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Il via al TurkStream con Putin e Erdogan diventa un mini-summit sul Medioriente

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E cosi’ il battesimo del gasdotto TurkStream e’ diventato una specie di mini-summit sul Medio Oriente. A Istanbul, infatti, ad azionare simbolicamente la valvola che da’ inizio alle forniture di metano russo alla Turchia (e all’Europa), oltre a Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan c’erano anche i leader di Bulgaria e Serbia, attraverso le quali il condotto puntera’ al cuore dell’Ue. Ma a dare le carte sono stati ovviamente Putin ed Erdogan. Che hanno annunciato un’intesa sia sulla Libia che sul Golfo. Partiamo dall’Iran.

Lo zar e il sultano hanno diffuso una dichiarazione congiunta in cui definiscono come “illecita” e “rischiosa” l’uccisione di Qassam Soleimani da parte degli Usa e in cui concordano che l’unica strada per risolvere le dispute nella regione del golfo persico e’ quella “pacifica”. Ma e’ sulla Libia che si compiono i passi avanti piu’ decisivi. Putin-Erdogan hanno infatti intimato alle parti belligeranti d’interrompere i combattimenti e dichiarare un ‘cessate il fuoco’ fra sabato e domenica, a mezzanotte. I due si sono detti contrari a ‘scommettere’ su una parte a sfavore dell’altra (non sorprende, dato che Mosca privilegia Haftar mentre Ankara si e’ schierata al fianco di Serraj) e hanno esortato a risolvere la crisi attraverso un processo di ampio “dialogo nazionale” con il coinvolgimento di “Paesi vicini”.

Non e’ tutto. All’incontro fra Putin ed Erdogan, avvenuto dopo il lancio del TurkStream, hanno partecipato anche i rispettivi ministri degli Esteri e della Difesa, che “continueranno i contatti nei prossimi giorni” per avanzare delle “proposte” sul processo di pace in Libia. Per quanto riguarda la Siria, poi, i due leader hanno concordato che tutti gli accordi presi per quanto riguarda l’area di Idlib devono essere “attuati”. E a riprova che a Istanbul Russia e Turchia hanno dato vita a un mini-summit c’e’ anche la cena a ‘quattro’, dove l’analisi dei problemi dell’area verra’ condivisa anche con il primo ministro bulgaro Borisov e il presidente serbo Vucic. “Saremo soli ed esamineremo tutti i temi, ascolteremo come una potenza mondiale ed una regionale, o se volete due potenze mondiali, osservano i problemi del Medio Oriente”, ha dichiarato Vucic. “La questione energetica ci riguarda – ha precisato – perche’ qualsiasi escalation fa salire i prezzi del petrolio e del gas, cosa che per noi non sarebbe una buona notizia”. Con l’ingresso nel TurkStream, Serbia e Bulgaria – ‘bacchettata’ recentemente da Putin poiche’ troppo “lenta” nel portare avanti i lavori – d’altronde fanno parte del club. Il gasdotto e’ stato definito da Mosca “strategico” e consta di due linee da 15,7 miliardi di metri cubi, una dedicata al mercato turco e una a quello dell’Europa sud-orientale. Il Cremlino insomma si e’ portato avanti nonostante (come notano gli esperti) il momento di prezzi bassi pur di battere la concorrenza, ovvero l’azero Tanap/Tap e (forse) il futuro Eastmed.

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Egitto, è morto in carcere a 91 anni l’ex presidente Hosni Mubarak

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– E’ morto l’ex presidente egiziano Hosni Mubarak, aveva 91 anni. Lo riferiscono i media locali. Mubarak è morto oggi all’ospedale militare Galaa al Cairo, ha reso noto il cognato, il generale Mounir Thabet, spiegando che era presente tutta la famiglia. E che la presidenza egiziana si incarichera’ di organizzare i funerali. Mubarak e’ stato uno dei simboli del potere autoritario in Nord Africa che porto’ all’inizio della Primavera araba. In Egitto la rivolta di massa lo costrinse a farsi da parte nel 2011, dopo 30 anni al potere. In seguito fu arrestato e trascorse alcuni anni in carcere con varie accuse: corruzione, appropriazione indebita, e per aver represso la protesta in modo violento. Nel 2017 fu assolto dalla maggior parte delle accuse e liberato. Era malato da tempo

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Assange in tribunale, Londra decide su estradizione in Usa del fondatore di WikiLeaks

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Un uomo provato, fisicamente e soprattutto psicologicamente, ma deciso ad affrontare la battaglia del destino per cercare di evitare una consegna agli Usa (quasi certa) che potrebbe significare finire murato vivo in una cella. E’ l’immagine che Julian Assange ha dato di sè alla Woolwich Crown Court, alla periferia di Londra, dove oggi ha preso il via il processo di primo grado dinanzi alla giustizia britannica sulla controversa richiesta d’estradizione presentata da Washington: che insegue il fondatore di WikiLeaks senza tregua dal 2010, ossia da quando l’attivista australiano avvio’ la pubblicazione – attraverso la sua creatura online, ma anche attraverso giornali come il Guardian o il New York Times – di una caterva di documenti riservati imbarazzanti per il potere a stelle e strisce, a iniziare da quelli sottratti dagli archivi del Pentagono dalla whistleblower Chelsea Manning. L’iter della giustizia britannica durera’ diversi mesi. Al momento sono previste alcune udienze fino al 28 febbraio, con una coda a maggio. E una sentenza appellabile entro settembre. Discusso, ma senza dubbio scomodo per un establishment che lo vorrebbe gia’ condannato, Assange e’ comparso in aula vestito di grigio, piu’ vecchio dei suoi 48 anni, di fronte alla giudice Vanessa Baraitser. E ha cercato anche di prendere la parola fin da subito per lamentarsi del rumore di fondo dei canti e degli slogan di protesta dei suoi stessi sostenitori: presenti sia in galleria sia fuori dal tribunale. Una mobilitazione di persone “disgustate” da quello che considerano un travestimento della giustizia, ha detto combattivo, esprimendo loro gratitudine. Ma il cui eco “non aiuta” la sua fragile concentrazione. Per il resto, la giornata e’ stata inaugurata dall’avvocato John Lewis, chiamato a rappresentare le “ragioni” dell’istanza americana cui il governo conservatore britannico si e’ dichiarato pronto da tempo a dire signorsi’, ma per la quale serve il placet delle corti. E a ribadire la tesi d’accusa a dar credito alla quale WikiLeaks avrebbe messo a rischio la vita di decine di spie, funzionari e informatori Usa, svolgendo “un’attivita’ criminale” che “nemmeno il giornalismo” puo’ giustificare. Arrestato dopo essersi visto revocare l’asilo che aveva avuto per oltre 6 anni nell’ambasciata ecuadoriana di Londra, Assange e’ intanto destinato a restare nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh, pur avendo finito di scontare da mesi la pena inflittagli nel Regno per aver violato nel 2012 i termini della cauzione in relazione a una contestata indagine svedese per stupro poi archiviata. Additato dagli avversari come un hacker – e negli ultimi anni sospettato pure di rapporti opachi con la Russia – l’australiano e’ difeso tuttavia da numerosi militanti, giuristi, uomini politici, artisti (fra i tanti sono tornati a farsi sentire Vivienne Westwood o Roger Waters). Nonche’ da Amnesty International, da un comitato Onu sui diritti umani che ne denuncia anche la detenzione protratta nel Regno Unito come una forma di “tortura” e dai vertici dell’opposizione laburista britannica, che lo descrivono come vittima di “una persecuzione politica”, reo in sostanza solo d’aver esposto nero su bianco crimini di guerra delle forze alleate in Iraq o Afghanistan. L’estradizione, notano queste voci, sarebbe un pericoloso precedente per la liberta’ d’informazione: tanto piu’ che Washington ha fatto ricorso per la prima volta ad accuse di spionaggio (che potrebbero costare ad Assange fino a 175 anni di galera) per un caso di diffusione mediatica di materiale d’interesse pubblico, per di piu’ da parte d’un civile straniero. Mentre sulla credibilita’ americana pesa pure il sospetto del baratto che, stando alla difesa, Donald Trump avrebbe gia’ offerto indirettamente all’imputato ventilando la grazia in cambio di smentite sul cosiddetto Russiagate. E questo senza contare i 117 medici firmatari d’un appello appena pubblicato sul prestigioso Lancet in cui si sottolineano le allarmanti condizioni dell’ormai ex primula rossa. Condizioni che inducono il padre di Julian, John Shipton, a paventarne l’estradizione nient’altro che come una “condanna a morte” di fatto.

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Weinstein colpevole di due capi di imputazione: atto sessuale criminale di primo grado e stupro di terzo grado

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Harvey Weinstein è stato trovato colpevole per due capi di imputazione e non colpevole delle altre tre imputazioni. I verdetti di colpevolezza sono per atto sessuale criminale di primo grado e stupro di terzo grado. Dei tre verdetti di non colpevolezza, due riguardavano l’accusa piu’ grave, aggressione sessuale predatoria, che comportava una possibile condanna dell’ex produttore all’ergastolo. Sei donne hanno testimoniato contro Weinstein al processo di New York, ma il caso della procura era costruito sulle accuse di soltanto due di loro, l’ex assistente Miriam Hailey e l’aspirante attrice Jessica Mann, mentre le altre dovevano servire di supporto. Weinstein deve rispondere di accuse di stupro e molestie sessuale anche in un tribunale di Los Angeles.

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