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John Bolton, ultima vittima di Trump alla Casa Bianca

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La partenza di John Bolton (nella foto) allunga la lista record di alti dirigenti che hanno lasciato l’amministrazione Trump, tra dimissioni e licenziamenti. Bolton era gia’ il terzo consigliere per la sicurezza nazionale, dopo Michael Flynn, costretto ad abbandonare per il Russiagate, e H.R. McMaster, entrato in conflitto con il ‘commander in chief’. L’elenco e’ lunghissimo, con un turnover senza precedenti nel primo mandato presidenziale, dove il tycoon continua a tagliare teste gridando “you’re fired” come nel popolare reality show “The Apprentice” che conduceva in passato. Tra le vittime piu’ illustri figurano l’ex segretario di stato Rex Tillerson, l’ex capo del Pentagono Jim Mattis, l’ex procuratore generale Jeff Sessions, l’ex capo dell’Fbi James Comey e il suo vice Andrew McCabe, l’ex capo della National Intelligence Dan Coats, il capo di gabinetto John Kelly, l’ex capo stratega Steve Bannon, l’ex consigliere economico Gary Cohn. Anche il portavoce della Casa Bianca e’ cambiato tre volte: ora c’e’ Stephanie Grisham, dopo Sarah Sanders e Sean Spicer. Sono stati costretti a dimettersi la ministra dell’interno Kirstjen Nielsen, l’avvocato della Casa Bianca Donald F. McGahn, l’altro capo di gabinetto Reince Priebus, la direttrice delle comunicazioni della Casa Bianca Omarosa Manigault Newman. Hanno lasciato invece l’ex ambasciatrice all’Onu Nikki Haley, la vice consigliera per la sicurezza nazionale Dina H. Powell, i direttori delle comunicazioni della Casa Bianca Antony Scaramucci e Hope Hicks. L’elenco, che continua con nomi meno noti e posizioni meno importanti, e’ di certo destinato ad arricchirsi prima della fine del primo mandato di Trump.

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In India folla inferocita per offese a Islam,3 morti

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E’ finito nel sangue il tentativo della polizia indiana di placare la folla inferocita contro un ragazzo che rischiava il linciaggio per aver pubblicato sui social un post “blasfemo, contro l’Islam”. L’intervento degli agenti, con le armi, ha lasciato sul terreno almeno tre morti e 65 feriti. “Quel ragazzo ha rischiato il linciaggio: e’ triste avere usato le armi, ma non c’erano alternative”, si e’ giustificato parlando con i media Kamal Pant, Commissario distrettuale di polizia e raccontando che tra le 65 persone ferite ci sono almeno 60 agenti. Secondo la ricostruzione delle autorita’, i disordini sono scattati per un post offensivo nei confronti di Maometto, divenuto virale sui social. In poche ore, quasi mille persone hanno assediato l’abitazione di un parlamentare del partito del Congresso, R. Akhanda Srinivasamurthy, parente del giovane che ha firmato il post, lanciando pietre e cercando di dare fuoco alla casa del politico. E, quando si e’ diffusa la notizia che l’autore della frase era in arresto, i manifestanti hanno assaltato il commissariato, devastandolo, e dando fuoco a varie automobili. A quel punto, la polizia ha risposto con lacrimogeni e spari a vista, gettando ancora una volta nella costernazione l’opinione pubblica indiana, per il frequente uso delle armi da parte di chi ha compiti di protezione. Tra i primi a prendere le distanze dall’operato degli agenti il saggista e parlamentare del Congresso Shashi Tharoor, che, in un tweet, ha ribadito il profondo rispetto del suo partito verso tutte le fedi, ma ha aggiunto che non e’ accettabile che gli agenti uccidano. Dopo il ritorno della tranquillita’, e 110 arresti, a Bangalore e’ stato imposto da il coprifuoco con le strade presidiate da contingenti delle squadre speciali anti sommossa. La comunita’ musulmana ha comunque dimostrato di non essere tutta disposta allo sfogo della rabbia: nel 1986, per un altro articolo ritenuto “offensivo”, uscito su un giornale in lingua inglese scoppiarono tumulti e rivolte che tennero la citta’ in tensione per quasi una settimana. Questa volta, nelle stesse ore in cui interi quartieri di Bangalore diventavano un inferno, un centinaio di musulmani ha creato una catena umana attorno al tempio di Hanuman, uno dei luoghi sacri indu’ piu’ noti. “Siamo qui per proteggerlo”, dicono in un video divenuto anch’esso virale: “Non accettiamo gli insulti verso il Profeta e pretendiamo che il colpevole venga punito, ma rifiutiamo ogni violenza”.

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Tycoon cinese Lai confessa 100 amanti e 260mln tangenti

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Di Lai Xiaomin restera’ scolpita nell’immaginario collettivo cinese la grande stanza di uno dei suoi appartamenti imbottita di 200 milioni di yuan in contanti, del peso di circa tre tonnellate, mostrata in un documentario a inizio anno dalla tv statale Cctv, parte di una serie dedicata a cinque casi clamorosi di corruzione. Economista di formazione, Lai e’ stato per anni il potente presidente di China Huarong Asset Management, uno dei quattro colossi di gestione dei crediti deteriorati, trasformato in un feudo privato: martedi’ ha confessato gli addebiti contestatigli all’apertura dell’udienza dinanzi alla Second Municipal Intermediate People’s Court di Tianjin. Ha ammesso di aver preso mazzette e di essersi appropriato indebitamente di risorse per 260 milioni di dollari nell’attivita’ svolta negli ultimi 10 anni da civil servant, prima della rimozione dalle cariche ad aprile del 2018 per le “gravi violazioni delle regole disciplinari e delle leggi”, secondo la formula classica usata dalla Commissione centrale per l’ispezione disciplinare, la temuta Anticorruzione del Partito comunista cinese, per indicare la corruzione. Mentre pochi mesi dopo, maturo’ la conseguente espulsione dal Pcc. Lai ha anche riconosciuto la bigamia e il mantenimento di due figli illegittimi, parte di un profilo “criminale” tracciato gia’ due anni fa dal lavoro dell’Anticorruzione, gettando le basi per la definizione affibbiatagli di “piu’ corrotto tra i corrotti”. Le indagini avevano fatto emergere che Lai, 58 anni ed ex capo del Dipartimento di supervisione bancaria della Banca centrale cinese (Pboc), aveva tra l’altro usato le risorse, accantonate in numerosi conti correnti bancari, per foraggiare e mantenere oltre cento amanti, molte delle quali assunte nel gruppo che presiedeva. Nella sua dichiarazione finale, Lai, un po’ appesantito e coi capelli brizzolati, ha ammesso le responsabilita’ e ha “espresso rimorso” per le malefatte, hanno riferito i media locali dando spazio all’ultimo e clamoroso caso della campagna anti-corruzione lanciata dal presidente Xi Jinging. L’udienza, tenutasi a porte aperte e conclusasi piuttosto velocemente, ha definito i presupposti per un verdetto che la corte pronuncera’ nell’ immediato futuro. Sara’ ragionevolmente esemplare, come in tutti i casi destinati a essere un monito, a segnalare che la campagna contro la corruzione sia nel Pcc sia nell’amministrazione statale, fortemente voluta dal presidente Xi Jinping per rafforzare il suo consenso, non e’ affatto conclusa.

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‘Brutale arresto’ del reporter italiano Claudio Locatelli a Minsk

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Un arresto brutale. Cosi’ lo racconta Claudio Locatelli, freelance italiano fermato domenica a Minsk, dove si trovava per seguire le elezioni e le proteste di piazza in Bielorussia. Liberato grazie all’intervento dell’Ambasciata italiana, Locatelli, trentenne bergamasco, rientrera’ presto in Italia, ha assicurato la Farnesina. In un video girato nella sede diplomatica italiana in Bielorussia e postato su Facebook, e’ lui stesso a raccontare quanto accaduto. Domenica sera a Minsk sono scoppiati gli scontri tra forze dell’ordine e manifestanti che protestavano per la rielezione del presidente-padrone, Alexander Lukaschenko, e “mentre stavo seguendo quello che sta succedendo qua, sono stato brutalmente arrestato”. La repressione e’ andata giu’ con la mano pesante: da quella sera infatti sono gia’ migliaia le persone arrestate, e tra loro anche diversi giornalisti. “La polizia militare” mi ha “ammassato in una cella”, riferisce ancora Locatelli che denuncia di essere stato tenuto “3 giorni, o 60 ore, senza cibo e con pochissima acqua”. Adesso “sto bene”, assicura nel video, ringraziando l’ambasciata per aver fatto “un gran bel lavoro” e uno “sforzo enorme” per venire a capo della sua liberazione. La situazione in Bielorussia e’ “altamente drammatica”, spiega il reporter, una situazione “esplosiva”, sottolinea. Ma annuncia di voler “aspettare di essere in sicurezza” prima di fornire i dettagli del suo arresto e della sua detenzione nelle mani delle forze di sicurezza di Lukashenko. Dopo aver aiutato da volontario i terremotati di Amatrice e gli alluvionati in Veneto, nel 2017 Locatelli – che sui social si presenta come “il giornalista combattente” – parti’ dalla sua citta’ con un volo diretto in Iraq ed entro’ in Siria, imbracciando un fucile al fianco dei curdi dell’Ypg per combattere contro le milizie dello Stato islamico fino alla liberazione di Raqqa. Un anno dopo racconto’ la sua esperienza in un libro dal titolo “Nessuna resa. Storia del combattente italiano che ha liberato Raqqa dall’Isis”. Appena un mese fa, il 14 luglio, il reporter ha ricordato sempre su Facebook: “Cala la notte e noi, 3 anni fa, ci preparavamo ad assaltare Raqqa, la fu capitale del cosiddetto ‘califfato nero’. Tanta polvere, tante notti, tante esplosioni; tanti sguardi, tanti caduti, tanti sorrisi di liberta’. Ne siamo usciti vittoriosi; ne sono uscito vivo”.

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