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Economia

Ilva di Taranto, il ministro Patuanelli: non permetteremo ad Arcelor Mittal di ricattare lo Stato italiano con 5 mila esuberi

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Sul tentativo di ArcelorMittal di scaricare la responsabilità della sua fuga sul Governo Conte o sul solito giochetto di voler costringere Governo ed Enti locali a sborsare soldi per contratti di programma o di altre forme di sostengo vi offriamo un contributo del ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli, che ha la responsabilità di gestire questo dossier non facile.

C’è una cosa che in Italia non cambia mai: anche quando una multinazionale accampa scuse strumentali e prende in giro lo Stato, statene pur certi, la valanga di fango su chi lavora ai problemi reali dei cittadini si abbatterà sempre. Passata però la sbornia da insulto libero, volevo raccontare un po’ di verità, che nonostante tutto non guasta mai.

1 – Arcelor Mittal ha deciso di andarsene da Taranto, come dimostra la lettera di ieri, ancora prima della ristrutturazione della governance dell’azienda. Il compito del nuovo AD e dei nuovi dirigenti è di traghettare la proprietà indiana fuori dallo stabilimento;

2 – Il piano industriale dell’azienda è stato disatteso nei numeri, disatteso nella prospettiva di rilancio e non ha proiezione futura. Questo per via di errori macroscopici delle figure apicali e di contingenze macroeconomiche legate al mercato dell’acciaio: dazi, calo produttivo della Germania, rallentamento dell’automotive a livello internazionale;

3 – I numeri: Arcelor Mittal avrebbe dovuto produrre, dal 2018 al 2023, 6 milioni di tonnellate annue e dal 2024 ben 8 milioni di tonnellate annue. In realtà, nel 2018 la produzione è stata di 4,75 milioni di tonnellate e il 2019 sarà caratterizzato da un lieve decremento. Questo comporta una perdita superiore ai 60 milioni di Euro al mese per l’azienda, nonostante l’attivazione della cassa integrazione a rotazione da luglio 2019 per 1395 persone;

4 – Il risanamento dei forni è gravemente in ritardo, questo perché l’azienda non è stata in grado di sistemare le criticità legate alla sicurezza e all’automazione;

5 – Come è stato ampiamente spiegato all’azienda, l’articolo 51 del codice penale già prevede che “l’adempimento di un dovere imposto da una norma giuridica o da un ordine legittimo della pubblica Autorità, esclude la punibilità”. Si tratta del noto principio di non contraddizione. Visto che il piano ambientale è stato adottato con DPCM, le relative prescrizioni sono di carattere normativo. Dunque, il corretto adempimento delle stesse non può dar luogo a responsabilità. Detto questo, si può valutare l’inserimento di una norma di rango primario che espliciti questo principio già presente nel nostro ordinamento, come ho già dichiarato. Ma senza alcuna norma ad personam per Arcelor Mittal;

6 – Per dovizia: non esiste alcuna clausola di recesso legata al cosiddetto scudo penale. Esiste una clausola di recesso in caso cambi il piano ambientale (DPCM 29 settembre 2017, che ha integrato e modificato altro DPCM del 2014), cosa mai avvenuta;

7 – Questa notte è stato notificato da Arcelor Mittal, presso il Tribunale di Milano, un atto di citazione nei confronti dei Commissari straordinari, sottoscritto da sette legali e composto da 37 pagine e 37 allegati. Questo a dimostrazione che da settimane, forse da mesi, l’azienda preparava l’abbandono dell’area;

8 – In ultima analisi: non permetteremo ad Arcelor Mittal di ricattare lo Stato italiano mettendo sul piatto oltre 5 mila esuberi. Gli impegni vanno mantenuti e i cicli produttivi in flessione possono essere accompagnati con strumenti di sostegno, non licenziando le persone. Specialmente quando un anno prima si è firmato un accordo per la piena occupazione.

Stefano Patuanelli / Ministro dello Sviluppo economico

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Cronache

Bomba d’acqua su Caserta, in ginocchio settori come agricoltura, allevamenti bufalini e comparto caseario

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Gli effetti della ‘bomba d’acqua’ sui terreni e sulle strutture aziendali agricole del Casertano, fa sapere la Coldiretti della Campania, sono devastanti. “Non si ferma il nubifragio che da ieri sta investendo larga parte del territorio casertano, in particolare la pianura campana e l’area alifana” dice l’organizzazione professionale agricola che riferisce di “campi allegati e stalle distrutte con la conta dei danni che rischia di aggravarsi nelle prossime ore”.

L’acqua ha invaso e distrutto le colture orticole in pieno campo, ma ha anche danneggiato irrimediabilmente le scorte di fieno, paglia ed erba medica destinate all’alimentazione dei capi di bestiame, in particolare bufalini. Oltre all’ingente massa d’acqua riversata a terra, a fare ulteriori danni e’ stato il vento forte che ha scoperchiato i tetti delle stalle, abbattuto alberi e divelto recinzioni. Colpito anche il comparto tabacchicolo, con infiltrazioni che hanno colpito i depositi dove erano conservate foglie lavorate e pronte alla consegna nelle manifatture. L’area interessata dal fenomeno e’ molto vasta con migliaia di ettari coinvolti.

Le situazioni più critiche si segnalano a Villa Literno, Capua, Pignataro Maggiore, Castel Volturno, Santa Maria la Fossa, Sessa Aurunca e Mondragone. “Gli agricoltori – dice Giuseppe Miselli, direttore di Coldiretti Caserta – evidenziano una situazione resa ancora piu’ drammatica dallo straripamento dei canali di irrigazione, in assenza di lavori di pulizia per rimuovere le ostruzioni e favorire il deflusso delle acque. Stiamo lavorando senza sosta per dare sostegno alle imprese”. “Nelle prossime ore – annuncia Manuel Lombardi, presidente di Coldiretti Caserta – invieremo un primo dossier dei danni alla Prefettura, alla Provincia e alla Regione. Attendiamo che la pioggia dia una tregua per tracciare una stima, ma siamo sull’ordine delle migliaia di euro. Su una sola azienda zootecnica, presa a campione, abbiamo stimato danni per 40 mila euro”. Nel complesso ci sono milioni di euro di danno solo nel comparto della agricoltura.

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Economia

Mentre la politica si divide sulla strategia, anche la procura di Taranto indaga su ArcelorMittal

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Se  non fosse abusato, il titolo da dare alla trattativa ArcelorMittal-Stato è “fate presto”. Ma la situazione è difficilissima perchè ArcelorMittal davvero finge di non capire che certe scelte sono assurde. Quello che giunge al governo da sindacati e imprenditori è un grido di allarme. Ora che lo spegnimento dell’ex Ilva di Taranto è una realtà scandita da un cronoprogramma, cresce la richiesta al governo di trovare una soluzione. Anche i magistrati tarantini, dopo un ricorso dei commissari, indagano su Arcelor Mittal. Ma tutti gli occhi sono puntati su Palazzo Chigi: a Giuseppe Conte è affidata la trattativa ai più alti livelli e un nuovo incontro del premier e del ministro Stefano Patuanelli con i Mittal dovrebbe esserci a inizio settimana. Sarà l’ultimo tentativo, prima di lavorare a un piano B. Ma a complicare l’estrema trattativa ci sono le divisioni della maggioranza sulle soluzioni da proporre. Il Pd, con Andrea Marcucci, invoca un decreto che ripristini lo scudo penale. Per Luigi Di Maio incece “lo scudo è solo un pretesto”. Un’arma di distrazione. Il presidente del Consiglio, raccontano dal governo, lavora in queste ore attraverso ogni canale, anche diplomatico, per una soluzione che eviti lo spegnimento degli altiforni e la perdita di oltre diecimila posti di lavoro diretti e altrettanti nell’indotto.

Il ministro Stefano Patuanelli tiene i contatti con i commissari e con i dirigenti italiani dell’azienda. L’azienda franco-indiana Arcelor Mittal potrebbe tornare a Palazzo Chigi a inizio settimana (ma manca ancora ogni ufficialita’), poi mercoledi’ o giovedi’ il Consiglio dei ministri si riunirà con all’ordine del giorno proprio il dossier Taranto. Tra le armi di cui l’esecutivo dispone per trattare ci sarebbero ammortizzatori sociali per i lavoratori (ma di certo non i 5000 esuberi chiesti da Mittal), sconti sull’affitto degli impianti, defiscalizzazione delle bonifiche, una soluzione per l’Altoforno 2 su cui devono pronunciarsi i giudizi, una partecipazione di Cdp. E lo scudo penale su eventuali inchieste per danno ambientale. Ma quando si tocca il tema arrivano le divisioni. Tanto che Michele Emiliano denuncia un allarme creato ad arte da Mittal per “mettere in crisi il governo”. Di Maio e’ convinto che prima si debba “trascinare in tribunale” l’azienda e attendere il risultato del ricorso d’urgenza presentato dai commissari a Milano: lo scudo e’ solo un “pretesto”, ininfluente, e di piani B per ora non si deve neanche parlare, sostiene. Dal Pd, invece, Nicola Zingaretti da’ “ragione” agli operai quando chiedono al governo di “accelerare” il confronto con l’azienda. Non aspettare. “Non si accettano ricatti”, dice Peppe Provenzano.

ArcelorMittal. Fiato sospeso per migliaia di dipendenti in attesa di capire come evolverà il braccio di ferro

Ma se l’azienda accetta di sedersi al tavolo e tratta per restare, dichiara Andrea Marcucci, l’esecutivo deve varare subito un decreto con uno scudo per tutte le aziende “in contesti di forte criticita’ ambientale, a partire dall’ex Ilva”. Anche Iv, con Teresa Bellanova, invoca lo scudo. Ma il M5s spiega che ad ora non se ne parla e spera non si renda necessario, perche’ se e’ vero che Patuanelli e Conte sono pronti a spiegare ai gruppi pentastellati le ragioni per reintrodurre la tutela, al Senato rischierebbe di aprirsi una faglia con una pattuglia di pentastellati irremovibili (e decisivi per il governo). Ma, mentre partono iniziative individuali come quella dell’ex ministro Carlo Calenda per “parlare con i Mittal”, lo scudo lo invocano tanto i sindacati, con Annamaria Furlan della Cisl, quando Vincenzo Boccia per Confindustria (“Servono soluzioni, non prove muscolari”). “Resisteremo alla chiusura degli impianti”, annuncia Francesco Brigati della Fiom: lunedi’ si terro’ un consiglio di fabbrica, si pensa a uno “sciopero al contrario” per tenere accesi gli altoforni. “Sarebbe barbarie”, osserva Maurizio Landini della Cgil, se l’azienda vincesse. I commissari, intanto, a Taranto presentano una denuncia per “fatti e comportamenti lesivi dell’economia nazionale”: i magistrati indagano per distruzione dei mezzi di produzione. E il ministro Patuanelli li ringrazia. Sul fronte legale il governo e’ pronto a usare ogni arma. Nell’attesa di capire se ci siano davvero i margini per un’estrema trattativa, prima di lavorare a un piano B con una “nazionalizzazione” transitoria e la ricerca di nuovi azionisti.

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In Italia ci sono 16 milioni di pensionati di cui 5,8 milioni hanno redditi sotto i 1.000 euro

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Quanti sono i pensionati in Italia? Più di 16 milioni. E di questi oltre un terzo percepiscono redditi da pensione inferiori a 1.000 euro al mese. È questa la fotografia dei pensionati italiani oggi scesi in piazza con Cgil, Cisl e Uil per chiedere al Governo maggiore attenzione alle proprie richieste, a partire dalla rivalutazione degli assegni. La rivalutazione è quella dell’Inps aggiornata a fine 2018 e conferma come siano le donne la parte più debole economicamente di questa categoria. Mentre solo il 27,4% dei pensionati uomini ha redditi da pensione inferiori a 1.000 euro al mese, la percentuale sale per le donne al 44,5%, pari a 3,7 milioni di persone sui 5,8 milioni complessivi di pensionati poveri. Le prestazioni del sistema pensionistico italiano sono nel complesso 22,78 milioni per una spesa annua di 293.344 milioni di euro che corrisponde ad un importo medio per singola prestazione di 12.874 euro annui.

I beneficiari di prestazioni pensionistiche sono 16 milioni e ognuno percepisce in media 1,4 pensioni. Sebbene le donne siano la maggioranza dei pensionati (il 52,2%), gli uomini percepiscono il 55,9% dei redditi pensionistici. L’importo medio dei trattamenti percepiti dalle donne e’ inferiore rispetto a quello degli uomini del 28% (15.474 contro 21.450 euro). La spesa pensionistica italiana relativa al 2018 si distribuisce per il 51% nelle regioni settentrionali, per il 28% in quelle meridionali e nelle isole mentre il 21% e’ erogato a beneficiari residenti nelle regioni del Centro. Il 62% delle pensioni ha importi mensili inferiori ai 1.000 euro mentre la percentuale di pensionati con reddito al di sotto di questa soglia scende al 36,3% (5,8 milioni di pensionati su 16 complessivi), per la possibilita’ di cumulo di piu’ trattamenti pensionistici. Per i 5,8 milioni di pensionati con redditi inferiori a mille euro al mese si spendono circa 40 miliardi pari al 13,7% della spesa complessiva mentre per gli 812.000 pensionati con gli assegni piu’ alti, superiori a 3.500 euro lordi al mese, se ne spendono oltre 46, il 15,9% della spesa complessiva. Nelle classi di reddito piu’ basse si concentrano soprattutto le pensioni di tipo assistenziale, che rappresentano una forma di assistenza alle persone piu’ disagiate, per motivi economici e/o fisici e le pensioni ai superstiti, che sono per loro natura di importo piu’ basso di quelle del dante causa, essendo calcolate come una percentuale di queste ultime.

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