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Economia

Mediaset, è guerra contro il tempo per realizzare Mediaforeurope

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Il momento dello scontro tra Mediaset e Vivendi sta tutto in una frase di Pier Silvio Berlusconi: “Se i Tribunali danno l’ok, ce la faremo” a far nascere MediaforEurope, l’holding olandese nella quale il Biscione vuole concentrare tutte le sue attivita’ e partecipazioni, al momento ‘sospesa’ dai giudici di Milano e di Madrid. La data di riferimento e’ il 19 marzo: la legge olandese, che puo’ comunque concedere delle dilazioni, costringe a rifare tutto da capo se la nuova societa’ non venisse costituita entro quella data, cioe’ a sei mesi dalle assemblee di nascita. E’ per questo che i francesi stanno attuando ricorsi a tutto campo anche dove sanno, come nel caso del Tar del Lazio coinvolto senza ancora una sentenza emessa dalla Corte Ue, che in questa fase non otterranno risultati favorevoli. Cosi’ come era scontato che non avrebbero avuto novita’ dall’assemblea di Mediaset che ha approvato cambi allo statuto della costituenda Mfe piu’ favorevoli alle minoranze. Sono state ammorbidite le barriere per l’accesso al voto maggiorato per gli azionisti con contenziosi verso la societa’ (il caso appunto di Vivendi) e la soglia dell’Opa, che passa dal 25 al 30% dopo la costituzione della societa’, con i francesi che in Mfe sarebbero vicini al 25% e quindi avrebbero avuto l’obbligo di Opa immediatamente dopo un ‘piccolo’ acquisto di nuove azioni. L’amministratore delegato del Biscione si augura quindi che le battaglie legali con Vivendi non durino all’infinito. “Avere un socio che zavorra Mediaset in un momento come questo e’ pesante”, dice Pier Silvio Berlusconi, chiarendo che l’oggetto delle trattative tuttora in corso e’ sempre l’uscita dei francesi dall’azionariato del gruppo. Vivendi da parte sua “si rammarica che l’assemblea di Mediaset abbia approvato in modo irregolare il nuovo piano di fusione per MediaForEurope solo grazie al divieto illegale di voto a Simon Fiduciaria”. Il prossimo appuntamento e’ il 21 gennaio al Tribunale di Milano e le parti, dopo essere arrivate tra novembre e dicembre a un passo dall’accordo, continuano a trattare. Tanto che, al di la’ degli scontri verbali seguiti alla nuova esclusione dall’assemblea della fiduciaria Simon nella quale i francesi hanno congelato il 19,1% del Biscione, Vivendi almeno in assemblea tende la mano. “Abbiamo presentato da oltre un mese una proposta che consentirebbe di approvare la fusione con una struttura di governo societario equilibrata”, ricorda la responsabile dell’ufficio legale dei francesi, Caroline Le Masne de Chermont. Fedele Confalonieri (dopo aver ribadito che Vivendi “distrugge valore” e vuole boicottare Mediaset) le risponde duramente e in latino, citando la favola di Fedro ‘L’agnello e il lupo’, con i francesi ovviamente nei panni del predatore. La Borsa come sempre aspetta, con i titoli coinvolti che viaggiano tranquilli sulle quotazioni recenti. Aspetta un accordo, che potrebbe venire in qualsiasi momento, piu’ facilmente quando si saranno sciolti i primi nodi giudiziari.

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Al Nord guadagnano di più, spendono di più, producono di più e hanno meno disoccupati del Sud: lo dice l’Istat

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“Nel 2018 il Pil in volume è aumentato dell’1,4% nel Nord Est, dello 0,7% nel Nord Ovest e nel Centro e dello 0,3% nel Mezzogiorno”. I dati sono rilasciati dall’Istat che ricorda che la crescita media su base nazionale è stata dello 0,8%. Purtroppo ci sono pesanti sperequazioni tra Nord e Sud. L’Istituto di statistica evidenzia come quindi il Nord Est sia stata la “ripartizione più dinamica”, trainata “dalla performance dell’industria”. Tanto da doppiare il risultato del Nord Ovest, che insieme al Centro restano sotto la media nazionale. Invece “la crescita più lenta si registra nel Mezzogiorno”. Questi dati di riflettono, poi, sul livello di reddito delle famiglie.

Reddito per abitante

“Le famiglie residenti nel Nord-ovest dispongono del livello di reddito per abitante più elevato (oltre 22mila euro), quasi il 60% in più di quelle del Mezzogiorno (14mila euro)” rileva l’Istat, con riferimento a dati del 2018.

Consumi pro capite e occupazione

“Il Pil procapite vede in cima alla graduatoria l’area del Nord-ovest con un valore in termini nominali di oltre 36mila euro, quasi il doppio di quello del Mezzogiorno, pari a circa 19mila euro annui”. Lo rileva l’Istat in base a dati riferiti al 2018. “Alla crescita dell’attivita’ produttiva si e’ accompagnato, nel 2018, un aumento in volume dei consumi finali delle famiglie di poco superiore (+0,9%)”, spiega l’Istituto di statistica. Tradotto in spesa pro-capite abbiamo che nel Paese la media, a prezzi correnti, e’ stata di 17,8mila euro. I valori più elevati si registrano nel Nord Ovest (20,6mila euro) e nel Nord Est (20,4mila euro). Il Mezzogiorno si conferma l’area in cui il livello di spesa è più basso (13,7mila euro). L’Istat calcola così un divario tra Sud e Centro Nord, in termini di spesa per consumi pro-capite, del 31,3%. Quanto all’input di lavoro complessivo, misurato in termini di numero di occupati, “è aumentato nel 2018 dello 0,9%”. La crescita è stata omogenea in tutte le ripartizioni. In linea alla media nazionale risultano sia il Nord Ovest che il Centro. Meglio fa il Nord Est, dove gli occupati crescono dell’1,1% rispetto al 2017. Il Mezzogiorno invece si posiziona poco sotto il dato nazionale (+0,7%).

Econonomia sommersa ed economia illegale

“L’incidenza dell’economia non osservata è molto alta nel Mezzogiorno, dove rappresenta il 19,4% del complesso del valore aggiunto, seguita dal Centro (14,1%). Sensibilmente più contenute, e inferiori alla media nazionale, sono le quote raggiunte nel Nord-ovest e nel Nord-est, pari rispettivamente a 10,6% e 11,4%”. Sono sempre dati Istat che fanno riferimento al 2017, ultimo anno per cui sono disponibili i dati sulla somma della componente sommersa e di quella illegale, che – è ricordato – rappresenta in Italia il 13,5% del valore aggiunto totale (l’incidenza sul Pil 12,1%)”.

 

 

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Lo Stato non paga le imprese creditrici entro 60 giorni, Italia condannata dalla Corte di Giustizia Ue

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“L’Italia avrebbe dovuto assicurare il rispetto da parte delle pubbliche amministrazioni, nelle transazioni commerciali con le imprese private, di termini di pagamento non superiori a 30 o 60 giorni”: lo ha stabilito la Corte di Giustizia Ue nella sentenza che vede la Commissione Ue contro l’Italia per i ritardi dei pagamenti nella P.a. La Commissione aveva aperto una procedura d’infrazione contro Roma, deferendola alla Corte che oggi “ha constatato una violazione della direttiva” sulla lotta contro i ritardi di pagamento”.

Secondo una Relazione 2016 della Banca d’Italia, sono 64 i miliardi di euro di debiti della pubblica amministrazione (PA) italiana verso le imprese fornitrici. Lo studio “European Payment Report 2017” di Intrum Justitia, citato da Banca d’Italia, indica che la PA italiana nel 2016 saldava i debiti con una media di 95 giorni, penultima tra gli Stati membri, mentre la media europea è di 36 giorni. Il ritardo dell’Italia viola palesemente la direttiva europea relativa sui ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali (2011/7/UE), in vigore in Italia dal 1°gennaio 2013, che impone il saldo dei debiti delle PA entro 30-60giorni. Questi ritardi nei pagamenti della PA hanno gravi ricadute sull’economia italiana, ostacolando gli investimenti e la crescita delle imprese fornitrici, in particolare delle PMI già in difficoltà anche per l’alta pressione fiscale, la stretta creditizia e la crisi economica. Per questi motivi  il 7 dicembre 2017 la Commissione ha deferito l’Italia davanti alla Corte europea di giustizia per violazione della direttiva sopracitata. Ora occorre capire che cosa farà l’Italia davanti a questa condanna (ennesima) e come si comporterà nei pagamenti alle imprese creditrici.

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Taglio del cuneo fiscale strutturale, nel 2021 fino a 1.200 euro annui in busta paga

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Non una sperimentazione ma una riduzione strutturale delle tasse, con 16 milioni di lavoratori dipendenti che si ritroveranno anche nel 2021 buste paga piu’ pesanti fino a 1.200 euro l’anno. Il giorno dopo il varo del decreto legge per il taglio del cuneo fiscale il governo, nella messa a punto del testo, chiarisce la portata del provvedimento, che in un primo momento era stato immaginato ‘a tempo’, cioe’ solo per quest’anno, e “in via sperimentale”. Parole che non compaiono piu’ nella nuova versione del provvedimento, che ha ancora bisogno di limature sul fronte delle coperture prima di essere mandato al Quirinale per la firma e la pubblicazione in Gazzetta ufficiale, e che erano state gia’ chiarite, in mattinata, dal ministro dell’Economia. In tv Roberto Gualtieri e’ andato a spiegare un intervento “strutturale” che non solo “restera’” ma “che anzi vogliamo rendere ancora piu’ incisiva con la riforma fiscale”, respingendo gli attacchi di Matteo Salvini, cui ha riposto secco anche il premier: ai conteggi irrisori di “46 euro a testa” destinati ai lavoratori dai giallorossi, Giuseppe Conte ha ribattuto che il leader della Lega sa solo fare “facili ironie” ma non ha mai proposto “in 15 mesi di governo un taglio delle tasse”. Il decreto varato a due giorni dalle elezioni regionali in Emilia-Romagna e Calabria, dice peraltro il sottosegretario al Mef Pier Paolo Baretta, non ha un sapore “elettorale” ma e’ stato fatto subito per “sgombrare il campo” e dare “certezze sul cuneo” per poi partire subito con la riforma dell’Irpef. Insomma, il taglio del cuneo, come dice Laura Castelli, sara’ di fatto “temporaneo”, per essere poi integrato e superato grazie alla riforma generalizzata del prelievo che ne manterra’ comunque “gli effetti”. Quindi chi da luglio avra’ un aumento del bonus Renzi da 80 a 100 euro, chi li prendera’ per la prima volta (i redditi tra 26.000 e 28mila euro) e chi ricevera’ da 80 euro in giu’, manterra’ anche con la riforma il vantaggio fiscale degli ultimi sei mesi di quest’anno. Vantaggio che, appunto, nel 2021 e’ gia’ indicato nel decreto fino a 1.200 euro l’anno, per i dipendenti cui spetteranno ora i 100 euro al mese. Come arrivare alla riforma del sistema, pero’, resta un rebus: l’obiettivo, ha ribadito Gualtieri, e’ quello di arrivare a varare entro aprile un disegno di legge delega per un fisco “piu’ equo, green e che riduca la pressione fiscale a partire dai redditi medio bassi”. E sul tavolo, accanto al modello tedesco delle aliquote continue che piace a Leu, e a quello della riduzione da 5 a 3 aliquote targato M5S, c’e’ anche l’ipotesi di intervenire abbassando le prime due aliquote, quelle che oggi sono al 23% e al 27%. Sarebbe un “obiettivo ottimale”, secondo Baretta, perche’ ne beneficerebbero in primis i redditi bassi ma poi anche tutti gli altri, e coinvolgerebbe – una delle richieste su cui sono gia’ in pressing i sindacati – anche i pensionati. Per gli incapienti anche l’esponente Dem conviene con l’idea gia’ illustrata anche dalla collega M5S Castelli di studiare un meccanismo ad hoc, probabilmente sempre un bonus, da calibrare tenendo conto di una platea che in parte si sovrappone con quella del reddito di cittadinanza.

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