno del disagio sociale autonomamente, senza un disegno mafioso” dice Cafiero De Raho.

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