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“Io vado avanti”, Raggi lancia il bis in Campidoglio

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“Dobbiamo andare avanti, non ci sto ad apparecchiare la tavola per far mangiare quelli di prima”. Dopo settimane passate ad evitare l’argomento Virginia Raggi scioglie la riserva e annuncia ai consiglieri della maggioranza capitolina in una videoconferenza che si ricandidera’. Una decisione presa nel segno della continuita’ amministrativa e arrivata dopo la certezza che il MoVimento tutto la sosterra’. L’annuncio e’ infatti arrivato dopo incontri sia con Luigi Di Maio che con Alessandro Di Battista, e’ stato preceduto dal sonetto in vernacolo sul blog di Grillo che e’ apparso come un bizzarro endorsement ad un Raggi bis e soprattutto dall’apertura fatta del capo politico di M5s Vito Crimi ad una riflessione ampia sulla permanenza del vincolo del doppio mandato per chi amministra. Un vincolo che metterebbe fuori gioco in un colpo solo le due prime cittadine di Roma e Torino. “Il mondo cambia e dobbiamo tenerne conto”, disse Crimi rompendo quasi un tabu’ e aprendo un varco ad una possibile candidatura della Raggi. E forse l’accelerazione impressa ora all’impresa bis in Campidoglio, con un annuncio arrivato in una serata d’agosto a campagna elettorale ancora lontana, e’ il tentativo della sindaca non solo di spiazzare gli avversari a destra e a sinistra, lontani da una qualsiasi idea di candidato, ma anche di stimolare M5S sul tema doppio mandato che e’ un vero blocco per gli amministratori a 5 stelle. Terzo scopo dell’annuncio anche quello di compattare la maggioranza capitolina per il rush di fine mandato, non facile per la fitta agenda post Covid. E la maggioranza capitolina si schiera con un Raggi bis. “Ora puntiamo ad accelerare con forza, ad avere mani libere, sempre. I giochi di palazzo e le alchimie vecchia maniera non ci appartengono”, dice l’assessore Antonio De Santis. “Ha ragione Raggi, deve andare avanti”, dice Paolo Ferrara. “Era ora”, le parole di Teresa Zotta. “Siamo con te. grazie per il tuo coraggio”, scrive in un post Federica Daga. E cosi’ anche Giuliano Pacetti e l’assessore Gianni Lemmetti. Del resto una delle poche voci dissonanti dell’M5s di Roma, la presidente del VII Municipio Monica Lozzi, qualche settimana fa ha lasciato il MoVimento per candidarsi lei a sindaca e liberando Raggi da una competitor interna. Insomma, il MoVimento e’ con Raggi e ne lancia la nuova corsa in Campidoglio, Un vero contropiede che anticipa i tempi della campagna su Roma con un centrodestra e un centrosinistra ancora ai blocchi di partenza. L’alleato di governo Pd, che sogna di ritornare in Campidoglio anche per sanare la ferita Marino cacciato con le dimissioni di massa dei consiglieri dem, definisce “pessima la notizia della ricandidatura”, e pensa alle primarie dove forse potrebbe correre la senatrice Monica Cirinna’, gia’ stata nelle stanze capitoline. Il centrodestra cerca una quadra e un nome attorno al quale coagulare la Lega, Fdi, Fi. Nomi da entrambe gli schieramenti circolano ma sono solo per ora ipotesi e suggestioni: c’e’ chi fa quello di Giulia Bongiorno, chi quello Valerio Carocci, il giovane leader dei ragazzi del Cinema America. Per ora la corsa vede una partecipante, Virginia Raggi, che ha scelto la sera delle stelle di San Lorenzo per tentare di bissare il successo di 4 anni fa e lasciare il MoVimento sul colle capitolino.

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Elezioni regionali: Veneto, Liguria e Marche al centrodestra; Puglia, Toscana e Campania al centrosinistra

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Conferma del centrodestra in Liguria e Veneto. Conferma del centrosinistra in Campania. Un ribaltone, invece, dopo 25 anni di centrosinistra, nelle Marche. Una vittoria sofferta del Pd in Toscana. In Puglia sembra quasi certa la riconferma di Michele Emiliano, nonostante Calenda e Renzi abbiano remato contro piazzando a sinistra il loro candidato, Ivan Scalfarotto. È questo il quadro che emerge dalle prime proiezioni relative alle Regioni chiamate al voto per la scelta dei governatori e il rinnovo dei Consigli regionali. Le Regioni al voto erano la Valle d’Aosta, la Liguria, il Veneto, la Toscana, le Marche, la Puglia e la Campania.

Proiezioni Liguria

Toti (centrodestra) 51-55 %. Proiezioni: 53,5% (La7), 52,9 (Rai)
Sansa (centrosinistra) 38-42%. Proiezioni: 39,5 (La7), 39 (Rai)

In Liguria l’affluenza è stata del 50,68%.

Proiezioni Veneto

Zaia (centrodestra) 72-76%. Proiezioni La7: 74,5
Lorenzoni (centrosinistra) 16-20%. Proiezioni La7: 16,6

In Veneto l’affluenza è stata del 57,33%.

Proiezioni Toscana

Giani (centrosinistra) 43,5-47.5%. Proiezioni La7: 47,2%
Ceccardi (centrodestra) 40-44%. Proiezioni La7: 40,8%
Galletti 4,5-6,5%. Proiezioni La7: 7,1%

In Toscana l’affluenza è stata del 62,64%

Proiezioni Marche

Acquaroli (centrodestra) 47-51%. Proiezioni La7: 43,8%. Rai: 48,1
Mangialardi (centrosinistra) 34-38%. Proiezioni La7; 38,7%. Rai 34,7
Mercorelli 7-9%. Proiezioni La7: 11

Nelle Marche l’affluenza è stata del 59,69%

Liste:
Pd 23,8
Lega 20,8
FdI 19,4

Proiezioni Puglia

Fitto (centrodestra) 39-43%. Proiezioni: 39,1% (Rai), 38 (La7)
Emiliano (centrosinistra) 39-43%. Proiezioni: 47 (Rai), 46,8 (La7)
Laricchia 11-15%

In Puglia l’affluenza è stata del 51,19.

Proiezioni Campania

De Luca (centrosinistra) 54-58%. Proiezioni: 66,8 (La7), 63,6 (Rai)
Caldoro (centrodestra) 23-27%. Proiezioni: 19,2 (La7), 20,9 (Rai)
Saltalamacchia (lista civica) 10,5-14,5%. Proiezioni: 10,6 (La7)

In Campania l’affluenza è stata del 51,9.

Proiezioni Valle d’Aosta

Lega 20-24%
Progetto progressista 13-17%
Union valdotaine 11-15%
Centrodestra 8-10%
In Valle d’Aosta l’affluenza è stata del 68,38%.

Insomma si va verso un 3 a 3. Fino ad oggi, la situazione, nelle Regioni al voto (fatta eccezione per la Valle d’Aosta) era la seguente: Liguria e Veneto erano amministrate dal centrodestra (Giovanni Toti e Luca Zaia, rispettivamente); Toscana, Marche, Puglia e Campania dal centrosinistra. Se i dati degli exit poll e delle proiezioni venissero confermati, il centrosinistra avrebbe perso le Marche, conservando però Toscana, Campania e Puglia.

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Covid non svuota seggi, 53,8% referendum, 66% comunali

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L’attesissima scadenza elettorale di oggi si chiude con una partecipazione generosa da parte dei 46 milioni di elettori chiamati alle urne, questa volta anche per un appuntamento particolare visto che ha riguardato un referendum costituzionale che ha interessato in maniera trasversale tutti i cittadini italiani. In termini quantitativi l’affluenza e’ stata leggermente superiore per eleggere i nuovi sindaci in 1.176 municipi, appuntamento che ha riguardato peraltro anche 18 capoluoghi di provincia: il dato definitivo e’ stato pari a 66.1% (contro il precedente 65,3). In crescita anche l’affluenza nelle regioni (Campania, Puglia, Veneto, Liguria, Valle d’Aosta, Marche e Toscana) con una partecipazione definitiva che si e’ attestata al 57,2% (contro il precedente 53,1). In questo caso pero’ il calcolo non tiene conto dell’affluenza di Valle d’Aosta, Marche e Toscana perche’ questa volta i dati non sono stati comunicati dal Ministero dell’Interno. Nello specifico le tre regioni hanno conseguito rispettivamente il 70,5, di elettori (contro il precedente 65,1%), il 59.7 (49,7) e il 62,6% (48,2%). Nella disamina dei partecipanti al voto non puo’ mancare il dato che ha riguardato il referendum costituzionale, il quarto della storia repubblicana, che ha interessato tutta Italia: l’ammontare definitivo dell’affluenza e’ stato del 53,8% (ma il dato ha un interesse minore perche’ in questo caso non era previsto il quorum) , in calo rispetto al 65,4% del precedente del 2016 e in leggero aumento rispetto al 52,4% del 2006 e al 34,1% del 2001. I picchi massimi di votanti si sono registrati nel Nord, come confermano gli esiti della Valle d’Aosta (73,5%), Trentino Alto Adige (70,9%) e Veneto (67,5%); affluenza piu’ contenuta al Sud, nonostante il 61% della Campania, confermata pero’ dal 35,7% della Sardegna e dal 45,2% della Calabria. Soddisfatta la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese che a urne chiuse ha sottolineato “la particolare complessita’ di queste elezioni”, evidenziando pero’ come “la macchina dello Stato abbia fatto fronte a tutte le difficolta’ nonostante il Covid e le elezioni si sono svolte in tutta sicurezza. E’ stata una prova molto impegnativa e ringrazio – ha aggiunto – tutte le istituzioni, le prefetture, i Comuni, gli scrutatori, le forze di polizia e la parte del volontariato e della Protezione civile che ci ha aiutato per la parte sul voto da accogliere in casa”. Lamorgese ha poi ricordato che “sono 375 i comuni che hanno trovato seggi alternativi alle sedi scolastiche e’ stato avviato un tavolo perche’ quanto prima si vada avanti su questa strada per evitare che si debba votare nelle strutture scolastiche”. Tra le regioni ‘monitorate’ dal Viminale l’affluenza maggiore l’ha fatta registrare il Veneto, con un’affluenza del 61,1% (contro il precedente 57,7), seguito dalla Puglia con il 56,4% (51,1%), dalla Campania con il 55,5% (51,9) e dalla Liguria con il 53,4% (50,6). Nelle comunali svetta per affluenza l’Umbria, che ha archiviato un 76% (73,4) anche se le urne hanno interessato soltanto 6 piccoli centri, ma anche la Campania con un ragguardevole 70,7% (72,1), raccolto in 85 comuni. Fanalino di coda il Molise con il 53,3% (56,2). Il governo ha valutato “con soddisfazione “i dati sull’affluenza: “Gli italiani hanno offerto una grande testimonianza di partecipazione democratica sia per quel che riguarda il quesito referendario sia per le competizioni elettorali territoriali. L’Italia – hanno sottolineato fonti della Presidenza del Consiglio – ha dato concreta prova di efficienza e gli italiani hanno dimostrato un forte attaccamento alla democrazia”.

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Colle, avanti senza strappi, legge elettorale e Recovery Fund

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Non e’ mai successo in Italia di sciogliere le Camere – con un governo che non si dimette – perche’ c’e’ stato un voto regionale di senso contrario. Non ci saranno particolari strappi rispetto a una tradizione repubblicana ottuagenaria. Al Quirinale regna il massimo riserbo in attesa dei risultati definitivi ma considerazioni e analisi della vigilia non sono certo cambiate oggi quando il clima in maggioranza risulta decisamente piu’ disteso che alla vigilia. Questo 21 settembre con un inedito doppio incrocio ad alto rischio tra referendum e elezioni regionali era cerchiato di rosso al Colle dove Sergio Mattarella da tempo guarda con estrema preoccupazione alla pandemia ed ai suoi disastrosi effetti sull’economia e il lavoro. Troppa e’ la carne al fuoco in questi mesi per allentare il senso di responsabilita’ di ognuno, a partire dalla classe politica. Nel chiuso delle stanze del Quirinale infatti, si e’ sempre escluso che il risultato di elezioni regionali – e fors’anche l’entrata in vigore del taglio dei parlamentari – possa comportare lo scioglimento dell’attuale Parlamento. Basta guardare la legge e aggiungere le prossime scadenze del Paese per far tremare le vene nei polsi solo ad immaginare le conseguenze di uno scioglimento anticipato della legislatura in questa fase. E certamente non si parla dell’ultima richiesta della Lega al presidente affinche’ sciolga le Camere proprio in virtu’ del fatto che la conferma referendaria impedirebbe una regolare elezione del prossimo presidente della Repubblica. Richiesta sulla quale il Colle non interviene proprio, ma che gia’ a caldo e’ stata giudicata singolare da diversi costituzionalisti. Prendendo in mano l’agenda si evince quanto la possibilita’ di uno scioglimento anticipato del Parlamento rientri piu’ nella sfera dei desideri di alcuni che in quella del possibile. Senza dimenticare che proprio la vittoria del si’ al referendum di fatto impedisce per mesi la possibilita’ di scioglimento proprio perche’ la riforma del taglio dei parlamentari richiede nuovi collegi elettorali senza i quali, paradossalmente, se tuto crollasse e si tornasse a votare, ci ritroveremmo un altro Parlamento con 945 eletti. Per inquadrare un percorso politico bisogna quindi partire dall’inderogabile necessita’ di ridefinire i collegi e possiamo subito calcorare due mesi di tempo. Si arriverebbe alla fine di novembre, cioe’ proprio nel momento piu’ caldo dell’approvazione parlamentare della legge di Bilancio 2021. Sempre in quelle settimane poi il lavoro del Governo sui progetti per il Recovery plan si trovera’ in una fase caldissima con alle porte l’inizio del nuovo anno, quando i provvedimenti dovranno passare al vaglio della Commissione europea. Tralasciando l’emergenza Covid, rimane tutto in piedi il tema della riforma della legge elettorale che lo stesso governo ha incardinato con il fil di ferro al taglio dei parlamentari. Difficilmente Mattarella potra’ soprassedere su un provvedimento che, oltre ad essere stato concepito dal governo, rassicurerebbe quella percentuale poi non cosi’ trascurabile di italiani che hanno tradotto le loro preoccupazioni con un no nell’urna. Per il Quirinale esiste infatti la necessita’ di adeguare il sistema elettorale al nuovo schema numerico di Senato e Camera. Ora, non e’ un azzardo dirlo, Sergio Mattarella si aspetta dalla politica compattezza e responsabilita’ per non sprecare gli oltre 200 miliardi che l’Europa ha messo in campo per l’Italia.

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