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Iran: si dà fuoco contro stadi vietati a donne, morta

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La tifosa di calcio iraniana Sahar Khodayari, che si era data fuoco nei giorni scorsi davanti a un tribunale di Teheran per protestare contro il divieto per le donne di entrare negli stadi, e’ morta la scorsa notte in un’ospedale della capitale iraniana a seguito delle ustioni riportate.  La 29enne era stata fermata lo scorso 12 marzo allo stadio Azadi di Teheran dopo esservi entrata travestita da uomo per assistere alla partita della sua squadra -l’Estghlal, allenata ora tra forti contrasti dal tecnico italiano Andrea Stramaccioni – contro l’Al Ain, club degli Emirati Arabi Uniti.

Khodayari, che si era anche ritratta nell’impianto con un selfie, era stata detenuta per alcuni giorni nel carcere femminile di Gharchak Varamin a sud di Teheran, ritenuto tra i peggiori in termini di condizioni di vita. Quando a inizio settembre era stata convocata da un procuratore di Teheran per il sequestro del suo telefono cellulare, aveva appreso che le era stata comminata una condanna a sei mesi per oltraggio al pudore. A quel punto si era data fuoco, procurandosi ustioni di terzo grado nel 90% del corpo. Il caso ha riacceso le polemiche sul divieto per le donne iraniane di assistere alle partite maschili negli stadi di calcio, occasionalmente allentato nei mesi scorsi su pressioni della Fifa ma tuttora in vigore. In sostegno di Khodayari si e’ espressa nei giorni scorsi anche la deputata Parvaneh Salahshouri, lanciando appelli alla sensibilizzazione contro le discriminazioni subite dalle donne nella Repubblica islamica.

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Annuncio shock, convention senza stampa per Trump

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 Non era mai accaduto nella storia americana, almeno in tempi moderni: la convention repubblicana, ogni quattro anni uno degli eventi mediatici piu’ seguiti, chiusa alla stampa, vietata agli organi di informazione. A fine agosto a Charlotte, in North Carolina, niente giornalisti, operatori televisivi, fotoreporter. “Una decisione sconsiderata”, attacca l’associazione dei corrispondenti della Casa Bianca. Ma la mossa rischia di tarpare le ali soprattutto a Donald Trump: quello che doveva essere lo show mediatico per rilanciare le sue chance di rielezione, infatti, e’ ormai ridotto a un semplice passaggio burocratico, dove un pugno di delegati – solo 336 su 2.500 – discutera’ e votera’ per tutti gli altri rigorosamente a porte chiuse. La decisione senza precedenti di tenere fuori giornali, tv, radio e’ stata annunciata da un portavoce del comitato organizzatore della convention, e motivata ufficialmente con le restrizioni imposte dalle autorita’ locali alle prese con la lotta al coronavirus. Si vuole evitare insomma che l’afflusso in citta’ di migliaia di persone comporti il rischio di una ulteriore impennata dei contagi. Cosi’ Donald Trump, che aveva gia’ dovuto rinunciare all’oceanico bagno di folla sognato per mesi, ora non potra’ avere nemmeno quella straordinaria copertura mediatica su cui sperava per avere una spinta decisiva nei sondaggi, quelli che a tre mesi dal voto lo vedono sempre piu’ dietro al rivale Joe Biden, sia a livello nazionale sia nella decina di stati chiave come la Florida o il Texas: guarda caso i due piu’ colpiti dal virus insieme alla California. Come se non bastasse, non e’ detto che il tycoon accetti la nomination presidenziale con un discorso pubblico, magari trasmesso via streaming: negli ambienti della sua campagna e del partito si ipotizza anche una presenza di Trump a Charlotte solo per ringraziare privatamente i delegati. Altro che il mega comizio che era stato messo in cantiere dalla Casa Bianca a Jacksonville, in Florida, poi cancellato perche’ proprio nell’epicentro della pandemia. Il virus, dunque, non guarda in faccia a niente e a nessuno, e continua a stravolgere una campagna elettorale in cui molte delle prassi e delle regole sono ormai saltate. Anche se alcuni osservatori, dietro all’inusuale decisione di tenere i media alla larga della convention del Grand Old Party, vedono dell’altro: un tentativo dell’establishment repubblicano, sempre meno allineato con la linea erratica del tycoon, di limitare i danni per il partito, con una sovraesposizione del presidente che potrebbe risultare nociva. Perche’ il 3 novembre si votera’ non solo per la Casa Bianca ma anche per il Congresso, e il timore e’ che Trump trascini con se’ i candidati conservatori facendo perdere al partito anche il Senato. Del resto non sarebbe un caso che un esponente repubblicano del calibro di Mitch McConnell, leader dei senatori, abbia dato indicazioni ai candidati del partito di distanziarsi dalla linea del presidente se percepiscono che questa li danneggi. Intanto un piccolo giallo aleggia sul presidente, per ora alimentato solo sui social. Un grosso livido viola sul dorso della mano ha infatti scatenato sul web una ridda di illazioni sulla salute dell’inquilino della Casa Bianca. La foto messa in rete ieri dall’agenzia Associated Press mostra il tycoon con in mano una voluminosa mazzetta di giornali. Il livido, e’ stato fatto notare su vari siti internet, e’ in corrispondenza del punto in cui viene collocata una flebo durante le visite in ospedale. Anche se non si ha notizia che Trump sia tornato al Walter Reed, l’ospedale dei presidenti, nelle ultime 24-48 ore, come aveva fatto a sorpresa due volte negli scorsi mesi.

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Rivelazione choc del Sunday Times: c’era uno squadrone della morte di soldati inglesi che assassinava afghani

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Una presunta unita’ segreta ‘deviata’ di militari delle forze speciali britanniche Sas avrebbe compiuto una serie di azioni notturne in villaggi dell’Afghanistan, uccidendo a sangue freddo civili disarmati. L’accusa viene dal domenicale britannico Sunday Times, che afferma di aver visionato alcune email e file segreti attinenti a una causa presso l’Alta Corte, che potrebbero gettare luce su almeno 33 uccisioni in 11 distinte operazioni segrete compiute sul teatro di guerra afghano nel 2011. I documenti in possesso del Times fornirebbero prove su un episodio in particolare, nel quale, la notte del 16 febbraio del 2011, un’unita’ senza nome di truppe d’e’lite britanniche si sarebbe macchiata del presunto assassinio di quattro persone, tutti maschi, in un raid in’ un’abitazione nel villaggio di Gawahargin, nel sud della provincia meridionale di Helmand.

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Colombia, la Procura indaga la polizia per alterazioni sul caso dell’omicidio del napoletano Mario Paciolla

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La Procura generale della Nazione ha ordinato in Colombia l’apertura di una inchiesta sui membri della polizia criminale colombiana (Sijin) che permisero all’indomani della morte di Mario Paciolla, dipendente dell’Onu a San Vicente del Caguan, ad una unita’ dell’Onu di prelevare tutti i suoi effetti personali ed alterare il luogo centrale delle indagini per risalire alle cause del decesso. In un nuovo articolo per El Espectador, Claudia Julieta Duque, giornalista amica di Paciolla, precisa che il riferimento e’ all’intervento il 16 luglio della Unita’ di indagini speciali (Siu) del Dipartimento di Salvaguardia e sicurezza delle Nazioni Unite, collegato alla Missione di Verifica degli Accordi di pace fra le Farc e il governo colombiano, per cui operava il 33enne napoletano. Il reato prefigurato nei confronti degli agenti della Sijin, precisa il giornale, e’ di “ostruzione della giustizia”, perche’ con il loro comportamento non e’ stato protetto l’appartamento del cooperante italiano che avrebbe potuto dare le risposte al dilemma sulle cause della morte. Dall’inventario dei beni inviato alla famiglia di Paciolla in Italia, dall’appartamento furono prelevati, fra l’altro, oltre otto milioni di pesos (1.820 euro), carte di credito, passaporti, una macchina fotografica, materiale informatico, varie agende, ricevute e numerose fotografie. La giornalista di El Espectador segnala poi che all’autopsia del cadavere di Paciolla partecipo’ anche il capo della Missione medica locale dell’Onu, Jaime Hernan Pedraza Lie’vano, nonostante non fosse un anatomopatologo. Nell’articolo si precisa inoltre che il capo della Missione di Verifica delle Nazioni Unite, Carlos Ruiz Massieu, si e’ rifiutato di rispondere a sette domande riguardanti le azioni svolte dal personale alle sue dipendenze che potrebbero prefigurarsi come “ostruzione della giustizia” in Colombia ed in Italia, l’invio degli effetti personali di Paciolla in Italia e sul contesto in cui si svolse la telefonata del cooperante al responsabile della sicurezza a San Vicente del Caguan, Christian Leonardo Thompson Garzon. La Procura colombiana, scrive infine il giornale, ha disposto la realizzazione di una serie di prove, fra cui la dichiarazione di Thompson Garzon, che Paciolla chiamo’ la notte del 14 luglio, poche ore prima di morire.

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