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Lorenzo Fioramonti già si è pentito delle dimissioni, anzi sperava che Conte non le accettasse

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“Un passo indietro di Di Maio dalla guida del MoVimento? Il M5s soffre di problemi strutturali, una sostituzione al vertice non risolve il problema. Non vorrei si trovasse con lui un capro espiatorio per giustificare gattopardescamente che tutto cambi perche’ nulla cambi”. E così l’ex ministro Lorenzo Fioramonti, espulso dai cinquestelle, viene invitato a Mezz’Ora in Piu’ su Rai Tre. “Chi comanda nel M5S? Dopo due anni di militanza e di attivita’ non so ancora rispondere a questa domanda – ha risposto -. Le potrei dire che comanda Luigi Di Maio con 3-4 persone intorno a lui. Amici, persone di cui si fida, non persone elette, individuate in modo trasparente. Sicuramente non comandano quasi nulla i parlamentari, tantomeno i ministri. Sicuramente non si decide su Rousseau, tranne cose banali. Quindi non lo so, non lo so davvero”. “In dieci mesi secondo loro dovrei restituire 7 mila euro al mese – ha detto l’ex  ministro -. La mancanza di trasparenza vuol dire anche rendere impossibile contrastare le fake news. Dall’anno scorso noi abbiamo deciso di non restituire piu’ perche’ siamo passati da un conto dello Stato a un conto privato intestato a tre persone, ai due capigruppo e a Luigi Di Maio. Chi gestisce questi soldi? Non lo sappiamo. Ma sono conti su cui giacciono milioni di euro”. Quanto alla storia delle dimissioni da ministro, Fioramonti risponde in maniera a dire poco comica. “Le mie dimissioni nascono da lontano, ma non mi aspettavo che mandando la lettera a Conte le dimissioni venissero accettate. Una lettera di un ministro non vuol dire che le dimissioni debbano essere accettate! Per me era un modo per dire faccio sul serio, sono serio su questa cosa”. Cioè lui minacciava di dimettersi un giorno sì è un giorno pure talvolta per nobili motivi, ma quando poi ha infine deciso di dimettersi sul serio, sperava che la sua lettera ufficiale di dimissioni non fosse accettata. Poi però, peccato per lui, qualcuno l’ha resa pubblica. Per ora Fioramonti si gode ospitate ovunque come ex grillino, anche se qualcuno lo usa come grullino ovvero come utile… per fare male al suo ex M5S.

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La “coalizione baraonda De Luca”: nomi, liste, listarelle e affari di famiglia in vista delle elezioni regionali

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Ci sono quelli della sinistra più rivoluzionaria e massimalista, le anime belle della sinistra moderna e governista, gli ipergarantisti, i giustizialisti epigoni del dipietrismo, i centristi riformisti, il partito degli assessori, i leader nazionali del cattolicesimo democratico. Ci sarà un pezzettino di destra sociale nostalgica di Gianfranco Fini scacciata da Giorgina Meloni. Ci saranno un po’ di figli di papà e mammà, liste civiche presidenziali e infine la vecchia Balena Bianca che ritorna alla grande tutta assieme appassionatamente.

La ricandidatura di Vincenzo De Luca, 0’ governatore, così lo appellano i sostenitori, è una banale formalità. Che per questione di forma ha formalizzato facendo firmare un documento dai rappresentanti di 18 liste, per ora, comprese le due civiche Campania libera (Tommaso Casillo) e De Luca presidente guidata dall’assessore regionale Lucia Fortini. Alla firma del documento di adesione alle tesi della “concretezza amministrativa” e alla “gran cassa dell’uomo solo al comando che ha preso a mazzate il virus” c’erano decine di brave persone, molte anche assai anziane, pensionati, nonni che in passato si sono guardati in cagnesco e si sono pure insultati in altri teatrini della politica. Oggi però sono tutti assieme. Il loro collante filosofico, ideologico, il loro leader è Vincenzo De Luca. Diciotto liste (per ora), una falange armata che sulla carta non incontrerà alcuna resistenza nel riconquistare in libere elezioni democratiche Palazzo Santa Lucia.

Il regista. Fulvio Bonavitacola è l’uomo del presidente

A gestire questa folla plaudente che vuole arruolarsi nell’esercito di 0’ governatore c’è l’avvocato Fulvio Bonavitacola, amico-compagno di tante avventure, non solo politiche. La sigla del documento di adesione totale alle tesi attuali e a quelle future che verranno in mente a De Luca è avvenuta nella sala Calipso della Stazione Marittima di Napoli. Nella stessa sala Calipso, a giurare fedeltà a De Luca, seduti uno accanto all’altro c’erano esponenti del centrodestra come il sindaco di Benevento Clemente Mastella (la moglie Sandra è senatrice di Fi), il presidente dell’Asi Napoli, Giosi Romano, ex berlusconiano pentito. La linea politica, la mozione degli affetti politici a De Luca è tracciata da un navigato e bravo Clemente Mastella (un gigante della politica in una riunione dove ci sono molti nani, ballerine e qualche figurante). Mastella sarà della partita se faranno almeno il 90 per cento delle cose che per lui sono indispensabili per una battaglia politica vincente. Ed ha posto già condizioni. Intanto la firma di un documento di programma che De Luca dovrà approvare e poi rispettare. Poi, sempre Mastella, ha già fatto sapere che non vuole troppe liste civiche ma simboli di partito. L’ex ministro della Giustizia oggi sindaco di Benevento ha però voluto accontentare, almeno a livello semantico, quelli del Pd arrivati in sala con una delegazione. Ha promesso che in campagna elettorale, se lui sarà della partita, parlerà di “campo largo” per definire la coalizione baraonda. Ai Dem della Campania piace un sacco questa definizione. Insomma, questa è la linea politica per riportare (far restare) De Luca alla Regione: prendere o lasciare. Il regista è Fulvio Bonavitacola, l’eminenza grigia o azzurrina (Enrico Letta ci perdoni, ma Mastella è un animale politico niente male) è Clemente Mastella. Ci sono anche due supervisori di lusso, altri due animali politici che faranno un po’ da guardiani della restaurazione: Ciriaco De Mita e Paolo Cirino Pomicino. Che come tutti sanno si sono sempre più o meno politicamente schifati. Diciamo che “schifati” non è un termine chic, ma non sappiamo trovarne uno migliore. Chiediamo scusa, dunque, ai deboli di stomaco. L’ex premier filosofo della Magna Grecia ha già avuto rassicurazioni da ‘o governatore di un posto alla figlia Antonia, oggi in affari a Roma con una società di marketing che offre servizi al Qui rinale. C’è da trovare qualcosa pure per il nipote Giuseppe De Mita, che ieri non c’era ma “è un sostenitore di questa iniziativa” si è affrettato a far sapere Bonavitacola. In questa riunione di coordinamento, dove tutti i leader, leaderini, vecchi e nuovi cacicchi si sono conosciuti, hanno potuto ascoltare Mastella parlare di politica e ottenuto rassicurazioni che figli, figlie, amori, mogli e “tengo famiglia” avrebbero trovato una collocazione, hanno avuto anche l’onore e l’onere di apporre la loro firma ad un ‘documento politico e pre-programmatico’ dal titolo vagamente democristiano (non è una offesa, manco ironia) “Intesa politica per le elezioni regionali”. Un documento in cui non c’è scritto nulla, ma davvero nulla, dove però si precisa che  “la nuova stagione consiliare dovrà dare nuovo impulso all’identità regionale, con pieno e convinto sostegno per la conferma di Vincenzo De Luca”. Cioè nulla.

E pure è tanta roba circa i contenuti programmatici del documento illustrato da Mastella con la regia di Bonavitacola. Ah, la linea (che ancora non c’è ma verrà spiegata tra qualche settimana)  è stata approvata poi all’unanimità dai presenti. Chi erano i presenti? Tanti, tantissimi perchè 0’ governatore De Luca gode da sempre di stima, di un amore, di una accettazione quasi fideistica delle sue tesi da quanti oggi lo sostengono. Per il Pd c’erano in primissima fila (De Luca è “l’orgoglio del Pd al Sud” per la sua concretezza amministrativa) il segretario regionale filosofo Leo Annunziata e la sua vice Armida Filippelli.

C’erano Francesco Dinacci e Michele Gravano in rappresentanza di Articolo 1. I renziani  Giovanni Palladino e Michela Rostan per Italia Viva. La lista futura “Noi Campania con Mastella” con Luigi Barone e Luigi Nocera. Pare possa esserci anche “Più Europa” ma  Bruno Gambardella che era presente non ha ancora il permesso di esibire le insegne. Michele Tarantino rappresentava il Psi. Enzo Varriale è il condottiero dei Moderati. Il suocero di Varriale, Nello Formisano, tirerà su una lista che si chiama Demos. C’è ancora Salvatore Piro per i Repubblicani. I Verdi hanno mandato avanti Dino Di Palma e Fiorella Zabatta. Il loro leader Francesco Emilio Borrelli era a corto di Malox ed ha preferito non gustare ancora la pietanza servita. Poi c’è il Centro Democratico di Raimondo Pasquino. Altri Repubblicani, i Repubblicani democratici di Giuseppe Ossorio. Sono della partita anche il Partito Animalista di Vincenzo Ferrara. Gioacchino Alfano correrà o farà correre qualcuno con Alleanza per i territori.  Giosi Romano insieme all’assessore regionale alle Attività produttive Antonio Marchiello hanno inventato “Fare democratico”.

Antonia De Mita. Sarà lei la stella nascente della politica irpina?

Diciamo che al momento queste sono le liste che hanno già siglato la loro adesione. Per chiudere il cerchio e rappresentare al meglio tutte le “esperienze e sensibilità regionali” (così pare si dica) mancano ancora una lista vegana, una lista arcobaleno e forse, per essere politicamente corretti, un qualche movimento che si ispiri in qualche modo all’Islam moderato che pure non ci starebbe male. Mancano ancora molte settimane, c’è tempo per provare a completare la “coalizione baraonda”. Ovviamente il programma politico è importante. Non bisogna scriverlo però. Già c’è. Basta prenderne uno qualunque aggiornato in questi anni. L’importante è parlare di Fisco regionale equo, lavoro, sicurezza, salubrità dell’ambiente spendendo i soldi della Terra dei Fuochi che per De Luca è una invenzione ma è utile e la sburocratizzazione. Sulla sburocratizzazione e la concretezza amministrativa ci si gioca tutto. Molti si sono già giocati la faccia e una vita intera di “coerenza”.

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Voto dl scuola a rischio, centrodestra fa ostruzionismo

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Il governo incassa la fiducia sul decreto scuola ma rischia di farlo decadere a causa dell’ostruzionismo del centrodestra che sta rinviando il voto finale: obiettivo impedire il voto finale sul decreto entro sabato, il che implicherebbe la sua decadenza. Un incidente che nelle intenzioni, specie di Lega e Fdi, dovrebbe essere il primo passo per chiedere le dimissioni del ministro Azzolina, con l’auspicio che cio’ costituisca il primo passo per una crisi di governo. Il Regolamento della Camera, diversamente da quello del Senato, distingue il voto di fiducia da quello finale sul decreto. Nella prima votazione il governo ha incassato nel pomeriggio 305 si’ contro 221 no e 2 astenuti, ed anche nel voto finale non avrebbe problemi di numeri. Tuttavia devono essere illustrati, discussi e votati 188 ordini del giorno, vale a dire quei documenti di indirizzo al governo che riguardano l’applicazione del decreto. Nella seduta notturna che si esaurisce la fase della loro illustrazione, mentre la discussione e il voto e’ prevista a partire dalla mattina alle 9. Su ogni ordine del giorno ciascun gruppo ha diritto di intervenire per cinque minuti, e ciascun deputato puo’ poi esprimere il proprio dissenso dalla linea del gruppo. Il Regolamento non prevede contingentamento dei tempi. Sfruttando al massimo i tempi, e puntando sul fatto che l’Aula deve essere deve essere sanificata ogni tre ore, il centrodestra ritiene di avere buone chance di far saltare il voto finale non solo entro venerdi’ ma anche entro sabato, dando cosi’ la spallata al decreto. La maggioranza potrebbe replicare con una seduta fiume. Una possibile capigruppo potrebbe sancire la rottura o l’accordo tra maggioranza e opposizione.

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Opposizione boccia riforma Csm, ‘proposte irricevibili’

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Parte in salita il confronto del ministro della Giustizia con l’opposizione sulla riforma del Csm e dell’ordinamento giudiziario, che Bonafede continua ritenere “non rinviabile”, dopo le nuove intercettazioni legate al caso Palamara, che stanno facendo fibrillare ancora la magistratura. A certificare il fallimento del primo faccia e faccia sono i capigruppo in Commissione Giustizia al Senato dei tre partiti del centro-destra, Senato Simone Pillon (Lega), Giacomo Caliendo (FI) e Alberto Balboni (FdI). “Le proposte del ministro Bonafede agli esponenti di centrodestra sono irricevibili, nel merito e nel metodo” affermano in una nota congiunta, diffusa a distanza di ore dal vertice, in cui definiscono la riforma “assolutamente insufficiente e non risolutiva”. Dal ministro “le opposizioni sono state semplicemente informate ma non coinvolte e, fatto ancora piu’ grave, per l’ennesima volta il governo intende usare lo strumento della legge delega e successivo decreto legislativo di competenza del governo”, protestano i rappresentanti del centro-destra. Una presa di posizione che sembra prendere in contropiede il ministro.

“Rimango stupito nell’apprendere che secondo gli esponenti delle opposizioni avrei fatto proposte irricevibili: oggi e’ stata una giornata di ascolto e di confronto che, almeno finche’ erano dentro al Ministero, e’ stato costruttivo” replica il Guardasigilli, che assicura di essere assolutamente aperto al dialogo. “Questa legge non parte da pregiudizi ideologici, tutti possono contribuire per raggiungere gli obiettivi che ci siamo posti: porre al centro il merito, mettere fine alle degenerazioni del correntismo e separare nettamente politica e magistratura”, garantisce annunciando che venerdi’ incontrera’ i rappresentanti di avvocati e magistrati e che dopo un nuovo vertice di maggioranza, tornera’ a incontrare le opposizioni. Tre le richieste che il centro-destra ha messo sul tavolo: membri togati del Csm eletti per sorteggio; proporzioni invertite tra i componenti rappresentativi dei magistrati e i laici, che non sarebbero piu’ indicati dal Parlamento, ma dagli avvocati e dai professori universitari in materie giuridiche; separazione delle carriere. “Le risposte che ci verranno date saranno la cartina di tornasole della reale volonta’ della maggioranza di fare riforme condivise”, avverte il responsabile Giustizia del Pd Enrico Costa. Quello che e’ chiaro, dal nuovo giro di confronti annunciato dal ministro, e’ che la riforma non andra’ al Consiglio dei ministri in questa settimana.Anche perche’ se nella maggioranza c’e’ un sostanziale accordo sul testo, resta qualche questione aperta: come la ineleggibilita’ al Csm dei parlamentari, ipotesi che vede contrari Pd, Leu e Italia Viva, che vorrebbero escludere dai membri laici del Csm solo chi proviene dal governo. E in campo entrano anche nuovi possibili dettagli sul sistema elettorale del Csm, che sara’ un doppio turno maggioritario. Come quella su cui spinge il ministro di prevedere che il ballottaggio, tra i candidati che non hanno raggiunto la maggioranza prescritta, avvenga a strettissimo giro, in modo da evitare gli accordi sotto banco delle correnti. Correnti che ormai agiscono come “sistema di potere”, come ha riconosciuto lo stesso Palamara che in un’intervista a Porta a porta ha ammesso che “si va al Csm e all’Anm se si e’ indicati dalle correnti”,ha chiesto scusa ai magistrati estranei a queste logiche, ma ha escluso di aver fatto “favori”. Domani intanto proprio il Csm dovra’ decidere se dare il suo via libera al nuovo capo di gabinetto di Bonafede Raffaele Piccirillo, destinato a succedere a Fulvio Baldi, che si e’ dimesso per le sue chat con Palamara. Il voto ,previsto per oggi, e’ slittato. E l’esito non e’ affatto scontato.

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