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Cultura

Salman Rushdie alle Conversazioni sulla terrazza del Museo Madre

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Gentile, disponibile, garbato e ovviamente un gran comunicatore. E’ Salman Rushdie, il grande scrittore indiano naturalizzato britannico protagonista all’incontro de  Le Conversazioni il festival internazionale ideato da Antonio Monda e Davide Azzolini che per la prima volta si svolge al Museo Madre a Napoli e inaugura, nella quattordicesima edizione la partnership con la Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee.

Presentato dal  Presidente della Fondazione Laura Valente e dai due fondatori del festival, lo scrittore ha immediatamente catalizzato l’attenzione del  numeroso pubblico accorso sulla terrazza del Museo Madre tra le cupole e i campanili del centro storico della città.

Nato e cresciuto a Mumbai, cittadino britannico, Salman Rushdie è autore di romanzi ambientati in gran parte nel subcontinente indiano. Il suo stile narrativo amalgama il mito e la fantasia con la vita reale, secondo i dettami del realismo magico. Dopo aver esordito con la fiaba Grimus (1975), ha raggiunto la notorietà con I figli della mezzanotte(1980), considerato ancora oggi tra i suoi migliori romanzi. Nel 1993 il libro è stato premiato con il “Booker of Bookers” e nel 2008 è stato insignito del “Best of Bookers”. Il suo romanzo più celebre è I versi satanici (1988) per il quale l’ayatollah Khomeini pronunciò una fatwa nei suoi confronti ritenendolo reo di bestemmia nei confronti della religione islamica. La condanna a morte ha costretto Rushdie a rifugiarsi per molti anni in Gran Bretagna e a vivere sotto protezione. Oltre ai romanzi, ha scritto anche il libro per bambini Haroun e il mare delle storie (1990), vincitore del Writer’s Guild Award, e ha pubblicato varie opere di saggistica. Rushdie ha ricevuto numerosi premi letterari internazionali, dal 1999 è membro della Royal Society of Literature e Commandeur des Arts et des Lettres ed è presidente del PEN American Center e Honorary Professor in Humanities al MIT. Le sue ultime opere sono The Enchantress of Florence (2008), Luka and the Fire of Life (2010), Joseph Anton – A Memoir (2012), tutti pubblicati in Italia da Mondadori.

Le Conversazioni, oltre all’incontro con lo scrittore anglo-indiano propone, dopo l’apertura a New York il 1 Maggio scorso con Daniel Libenskind,  in Italia propone anche un appuntamento a Roma, presso il nuovo spazio di Palazzo Merulana, che accoglierà due incontri: con Susanna Tamaro e Annalena Benini (18 giugno) e con  Francesco Vezzoli e Piera Degli Esposti (19 giugno).

 

 

 

 

 

Fotogiornalista da 35 anni, collabora con i maggiori quotidiani e periodici italiani. Ha raccontato con le immagini la caduta del muro di Berlino, Albania, Nicaragua, Palestina, Iraq, Libano, Israele, Afghanistan e Kosovo e tutti i maggiori eventi sul suolo nazionale lavorando per agenzie prestigiose come la Reuters e l’ Agence France Presse, Fondatore nel 1991 della agenzia Controluce, oggi è socio fondatore di KONTROLAB Service, una delle piu’ accreditate associazioni fotografi professionisti del panorama editoriale nazionale e internazionale, attiva in tutto il Sud Italia e presente sulla piattaforma GETTY IMAGES. Docente a contratto presso l’Accademia delle Belle Arti di Napoli., ha corsi anche presso la Scuola di Giornalismo dell’ Università Suor Orsola Benincasa e presso l’Istituto ILAS di Napoli. Attualmente oltre alle curatele di mostre fotografiche e l’organizzazione di convegni sulla fotografia è attivo nelle riprese fotografiche inerenti i backstage di importanti mostre d’arte tra le quali gli “Ospiti illustri” di Gallerie d’Italia/Palazzo Zevallos, Leonardo, Picasso, Antonello da Messina, Robert Mapplethorpe “Coreografia per una mostra” al Museo Madre di Napoli, Diario Persiano e Evidence, documentate per l’Istituto Garuzzo per le Arti Visive, rispettivamente alla Castiglia di Saluzzo e Castel Sant’Elmo a Napoli. Cura le rubriche Galleria e Pixel del quotidiano on-line Juorno.it E’ stato tra i vincitori del Nikon Photo Contest International. Ha pubblicato su tutti i maggiori quotidiani e magazines del mondo, ha all’attivo diverse pubblicazioni editoriali collettive e due libri personali, “Chetor Asti? “, dove racconta il desiderio di normalità delle popolazioni afghane in balia delle guerre e “IMMAGINI RITUALI. Penitenza e Passioni: scorci del sud Italia” che esplora le tradizioni della settimana Santa, primo volume di una ricerca sui riti tradizionali dell’Italia meridionale e insulare.

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Cultura

Kulturfactory, le Cicale e i tre cieli, una fabbrica laboratoriale tra gli alberi di Villa Maria

Antonio Maiorino Marrazzo

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Dirigermi radialmente verso l’esterno è il progressivo processo che vivo e, a me sembra, non sia un navigare in solitario. Saltare dalla ruota, supponete bene se l’associate a quella del criceto, e auto-disintermediarsi, sfuggire dalla praxis urbana per ritrovarsi in un giardino sconosciuto dove non mi stupirei se apparisse Pëtr Nikolàevič Sòrin o Anna Serge’evna con il suo cagnolino. Mi riprendo il tempo che non mi apparteneva più e visito, come sghembo serafino di una personale gerarchia celeste, i luoghi della creazione, un’annunciazione inversa, un pellegrinaggio controcorrente. Sulla collina di Domicella, nel lauretano, svetta una dimora austera e al contempo allegra grazie all’insolito colore rosso che incornicia le numerose finestre: Villa Santa Maria. Qui nasce nel 2018, sotto la direzione artistica di Alessia Siniscalchi, operosa e instancabile, Kulturfactory, ‘fabbrica’ della compagnia teatrale indipendente italo-francese Kulturscio’k attiva dal 2007, destinata a residenze artistiche multidisciplinari. Sara Sole Notarbartolo, regista e drammaturga napoletana, insieme ad un drappello di nove attori ha fatto sua la fabbrica per tre giorni e tre notti e giungo nella fase di chiusura del loro lavoro laboratoriale. Sotto gli alberi del giardino della villa la canicola di fine luglio arde meno ma gli attori sono in pieno sole, vestono gli abiti di scena. Le cicale, quelle sugli alberi, hanno sospeso il loro frinire, quelle di Sara Sole invece blandiscono il potente, il colto, l’avvenente, dimentiche della vita ipogea, rinascono a un nuovo mondo, esplorano la terra promessa sprovviste di codice, devono ricostruire la memoria con in mano solo pochi miseri brandelli orali. Non esito a rintracciare nel testo (in costruzione) i felici esiti di quello che io definisco neorealismo magico, i personaggi giocano apertamente con la realtà ben consapevoli dell’impossibilità di una compiutezza, rinunciando all’arbitrarietà e alla presunta organicità del realismo. O si è assunti in cielo o si precipita. Sono unico spettatore di un miracolo, è il farsi stesso dell’opera che si sostanzia davanti ai miei occhi, nella sua caducità, nella distillata oscillante costruzione del divenire. Eppure sono io stesso scrutato, teatro nel teatro, osservato, unico spettatore. Da un terrazzo lì di lato due giovani donne sollevano la testa dai loro libri e sbirciano incuriosite, sono leggermente sottoposte al giardino eppure tentano di cogliere il senso di quel che accade, con grazia, con discrezione. Di tanto in tanto vibrano gli scatti prodotti dalla macchina fotografica di Massimo Pastore che, ospite di Sara Sole, pendola in un andirivieni discreto passando dal tempo oggettivo a quello soggettivo, uno sdoppiamento che si innerva sull’azione teatrale di un’opera che racconta di un popolo migrante alla ricerca della propria identità, disorientato e sul crinale del passato, del presente, del futuro: i tre cieli? Già, i tre cieli. Le cicale ora cercano di arrampicarsi sugli alberi, necessitano di effettuare la muta, vogliono spiccare il volo ma si avvedono che le uniche vere ali che potrebbero sostenerle siano quelle della memoria e della tradizione.

I tre cieli. Già, i tre cieli. Così sussurrano gli attori alla fine della prova, così incita la drammaturga, è una locuzione interna, una locuzione criptata che mi sfugge ma, da serafino sghembo e scaltro, cerco di decodificare.  Non rivelerò qui la mia interpretazione di quei tre cieli perché il mio peregrinare sarà compiuto solo quando vedrò Le Cicale (compiuto) sulle tavole di un palcoscenico.

Il progetto, ideato, e diretto da Sara Sole Notabartolo ha come protagonisti gli attori Raffaele Ausiello, Andrea de Goyzueta, Sergio Del Prete, Carla Ferraro, Fernanda Pinto, Milena Pugliese, Fabio Rossi, Fabiana Russo

Le foto sono di Massimo Pastore

 

 

 

 

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Cultura

RestiAMO al SUD fa tappa nell’Area Flegrea, terra magica e incantata

Giovanni Mastroianni

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Resa celebre dalla bellezza delle intemperanze vulcaniche che ancora oggi modellano il Territorio e testimoniate dalle spettacolari fumarole che si innalzano d’improvviso al cielo da ogni dove, questa parte dell’Area Flegrea appare come un continuo rincorrersi di alture che giocano a tuffarsi nel mare. Del resto il fenomeno del bradisismo, ossia l’innalzamento ed abbassamento della quota del terreno e delle città, è pane quotidiano, che rimarca a gran voce come il sottosuolo incandescente sia in realtà una creatura viva che respira in un tutt’uno con la superfice terrestre.

Come su di una giostra assistiamo ad una girandola di colori brillanti, dal verde della macchia mediterranea al blu del Tirreno, e al giallo dello zolfo che qui tutto condiziona, elemento cardine di un ciclo termale che dura da millenni e funge da valore aggiunto alla bellezza vivida del luogo.

Ogni strada sembra immergersi nel mare e dal mare sembra sempre riemergere, come a Pozzuoli, la regina di quest’area, che unitamente alle cittadine vicine fin dalle epoche Greco – Sannite ha rivestito un ruolo importantissimo, addirittura irrinunciabile in epoca romana, non solo quale ambita meta turistica ma anche se non soprattutto quale porto strategico per la marina militare e commerciale, quindi attivissimo snodo per lo scambio dei prodotti dell’impero, provenienti in larga parte dall’entroterra della fertilissima Campania Felix, con quelli del sempre più vicino Oriente.

Un centro quindi da sempre aperto alla vita e al mondo, dove uomini e donne di razze, ceti sociali e culture diverse hanno incrociato i loro destini nel bene e nel male in quello che poteva essere considerato un vero e proprio esempio di antica globalizzazione.

Da vedere, anzi da vivere in zona, capolavori biologici come Capo Miseno, il Parco sommerso di Baia, il Monte Nuovo e il Cratere degli Astroni, il Lago Averno, ovviamente anch’esso di origine vulcanica, considerato nell’antichità la porta dell’Ade.

Invero anche Ischia, Procida e Vivara, possono essere tutte ricomprese in questa area magica, nate anch’esse dalla forza dei crateri sprofondati nel mare o erosi nel corso dei millenni. Queste isole magnifiche possono essere raggiunte tutto l’anno proprio dal porto di Pozzuoli, che si conferma il punto nevralgico dell’Area Flegrea anche nei giorni nostri.

Per il loro impareggiabile interesse storico meritano invece di essere visitati l’Anfiteatro Flavio, ancora oggi palcoscenico mozzafiato di un’arte senza tempo ed il tempio di Serapide, del II Secolo A.C.. Le “Stufe di Nerone” hanno poi sempre rappresentano poi un’esperienza davvero intensa, dove ogni fortunato ospite ha potuto godere dei benefici termali in un impianto praticamente identico a quello di millenni fa.

La statua di “Zeus in trono” risale al I secolo a.C. Alta 74 centimetri, rappresenta l’iconografia classica del dio greco. È stata esposta dal 1992 fino al 2017 al Getty Museum di Los Angeles, dopo essere finita in un giro di ricettatori. Ora è di nuovo nel Castello di Baia. Ph. Mario Laporta/KONTROLAB

La magia del lungomare Puteolano, oltre a regalarci un paesaggio magnifico, si arricchisce dei tanti ristoranti dove poter gustare i frutti del generoso mare appena pescati e godere dei vini ormai famosi in tutto il mondo, ricavati dai vigneti che in quest’area baciata dalla fortuna producono uve come la Falanghina che qui viene coltivata fin dal 700 A.C., o il Falerno, già riservato all’elite romana e che trovava tra i suoi estimatori senza tempo anche il grande osservatore dell’epoca, Plinio il Vecchio. 

Il non distante sito archeologico di Cuma (VIII secolo A.C.), diviso tra i territori di Pozzuoli e Bacoli, ci racconta come un libro aperto il mito della Sibilla (Eneide III) e la vita dei Greci e dei Romani che qui trascorsero il loro tempo, rendendolo un ambitissimo luogo di villeggiatura in perenne competizione con la vicina e fascinosa Baia, anche quest’ultima avamposto militare e portuale nonché punto di riferimento per la vita politica e culturale, che nel gioco della vita sociale senza tempo si districava tra forti competizioni, gelosie, tradimenti e tanta passione.

CUMA – – TEMPIO DI GIOVE/BASILICA, FONTE BATTESIMALE
PH. MARIO LAPORTA

Proprio di fronte all’isoletta di Punta Pennata ci si imbatte nello “Schiacchetiello”, una spiaggia incastonata tra gli scogli come un gioiello prezioso che riflette tutti i colori del chiarissimo mare, da sempre location prediletta per l’ambientazione di antiche leggende e ovviamente per i miti greci, che qui indicano il luogo in cui Ulisse avrebbe deciso di approdare ammaliato dalla bellezza dell’area Flegrea. 

Dopo una giornata di mare o trascorsa riscoprendo le innumerevoli bellezze naturali ed archeologiche uniche al mondo, con le isole di Procida e di Ischia tanto vicine che sembrano poter essere accarezzate, il sole cala sulla vita del Golfo che così inizia a riversarsi nei tanti locali glamour che dalla costa si adagiano fino all’anticamera del mare, come l’Alma Beach Events, complesso turistico che anima le serate più chic e ricercate, che si protraggono gioiose fino alle prime luci dell’alba. Ma adesso la scena è delle stelle, uniche vere custodi dei segreti e dei sogni racchiusi da millenni in questa cornice incantata sospesa tra passato e presente, e così brillano sulla costa, sul Tirreno, e sulla terra che respira e si gonfia sulla caldera incandescente.

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Cultura

Pompei celebra la vanità femminile dell’età Bronzo

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Si intitola “”Venustas. Grazia e bellezza a Pompei” la Mostra inaugurata questa mattina nella Palestra grande del Parco Archeologico dal direttore generale, Massimo Osanna, e che mette in vetrina i reperti della cosmesi femminile a partire dall’eta’ del Bronzo (XV sec a. C.) e dell’eta’ del Ferro (VIII – VII sec a. C., fino ai gioielli in oro rinvenuti dagli scavi dela Casa di Helvius Severus, la Casa della Venere in bikini, nota per la statuetta omonima di Venere, la Casa di L. Caelius Ianuarius. La “fiera delle vanita’” parte, quindi, da lontano,con spilloni e spille in osso, ambra e bronzo, che adoperavano le donne del villaggio primitivo di Longola Poggiomarino.

Erano ornamenti tipici di un abitato protostorico che dava una particolare attenzione all’ambra e alle decorazioni con forme di animali come amuleti contro la malasorte. Nelle vetrine della mostra seguono i reperti legati alla cosmesi e all’ornamento rinvenuti nelle tombe femminili della necropoli protostorica di Striano (VIII-VII sec a.C.). Per poi passare agli ornamenti dell’eta’ arcaica e classica a Stabia (necropoli di S. Maria delle Grazie) con i vari oggetti rinvenuti nelle tombe femminili del VI e V sec a. C., fibule e suppellettili che accompagnavano la defunta nell’aldila’. Creme, trucchi, bagni di profumo, specchi per ammirarsi, ornamenti per abiti e gioielli, amuleti, statuette e preziosi dedicati agli dei sono oggetti di vezzo e di moda con i quali, durante i millenni, le donne hanno inseguito un’ideale di perfezione e di bellezza. La mostra, che terminera’ il 31 gennaio del prossimo anno, e’ organizzata dal Parco archeologico di Pompei ed e’ suddivisa in 19 vetrine che seguono un excursus cronologico atraverso l’esposizione di circa 300 reperti. La sezione piu’ affascinante e’ quella che riguarda Pompei, perche’, a partire dal I secolo d.C., grazie ad alcune leggi promulgate da Augusto nel 9 d.C. , che concessero la liberta’ di gestire il patrimonio alle spose fedeli e fertili, la donna romana divenne piu’ attenta alla cura del proprio aspetto e comincio’ ad ornarsi di gioielli, trucchi, profumi e vesti preziose.

Ampio spazio, quindi, alle attivita’ estetiche praticate dalle pompeiane i cui gioielli e profumi sono tutt’oggi copiati e indossati dalle donne moderne. Si tratta di oggetti e aromi che venivano dedicati agli dei le cui essenze erano – e sono tuttora – costosissime. Persino gli ex voto per chiedere protezione prevedevano statuette di divinita’ ornate di gioielli. Le donne utilizzavano oggetti per l’igiene (pinzette, bastoncini in bronzo e osso per pulire le orecchie), veri e propri set da bagno (lo strigile, le boccette con l’olio). E, ancora, oggetti da toeletta, come pissidi in osso e bronzo (contenitori per creme e trucchi), con spatole e cucchiaini per amalgamare e spalmare le sostanze cosmetiche.

E profumi, il cui uso risale all’Egitto faraonico, noto centro di produzione e esportazione, a cui si affiancavano Napoli, Capua, Paestum e in misura minore la stessa Pompei, dove il profumo divenne simbolo di lusso ed esibizione di status sociale. Non da meno sono i tantissimi ori da Pompei, anelli, orecchini, bracciali, armille (bracciali portati sul braccio o sull’avambraccio) e collane. Tra i bellissimi esemplari di oro, ve ne sono alcuni ritrovati sul corpo delle vittime, come l’armilla di una donna rinvenuta nella Casa del bracciale d’oro, o quella con la scritta “Dominus ancillae sua” (Il padrone alla sua schiava) da Moregine, alla periferia meridionale di Pompei.

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