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Raffaele, 24 anni, da rapinatore a pizzaiolo grazie ad un “papà” magistrato: il pm Maresca mi ha cambiato la vita

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Raffaele Criscuolo è un giovane napoletano di 24 anni. A quell’età tanti ragazzi mettono per la prima volta la testa fuori, muovono i primi passi nel mondo del lavoro (quando c’è), imparano a conoscere le insidie della vita. Raffaele ha già un figlio di quattro anni e una moglie. E ha già vissuto due vite. La prima incomincia fra i vicoli dei Quartieri Spagnoli, dove cresce senza un padre e con una madre giovanissima. Inizia a fare rapine e finisce in carcere un paio di volte. La sua sembra una storia uguale a tante altre. Poi però c’è una svolta inaspettata. Raffaele trova qualcuno che gli dà fiducia. Frequenta con successo un corso di pizzaiolo grazie all’associazione “Arti e Mestieri” dell’imprenditore Rosario Bianco e del magistrato Catello Maresca. Ieri sera ha inaugurato la sua pizzeria, in via Arenaccia: Forno 185, #Cat-Mar, che sta per Catello Maresca.

“Il dottor Maresca ha creduto in me e mi ha cambiato la vita”, confida a Juorno Raffaele Criscuolo.

E il dottor Maresca, il magistrato antimafia e antiterrorismo della procura di Napoli, quello che ha arrestato il capo dei capi dei camorristi Casalesi, Michele Zagaria, quello che assieme ai suoi colleghi magistrati e forze dell’ordine hanno ridotto al lumicino la potenza militare della mafia casalese e  sequestrato beni per oltre 2 miliardi di euro, era presente assieme a Rosario Bianco (imprenditore nel settore della editoria) alla inaugurazione della pizzeria di questo ragazzo di 24 anni tolto dalla strada e messo davanti alle sue responsabilità di cittadino, marito e padre.

Raffaele, come inizia la sua storia?

La mia è stata una vita complicata. Mio padre mi ha abbandonato, sono cresciuto con una madre molto giovane, a Napoli, nei Quartieri Spagnoli. Non ero molto seguito e non avevo punti di riferimento, nessuno che potesse indirizzarmi sulla strada giusta. Crescendo ho fatto parecchie cazzate. Spesso inizia tutto con un’amicizia sbagliata, da quella ne nasce un’altra e così via. Poi le prime rapine, i primi furti. Sono stato due volte in carcere, prima a Nisida, poi a Santa Maria Capua Vetere. Una volta uscito ho iniziato a lavorare nella pasticceria di famiglia, avevo voglia di cambiare vita e mettermi il passato alle spalle.

Due anni fa la svolta. Che cosa è successo?

Nel gennaio del 2018 fui invitato a “Non è l’Arena” su La7, per raccontare la mia storia. Il magistrato Catello Maresca vide la trasmissione, si appassionò alla mia storia e si mise in contatto con me. Proprio in quei mesi stava mettendo su i primi corsi di “Arti e Mestieri”, l’associazione fondata insieme all’imprenditore Rosario Bianco per dare una possibilità ai ragazzi di Napoli in difficoltà. Ho frequentato il corso di pizzaiolo con il maestro Vincenzo Staiano. Oggi inauguro la mia pizzeria.

Quanto è stato importante per lei il dottor Catello Maresca?

E’ stato fondamentale. Da quando ho incontrato il dottor Maresca, la mia vita è cambiata. Prima ero allo sbando, non credevo in niente; vedevo tutto nero. Adesso vedo le cose da un altro punto di vista: penso e agisco in modo diverso rispetto al passato. A lui devo tutto. Mi ha teso la mano. Mi ha dato forza e fiducia; ha creduto in me ed io sono cambiato. Mi ha detto: “Questa è la tua vita, puoi farci quello che vuoi”. Lo chiamo a qualunque ora e per me c’è sempre. A volte lo chiamo papà. A Napoli diciamo “aiutate ‘ca Dio t’aiuta”… Il primo passo deve partire da te, è vero, però è più facile se qualcuno ti tende una mano. Io sono l’esempio vivente, l’ho vissuto sulla mia pelle. Non credevo in me, rubavo, spacciavo, ho fatto di tutto e di più; non appena qualcuno mi ha fatto capire che per me non era finita, ce l’ho messa tutta ed oggi posso dire di avercela fatta.

Com’è maturata la scelta di aprire una pizzeria? Come si sente oggi?

Se non fosse stata la pizzeria, sarebbe stata un’altra cosa, magari un’uccelleria, visto che sono anche amante degli animali. Ero sicuro però che prima o poi avrei aperto un’attività tutta mia. Lo sentivo sulla mia pelle. Oggi sono felicissimo di aver dato questa gioia a mio figlio e a mia moglie. Non è da tutti aprire un’attività a soli 24 anni; è un qualcosa che ti riempie il cuore d’orgoglio. Per arrivarci ho lavorato molto, sono molto orgoglioso di me.

Cosa si sente di dire a quei ragazzi che scelgono la strada del crimine?

Ai ragazzi dico che la strada che hanno intrapreso, quella in cui anche io mi ero imbattuto, non li porterà da nessuna parte, se non verso l’autodistruzione. Fanno del male al prossimo e a se stessi. È vero, Napoli è una città difficile, spesso ai ragazzi offre poche possibilità. Oggi però ho capito che se vuoi arrivare da una parte lavorando sodo ci puoi arrivare. E a Napoli non c’è solo il male, ma anche tante cose belle. Dall’artigianato alla cultura, la nostra storia è piena di primati. Spero di essere un esempio per tanti ragazzi; magari potrei far lavorare qualcuno di loro nel mio locale. Sono stato aiutato tanto, adesso tocca a me aiutare altri ragazzi.

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Maresca torna su Nove con “Attacco al clan – caccia ai Casalesi”: non è Gomorra, qui i mafiosi non parlano

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Il documentario “Attacco al clan – caccia ai Casalesi” andrà in onda, diviso in due puntate, in prima tv assoluta il 20 e il 27 febbraio alle 21:25 sul canale NOVE. Il magistrato Catello Maresca racconterà in prima persona la passione e il sacrificio degli uomini dello Stato che hanno sconfitto il clan dei Casalesi. Nella prima puntata, il focus è sulla cattura del sanguinario boss Giuseppe Setola. Nella seconda, Maresca ricostruisce le fasi salienti del processo Spartacus a carico del clan, una maxi operazione che ha poi portato alla condanna all’ergastolo per Francesco Schiavone e i principali capi dell’organizzazione mafiosa casertana. Dopo il successo de “Il giorno del giudizio”, avvincente racconto della cattura del superlatitante Michele Zagaria, Maresca (di recente nominato sostituto procuratore generale di Napoli, ndr) ritorna come testimonial dello Stato in tv con questo inedito documentario.  L’obiettivo è quello di mostrare l’altra faccia di Gomorra: la prospettiva dei buoni, donne e uomini dello Stato che con passione combattono ogni giorno il malaffare e la criminalità organizzata.

Dottor Maresca, molti reputano importanti questi documentari. Può spiegarci perché dal suo punto di vista?

Credo sia importante almeno per due aspetti fondamentali. Il primo è legato alla memoria, all’importanza di raccontare ai più giovani e di ricordare a chi ha sofferto, i risultati straordinari conseguiti dallo Stato nella lotta alla criminalità organizzata. Poi c’è il senso profondo che abbiamo dato a questo racconto: il sacrificio e la dedizione di donne e uomini dello Stato che lottano ogni giorno contro il crimine organizzato. Un taglio inedito: non scegliamo il punto di vista dei criminali, ma quello di chi li combatte animato da forti passioni. Il punto di vista dei buoni.

Crede sia un prodotto che completa – rappresentando le vittorie dello Stato sulla criminalità organizzata – la narrazione forse un po’ troppo unilaterale di Gomorra, che prende invece in considerazione solo i cattivi? 

È esattamente  la prospettiva opposta. Nel primo documentario, “Il giorno del giudizio”, i delinquenti non hanno nemmeno facoltà di parola. Lo stesso Zagaria non lo si sente mai parlare. Anche in questo racconto, che si concentra su altri due fronti caldi, il gruppo di Setola e quello degli Schiavone, abbiamo scelto di lasciare sullo sfondo i criminali dando spazio e voce alla parte sana, gli uomini delle istituzioni che combattono la camorra.

Posso chiederle che effetto le ha fatto rivivere, raccontando davanti ad una telecamera, certe catture (come quella di Setola) che hanno fatto la storia delle investigazioni di questi anni?

Ho rivissuto tante emozioni provate durante quelle attività. Ho rimesso piede nell’aula di tribunale in cui si celebrò uno dei processi al gruppo di Setola; ho ricordato le tante riunioni, i confronti con i colleghi magistrati. Ho ricordato con piacere i momenti di coordinamento e quelli di difficoltà. Consideri che nel caso di Setola, io ero praticamente appena arrivato alla Direzione distrettuale antimafia; seguivo quindi le indicazioni che provenivano da colleghi più anziani ed esperti di me: Cesare Sirignano, Giovanni Conzo, Sandro Milita, sotto la direzione di Franco Roberti, che ha coordinato buona parte di quelle attività. Ero all’inizio e non ho potuto che ricordare con gioia e un po’ di nostalgia quei momenti. 

In che cosa si assomigliano il primo documentario sulla cattura di Zagaria e questo su Setola?

Le puntate sono legate dallo stesso filo conduttore. Quando abbiamo proposto a Discovery questo progetto, eravamo partiti con la volontà di raccontare tutta la storia dell’aggressione al clan dei Casalesi, che ha avuto luogo a partire dal 2000 e fino al 2011, anno della cattura di Zagaria. Il filo conduttore è la grande passione che anima queste imprese: dietro una grande operazione si celano il sacrificio e l’abnegazione di tante donne e uomini. Il senso ultimo è allora la vittoria dello Stato e quello che c’è dietro.

Quali sono state le reazioni della troupe quando s’è trovata nei posti in cui sono stati consumati feroci omicidi o nei bunker sotterranei dove si nascondevano questi boss sanguinari?

Nella troupe ho visto sorpresa e stupore; certe cose puoi sentirle o leggerle sui giornali, ma quando le vivi in prima persona è un’altra cosa. Mentre li accompagnavo in questi posti notavo la loro grande sorpresa; spesso la realtà supera l’immaginazione. Talvolta c’era anche timore a ritornare in certi posti in cui l’accoglienza ricevuta non era stata delle migliori. E’ stato interessante per me cercare di trasmettere certe sensazioni ad una troupe fatta perlopiù di persone non napoletane, che non vivono la quotidianità della lotta alla criminalità organizzata. Credo di esserci riuscito perché il risultato finale è un racconto realistico, vero, diretto, che arriva immediatamente a chi guarda. 

Dopo “Il giorno del giudizio…” arriva su Nove “Attacco al clan – caccia ai Casalesi”

Setola è noto alle cronache per l’efferata violenza, la mentalità stragista, le fughe rocambolesche prima della cattura. Che ruolo ricoprì all’interno del clan?

Dalle sentenze che hanno ricostruito quel periodo, emerge che Setola aveva ricevuto il mandato da parte del gruppo Bidognetti di ricostituire il gruppo e di riportarlo ai fasti di un tempo, quelli raggiunti alla fine degli anni ottanta. Setola scelse di farlo probabilmente nel modo peggiore possibile, perpetrando un attacco violentissimo allo Stato, una stagione che si definì stragista e che culminò – sebbene gli episodi omicidiari non finirono quel giorno – nella strage di Castelvolturno del settembre 2008. 

Quale fu la portata del processo Spartacus ai danni dei casalesi? Quali aspetti di questa lunga vicenda processuale emergono dal racconto del documentario?

Nella seconda puntata ho cercato di chiudere il cerchio. Avevamo parlato di Zagaria, di Setola e dei Bidognetti, di Iovine in modo incidentale; mancava all’appello il gruppo Schiavone, protagonista indiscusso della storia criminale del clan. Non è stato semplice perché è una storia lunga e complessa. Il clan viene fondato da Francesco Schiavone, detto “Sandokan”, colui che raccoglie l’eredità criminale di Bardellino. Abbiamo scelto di focalizzare la nostra attenzione sui passaggi essenziali. A partire dal processo Spartacus, la cattura di Schiavone, per arrivare alla storia dell’aggressione patrimoniale al clan, momento fondamentale della nostra strategia di attacco. Una parte questa, a cui sono particolarmente legato e che sento mia. Abbiamo ricostruito la storia dell’aggressione patrimoniale a partire da Giovanni Falcone, che la istituì, fino ai giorni nostri. 

Possiamo affermare che lo Stato ha vinto? Ha sconfitto il clan dei Casalesi?

Io con fermezza e tanta soddisfazione posso dire che lo Stato, che noi abbiamo rappresentato in quel periodo storico, la battaglia contro quel clan dei Casalesi l’ha vinta; quel clan composto dai gruppi Schiavone, Bidognetti, Zagaria e Iovine non esiste più. Questo è certificato anche dalle sentenze successive. Se e quando saranno in grado di ricostituirsi lo dovremo vedere; ma quel clan è stato definitivamente sconfitto. Speriamo ovviamente che grazie all’impegno anche di altre parti dello Stato questi fenomeni si possano definitivamente estirpare e se ne possa parlare finalmente al passato e non più al presente. 

“Attacco al clan – Caccia ai casalesi” è un documentario di Discovery in esclusiva per “Nove Racconta”

 

  • Le foto di scena e i video per l’anteprima del documentario che abbiamo utilizzato in questo servizio sono stati concessi da Discovery Italia propietaria di Canale Nove e dalla Produzione NonPanic Banijay.

 

  • Un grazie sentito a Beatrice Mariani Pr senior esecutive di Discovery Italia per la gentile, puntuale e corretta collaborazione fornita.

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Indagati per omicidio colposo i genitori di Brandon, il neonato morto dopo scoppio dell’air bag

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Omicidio colposo. E’ questo il reato ipotizzato nei confronti dei genitori del piccolo Brandon, il bimbo di due mesi morto domenica scorsa in seguito a un tamponamento nel Pisano che ha coinvolto l’auto del padre e al successivo scoppio dell’air bag che lo ha investito. Un atto legato, ha precisato la stessa procura, in primo luogo all’autopsia, iniziata oggi con un’ispezione esterna della piccola salma e le analisi radiografiche, e che si concludera’ domani. Intanto il primo responso dell’esame, condotto dall’anatomopatologo Vincenzo Nardini, ha lasciato spazio a pochi dubbi e del resto la situazione era gia’ evidente al momento del suo ricovero: il neonato, che era nell’ovetto sistemato sul sedile anteriore, e’ stato molto probabilmente ucciso dallo scoppio dell’air bag. I genitori sono stati indagati anche in previsione di altri accertamenti peritali, quali quelli tecnici sul funzionamento dell’air bag, per accertare se hanno avuto, e quali, responsabilita’ sulla morte del loro figlio. La procura ha nominato un ingegnere che effettuera’ sul veicolo verifiche sulle condizioni dell’air bag e se vi siano stati eventuali malfunzionamenti relativi all’entrata in funzione del dispositivo di sicurezza. L’esito di queste verifiche sara’ poi confrontato con le risultanze dell’autopsia per la quale i pm Giancarlo Dominijanni, che coordina le indagini, ha concesso sessanta giorni di tempo all’anatomopatologo per consegnare la sua relazione. Secondo quanto si apprende da questa prima fase di analisi tecniche tuttavia, anche in relazione alle testimonianze raccolte dai vigili urbani che hanno effettuato i rilievi, l’ovetto sul quale si trovava il bambino sarebbe stato collocato in posizione corretta sul sedile anteriore, altrimenti non sarebbe stato possibile bloccarlo con la cintura di sicurezza. Anche su questo aspetto tuttavia sara’ dirimente la valutazione che fara’ il consulente tecnico nominato dall’autorita’ giudiziaria. Intanto, a Colignola, frazione alle porte di Pisa del comune di San Giuliano Terme dove vivono i genitori del piccolo, il paese e’ sgomento e sabato alle 14, in occasione dei funerali che saranno celebrati in forma laica nell’abitazione della famiglia del bambino, di origine albanese e da tempo residente in Italia, tutte le attivita’ commerciali della zona chiuderanno in seno di lutto e parteciperanno alle esequie.

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Il ministro dell’Interno Lamorgese promette norme nuove per infliggere “il carcere ai recidivi per spaccio di lieve entità”

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Stop agli spacciatori recidivi in liberta’, anche se il reato e’ “di lieve entita’”. Il Governo pensa ad una stretta “per arrestare immediatamente con la custodia in carcere coloro che si macchiano di questo reato”. L’annuncio lo ha dato oggi la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese, che sta lavorando ad una norma insieme al collega della Giustizia, Alfonso Bonafede. Il fenomeno e’ ben noto ed e’ da tempo fonte di frustrazione per le forze dell’ordine: pusher seriali trovati a vendere droga dagli agenti vengono portati in caserma, ma il giorno dopo sono di nuovo ‘al lavoro’ in strada. La scappatoia e’ fornita dai commi 5 e 5 bis dell’articolo 73 del testo unico sulle droghe del 1990 che prevede per i reati di spaccio “di lieve entita’” la possibilita’ di accedere alla sospensione condizionale della pena (reclusione da sei mesi a quattro anni e della multa da euro 1.032 a euro 10.329) ed al lavoro di pubblica utilita’ invece di scontare la pena detentiva. Insieme a Bonafede, ha spiegato Lamorgese, “lavoriamo ad una norma per superare l’attuale disposizione dell’art. 73 comma cinque che non prevede l’arresto immediato per i casi di spaccio di droga ed abbiamo trovato una soluzione che convince sia noi che la Giustizia”. L’opzione che si sta mettendo a fuoco e’ quella di alzare la pena minima per i recidivi in modo che non possano sfuggire all’arresto. “E’ stato rilevato il fatto – ha sottolineato la ministra – che arrestare, senza custodia in carcere, e il giorno dopo vedere nello stesso angolo di strada lo spacciatore preso il giorno prima, incide anche sulla demotivazione del personale di polizia che tanto si impegna su questo versante e vede la propria attivita’ essere posta nel nulla quando il giorno dopo li ritroviamo nello stesso posto”. Soddisfazione per la novita’ in cantiere e’ stata espressa dall’Associazione nazionale funzionari polizia. “Le attivita’ di spaccio al minuto – dice il portavoce Girolamo Lacquaniti – sono ormai caratterizzate da venditori di morte che, approfittando dell’attuale normativa, sono in possesso di quantitativi ridotti proprio per evitare il carcere. Da sempre – prosegue – insistiamo sulla necessita’ di avere un sistema che garantisca l’effettivita’ della sanzione e nel caso specifico dello spaccio questa necessita’ si e’ oggi trasformata in una urgenza assoluta. L’impegno ed il lavoro svolto quotidianamente dagli appartenenti alle forze di polizia nelle piazze dello spaccio di tutti i centri urbani e’ infatti oggi mortificato dalla impossibilita’, di fatto, di applicare misure limitative della liberta’ personale nei confronti di soggetti sorpresi in flagranza di reato di cessione di stupefacenti e regolarmente rilasciati dopo meno di 48 ore. Ci auguriamo quindi – conclude Lacquaniti – che quanto dichiarato oggi dal ministro Lamorgese possa trovare piena attuazione in tempi brevi”.

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