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“MOLTI” Biasiucci, Magrelli e Paladino per una nuova pubblicazione il filodipartenope

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Ed è in questi momenti e con questa caparbietà nel realizzare  i propri desideri concretizzandoli con una professionalità senza pari al mondo, che ci si rende conto che questa città, Napoli, non sarà mai doma agli stereotipi che la vogliono ingabbiare in una riserva che può piacere solo a chi ha smesso di cercare il meglio per le comunità che la vivono.

In questa città succede che una piccola casa editrice artigiana ilfilodipartenope nata nel 2003 a Napoli dall’amore per il sapere di Lina Marigliano e Alberto D’Angelo, con l’obiettivo di dar vita ad un luogo di ideazione e progettualità editoriale nel quale il lavoro artigiano non fosse recepito soltanto come riabilitazione della manualità ma fosse compreso come coscienza di tutti i partecipanti al progetto complessivo.
Un progetto che dalla poesia cerca di trarre nutrimento stilistico lavorando sulla sottrazione, sull’assenza e sulla metafora.
Lina e Alberto editano libri in cui la fragilità e l’essenzialità minimalista sono valori da comunicare, ognuno con carte, cuciture, frammenti, scrittori, artisti, poeti, artigiani diversi, ma sempre libri da costruire con la condivisione di chi partecipa al progetto, così il libro da opera individuale diventa opera comune, luogo di incontri di perizie.

In questa loro ricerca della coralità degli autori, della perfezione qualitativa e della armonia dei fattori che costituiscono una grande pubblicazione, nasce “MOLTI” di Antonio Biasiucci, Valerio Magrelli e Mimmo Paladino.

Il progetto-libro prende spunto dall’esperienza fatta da Antonio Biasiucci nell’isola di Chios, nella primavera nel 2016, allorquando si reca nell’isola greca per documentare, con l’occhio del fotografo-artista, la condizione dei migranti nel campo profughi di Souda. Esperienza narrata dallo stesso fotografo nel suo scritto-diario.
Dialoga con il fotografo-artista lo scrittore-poeta Valerio Magrelli, che gli dedica due poesie dalla sua antologia ed uno scritto, che evidenzia come l’esperienza fatta da Biasiucci nel campo profughi con il suo interprete Rouaf, sia una perfetta parabola dell’insegnamento.
Abbraccia il lavoro di ambedue una coperta che avvolge il libro, disegnata da Mimmo Paladino, riprodotta in serigrafia.

Antonio Biasiucci parte per l’isola di Chios con un progetto internazionale sulle migrazioni con le idee ben definite su come interpretare la condizione di chi è protagonista  dell’evento epocale animato da immense speranze e che troppe volte si scontra con l’avidità dell’uomo e la morte senza mai incontrare quella inclusività di cui è alla ricerca.

La realizzazione di un grande polittico di mani e piedi dei migranti, mani e piedi , le prime cose che vengono chieste di mostrare ai would be immigrants per controllare se  siano portatori di scabbia appena sbarcano in terraferma. Le cose non vanno cosi, anzi, nel campo e sull’isola, dopo la prima calda accoglienza, Biasucci si scontra con l’ostilità di chi non solo non vuole partecipare al progetto, ma addirittura lo avversa e lo sabota.

La sensibilità, la forza e l’onestà del fotografo fanno si che si trovi al suo fianco un alleato, conscio della potenza e dell’importanza del progetto che Biasiucci vuole realizzare, cosi affascinato e consapevole dal messaggio di cui sarebbero state portatrici le foto realizzate che Rouaf, questo il nome del profugo curdo che diverrà occhi di Antonio, si propone di realizzare egli stesso le immagini che Biasiucci oggettivamente e per causa di forza maggiore oramai non puo’ più realizzare. Toccante è la testimonianza che il fotografo scrive nell’introduzione del libro, il racconto di una  relazione intensa basata sulla sensibilità, sulla condivisione e sul rispetto reciproco tra due grosse personalità coadiuvate da una non meno importante presenza quale è quella di Luca, assistente di Antonio in questo viaggio. Rouaf, dopo essere stato per quattro giorni allievo privilegiato delle lezioni di Antonio e Luca, entra nel campo di Vial e realizza le foto come Antonio gli aveva insegnato e come Rouaf aveva voluto che gli fossero insegnate e dopo averle realizzate non le guarda nemmeno, ma le fa scegliere al fotografo, ritenendosi solo un tramite, un secondo medium insieme alla camera che è sempre il primo  tra Antonio e i soggetti fotografati, non più mani e piedi, ma volti, volti con gli occhi chiusi come voleva il progetto che nel frattempo l’artista fotografo aveva modificato. Rouaf, come scrive Valerio Magrelli nella sua presentazione è un nuovo fotografo nato  dagli insegnamenti del Maestro che non si è avvalso di tecnologie cui siamo tanto affezionati, cimici, droni, microcamere, ma è un uomo, che ha compreso la sua missione e dalla quale ne esce accresciuto e cosciente di essere stato parte di un processo che ha ripreso tradizione rinascimentale italiana ovvero il passaggio dei saperi che si consumava all’interno delle antiche botteghe.

Questa preziosa pubblicazione in tiratura limitata a 330 copie è un miracolo della professionalità e dell’artigianato, le fotografie del libro sono rigorosamente stampate su carta fotografica da  FineArtLab di Luigi Fedullo, come le stampe delle serigrafie dell’opera di Mimmo Palladino sono realizzate dal Laboratorio di Nola di Vittorio Avella.

Fotogiornalista da 35 anni, collabora con i maggiori quotidiani e periodici italiani. Ha raccontato con le immagini la caduta del muro di Berlino, Albania, Nicaragua, Palestina, Iraq, Libano, Israele, Afghanistan e Kosovo e tutti i maggiori eventi sul suolo nazionale lavorando per agenzie prestigiose come la Reuters e l’ Agence France Presse, Fondatore nel 1991 della agenzia Controluce, oggi è socio fondatore di KONTROLAB Service, una delle piu’ accreditate associazioni fotografi professionisti del panorama editoriale nazionale e internazionale, attiva in tutto il Sud Italia e presente sulla piattaforma GETTY IMAGES. Docente a contratto presso l’Accademia delle Belle Arti di Napoli., ha corsi anche presso la Scuola di Giornalismo dell’ Università Suor Orsola Benincasa e presso l’Istituto ILAS di Napoli. Attualmente oltre alle curatele di mostre fotografiche e l’organizzazione di convegni sulla fotografia è attivo nelle riprese fotografiche inerenti i backstage di importanti mostre d’arte tra le quali gli “Ospiti illustri” di Gallerie d’Italia/Palazzo Zevallos, Leonardo, Picasso, Antonello da Messina, Robert Mapplethorpe “Coreografia per una mostra” al Museo Madre di Napoli, Diario Persiano e Evidence, documentate per l’Istituto Garuzzo per le Arti Visive, rispettivamente alla Castiglia di Saluzzo e Castel Sant’Elmo a Napoli. Cura le rubriche Galleria e Pixel del quotidiano on-line Juorno.it E’ stato tra i vincitori del Nikon Photo Contest International. Ha pubblicato su tutti i maggiori quotidiani e magazines del mondo, ha all’attivo diverse pubblicazioni editoriali collettive e due libri personali, “Chetor Asti? “, dove racconta il desiderio di normalità delle popolazioni afghane in balia delle guerre e “IMMAGINI RITUALI. Penitenza e Passioni: scorci del sud Italia” che esplora le tradizioni della settimana Santa, primo volume di una ricerca sui riti tradizionali dell’Italia meridionale e insulare.

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Dall’archeoboat alle favole digitali, tutti i progetti di valorizzazione dei tesori dei Campi Flegrei

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Si è concluso il Parco delle Idee, la prima maratona partecipata per i progetti di valorizzazione dei Campi Flegrei. Per tre giorni, da venerdì a domenica, la fortezza aragonese, il Castello che domina Baia e che ospita il museo archeologico si è trasformata in un laboratorio nel corso del quale 80 delle idee proposte, da altrettanti 139 candidati, sono state trasformate in otto progetti di valorizzazione presentati alla direzione del concorso.

Alcuni di questi progetti troveranno spazio nel Piano strategico del Parco che sarà pubblicato nei prossimi mesi. Un modello culturale di partecipazione che si candida a diventare per la straordinaria potenzialità del territorio best practice in ambito nazionale, nella valorizzazione del patrimonio culturale.

Archeoboat, archeobus e car sharing. Sentieri per il trekking e percorsi in bici. Visite esperienziali con rievocazioni storiche. E poi laboratori scolastici, forum letterari, mostre e opere d’arte site specific, convegni. Sono la selezione più creativa dei numerosi progetti di valorizzazione elaborati nel corso del laboratorio partecipato #il Parco delle Idee, organizzato dal Parco archeologico dei Campi Flegrei, dal Dipartimento di Scienze Sociali dell’Università di Napoli Federico II e BAM! Strategie Culturali. “Il Parco delle Idee – dichiara Fabio Pagano direttore del Parco Archeologico – è stata una meravigliosa esperienza. Nel corso di tre giorni abbiamo lavorato su tavoli di confronto per rendere queste idee ancora più forti e rappresentative di tante realtà, ammirando lo spirito dialogante tra l’innovazione rappresentata delle nuove generazioni e l’esperienza di chi ha già offerto il proprio contributo al territorio dei Campi Flegrei. Queste proposte verranno ora – ha concluso – accompagnate dal Parco con nuove iniziative che possano dare concretezza alle idee favorendo la nascita di nuove imprese culturali”. Alla maratona hanno preso parte per lo più giovani tra i 20 e i 25 anni, provenienti quasi tutti del territorio, ma ci sono stati anche partecipanti da Jesolo, Pistoia, Ustica.

Nelle prossime settimane – dichiara Stefano Consiglio, direttore del Dipartimento di Scienze Sociali della Federico II – il Parco Archeologico dei Campi Flegrei insieme al Laboratorio dell’impresa culturale dell’Università Federico II di Napoli promuoverà ulteriori incontri con tutti quelli che hanno partecipato e sono interessati ad implementare le idee presentate”.

Gli otto progetti presentati al direttore Pagano riguardano accessibilità e trasporti, narrazione e visibilità dei luoghi, fruibilità dei siti. E tra le azioni proposte i servizi di archeobus e archeoboat con imbarcazioni acquavision dal fondo trasparente, a viaggi esperienziali a bordo di vagoni della Cumana trasformati, grazie alla tecnica del pelliculage, in Antro della Sibilla, Grotta di Cocceio o altri siti del Parco. Qualcuno ha perfino immaginato – difficile da realizzare, almeno per il momento – una cupola sottomarina per l’accesso pedonale da Punta Epitaffio all’area archeologica sottomarina. Altri partecipanti hanno invece progettato laboratori scolastici per la realizzazione di fiabe digitali di ispirazione mitologica, focus sul romanzo storico, mostre d’arte, gare sportive appuntamenti annuali come il PaFest, il festival dei Campi Flegrei e le Giornate internazionali di Archeologia Subacquea. Non sono mancati gli itinerari enogastronomici e quelli per il trekking e il cicloturismo.

 

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Harmony, Eugenia Avena: un pilastro della scuola per i ballerini napoletani che hanno raccolto successi nel mondo

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“La danza è una carriera misteriosa, che rappresenta un mondo imprevedibile ed imprendibile, ha detto Carla Fracci- le qualità  necessarie sono tante. Non basta soltanto il talento, è necessario affiancare alla grande vocazione, la tenacia, la determinazione, la disciplina, la costanza”.  Ed Eugenia Avena lo aveva capito quando fin da piccola sognava di danzare ed ha iniziato a coltivare questa sua grande passione da ragazzina. Lei è l’Insegnante. Tenace, appassionata, instancabile e soprattutto talentuosa, è uno dei pilastri della Harmony, la scuola di danza classica e contemporanea fondata dal Maestro Angelini che ormai da 40 anni sforna talenti, alleva giovani danzatori che da Napoli hanno interpretato il balletto in tutto il mondo. Sotto la guida ferma di Angelini e con il contributo dell’insegnante Eugenia Avena: a lei è dedicata questa puntata di Juorno.it sui protagonisti della scuola napoletana.

 

“Oggi, salendo le scale della scuola, mi sono guardata indietro, a quando le salii per la prima volta nel settembre 1976, ragazzina insicura con una grande passione per la danza, ma con tanto da imparare. Il Maestro – ricorda Eugenia Avena- mi prese per mano e da lì è iniziata la mia formazione personale e professionale. Lí sono cresciuta assorbendo i principi di disciplina, onestà, dedizione, passione e professionalità, lì ho cominciato a capire cosa fosse veramente la danza classica, ad analizzarne il metodo e a far funzionare il cervello prima delle gambe”.

Così nel 1980 si diploma alla scuola di danza Harmony e già a luglio di quello stesso anno viene invitata a Spoleto nell’ ambito delle manifestazioni del Festival dei due Mondi. Nelle due stagioni ’81-’82 e ’83-’84 Eugenia Avena viene scritturata per la stagione del Teatro Politeama Greco di Lecce, nel 1985 consegue il Diploma Accademico all’insegnamento della danza classica presso l’ Accademia Nazionale di Danza di Roma.
Dal 1986 è insegnante stabile nella scuola di danza Harmony, ruolo che ricopre attualmente ed è stata assistente di tutti i coreografi che si sono avvicendati negli anni alla scuola. Un passaggio che racconta lei stessa: “Poi da allieva sono diventata insegnante, mestiere che mi ha sempre affascinato ed ho iniziato ad affiancare il Maestro in questa bella avventura che dal 1986 dura ancora oggi. Abbiamo attraversato insieme la vita professionale, ci ha legati l’amore per questo lavoro che, ad oggi, ci entusiasma ancora di più.
Ho ammirato del Maestro Arnaldo, dice l’Avena, la sua insaziabile voglia di migliorare, di approfondire, la sua onestà intellettuale verso gli allievi, la sua energia che viene da una passione incrollabile: oggi più di ieri merce molto rara!”.

Disciplina ferrea, tanta tenacia ma anche tanta libertà nell’interpretare con il talento la passione: “Mi sono sempre potuta esprimere con la mia personalità, con libertà, nello spirito di un rispetto reciproco basato su di una stima maturata sul campo, che è il collante per un’autentica produttiva collaborazione dove il fine comune è fare sempre meglio. Queste linee guida hanno fatto sì che la Harmony, spiega  l’insegnante che è amatissima dai suoi allievi del presente e del passato, producesse tanti professionisti nel settore della danza ; c’è però un comune denominatore che lega anche chi ha fatto scelte diverse: gli anni trascorsi nella scuola, anni altamente formativi, costituiscono un bagaglio che ci accompagnerà tutti e per sempre . La danza plasma i corpi ma soprattutto forma gli individui. Questo è il mio pensiero dedicato alla mia seconda famiglia, al luogo dove si sono realizzati i miei sogni, dove oggi come ieri contribuisco a realizzare i sogni dei tanti ragazzi che si affidano a noi, aiutandoli a cercare il loro posto nel mondo”.

“Io l’ho trovato e grazie Maestro per tutto, onorata di essere al suo fianco e di avere contribuito a creare una realtà di cui andare fieri: questa è la mia Harmony, un pezzo del mio cuore!”
Eugenia Avena

Eugenia Avena ha un curriculum artistico di tutto rispetto: ha partecipato a numerosi corsi di aggiornamento organizzati dall’ Accademia Nazionale di Danza, dalla Scala di Milano, dal Teatro San Carlo di Napoli, nonché corsi con Maestri russi della scuola Vaganova di Leningrado tra cui Irina Trofimova, Irina Sitnikova.
Dal 1977 al 1991 ha seguito corsi estivi al Centre International de Danse a Cannes diretto da Rosella Hightower, studiando con Maestri come la stessa Rosella Hightower, José Ferran, Victor Rona, Rita Thalia, Gabriel Popescu, Patricia Neary, Claudie Winzer, e lo stesso Arnaldo Angelini, Maestro ospite per molti anni del centro che in quegli anni era un polo di eccellenza dove gravitavano Maestri e danzatori di grandissimo livello. Ha collaborato con lo Studio Danza 2 di Palermo diretto da Angela Abbigliati, come insegnante ospite.

Puntata n.2 – Continua

Harmony, l’amore per la danza e i talenti scoperti a Napoli: la storia della scuola e del suo fondatore Arnaldo Angelini

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Cultura

Translucida di Paolo Titolo, fotografie contro la discriminazione omofoba a San Domenico Maggiore

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E’ un viaggio a ritroso, che parte dall’Italia arriva a Cuba ritornando in Italia con una mostra fotografica che dimostra il suo impegno  in quella  fotografia che aveva lasciato per poi ritornare ora ad essa con questa mostra forte, intensa, scorretta, scottante, come i temi che ha sempre prediletto sin dal tempi adolescenziali e precedenti al suo impegno nel quotidiano L’Ora di Palermo, dove per tanto tempo ha collaborato insieme ad uno staff fotografico che è parte  storica della fotografia in Italia. Paolo Titolo arriva a Napoli con Translucida, la sua prima mostra personale in Italia, a cura di Raffaele Loffredo, che si colloca nell’ambito del protocollo d’intesa internazionale stipulato tra il Centro di Ateneo SInAPSI dell’Università Federico II di Napoli che vede Paolo Valerio come Presidente Onorario e il Centro Nacional de Educacion Sexual CENESEX di Cuba, diretto da Mariela Castro.

Titolo, trasferitosi da molti anni a L’Avana, vanta una formazione da fotoreporter per il giornale “L’Ora” dove ha  documentato gli effetti della Mafia in Sicilia, in particolare nella seconda metà degli anni 80 e i suoi scatti sono apparsi sulle piu  importanti riviste internazionali come ilNew York Times, Der Spiegel, Stern, Mary Clare, Il Corriere della Sera producendo poi reportage fotografici in diversi paesi dell’Asia, America Latina ed Europa.

Successivamente dopo un interesse per i rituali afro-cubani della Santeria cubana (Yoruba), dal 2013 comincia a documentare la vita e le condizioni delle persone Trans a Cuba coadiuvato anche dall’attività del CENESEX. I suoi lavori saranno oggetto di diverse esposizioni, tra cui, negli ultimi anni, in Francia (Parigi, MEP, mesón europea de la fotografíe) (Fundación Brongston), Messico (Guadalajara, Museo de las Artes ), Cina (Beijing, Teatro Nacional de Cina).

Translucido è quindi un corpo che lascia passare la luce e non permette di vedere ciò che è dietro, ebbene l’ambizione dell’artista è stata quella di palesare, invece, attraverso il mezzo fotografico, ciò che è celato dietro questi corpi delle persone transessuali, pregnanti di esperienze di vita, spesso di turbamenti e discriminazioni, ponendo l’accento sulle espressioni, gli sguardi, i colori e i contesti nei quali li ha ritratti. Una costante funzione sociale ha caratterizzato i lavori e l’impegno di Paolo Titolo sin da quando a 16 anni  il giorno del suo compleanno riceve in regalo la sua prima  macchina fotografica   con la quale poi comincerà i suoi  lavori come fotoreporter e la partecipazione al progetto collettivo del movimento sociale “la rete” che si occupava del fenomeno della Mafia ancor prima dell’organo ufficiale del PCI Partito Comunista Italiano (L’Ora) che denunciava le gesta dei politici mafiosi. “Mi trabajo pretende tener siempre una finalidad social. No me interesa la pura estetica. Fotograficamente nacì como foto-reportero: testimoniar para sensibilizar respecto a temas humanos”.

 

Il profondo lavoro di inclusione sociale del CENESEX, organo del Ministero della Salute, ha accompagnato l’artista che ne ha documentato le innumerevoli esperienze e gli obiettivi raggiunti; la sensibilizzazione quindi, attraverso la conoscenza diretta del complesso fenomeno dell’identità di genere e dei diritti della “comunità” transessuale a Cuba, si estrinseca attraverso i lavori di Titolo, che accentua e coglie volutamente un istante emblematico, attimo preciso di bressoniana memoria. A domanda precisa circa le influenze dei suoi inizi da fotografo, ammette infatti di aver subito l’ammirazione dei modus operandi di Cartier-Bresson e Josef Koudelka, entrambi conosciuti personalmente. Come nelle opere del maestro ceco spesso i soggetti umani di Titolo, sembrano uscire da un mondo fiabesco, soprattutto negli sguardi talvolta disincantati e sognanti e l’artista ne evidenzia tonalità cromatiche forti ritenendole a ragione, tipiche del territorio caraibico e dell’universo lgbt.

Le fotografie di Paolo Titolo quindi, sono ritratti antropologici che raccontano un messaggio e una grammatica emotiva che scava nelle sensibilità, nelle speranze, nelle delusioni di esistenze che si mostrano fieramente nella loro vulnerabilità e verità, scevre di qualsivoglia sovrastruttura pregiudiziale. “Translucida” approda a Napoli con l’ambizione e l’obiettivo di fomentare sempre più l’integrazione sociale, contribuendo alla formazione delle coscienze collettive contro ogni tipo di discriminazione omofoba in opposizione alla cultura transfobica; non si avverte nelle immagini, alcuna necessità di orpelli formali o estetici (abiti eleganti, trucchi ecc), l’obiettivo unico dell’autore è mostrare i soggetti realisticamente nella loro intimità, nelle loro umili abitazioni e con i loro oggetti quotidiani e come afferma e ribadisce nelle sue dichiarazioni: “una foto es un rectangulo donde podemos poner muchas informaciones, depende da la calidad de estas (informaciones) que las fotos resulten interesantes y placenteras”.

La fotografie saranno esposte nei suggestivi spazi del Complesso Monumentale di San Domenico Maggiore di Napoli dal 15 Novembre 2019 al 7 Gennaio 2020.

 

 

 

 

 

 

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