Collegati con noi

In Evidenza

Pompei, la lettera di scuse di un sindaco perbene tradito e dimissionato dai suoi consiglieri

Avatar

Pubblicato

del

Pietro Amitrano era stato eletto sindaco di Pompei più di due anni fa col 60 per cento delle preferenze. È una persona perbene. Molto benvoluto in città. Aveva portato una ventata di normalità, moralità, sobrietà e onestà nell’amministrazione della cosa pubblica nella città degli Scavi e del Santuario Mariano della Beata Vergine del Rosario tanto caro a tutta la cristianità.  Pietro Amitrano è stato sfiduciato. Undici consiglieri comunali, tra cui otto di maggioranza, la maggioranza di consiglieri comunali che Amitrano ha contribuito a far eleggere, si sono dimessi qualche giorno fa determinando così lo scioglimento del consiglio comunale. A tradire il sindaco Amitrano eletto dai cittadini di Pompei e mandato a casa da una congiura di palazzo sono stati alcuni consiglieri comunali del Pd. Il prefetto di Napoli Marco Valentini ha intanto avviato la procedura di scioglimento, “ha sospeso il consiglio comunale e nominato commissario prefettizio il prefetto in quiescenza Santi Giuffré incaricandolo della provvisoria amministrazione dell’Ente”.

I firmatari della sfiducia sono stati Luigi Lo Sapio, figlio del segretario cittadino del Pd Carmine, i consiglieri di maggioranza Giuseppe La Marca, Stefano De Martino, Vincenzo Vitiello, Raffaele Mazzetti, Bartolo Martire, Franco Gallo e Pasquale Caravetta e tre consiglieri comunali  d’opposizione, Andreina Esposito, Alberto Robetti e Alfonso Conforti. Non hanno firmato invece, Amato La Mura, Raffaele De Gennaro, Mario Estatico, Raffaele Serrapica e Gaetana Di Donna. 

Qualche giorno dopo la violenta defenestrazione eseguita con discutibili metodi istituzionali, il sindaco Pietro Amitrano ha scritto una lettera per spiegare alla città quello che è accaduto e perchè un primo cittadino eletto dai cittadini è stato impallinato da chi avrebbe dovuto sostenerlo per amministrare al meglio una città bella, ricca di umanità e altrettanto complessa. Abbiamo scelto di pubblicare questa lettera perchè non è la solita intemerata contro quei consiglieri comunali che l’hanno “dimissionato” o “tradito” e nemmeno è la spiegazione che tutto quello che accade è colpa degli altri. No, è un bella orazione civile. Una lettera in cui questo sindaco tradito chiede scusa a tutti. Anche a chi l’ha pugnalato. Chiede scusa sopratutto ai cittadini di Pompei che hanno creduto in lui, creduto nella politica e in chi si candida a fare politica per mettersi al servizio della collettività.      

LA LETTERA DEL SINDACO DI POMPEI PIETRO AMITRANO
Qualcuno me l’aveva chiesta. Qualcun’altro se l’aspettava qualche giorno prima. La realtà è che io non so nemmeno a chi indirizzarla, una lettera così. Figurarsi scriverla in tempi brevi, magari nell’ansia di rispondere chissà a cosa, chissà a chi.
La verità è che quando si perde le risposte sono inutili, i tentavi di difendere le proprie ragioni rischiano solo di diventare patetici.
Una settima fa otto consiglieri della ‘mia’ maggioranza, e tre consiglieri del gruppo di opposizione, hanno ritenuto che io non fossi più in grado di guidare questa amministrazione e io, sul serio, non vedo in che maniera dovrei e potrei difendermi dalla loro scelta. A sfiduciarmi sono i rappresentanti dell’elettorato cittadino, le persone cui Pompei aveva, con un voto democratico, assegnato il compito di guidare questa città. La loro scelta, il loro disagio, è evidentemente la scelta e il disagio di una città intera. E se uno non è stupido, questa cosa qui non può che accettarla.
Avrei, quindi, preferito starmene zitto. A leccarmi le ferite, forse. O a riflettere su errori di cui, probabilmente, sono l’unico responsabile.
Il problema è che, però, alcune volte, il silenzio rischia di trasformarsi in una mancanza di rispetto, per chi aveva creduto in me, per chi aveva scelto me per rilanciare Pompei, e ho preferito affidare a questa mia l’unica cosa che sento di dover dire con onestà e umiltà. Vi chiedo scusa. Chiedo scusa a chi mi ha votato, a chi mi ha sostenuto, a questa città, ai suoi giovani, e anche a quella squadra di ‘governo’, consiglieri, assessori, dirigenti, lavoratori, che non hanno trovato in me quella guida, quella leadership, che si aspettavano.
La realtà è che guidare un paese, è tutt’altro che facile. Guidare Pompei, lo è mille volte di più. Bisognerebbe studiare per anni, prepararsi per una vita intera, ad avere un onere ed un onore così alto, importante, impegnativo.
E forse quanto è capitato a me dovrà diventare lezione per molti. Politici improvvisati, amministratori forti solo della capacità di intercettare consensi, o di mettere insieme alleanze e coalizioni impossibili, rappresentanti di una volontà popolare che implode nel delirio di onnipotenza, nella vertigine del potere.
Già. Perché, per quanto possa sembrare eccessivo, la verità è che ritrovarsi da un giorno ad un altro ad essere ‘primo cittadino’ della città che ti ha visto crescere, in molti casi ‘signor nessuno’, è una roba che fa girare la testa, che fa perdere lucidità, che, paradossalmente, ti allontana da tutto e da tutti. Quasi come se ci si ritrovasse detentori di una verità assoluta, di un mandato divino.
Io so, io posso. Dimenticando che poi, proprio il ruolo di un sindaco, è un complicatissimo reticolo di posizioni, vedute, istanze, esigenze, così diverse, da rendere quasi impossibile l’obiettivo prefissato.
Il mio obiettivo, di partenza, era quello di imparare. L’ho detto e l’ho scritto, in tempi non sospetti. Avevo chiesto un anno per rimettere insieme i tasselli di quanto era stato fatto, e ‘non’ fatto, prima di me, di noi. Oltre quell’anno, avremmo dovuto cominciare a lavorare, a disegnare la Pompei che desideravamo. Il Palazzetto dello Sport, le strade, il rilancio della Fonte e la realizzazione definitiva di piazza Schettini, la Biblioteca, il Cinema, il ritorno dei vecchietti nella ristrutturata Casa Borrelli, erano obiettivi reali, possibili, in molti casi addirittura già raggiunti, eppure qualcosa non è andata per il verso giusto. Nelle more di questo lavoro, di questo inizio, di questi primi risultati, invece di insistere sui contenuti, sui progetti, sul rispetto dei programmi, ci siamo (mi sono) perso nel complicatissimo gioco degli equilibri di potere. Come se tenere insieme le componenti di un veicolo fosse più importante che conoscere la direzione, il percorso da intraprendere e da seguire.
Questa è la mia colpa.
Quando avrei dovuto solo accelerare, raccogliere i primi risultati, concretizzare gli impegni presi per il futuro di questa città, i bisogni dei suoi abitanti, le speranze dei giovani, delle nuove generazioni, ho sbattuto la faccia sulla complessa realtà delle amministrazioni pubbliche. Calate, molte volte, più nell’ansia di comprendere il potere, di servirlo, come di combatterlo.
E in queste complessità ci si perde. Questa è la verità. E alla fine l’unica onestà che rimane è proprio chiedere scusa.
Non tanto per non essere riuscito, in soli due anni e mezzo, a cambiare il volto della città, ma per aver creduto di poterlo fare.
Solo, ‘straniero’ (Salerno, la ‘colpa’ di avere una moglie di Salerno), estraneo alla politica e alle sue complesse e, a volte, inaccettabili dinamiche.
Ma le lezioni sono sempre tardive. E oggi, almeno per me, le parole del consigliere regionale Antonio Marciano suonano come un doloroso bilancio che non è nemmeno una scusante, ma è solo un’amara consapevolezza: “(…) puoi vincere le elezioni, ma se sommi esperienze che non condividono lo stesso perimetro di valori, di politica come servizio, di dimensione etica nella gestione della cosa pubblica, di capacità di offrire alle proprie comunità una visione ed un futuro, quelle esperienze crollano sotto la spinta di interessi personali ed opachi”.
Io ho creduto di poter tenere insieme tutto questo. Sono stato un presuntuoso.
Chiedo scusa a tutta la città.
Troppo facile? No, credetemi, no. Perché oltre al senso di sconfitta, si fa spazio, in me, anche una pericolosa disillusione. E nella vita si può perdere, ma non bisogna mai ingenerare il dubbio che sia diventato troppo difficile vincere. Che la politica sia il male, e i sogni diventino, d’un tratto, un giochino per inguaribili romantici.
E allora mi piacerebbe pensare che questa lettera, non rappresenti solo un presa d’atto, una banale resa, ma possa trasformassi, per chi vorrà, in una ragione per crederci ancora, partendo proprio dagli errori fatti. I miei. Quelli di un uomo che avrebbe solo voluto il tempo di mantenere le promesse. E che, forse, ci stava anche riuscendo. Ma tant’è.
“La verità rende liberi”. È un brano del Vangelo di domenica scorsa.
Io ho bisogno di questa libertà, per ricominciare.
Pietro Amitrano

Advertisement

Corona Virus

Stuart Ramsay, l’inviato di Sky News mostra le differenze tra la “mitica” sanità del Nord e il Cotugno

Sal Sparace

Pubblicato

del

In tutti questi anni e sono circa 30 anni di lavoro per Sky News ho sempre apprezzato il lavoro del mio collega Stuart Ramsey. Ramsay è il principale corrispondente di Sky News che copre le principali notizie di eventi mondiali, tra cui 18 guerre. Con incarichi recenti incentrati principalmente sulle guerre in Siria e Iraq, sulla crisi dei migranti in America centrale e sulla crisi politica in corso in Venezuela. Sono rimasto molto colpito dei suoi recenti servizi dagli ospedali italiani dagli ospedali di Bergamo, Cremona e Napoli sull’ospedale Cotugno. Quest’ultimo servizio però ha scaturito tante polemiche su tutti i giornali italiani. Questo perche?

L’italia è un paese strano, fanno scalpore le notizie di giornalisti inglesi che in qualche modo mostrano realtà italiane che sono sotto il naso di tutti. Nessuno, per esempio ha pensato di evidenziare l’efficienza dell’ospedale Cotugno di Napoli. Qualcuno dirà sì è vero però Napoli non ha molti casi di Covid 19 e quindi non serve fare il paragone con gli ospedali del nord che hanno cosi tanti pazienti.

Stuart ha realizzato fin’ora 3 servizi dall’italia. Negli ospedali del nord italia come si vede dai link sotto tutti sono nello stesso spazio: pazienti e dottori; mentre l’ospedale Cotugno di Napoli ha usato un metodo piu ferreo per salvare le vite umane proteggendo anche il personale dell’ospedale che è parte vitale per combattere i casi d’infezione. Tutto qui.

Qui siamo a Bergamo

The shocking centre of the COVID-19 crisis

 

E qui siamo a Napoli, ospedale Cotugno: scoprite anche voi la differenza

Continua a leggere

Corona Virus

La nuova scuola, forse ci toglierà l’odore dei libri e riabiliterà i dispositivi ora vietati: ascoltiamo come vivono i docenti la quarantena

Avatar

Pubblicato

del

Si potrà continuare con questo metodo, potrà essere solo di supporto o pian piano diverrà principale uso per le lezioni scolastiche o universitarie del prossimo futuro? Di scuole e Università telematiche se ne parla da tanto e molte sono ampiamente riconosciute e apprezzate, ma si puo’ rinnegare il rapporto umano? Si può, in una materia cosi particolare e formativa come l’insegnamento e l’apprendimento, relegare tutto ad un display o a tecnologie avanzate, ma non propriamente umane? Come si sta riscontrando in questo periodo di quarantena, chi potrà accedere alle lezioni? Solo coloro che possono permettersi di acquistare Computer o Smartphone in grado di poter accedere a questi servizi nel migliore dei modi? E le trasmissioni? Verrà definitivamente accettata e sdoganata la banda 5G che già oggi solleva grandi quesiti in merito alla salute e alle emissioni che a detta di esperti potrebbe generare? La scuola e il passaggio del sapere, durante questa emergenza, hanno portato al pettine i nodi con i quali solo verbalmente e teoricamente avevamo tentato di fare i conti. Oggi è realtà e solo ascoltando chi quotidianamente è impegnato in questa esperienza, potremmo tirare le somme, forse.  Le testimonianze che leggerete di seguito sono di docenti di ogni grado scolastico e universitario, che ringrazio per la loro disponibilità, come ringrazio tutti coloro che mi sotengono e mi hanno accompagnato in questo viaggio nei pensieri della quarantena.

Floriana Tursi

“Tempi duri, tempi inauditi e inaspettati, quelli che stiamo vivendo, quelli del Covid 19. Giornate che passeranno alla storia, che racconteremo ai nostri nipoti. Inaspettati, dicevo, e noi non eravamo pronti, nessuno di noi lo era: gli ospedali e la sanità che hanno dovuto far fronte con pochi mezzi ad un vero e proprio tsunami, e la scuola, che in 24 ore ha dovuto riconvertirsi in didattica a distanza. Proprio la scuola ha affrontato la cosa con un’iniziale resistenza e riottosità, eppure con grande generosità, non senza qualche risvolto tragicomico, ancora una volta per pochezza di strumenti e di adeguata preparazione. Il nostro è un Paese disuguale, e le disuguaglianze, in questo frangente sono venute fuori alla grande. Tuttavia, man mano che i giorni passavano, molte resistenze psicologiche ed alcuni nodi tecnici si sono sciolti, noi professori ci siamo accorti che la didattica a distanza dà delle opportunità per la rielaborazione di contenuti e concetti e sorprendentemente stimola la partecipazione non passiva, è più diretta e più vicina ai ragazzi di oggi. Noi prof ci siamo sforzati di riempire i computer dei nostri alunni di sollecitazioni costruttive, di fornire loro un supporto non solo educativo, ma anche emotivo e psicologico all’altezza della situazione, li abbiamo esortati a non rimanere passivi ed inermi tutto il santo giorno, col dito indice incollato sugli schermi degli smartphone in cerca solo di svago e di socialità virtuale, seppur utile, ancor di più, adesso. Loro, quelle “figurine in pigiama” che sono i nostri ragazzi al tempo del CoVid, hanno risposto presente. In questo momento difficile, in cui tutti, adulti e ragazzini, sopportano sulle coscienze un peso emotivo enorme come un macigno, la scuola, parte dalle case, le nostre, e arriva nelle case, le loro, per dare scopo e prospettiva alle nostre giornate, e insieme, professori e alunni ci facciamo compagnia (bene prezioso in questa planetaria solitudine) ci incoraggiamo a vicenda e impariamo insieme, cioè diamo un senso nuovo, ulteriore alla parola scuola”.

Stefania Tarantino

“Ho avuto quest’anno l’incarico di una docenza a contratto per il corso di Semiotica dell’arte all’Accademia di Belle Arti di Napoli. Neanche il tempo di entrare per conoscere personalmente gli studenti e le studentesse che l’Accademia è stata chiusa a seguito dei provvedimenti adottati per il contrasto alla diffusione del coronavirus. Così, anche se con ritardo, ho iniziato il corso attraverso una delle piattaforme disponibili per le video lezioni. L’iniziale sensazione di estraneità e di distanza corporea è stata subito superata dal modo in cui ho cercato di approcciarmi a loro attraverso la disciplina che insegno. La semiotica, infatti, consente di fare un’esperienza diretta del procedimento indiziario: anche attraverso uno schermo si possono scoprire cose che, a prima vista, passano inosservate. Ci si concentra molto sui particolari e si focalizza tutta l’attenzione sui minimi dettagli visivi e auditivi. Ho giocato molto sul fatto che la semiotica è una disciplina che richiede senso dell’avventura: bisogna avventurarsi nei meandri più reconditi del linguaggio e del silenzio, del senso e del significato, della mente e del modo stesso in cui pensiamo, della visione evidente e di ciò che quella stessa visione può nascondere. In un certo senso, è una disciplina che ci mette in gioco richiedendoci una capacità massima di attenzione. Ecco, forse l’attenzione è la cosa che mi ha colpito più di tutte nel mondo virtuale delle video lezioni. Lo dico anche alla luce di un’altra esperienza che sto facendo come supplente di italiano in una terza media (ahi, pene e dolori di un lungo precariato che da sempre mi costringe a saltare da una parte all’altra!). L’ho iniziata a ottobre, quando tutto era ancora nella piena normalità (tranne le numerosissime allerte meteo di novembre e dicembre) e nulla faceva presagire la situazione in cui ci saremmo trovati a metà febbraio. La maggior parte dei ragazzi e delle ragazze proviene dal quartiere della Sanità. Dopo i primi difficilissimi giorni di assestamento e di reciproca conoscenza, sono riuscita a entrare in relazione con loro acquistando la loro fiducia. Ho avuto modo di sperimentare i loro limiti, le loro potenzialità, la carica energetica e disobbediente che caratterizza in particolare alcuni di loro. Non essendo abituata a interfacciarmi da un punto di vista dell’insegnamento alla loro età, ho fatto uno sforzo enorme che si è rivelato prezioso proprio per la tenuta di questa attuale distanza. Mi spiego meglio: nella piccola aula in cui passavamo le nostre ore, era veramente arduo mantenere alto il livello di attenzione e di partecipazione. Il grande dilemma era per me capire come riuscire a ottenerla senza utilizzare i classici metodi coercitivi che, dalla mia stessa esperienza adolescenziale, mi avevano irrimediabilmente allontanato dalla scuola. Non ho mai amato i luoghi di costrizione e di disciplinamento. Men che mai gli edifici scolastici che, tranne rare eccezioni, hanno l’aspetto di case circondariali. Quando le scuole sono state chiuse, mi sono messa subito in comunicazione con loro e ho attivato sin da subito le video lezioni. Mi aspettavo poca partecipazione, soprattutto da quei ragazzi con cui avevo avuto più difficoltà all’inizio. E invece no, erano tutti lì, desiderosi di capire il funzionamento dell’applicazione da me indicata. Nonostante l’assenza di computer e, a volte, anche della rete wi-fi di casa, sono tutti lì ogni volta che arriva l’ora e il giorno dei nostri appuntamenti. Sono presenti e attenti. Ultimamente abbiamo anche sperimentato una lettura teatrale a viva voce sulla piattaforma in cui ciascuno di loro doveva leggere e interpretare la parte assegnata di un personaggio. Ci siamo riusciti ed è stato bello. Non credo che ci saremmo riusciti così bene da vicino. È incredibile dirlo, ma è così. Non so neanche io come sia potuto accadere ma questa distanza ha in un certo modo disattivato e depotenziato i meccanismi che di solito scattano in presenza, in cui il contatto fisico tra loro  diventa pretesto per fare  qualsiasi cosa. Certo, so bene che di questo contatto e delle sue conseguenze hanno bisogno. Eppure, con questo tempo sospeso e solitario, so che hanno anche capito il valore dell’attenzione e dell’ascolto delle parole dell’altro e di sé. Sono stati capaci di darsi da soli una misura e questa mi sembra una cosa importante per la loro crescita e la loro formazione perché, per ritornare alla semiotica, è sempre del senso delle cose e di noi stessi di cui abbiamo estremo bisogno”.

Gianni Fiorito

“Questa triste esperienza ci ha regalato, fra tante notizie tristi e drammatiche, la possibilità di approfondire la conoscenza e l’utilizzo dell’interconnessione web. In particolare, per quanto mi riguarda, dovendo svolgere le mie lezioni del corso di Fotografia di Spettacolo all’Accademia di Belle Arti di Napoli, e nell’impossibilità di farle in classe e da vicino, ho dovuto acquisire una piattaforma per la didattica a distanza ed organizzarmi con i miei studenti per somministrare gli insegnamenti. Come il detto antico ci ricorda ogni impedimento diventa giovamento, ho quindi colto l’occasione per, prima di tutto, ripensare e riorganizzare le mie lezioni, adattandole al nuovo mezzo e, tra webcamere, microfoni, desktop interfacciati e chat simultanee, provare a svolgere una lezione quanto più dinamica possibile evitando probabili cali di attenzione.  Al contrario di quello che si potrebbe pensare, la mediazione della webcam ha accresciuto la partecipazione e lo svilupparsi di interruzioni e richieste di chiarimenti, probabilmente grazie ad una maggiore consuetudine degli studenti ad utilizzare messaggi vocali e whatsapp, o, forse, soltanto per un più banale superamento della barriera di soggezione intrinseca nel contatto diretto. Augurandoci, ora che possiamo soltanto sognare di godere della visione di uno spettacolo dal vivo, di tornare quanto prima a fotografarlo”.

Lisa Sicignano

“il momento più difficile è stato prendere piena consapevolezza della situazione di distacco sociale che stiamo vivendo. Il processo didattico è da sempre considerato come un’esperienza in cui entrano in gioco anche aspetti legati al mondo dell’emotività, della gestione delle relazioni, dell’apprendimento di una prossemica adeguata al contesto classe, del confronto con gli altri, ed in questo l’emergenza ci ha costretti a trasmettere i saperi in modo più semplificato ed allo stesso tempo meno coinvolgente e stimolante, anche ridere con gli studenti per favorire la concentrazione è adesso un momento vissuto con meno spensieratezza. Dal confronto con i colleghi mi sono resa conto che tutti più o meno viviamo le stesse difficoltà: gli studenti che provengono da contesti socio-culturali svantaggiati, poiché privi di mezzi, sono inesorabilmente tagliati fuori dalla didattica a distanza, alcuni addirittura sono difficili da reperire magari perché le famiglie non riescono a far fronte alla spesa di una ricarica telefonica… e le difficoltà riguardano anche i bambini diversamente abili, che hanno la necessità di vivere un apprendimento fortemente basato sull’esperienza e l’integrazione. Più positivo, invece, è stato il successo del coinvolgimento degli alunni introversi durante le videolezioni, anche se ritengo che la sicurezza data dallo schermo non li aiuti a pieno a venir fuori dal proprio guscio emotivo. Negli anni si è parlato spesso dell’innovazione dell’insegnamento, ovvero dalla sostituzione della figura fisica dell’insegnante con robot dotati di intelligenza artificiale. Quest’esperienza potrebbe averci già dato un assaggio di quello che potrebbe essere lo scenario futuro, anche se tutti siamo più che consapevoli che sarebbe un approccio che non svilupperebbe adeguate competenze trasversali negli studenti, competenze senza i quali non sarebbero capaci di affrontare le mille prove che gli riserverebbe la vita. Vivo questo momento sperando che, una volta superato, sia l’occasione storica per ripensare ad una didattica veramente inclusiva, come un’opportunità di cambiamento positivo per le generazioni future”.

Giovanbattista Alfano

“Ci siamo tutti trovati improvvisamente a dover reimpostare la nostra vita, un po’ disorientati dalla novità che non ci era stata spiegata e interpretata quando era ancora confinata in Cina, e in ogni famiglia italiana si sono ridefinite la vita quotidiana e le abitudini: niente più è “normale” intorno a noi, nelle nostre case e nel rapporto con i nostri figli. Questi stanno subendo un’esperienza assolutamente nuova rispetto alla quale in famiglia non sempre trovano risposte ai loro interrogativi poiché quasi nessuno dei componenti della famiglia ha un’idea ben precisa di ciò che sta accadendo. La scuola in questi mesi ha il fondamentale compito di assicurare ai suoi principali frequentatori un assetto stabile in un orizzonte di incertezze che si definisce con difficoltà giorno dopo giorno: deve assicurare un certo numero di ore di impegno ai ragazzi, in web-presenza o nello studio domestico, una normalità che li aiuta moltissimo, da quello che vedo, a superare lo sconforto e la monotonia, se non in alcuni casi la depressione. Ma fare il nostro lavoro di insegnanti in modo così diverso e adeguarsi in tempi così rapidi non è assolutamente facile e richiede un impegno nelle fasi iniziali doppio o triplo. Ho visto con gioia la mia scuola, un istituto superiore di Ischia, reinventarsi nel giro di tre giorni ed emigrare in una dimensione liquida che 30 giorni fa non esisteva: ogni giorno migliaia di click animano la piattaforma web nella quale si sta compiendo un interessantissimo salto di crescita nella comunità scolastica: abbiamo scoperto come siamo indispensabili l’uno all’altro e come non possiamo viverne senza. La rimodulazione e curvatura delle programmazioni (da ridefinire in un quadro orario comunque ridotto) e  la trasformazione delle stesse modalità di conduzione della lezione chieste dal ministero ai docenti hanno l’obiettivo di ottimizzare l’impegno davanti al monitor di milioni di persone: in questa nuova prospettiva non ha senso spiegare per cinquanta minuti un argomento e non ha senso separare la valutazione in ore dedicate in cui non avresti il controllo fisico degli interlocutori o la percezione della concentrazione degli alunni. Ecco allora che l’ora di connessione deve evolversi in un momento dinamico di apprendimento in cui, attraverso l’ausilio della multimedialità e il continuo coinvolgimento anche operativo dei ragazzi, il docente coordina quella che per gli studenti si è ridotta ad una “esperienza percettiva audiovisiva”, composta di ascolto e visione di contenuti ma non più di presenza fisica, niente di diverso dal loro rapporto con i social o altre tipologie di piattaforme web di contenuti audiovisivi. Alla valutazione periodica bisogna sostituire la continua verifica degli apprendimenti anche più volte durante la stessa ora di “video-lezione”: in attesa di precise disposizioni ministeriali tocca a noi comunque controllare la crescita del gruppo classe e questa operazione non deve lasciare delusi coloro che coltivano aspettative di voto. Questi soggetti meritano la nostra attenzione e il nostro sforzo per garantirgli comunque un percorso di crescita e di avvio, nel caso delle quinte classi ad esempio, a percorsi universitari nei prossimi anni durante i quali non dovranno sentirsi penalizzati.  Il controllo del grado di attenzione dei ragazzi diventa un’operazione molto complicata che ci costringe a passare da un alunno all’altro per controllare la presenza o l’attività ma ciò è particolarmente impegnativo quando la classe è formata da venti o più alunni. Da questo punto di vista è utilissimo spostare l’attenzione dalle conoscenze alle competenze (anche meramente operative nel caso degli istituti tecnici e professionali, interpretative nel caso dei licei) in quanto cattura maggiormente l’attenzione degli studenti e le rende più partecipi al dialogo educativo. Sto compiendo un grosso sforzo per trasformare il rapporto con i miei studenti, seguirli, garantirgli una presenza e a tratti anche un supporto “motivazionale” per aiutarli ad interpretare la realtà in continua evoluzione, ma purtroppo noto che questo evoluzione è assolutamente asimmetrica all’interno del corpo decente: molti colleghi hanno oggettive difficoltà a gestire dinamicamente la piattaforma, altri cadono nello sconforto difronte alla webcam mentre parte degli alunni riesce comunque a non impegnarsi. Altri ancora si sono difesi, supportati dall’azione, ahimè, di alcuni sindacati, dietro la mancanza di precisi vincoli contrattuali rispetto all’uso di queste piattaforme, per cui quello di cui sto parlando non gli spetta o solo in minima parte. Mi rivolgo a quei pochi colleghi che non hanno avvertito adeguatamente il senso di responsabilità nei confronti di una generazione di adolescenti lasciata sul divano in preda alle notifiche sul display dello smartphone o sul letto a subire la visione passiva di film anche in orari non adeguati perché non costretti a svegliarsi presto la mattina per connettersi in aula. In tutto questo hanno giocato un ruolo non da poco la sensibilità e le capacità organizzative e operative dei diversi dirigenti scolastici e dei loro staff da un lato e la debolezza di alcune scelte operate dal ministero dall’altro, per cui sul territorio nazionale la didattica a distanza al momento è realizzata in modo non omogeneo tra gli istituti e tra i diversi ordini di scuola.In tutto questo non dobbiamo dimenticare la dimensione territoriale della scuola alla quale quanto prima dobbiamo tornare:  la scuola è innanzitutto fatta di sguardi, di sopracciglia ingrottate o di sorrisi dolci, il suono della voce si sparge in ambienti reali che rimbombano e non viene riprodotto da altoparlantini in qualità lo-fi ovvero bassa; la scuola non è piccoli contenuti confezionati in test ma il continuo monitoraggio della crescita dei ragazzi attraverso tutti gli strumenti a disposizione a partire dal monitoraggio della frequenza e dalla obbligatorietà fino ai sedici anni.La Scuola è un luogo fisico in cui lo Stato alle 8:15 del mattino dice: Presente!”

 

Napoli – Italia – Studenti durante la prova di Italiano per l’ esame di Maturit‡ nella scuola Mercalli.
Ph Salvatore Laporta

 

 

 

Continua a leggere

Cronache

La caccia alle streghe ai tempi del “Coronavirus”

Giovanni Mastroianni

Pubblicato

del

L’anno 2020 che sognavamo fino a qualche decennio fa era fatto di macchine volanti e colonie spaziali da dove andare e venire a nostro piacimento, tutti puliti e saggi, sereni e realizzati, raggruppati in un’unica civiltà avveniristico classicheggiante e vestiti con preziosi e comodi capi dalle tinte rigorosamente scintillanti. 

Ma il nostro tempo appare oggi come non mai decisamente diverso, ancora grezzo e medioevale, perché nel primo ventennio del terzo millennio testi come il Malleus Maleficarum risultano addirittura attuali nella rinnovata caccia alle streghe, avviata seicento anni addietro e forse mai davvero terminata. Tanti secoli per tornare sempre lì, chiudendo l’illusorio “loop” dell’evoluzione che deve sempre ripartire da capo. 

Cambiano certamente gli scenari, ma non la pochezza d’animo di alcuni individui. Prima c’erano castelli, cittadine e tanti possedimenti da proteggere o conquistare, oggi  invece i nuovi regni dei social, tutti virtuali ma senza troppa virtù, dove esternare la propria imbecillità ed ignoranza può significare essere parte o addirittura vertice di eserciti di odiatori, in costante attesa del guru del momento che indichi qualcosa o qualcuno da infangare.

Ed eccoli qui, vigliacchi del futuro trapassato, con una esistenza talmente insignificante da trascorrerla nell’ossessione di riversare la loro rabbia e frustrazione su chi lavora con passione e sacrificio, su chi costruisce, su chi ama.  

Il male è atavico, odio che genera odio, gratuito, fine a se stesso. Un odio che si declina nella vigliaccheria e quindi straripa nella confusione mediatica, che si nasconde in profili falsi e nelle false notizie per materializzarsi in fiumi di putride parole scagliate sul malcapitato di turno, reo di essere una persona per bene che si mostra per ciò che è, meglio se mite e poco avvezzo alla reazione, vuoi per propria sensibilità o semplicemente per scelta di vita.

Come il bullo e lo stalker, questi miserabili si cimentano dunque nelle loro infime gesta nel  fondato convincimento che molto probabilmente la faranno franca.

Ecco che dunque la piazza di Facebook diventa un luogo ideale dove agire pressoché indisturbati, perché le offese si potrebbero confondere nella tantissima melma sparsa un po’ ovunque o perché l’“odiatore” di turno ha un profilo addirittura falso, che difficilmente sarà scovato tra le oscure maglie della rete, capace di diventare abisso dove si rifugiano questi animali pieni di odio e di buio. E se proprio alla fine si viene rintracciati, beh allora si può sempre tentare il jolly del Diritto della Privacy. Nel nostro Paese assistiamo spesso ai finti appelli alla Giustizia da parte di chi la calpesta sistematicamente.

Come perdere dunque l’occasione di attaccare Giuliana De Sio, rea di essersi comportata in modo normale in un mondo capovolto.

A parte pochi interventi pubblici di chi ha comunque legittimamente posto l’accento su questioni degne di doveroso rispetto, che deve sempre accompagnare la sacrosanta dialettica del confronto, la bella e talentuosa Giuliana è stata destinataria di insulti e calunnie degne di una vera e propria caccia alle streghe attualizzata ai tempi del “COVID 19”. Quale migliore occasione per addossare a proprio a Lei, ansie e paure di questi tristi giorni.

Una caccia alla strega dunque (anzi, in questo caso ad una fata) additata di essere nientedimeno una moderna untrice, perché il 24 Febbraio trascorso, in una cittadina della provincia di Caserta, avrebbe avuto l’ardire di adempiere al suo dovere professionale e contrattuale, e quindi andare in scena in una serata programmata da mesi in un meraviglioso teatro, salvo poi scoprire, ma solo  settimane dopo, di essere positiva al virus “Covid19”. 

Quindi, anche senza sintomi specifici, e con il Governo nazionale che proprio in quei giorni rassicurava tutta Italia che il “coronavirus” era poco più di un raffreddore o di una banale influenza, al 24 Febbraio dell’Anno del Signore 2020, Giuliana De Sio avrebbe dovuto comunque prevedere il triste futuro,  abbandonare il Teatro e chiudersi in casa, ignara di cosa le stesse accadendo in un momento in cui in tutto il Pianeta Terra, tranne che in Cina, nessuno sapeva cosa fosse davvero il COVID 19, anzi sì: “qualcosa in più di un’influenza”!

Contemporaneamente però, in quel medesimo 24 Febbraio, ossia l’ultima domenica di Carnevale, la stragrande maggioranza degli italiani, e tra cui sicuramente gli attuali calunniatori della De Sio, hanno continuato ad affollare sale da ballo, sono andati a concerti, pranzi, cene e spettacoli completamente indisturbati e senza porsi alcun problema della salute collettiva, quantomeno fino al 10 Marzo 2020, quando poi finalmente il nostro solerte Governo si è deciso di imporre le prime reali ristrettezze e così renderci finalmente consapevoli della gravità della situazione.

Quindi oggi, come quasi seicento anni fa, ossia in pieno clima medioevale, la gente cerca facili capri espiatori perché è incapace o ha semplicemente paura di affrontare i reali problemi che affliggono l’essere umano, che alla fine si annidano sempre nei comportamenti errati di ognuno di noi. E così vediamo cimentarsi in rete questi ipocriti bigotti, schiavi del gretto, del brutto, del marcio.

Non vedrete mai questi miseri personaggi venire allo scoperto e additare un politico che per anni li ha umiliati e violentati come elettori. Niente. Li vedrete anzi inginocchiati a baciare mani ai potenti di turno e di malaffare e sono gli stessi magari che in questi giorni sono su Facebook a lamentarsi di chi vedono in giro  senza motivo, esattamente come loro, violando ripetutamente le regole per la sicurezza comune e mettendo davvero a rischio l’intera comunità.

Sono quelli che sono stati in bar e ristoranti fino alla fine, sono andati a feste e festicciole  fino a quando non avuto paura di trovare i “lanciafiamme” di De Luca, ed ora non vedono l’ora di intercettare la prossima persona “per bene” da attaccare per il gusto di violarne la serenità, quella che per loro libero arbitrio non hanno e non avranno mai. 

Il presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca.
The President of the Campania Region Vincenzo De Luca

Ecco quindi che la De Sio è stata la persona perfetta da additare, perché non ha fatto nulla di male, anzi, non ha temuto di dire la verità né si è nascosta, ha combattuto la sua malattia e così ha saputo tenere testa, con composta eleganza e dignità, a chi l’ha additata senza esporre valida ragione, cogliendoli forse impreparati a tanta forza.

Giuliana De Sio è stata come tutti vittima del COVID 19, che l’ha aggredita mentre portava avanti il suo impegno professionale ed artistico, esattamente come tutti gli altri lavoratori,  mandati letteralmente incontro alla morte senza sapere neanche quale fosse il reale grado di pericolo che avrebbero corso. 

Eppure per qualcuno Giuliana De Sio doveva anticipare Conte e De Luca, chiudere i teatri e tutti i luoghi pubblici dove doveva andare in scena e magari imporre finanche zone rosse ed allestire nuovi padiglioni di ospedali. 

Ma le cose stanno cambiando, e quante più bugie stiamo sentendo in questi giorni tanta più è cresciuta in noi la necessità di informarci meglio e di andare fino fondo alle cose. 

Perché combattendo il male invisibile del “coronavirus” abbiamo scoperto di quanti nostri mali sociali si è nutrito fino a diventare il gigante che ci sta schiacciando giorno per giorno.

Anche se dopo aver pagato un prezzo troppo amaro alla fine vinceremo la battaglia, miglioreremo, e faremo anticorpi non solo per questo virus, ma anche per la paura e per l’ignoranza, dunque per l’odio.

E quando l’emergenza terminerà sarà nostro sacrosanto dovere chiedere più interventi contro chi produce fake news,  calunnie, disinformazione e tutti quegli elementi che generano caos per coprire la verità, oggi come seicento anni fa.

 

Continua a leggere

In rilievo