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Cronache

Mattarella “revoca” la concessione ai Benetton che pagano i giornali per nascondere la notizia

Paolo Chiariello

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Ricordare le  43 vittime del Ponte Morandi senza ipocrisia. Senza infingimenti. Ballare sui cadaveri di 43 persone uccise, non morte, è stato disgustoso. Su molti grandi giornali italiani e un telegiornale diventato ormai uno strumento di pressione e lobbying ( finanziato con consistenti investimenti pubblicitari e servizi pubblicitari spacciati per giornalismo  pagati da Autostrade e altre aziende del Gruppo) era quello che non avremmo mai voluto vedere e raccontare. Ma il giornalismo quando è racconto della realtà e non mistificazione ci impone far rilevare alcune miserie umane che offendono un Paese che mostra in certe occasioni il suo lato peggiore.
Gli indagati per la strage del Ponte Morandi che “piangono” lacrime di coccodrillo pagano migliaia di euro ai giornali per esprimere cordoglio e compassione
Il giorno della commemorazione di Genova (dove i familiari dei quattro ragazzi di Torre del Greco non sono andati per scelta, perchè non se la sentivano di fare tappezzeria nel corso di una passerella) c’era l’accorata lettera di Autostrade per l’Italia (Aspi), l’azienda concessionaria del ponte crollato di proprietà della holding dei Benetton, Atlantia. Tra i 74 indagati della strage del Ponte Morandi ce ne sono un bel po’ di personaggi che vengono stipendiati da Autostrade. Ebbene nello stesso giorno in cui sarebbe stato consigliabile il silenzio, il rispetto per i familiari di 43 persone uccise, qualcuno ha “consigliato” ad Autostrade per l’Italia di pagare centinaia di migliaia di euro in pubblicità per pubblicare su quasi tutti i giornali di carta e on line più importanti d’Italia la lettera in cui chi è sotto inchiesta per quel crollo (se andrà tutto bene colposo) una lettera in cui loro (gli indagati) esprimono “il cordoglio e la compassione più sincera per le vittime del crollo e per il dolore dei loro familiari”. E per spiegarci che in “loro” (sempre gli indagati) si va “rafforzando la determinazione a fare sempre di più e meglio per gestire una rete (ndr, la rete autostradale realizzata con i soldi degli italiani) che ha contribuito in modo decisivo allo sviluppo economico e alla coesione sociale del nostro Paese…”.E altro ancora che vi risparmiamo per banalità e assenza di sentimento. Non sappiamo quanto realmente abbia speso Autostrade per pubblicare questa lettera, ma considerato che l’abbiamo letta quasi ovunque (persino su Avvenire, il giornale dei Vescovi e la Gazzetta dello Sport) abbiamo immaginato che l’esborso sia stato sostanzioso.Ma fa niente, i profitti dei pedaggi e i risparmi sulle opere di manutenzione fanno di Autostrade un gruppo ricchissimo di liquidità.
Ecco alcuni dei giornali che siamo riusciti a reperire che hanno pubblicato a pagamento la lettera di Autostrade che ha mandato letteralmente in bestia i familiari delle vittime.
https://www.juorno.it/latto-di-accusa-del-testimone-di-giustizia-ciliberto-autostrade-e-un-potere-pazzesco-compra-anche-giornali-usa-ogni-metodo-e-nessuno-riesce-a-fermarli/
La Lettera di Mattarella al giornale di Genova, Il Secolo XIX, nascosta dai media che percepiscono migliaia di euro in pubblcità e altro da Autostrade per l’Italia
Su un solo giornale, invece, quello di Genova, Il Secolo XIX , c’era la lettera del primo cittadino d’Italia,  Sergio Mattarella. Il testo della lettera del Capo dello Stato, di cui si può essere orgogliosi, non aveva nulla a che vedere con l’ammuina sulla revoca delle concessioni (la vogliono solo quei pazzi visionari del M5S?) e con la retriva e stanca retorica delle celebrazioni delle stragi impunite di questo Paese. La lettera di Mattarella è un durissimo atto d’accusa contro Autostrade per l’Italia, contro la sua catena di comando e proprietaria. C’è un passaggio che vale più di una futura sentenza della Corte di Cassazione (semmai la vedremo) su questa vicenda tanto drammatica quanto penosa per amici, parenti, conoscenti delle 43 vittime innocenti di questa strage che non può non avere mandanti ed esecutori materiali. Scrive il Presidente Mattarella: “Nulla può estinguere il dolore di chi ha perso un familiare o un amico a causa dell’incuria, dell’omesso controllo, della consapevole superficialità, della brama di profitto”. Mattarella è uno dei più illuminati ed equilibrati giuristi di questo Paese oltre ad essere il Capo dello Stato e il Capo della magistratura già che la Costituzione gli affida anche la presidenza del Consiglio Superiore della Magistratura (Csm).  La scelta delle parole da parte di Mattarella non è neutra. Il Capo dello Stato usa titoli di reato (omissioni, omessi controlli, consapevole superficialità) non  espressioni moralistiche in politichese per parlare ai familiari delle persone uccise sul Ponte Morandi.
Tg Lobby che parla dell’incidente di Genova e censura Mattarella
Sui grandi media se n’è parlato poco o per nulla. Per certi versi questa notizia è stata nascosta. Il Tg Lobby nel suo profluvio di notizie marginali, retoriche, inutili l’ha nascosta tra un collegamento con My Way Autostrade per l’Italia, uno spot pubblicitario per alcune trasmissioni finanziate per intero da Autostrade e qualche notiziola marginale sull’inchiesta relativa alla strage. L’imbarazzo era evidente in chi leggeva le notizie. Per il Tg Lobby il caso Morandi è “un incidente”, un “accidente”, una “sciagura”, una “iattura”, non una strage annunciata. Mattarella con la sua lettera ha ripercorso dodici mesi di indagini della Procura di Genova (ufficio inquirente eccellente guidato in maniera egregia dal procuratore Francesco Cozzi). Indagini che hanno fatto emergere  prove documentali a strafottere circa “l’incuria”, “l’omesso controllo” (anche dell’apparato burocratico del ministero delle Infrastrutture, ovviamente), della “consapevole superficialità” e pure della conseguente “brama di profitto”. Mattarella con il coraggio del giurista e del cronista (per conto de Il Secolo XIX) ha rotto un silenzio assordante che da un anno si prova ad imporre sulla tragedia di Genova e su tante altre tragedie simili (quella del viadotto dell’Acqualonga, dei ponti crollati e delle tante morti innocenti di automobilisti inghiottiti in autostrade che franano o viadotti che li seppelliscono in giro per l’Italia).
La galassia di potere e i gruppi di pressione di Atlantia
“Il nuovo ponte – scrive Mattarella – sarà in grado di ricucire e rammendare la ferita inferta dal crollo”, ma “rammendare non significa cancellare: il nuovo ponte ricorderà per sempre quelle vittime innocenti, sepolte tra le macerie di una tragedia causata dall’uomo che si poteva e si doveva evitare”. Il crollo del titolo in Borsa di Atlantia non è figlio delle dichiarazioni di Luigi Di Maio che con coerenza (e pure coraggio) vuole revocare le concessioni ad Autostrade. No, la bomba che è deflagrata a piazza Affari e che fa colare a picco i titoli di Autostrade sono frutto dell’equilibrata e ponderata lettera del primo cittadino d’Italia.  Un anno fa, di fronte alle accuse ad Autostrade di un pezzo del governo e di (una piccolissima) parte della stampa, si parlò di processi di piazza, condanne  sommarie, tribunali del popolo. Ci fu chi parlò anche di attentato al libero mercato con possibili reati commessi da giornalisti liberi. Qualcuno, qualche autorevole commentatore economico che presta servizio in certi giornali e rende consulenze a gettone si avventurò anche a chiedere di verificare se, per caso, Atlantia non fosse stata penalizzata in Borsa scientemente da quei pochi che osano ragionare sullo strapotere di questa holding finanziaria imprenditoriale che si avvale di apparati di lobbying da paura. Qualche giornalista è stato persino accusato di aver fatto morire di crepacuore uno dei tre fratelli Benetton che ha lasciato la vita terrena, pace all’anima sua.
Andate a leggere i nomi di chi lavora nei Cda. Leggete i nomi di presidenti e amministratori delegati di società satelliti che gestiscono pezzi di autostrade italiane. Provate a leggere chi è stato nominato nei Comitati etici, nei gruppi di consulenza di Atlantia, sindaci e revisori dei conti lautamente (e giustamente) ricompensati per i servizi svolti.
Leggerete nomi di ex ministri, ex senatori, ex deputati, giornalisti famosi (per lo stipendio che incassano), ex magistrati di primissimo piano appena andati in pensione e che fino a ieri avrebbero avuto la opportunità di indagare su certe commistioni anche tra camorra e funzionari di Autostrade. Ora vediamo se questi stessi commentatori a gettone in pena per le azioni di Atlantia  muoveranno gli stessi rilievi, le stesse feroci critiche, le stesse denunce al presidente della Repubblica che nella sua lettera ha mosso accuse che assomigliano a sentenze ai vertici di Autostrade sulla strage di Genova.
La caducazione della concessione ad Autostrade finita nel porto delle nebbie della burocrazia italiana
In realtà le parole dell’ inquilino del Colle, così nette e definitive, riportano la discussione dove deve stare: è accettabile che Autostrade abbia ancora la concessione su 3mila chilometri di corsie? Il 14 agosto del 2018, pochi minuti dopo quella strage, Giuseppe Conte, il premier che il leader della Lega Matteo Salvini vorrebbe “cappottare” subito, scrisse su Facebook: “È chiaro che ci sono responsabilità e la giustizia dovrà fare il proprio corso per accertarle. Ma il nostro governo non può rimanere ad aspettare. Per questo abbiamo deciso di avviare le procedure di revoca della concessione alla società Autostrade”. Appena tre giorni dopo, Palazzo Chigi diramò un comunicato in cui spiegava che il presidente Conte “ha formalmente inoltrato ad Autostrade per l’Italia la lettera di contestazione che avvia la procedura di caducazione della concessione”. Caducazione della concessione, è questa la espressione precisa usata da Giuseppe Conte ovvero da un avvocato tra i più bravi del Belpaese, non uno sfessato che campa di politica e che gira l’Italia per fare propaganda elettorale. Da allora “l’avvocato del popolo” è stato spesso dipinto da certi commentatori (gli stessi che scrivono a gettone) come “burattino di Salvini e Di Maio”, segretario dei leader della maggioranza gialloverde, uno “in conflitto di interessi” per motivi che nessuno ha mai spiegato, un folle, un politico improvvisato ed altre porcherie che lui ha subìto in silenzio, anche senza ricorrere alla querela che in molti casi sarebbe stato lo sbocco giusto a certe propalazioni venefiche a mezzo stampa.
Le indagini della procura di Genova e le contestazioni del Presidente Mattarella che assomigliano ad una sentenza
In un anno, a parte le indagini della Procura di Genova (toh, la stessa che ha svelato la truffa da 49 milioni di euro della Lega sui contributi pubblici che si sono fottuti, che dovrebbero restituire e che hanno fatto sparire), l’apparato burocratico dello Stato che dovrebbe dare corso agli indirizzi politici del Governo (Conte ha avviato la procedura di ceduazione della concessione) ha partorito poco o nulla. C’è un parere giuridico di 62 pagine chiesto dal ministro Danilo Toninelli ad una commissione di esperti e consegnato quasi due mesi fa, che in sostanza consiglia al Governo la revoca per “grave inadempimento” smontando anche la miserabile teoria secondo cui, se si procedesse, bisognerebbe pagare miliardi di penali ad Autostrade.
Nel frattempo, però, qualcuno ha consigliato al capo politico grillino Luigi Di Maio (che forse dovrebbe fare a meno di qualche consigliere che consiglia male), nella veste di ministro dello Sviluppo, di invitare la Holding Atlantia dei Benetton a partecipare alla cordata per il salvataggio di Alitalia. Ieri, a spiegare quale fosse il clima nel defunto governo gialloverde, è stato con inconsueta sincerità Matteo Salvini. Il ministro dell’Interno, che avete visto spesso nella diretta di Rai 1 sulla commemorazione di Genova alle prese col suo smartphone a scrivere mentre Bagnasco predicava, che “è squallido che in una giornata come questa ci sia qualcuno che parla ancora di Autostrade, di Benetton. Chi sbaglia paga, ma non faccio né il giudice, né l’ingegnere, né l’avvocato, anche perché sono tutte partite gestite da ministri 5 Stelle”. E questo l’ha detto mentre i familiari delle vittime hanno chiesto singolarmente e con la loro rappresentante a che punto sono “le procedure di revoca della concessione”. E sarebbe bello sapere che cosa ne pensa Salvini delle idee del presidente Mattarella, che nella sua lettera a Il Secolo XIX, ha ricordato a tutti noi (anche a lui) che “rammendare non significa cancellare”. E l’ha detto senza aspettare il giudice.
Ecco il testo della lettera del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella a il Secolo XIX
Caro senatore Piano, caro direttore Ubaldeschi, vi ringrazio per l’ invito a scrivere, sul quotidiano dei genovesi, un breve saluto nel giorno della commemorazione delle quarantatré vittime del crollo del Ponte Morandi, che tanti lutti, tante sofferenze e tante difficoltà ha creato alla operosa città di Genova e ai suoi abitanti.
Ci separa da quel tragico avvenimento un anno che non è trascorso invano.
Un progetto di nuovo ponte, lineare, solido e bellissimo, è pronto e già sono stati avviati lavori per la sua costruzione. Il nuovo ponte sarà in grado di ricucire, anzi, per usare un termine caro a Piano, di “rammendare” la ferita inferta dal crollo, riconnettendo una città spezzata, non solo materialmente, in due.
Rammendare non significa cancellare. Il nuovo ponte ricorderà per sempre quelle vittime innocenti, sepolte dalle macerie di una tragedia, causata dall’ uomo, che si poteva e doveva evitare. Nulla può estinguere il dolore di chi ha perso un familiare o un amico a causa dell’ incuria, dell’ omesso controllo, della colpevole superficialità, della brama di profitto.
https://www.youtube.com/watch?v=bl-9OkXXZA0

Giornalista. Ho lavorato in Rai a Cronache in Diretta. Ho scritto per Panorama ed Economy, magazines del gruppo Mondadori. Sono stato caporedattore e socio fondatore assieme al direttore Emilio Carelli di Sky tg24. Ho scritto libri: "Monnezza di Stato", "Monnezzopoli", "i sogni dei bimbi di Scampia" e "La mafia è buona". Ho vinto il premio Siani, il premio cronista dell'anno e il premio Caponnetto.

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Cronache

Carceri allo sbando, l’altra drammatica emergenza nazionale: subito soggetti capaci con i poteri necessari, altrimenti salta tutto

Catello Maresca

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Oggi anche il Santo Padre ha chiesto di intervenire sulla questione delle carceri.
Si sono già espressi magistrati, avvocati, sindacati della polizia penitenziaria, garanti e associazioni di varia natura ed estrazione.  Negli ultimi giorni abbiamo assistito a rivolte in tutte le carceri d’Italia. Abbiamo contato 14 detenuti morti nei tumulti. Assistito a fughe di massa di detenuti e alla devastazione di penitenziari con danni accertati per milioni di euro. Visto in tv agenti della polizia penitenziaria feriti o sequestrati da delinquenti che poi sono evasi. Appreso di detenuti positivi al covid 19 lasciati nelle celle come se nulla fosse, agenti infettati e in qualche caso deceduti per effetto del contagio.

Carceri polveriere. Momenti delle rivolte delle settimane scorse

Che cosa si sta aspettando?
Non c’è bisogno di avere capacità politiche, cultura, lungimiranza e sapienza (ingredienti indispensabili del buon politico, come ben detto in un articolo del Riformista dal titolo “A rischio rovina/ Il dramma di avere un Paese in mano agli sconosciuti di Piero Sansonetti, per capire che si deve intervenire “ieri”, perché oggi già è troppo tardi.
Mi sembra davvero assurdo che a distanza di due mesi dalla dichiarazione dell’emergenza sanitaria non esista ancora un piano strategico sulla questione carceraria.
Bisogna nominare subito un comitato tecnico o un commissario per l’emergenza.  Ma soprattutto si devono prevedere poteri speciali di intervento. Non c’è bisogno di indulti o di amnistie, ma di un po’ di buon senso e di lungimiranza.
Le misure previste dagli artt. 83 e 123 del D.l. del 18 marzo (il cosiddetto “Cura Italia”), aldilà del titolo, non curano proprio niente.
Le misure non hanno avuto l’impatto “sperato” come molti di noi prevedevano.
Pochi detenuti stanno uscendo dal carcere, peraltro, senza un ordine o una strategia chiara. Dal penitenziario di Milano Opera è stato liberato il primo ex detenuto al 41 bis. E molti anche ergastolani aspirano alla detenzione domiciliare. Ma il problema del sovraffollamento resta. Chi conosce l’ambito carcerario sa che anche scarcerando 20 mila detenuti le condizioni sostanzialmente non muterebbero.
E noi rischiamo di fare la fine della Colombia.
Bisogna agire subito, con un piano straordinario per le carceri, su alcuni profili tecnici.
Me ne vengono subito in mente alcuni che riguardano:


Ambito organizzativo/sanitario
1. Prioritaria è la tutela delle vite umane ( personale della polizia penitenziaria e platea dei reclusi) attraverso presidi sanitari idonei; tra questi la necessità di avviare immediatamente un piano di test massivi con tamponi su tutta la popolazione carceraria, anche ricorrendo a laboratori privati esterni (che hanno già in più Regioni dichiarato la propria disponibilità);
2. Si devono prevedere misure organizzative generali, con piani di rimodulazione della dislocazione dei detenuti su tutto il territorio nazionale; verificando anche la possibilità di riutilizzare Istituti dismessi come Pianosa o l’Asinara; nell’ambito di tale intervento bisogna prevedere specifiche misure per i detenuti in regime di 41 bis ed alta sicurezza;
3. Bisogna poi prevedere misure organizzative interne con presidi medici adeguati ( i cosiddetti Centri Diagnostici Terapeutici o CDT) e sezioni detentive dove poter trasportare e curare i detenuti dichiarati positivi al virus, nonché strutture idonee alla quarantena con isolamento per i casi asintomatici.  Analoga previsione deve valere per il personale della polizia penitenziaria.

Il carcere di Poggioreale. Uno dei tanti corridoi della struttura di reclusione napoletana in una foto di archivio di Mario Laporta

Fronte di ordine pubblico
1. Sul piano, invece, della necessità di ripristinare e di garantire l’ordine pubblico, occorre riportare la disciplina nelle carceri attraverso la previsione di specifici delitti di danneggiamento e sommossa, e la previsione di aggravanti speciali per i reati (resistenza, lesioni, etc.) se commessi ai danni della polizia penitenziaria e all’interno di Istituti di detenzione e pena;
2. Bisogna individuare specifici protocolli di sicurezza distinti per tipologia di detenuti;
3. Si devono prevedere incentivi e premi (già previsti nel settore) per il personale di polizia penitenziaria per l’attuazione di specifici protocolli di gestione dell’ordine interno alle strutture carcerarie.

Amministrazione penitenziaria. Il ministro Guardasigilli Bonafede con il capo del Dap Basentini e un poliziotto della penitenziaria

La storia ci insegna che il carcere è spia del disagio sociale e spesso ciò che accade in carcere anticipa gli eventi esterni. Questo dovrebbe spingere ad intervenire con ancora maggiore tempestività ed efficacia.Vi prego, ve lo chiedo da uomo di diritto, individuate soggetti tecnicamente attrezzati e date loro i poteri necessari per intervenire prima che sia troppo tardi.

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Diego, 3 anni, scivola nel fiume e muore: suo nonno in zona rossa ad Ariano non potrà salutarlo

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Il suo corpicino è stato trovato in un canneto vicino al fiume Bradano: Diego, tre anni appena si era allontanato dalla sua casa in contrada Marinella, Metaponto, quasi al confine con la provincia di Taranto. Stava giocando con i cani quando è sparito: di lui si sono perse le tracce per 24 ore. Era riuscito ad aprire il cancello e ad uscire: quando la mamma si è accorta che sia il bambino che i cani non c’erano più ha iniziato a cercarlo urlando il suo nome, dopo poco sono arrivati anche il padre del bambino ed altre persone. Niente. Nessuna traccia del piccolo. Lanciato l’allarme sul posto arrivano forze dell’ordine,vigili del fuoco e volontari. Provano a raggiungere il paesino dove il bambino andava all’asilo, Ginosa Marina ma Diego non si trova, passano le ore e i cani che nel frattempo sono tornati vanno sempre al fiume.
Fino al tragico ritrovamento. Il bimbo non ce l’ha fatta, forse è scivolato nell’acqua ed è annegato. Il presidente della regione Basilicata Vito Bardi parla di una “tragedia che ci coglie impreparati”, una tragedia che ha colpito anche la conduttrice del TgR Basilicata, Maria Vittoria Morano, che mentre leggeva la notizia si è messa a piangere.
Suo nonno invece non potrà neppure vedere il suo nipotino per l’ultima volta: vive ad Ariano Irpino, paese dichiarato zona rossa

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Epidemia e crisi sociale al sud, De Luca e de Magistris paghino anni di arretrati ai volontari del terzo settore che aiutano i bisognosi

Ciro Corona

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Nulla era scontato ma tutto prevedibile. Mentre il mondo è alle prese con misure di restrizioni per contrastare il COVID-19, nel sud dell’Italia la Pandemia si è già trasformata in carestia e siamo appena alla terza settimana di restrizioni. Gli Italiani, dopo aver esaurito l’entusiasmo motivante e folcloristico dei canti ai balconi, degli hastag sui social e delle ricette culinarie scaricate dalla rete, ora si ritrovano con le tasche vuote, hanno difficoltà a mettere il piatto a tavola, a progettare la sopravvivenza della singola giornata, a fare la spesa. Il problema sociale e quello economico si presentano in modo problematico.
Vanno apprezzati gli sforzi Istituzionali del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte alle prese con gli equilibri economici e politici europei, le proposte degli schieramenti politici ma il Sud, l’Italia, necessita di azioni di sussistenza urgenti e seri. Il “Cura Italia” ad oggi non è incisivo. A Palermo e Napoli, le due capitali del sud, si sono già verificati diversi episodi di “disobbedienza” dettati dalle necessità economiche, manifestati col rifiuto di pagare la spesa nei supermercati e con le richieste di aiuto economico alle forze dell’ordine. La scelta diventa violare la Costituzione per sopravvivere, rinunciare al diritto alla salute per quello alla sopravvivenza. Lo spettro delle mafie per comperare aziende in crisi e riciclare soldi o di incentivare prestiti e usura è alla porta. A lanciare l’allarme è il Procuratore  Nicola Gratteri.

La denuncia di Gratteri. Le mafie potrebbero soffiare sulla protesta sociale al Sud 

In serie difficoltà i professionisti con partita Iva, “mercatari”, venditori ambulanti, disoccupati, operatori sociali. Il sostegno economico diretto, speciale e temporaneo, potrebbe essere la risposta immediata, andando nel contempo a potenziare il servizio INPS. Un discorso a parte merita il sostegno al terzo settore, lasciato a morire nonostante sia attivo gratuitamente anche in questo periodo di quarantena, con la distribuzione delle spese solidali, per esempio. Centinaia di realtà sociali che assistono disabili, anziani, migranti, minori, dopo l’emergenza non riapriranno con la conseguente mancanza di assistenza per le fasce più “a rischio” e il licenziamento di centinaia di operatori. Alla misura di elemosina solidale emanata con l’ultimo decreto, per questi ultimi, bisogna rispondere con un impegno politico dei Comuni e delle Regioni. In caso di concessione di sforamento del Patto di stabilità infatti, il Sindaco di Napoli Luigi de Magistris e il presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca, possono fare da “apripista” per l’intero sud, azzerare la lista del “cronologico” dei pagamenti e pagare i due anni di arretrati alle realtà sociali. Soldi che al terzo settore spettano per prestazioni effettuate, molte ancora in corso, da due anni. Centinaia di migliaia d’euro che permetterebbero al terzo settore di pagare stipendi arretrati, far partire progetto di sostegno sociale, evitare licenziamenti e chiusure. Occorre agire. Il Governo faccia la sua parte, i Comuni e le Regioni, con le ASL, la loro.

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