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Parla il ministro Costa: con la Carta di Napoli prime misure concrete per difendere il mare e il clima

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Sergio Costa, ministro dell
ambiente e della tutela del territorio e del mare dei governi Conte I e II, ha aperto a Napoli i lavori della Cop 21, la conferenza delle parti aderenti alla Convenzione di Barcellona per la protezione del mar Mediterraneo. Impegnato in prima linea nella battaglia sulla Terra dei Fuochi, il ministro Costa ha mosso con il decreto clima e il ddl Salvamare il primo passo in direzione del Green New Deal. E punta molto sui giovani, da cui si aspetta non solo proteste ma anche proposte concrete per affrontare la crisi climatica ed ambientale. Abbiamo incontrato il ministro Costa ad una manifestazione organizzata da Connect4Climate in collaborazione con Let’s do It! Italy ed il ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare. Il ministro si è presentato sulla spiaggia del quartiere di Napoli Est, San Giovanni a Teduccio, un tempo periferia industriale di Napoli. Oggi sembra terra di nessuno. C’è un tratto di costa abbandonato al suo destino. Plastica, sporcizia, idrocarburi, spazzatura urbana. A ripulire e restituire questo luogo in condizioni di decenza ci hanno pensato con una azione di pulizia e di riqualificazione della spiaggia di vicoletto Municipio (nei pressi della biblioteca Labriola) gli studenti delle scuole del territorio. Una mattinata che i ragazzi han trascorso per pulire la spiaggia e per linstallazione di panchine oltre al ripristino della doccia che si trova in spiaggia. Il ministro ha dato una mano, è stato con i ragazzi e col musicista Maurizio Capone che ha tenuto un laboratorio sul riutilizzo del materiale raccolto attraverso una performance musicale. È in questo contesto che abbiamo posto alcune domande al ministro Costa, che come al solito è stato disponibile con Juorno.it.

Ministro Costa, qual è il programma della Cop 21, a Napoli da oggi e fino al 5 dicembre?

La Cop 21, conferenza delle parti aderenti alla Convenzione di Barcellona, è stata inaugurata stamattina a Napoli, città individuata dalle Nazioni Unite come capitale del mar Mediterraneo. Vedrà la partecipazione dellUnione Europea e di ventuno nazioni che affacciano sul mar Mediterraneo da tre diversi continenti: Europa, Nord Africa, Medio Oriente. Dal dialogo su marine litter, biodiversità, blue economy e aree marine protette nazionali e transnazionali arriveremo giovedì, con la firma della carta di Napoli, a stabilire cosa fare nellimmediato futuro e in quali termini. Avremo per i prossimi due anni la presidenza della conferenza delle parti.

C’è qualche novità che può anticipare?

Sì, per la prima volta nella storia della conferenza abbiamo inserito anche i ragazzi, che interverranno con la carta dei giovani per il Mediterraneo. Emolto importante perché significa raccogliere in modo concreto le proposte che ci arrivano dai ragazzi. Abbiamo cambiato radicalmente il paradigma della tutela del mar Mediterraneo. E adesso il confronto di questi quattro giorni ci dirà dove possiamo arrivare nei prossimi mesi e nei prossimi anni.

A proposito di giovani. Che opinione ha del movimento Fridays for Future?

Il movimento di Fridays for Future ha tutto il mio apprezzamento, perché è formato da tanti giovani che desiderano essere ascoltati e chiedono alla politica fatti concreti, per questa ragione noi li abbiamo inseriti nella conferenza delle parti: abbiamo chiesto loro non solo proteste, ma anche proposte. Le loro proposte sono arrivate e proprio in queste ore stanno discutendo la carta dei giovani per il Mediterraneo. Massimo ascolto e massima disponibilità. Stare ad esempio qui, su una spiaggia di Napoli Est, assieme a tutti questi ragazzi che hanno ripulito una spiaggia è per me motivo di grande soddisfazione ed orgoglio. E di questo ringrazio i giovani, gli insegnanti che puntano su questi valori concreti nella loro istruzione quotidiana ed ovviamente ringrazio Connect4Climate e Let’s do it! Italy per aver reso possibile tutto ciò.

Signor ministro che cosa prevede il decreto clima in materia di tutela del mare e delle nostre coste?

Il mio auspicio è che il decreto clima, già approvato al Senato, possa diventare legge dello Stato se passerà anche alla Camera la prossima settimana. Nel decreto abbiamo previsto un articolo con cui si riorganizza completamente il sistema di depurazione delle acque, per cui noi come Paese Italia siamo sotto infrazione. Abbiamo sostituito le tante norme preesistenti con una sola e labbiamo fatta in accordo con lUnione Europea per uscire dalla procedura di infrazione. Ci abbiamo messo i fondi per poter finalmente iniziare lopera di depurazione; poi però abbiamo previsto anche il collettamento della depurazione, altrimenti il depuratore diventa una cattedrale nel deserto.

E la legge Salvamare?

Sarà in discussione al Senato allinizio del 2020, mentre alla Camera è già stata approvata. La legge Salvamare darà un altro importante contributo alla tutela del mare e delle nostre spiagge, consentendo finalmente ai pescatori di rimuovere le plastiche dal nostro mare. Finora i pescatori erano costretti a rigettare in mare i rifiuti finiti accidentalmente nelle reti, per non incorrere nel reato di trasporto illecito di rifiuti. Piccoli ma significativi tasselli di vita quotidiana, con cui finalmente iniziamo, dopo quarantanni, a risolvere i problemi dei cittadini. Questo il percorso che abbiamo disegnato: nessuno ha la bacchetta magica, pian piano le cose le stiamo facendo.

Quanto è importante intervenire nelleducazione scolastica per formare la coscienza ambientale dei futuri cittadini del pianeta?

Credo sia fondamentale. Nel decreto clima ho ottenuto la possibilità di stanziare delle risorse per progetti e programmi di formazione ambientale nelle scuole e insieme al ministro del Miur Fioramonti abbiamo costruito un percorso di formazione sui cambiamenti climatici obbligatorio e trasversale, che va dalle elementari alle università. Quando questi ragazzi diventeranno la classe dirigente del Paese, saranno già preparati per affrontare la questione ambientale. Noi quando eravamo ragazzi non abbiamo ricevuto questa preparazione e oggi se ne vedono i risultati. Per questo oggi è così importante investire su di loro.

Giulia Braga, program manager di Connect4Climate: sensibilizzare sui temi dei cambiamenti climatici e della sostenibilità ambientale

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Dissesto e inquinamento suoli, c’è un ‘drone’ salva terreni

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Un sistema che salva gli ‘eroi’ sopravvissuti nel terreno dopo una devastante contaminazione o un forte degrado e li fa riprodurre in laboratorio per poi reiniettarli sotto terra e ricostituire il suolo danneggiato ma anche per rinforzare i terreni nella lotta contro il dissesto o ridare vitalita’ fertile alle coltivazioni, in particolare i vigneti. Questa la scoperta messa a punto da una start up innovativa tutta italiana che verra’ presentata a Pisa nell’ambito dell’8/a edizione della European Biotech Week 2020, e che rientra nel progetto BioResNova co-finanziato dalla Fondazione Pisa e con il supporto scientifico del Dipartimento di Biologia dell’Universita’ di Pisa. In Italia l’emergenza suolo parla di una cementificazione che e’ avanzata lo scorso anno di altri 57 km2, al ritmo di 2 metri quadrati al secondo, di terreni contaminati e di perdita di fertilita’. Ed e’ lotta contro il tempo per salvare le terre ma anche i sedimenti marini, contro il dissesto e la perdita dei campi per l’agricoltura. Attualmente i Siti di Interesse Nazionale (SIN) di bonifica interessano circa 1300 km quadrati di aree marine, lagunari e lacustri e circa 1600 km quadrati di aree terrestri. I Sin sono in tutte le regione italiane, tranne il Molise. Fra i piu’ noti ci sono la Val Basento in Basilicata, Gela in Sicilia, Crotone in Calabria, Bagnoli in Campania, il fiume Sacco in Lazio, Porto Torres in Sardegna, Terni in Umbria, Porto Marghera in Veneto. Ma secondo dati Ispra dello scorso anno, le bonifiche sono solo su un quarto dei grandi siti inquinati. Un quadro allarmante dove si inseriscono le biotecnologie al posto di tecniche chimiche e troppo invasive. I ricercatori hanno cosi’ lavorato alla messa a punto di una sorta di ‘drone terrestre’ che puo’ operare in laboratorio o direttamente nei siti da trattare. Il sistema individua i microrganismi viventi ancora presenti nel sito contaminato e li isola. La resistenza e la vitalita’ di questi organismi nei confronti degli agenti inquinanti rappresentano la naturale capacita’ di sopravvivenza di quel suolo attraverso le sue stesse risorse. “Il sistema RoboNova che presentiamo a Pisa il 30 settembre con un evento dal titolo ‘Il mondo ha bisogno di terra sana’ la mattina in azienda con il robot in anteprima e due webinar nel pomeriggio, di cui uno sulla salute della vite ‘LIFE Zeowine’ – afferma l’ad della start up DNDBiotech,Cosimo Maria Masini – e’ utilizzabile su siti industriali a terra ma anche a mare sui sedimenti, in aree commerciali, sulle discariche, in ambito agricolo per il ripristino soprattutto della sostanza organica”. Le biotecnologie lavorano in tal senso anche per il riutilizzo degli scarti dei vigneti o agricoli a livello di riciclo, considerando che, secondo dati Coldiretti, la perdita in Italia della terra coltivata e’ di oltre 1/4 (-28%).

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Da cattura CO2 ad antivirali, cosa cambierà nostre vite

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La cattura e la trasformazione della CO2 nell’atmosfera, gli antivirali per affrontare future pandemie, la conversione dell’azoto nel suolo in un fertilizzante, le batterie prive di cobalto e nichel, l’impiego di semiconduttori piu’ efficienti. Sono le 5 tecnologie che cambieranno il nostro futuro secondo le previsioni di Ibm Research. “Stiamo esplorando il modo in cui la tecnologia possa essere utilizzata per riprogettare materiali e trovare soluzioni a sfide quali la salute e l’energia pulita”, spiega la multinazionale tech che dal 2005 ad oggi ha tagliato il 39,7% delle emissioni di CO2 globali. Una delle previsioni chiave di Ibm va al cuore di un’esigenza emersa con il Covid-19: creare un processo piu’ efficiente per la scoperta dei farmaci, in modo da essere pronti ad affrontare minacce future. La progettazione di nuovi farmaci e’ difficile e costosa e richiede tanto tempo. Ibm, nei prossimi cinque anni, prevede ad esempio di applicare Intelligenza artificiale, cloud e data analysis per snellire il processo di scoperta dei farmaci, terapie e molecole utili a combattere nuovi virus su scala globale e riducendo i costi della ricerca. Altro tema di grande attualita’ e’ la CO2 presente nell’atmosfera che “entro il 2025 raggiungera’ livelli insostenibili”.

Per tagliare le emissioni e contenere la temperatura globale c’e’ bisogno di nuovi materiali e processi per la sua cattura e trasformazione che andranno applicati nei prossimi 5 anni, trasformandola in prodotti e componenti utili. Altro tema in chiave sostenibilita’ e’ quello dei dispositivi connessi che – si stima – entro il 2023 saranno 3 volte di piu’. Molti di quelli usati ora non lo sono completamente anche per via dei semiconduttori. La sfida sara’, nel prossimo lustro, scoprire nuovi materiali grazie anche all’apporto del calcolo quantistico e dell’intelligenza artificiale (AI) che sara’ in grado – spiega Ibm – di suggerire classi di composti che soddisfano obiettivi ambientali e di efficienza. L’uso dell’AI e del calcolo quantistico servira’ anche a ripensare a “materiali piu’ sicuri e sostenibili per le batterie, per permettere di soddisfare la domanda crescente di elettricita’ senza incidere sulla temperatura del pianeta”. In questo senso i ricercatori Ibm hanno gia’ sviluppato una batteria priva di cobalto e nichel. Altro tema d’attualia’ e’ l’accesso al cibo, con la necessita’ di reinventare l’approccio all’agricoltura, ad esempio dei fertilizzanti. L’azoto, il gas piu’ abbondante nell’atmosfera, e’ l’ingrediente principale in quelli industriali ma produrre una tonnellata di fertilizzante richiede la combustione di una tonnellata di energia fossile. Nei prossimi cinque anni – prevede Ibm – sara’ possibile replicare la capacita’ della natura di convertire l’azoto nel suolo in fertilizzanti ricchi di nitrati, riducendo cosi’ l’impatto ambientale dell’industria agroalimentare, anche in questo caso con l’AI e il calcolo quantistico.

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Cresce riso Made in Sud, Carnaroli sa anche di Calabria

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Dalle Alpi al Pollino, cambia la geografia della produzione di riso italiano, e in Calabria, nella piana di Sibari, sono sempre piu’ gli imprenditori agricoli a scommettere nel “mare a quadretti”. Cosi’ definisce le proprie risaie a Cassano allo Jonio (Cosenza), Matteo Perciaccante, giovane volto insieme ai fratelli della Masseria Fornara, e uno degli “agronauti”, produttori eroici associati nella compagine ideata dallo chef Claudio Villella per valorizzare la Calabria come meta qualificata nel turismo Wine&Food. Con 100 ettari di proprieta’ e altri 500 ettari in gestione di risicoltori sibariti, questa azienda fondata nel 1870 ha saputo evolversi e nel 1982 ha smesso il ruolo di conferitore di riso da pileria all’industria alimentare del Nord per cominciare a fare riso da semi.

“In Calabria non c’era una cultura del riso – racconta Perciaccante – e gli chef ci stanno dando una mano per introdurre questo ingrediente nella cucina locale. Noi facciamo per il 60% della produzione Carnaroli, che si e’ adattato in modo straordinario – il chicco e’ integro, senza microfessure, e quindi non scuoce – a questo habitat con acque salmastre dove, tra gli indicatori di qualita’ ecologica, nidificano 14 famiglie di cicogne. Si tratta di un’area bonificata in epoca fascista che con il riso, gli agrumi e la liquirizia, ha trovato una sua identita’, molto green perche’ non si fanno trattamenti e quindi prevalgono le aziende bio. Un po’ come avvenuto nella zona di Arborea in Sardegna, ma qui, tra il Pollino e il mare, c’e’ un vento costante e questo ci favorisce nella lotta alle fitopatie. Non abbiamo problemi di funghi ma piuttosto di quantita’ che non riesce a soddisfare la domanda”. Attualmente in Calabria sono sei le aziende che producono riso, il cui prezzo viene quotato a Vercelli.

“Siamo una nicchia, ma anche il piu’ grande polo produttivo del Centro-Sud e vorremmo – ha concluso – fare un doppio salto di qualita’: il riconoscimento dell’Igp (Indicazione geografica protetta) sarebbe una grande opportunita’ per accedere a nuovi mercati e chiudere qui la filiera, con un autonomo impianto di stoccaggio e senza dover mandare nel ferrarese il riso per il confezionamento. Abbiamo presentato per questo un progetto alla Regione che prevede un milione di euro di investimento e stiamo aspettando i bandi. L’industria riseria in loco e’ il nostro sogno perche’ permetterebbe di risparmiare autotrasporti per 896 km una-due volte al mese nonche’ costi per il packaging e poter proporre riso fresco 100% made in Calabria”. Altro nodo che richiede investimenti e’ il patrimonio idrico: “la Calabria e’ tanto ricca di acqua ma e’ un problema convogliarla. Il riso non e’ una pianta acquatica ma ha bisogno dell’oro blu come regolatore termico e per avere radici bagnate.

Fondamentale e’ la supervisione dell’acquaiolo che controlla che il livello di copertura idrica sia di 4-5 centimetri. E’ una coltivazione a circuito chiuso, quindi a basso consumo idrico ma sono diversi i progetti per risparmiare H2O, in Calabria si stanno sperimentando le colture idroponiche mentre Israele studia l’irrigazione a goccia su ogni pianta per coltivare riso nel deserto”. L’Italia, sottolinea la Coldiretti, si conferma primo produttore europeo di riso, con 228 mila ettari coltivati quest’anno e 4 mila aziende agricole che raccolgono 1,50 milioni di tonnellate di risone all’anno, pari a circa il 50% dell’intera produzione Ue e con una gamma varietale unica e fra le migliori del mondo. Si prevede quest’anno una buona produzione di alta qualita’, nonostante i danni causati dal maltempo in alcune regioni del Nord, con un aumento secondo la Coldiretti del 4% degli ettari coltivati che salgono a 228mila, di cui quasi l’80% concentrati in tre province del Piemonte e della Lombardia (Vercelli, Pavia e Novara).

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