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Cronache

Il pm antimafia Cesare Sirignano spiega le infiltrazioni criminali “nel settore agroalimentare”

Salvatore Calleri

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Cesare Sirignano, sostituto procuratore nazionale antimafia, è uno dei massimi esperti in agromafia e mafia dei trasporti. Minacciato più volte di morte per il suo impegno. Torniamo a parlare con lui dopo alcuni mesi sulla mafia nel 2020.

Il suo impegno nella lotta alla agromafia è risaputo, anche se questo è un argomento poco trattato. Quale è la situazione oggi?
Il settore agroalimentare è da molti anni al centro dell’interesse delle organizzazioni criminali e costituisce per il nostro Paese una delle occasioni di crescita e di sviluppo di primaria importanza. Come accade per tutti i settori produttivi, le infiltrazioni mafiose e la gestione delle attività collegate alla coltivazione ed alla distribuzione dei prodotti agroalimentari determinano una alterazione del mercato, con conseguente danno per i consumatori e per le parti più deboli del sistema, costrette a sottostare alle imposizioni del prezzo ed alle regole di commercializzazione dettate dalle organizzazioni che controllano il territorio.
Il settore agroalimentare è fortemente condizionato dalla pervasività delle mafie, che attraverso il controllo dei mercati ortofrutticoli, dei trasporti e della grande distribuzione decidono quali prodotti possono essere commercializzati ed a quale prezzo, ed impongono ai coltivatori le condizioni ed il costo del prodotto, in un rapporto che li vede soccombere, tanti da impedire lo sviluppo dell’attività, con ricadute negative sull’occupazione. Da più parti si segnala la crisi del settore agroalimentare, sebbene il nostro Paese, per ragioni climatiche, potrebbe ricavare enormi risorse proprio dalle attività agricole. Il contrasto delle organizzazioni criminali che impediscono la crescita del settore agroalimentare rappresenta certamente una priorità e il perseguimento di tale obiettivo non può prescindere da un incisivo impiego di risorse, tali, da un lato, da assicurare i necessari  controlli, e dall’altro da supportare i coltivatori nella conduzione della difficile attività.

Un tema da trattare e da non sottovalutare è quello della tratta degli esseri umani. Le mafie quanto investono e come nella tratta di esseri umani?
La tratta di esseri umani rappresenta uno dei business  criminali più redditizi, insieme allo spaccio di stupefacenti. Si tratta di un’attività illecita gestita da organizzazioni criminali sempre più strutturate sul territorio nazionale ed estero, e in forte incremento, anche a causa del costante flusso migratorio proveniente da alcune aree africane nonché dell’est Europa.
Le acquisizioni investigative degli ultimi anni disvelano come tale settore risulti quasi esclusivamente appannaggio di organizzazioni criminali transnazionali, comunemente definite nuove mafie o mafie etniche, che gestiscono il florido mercato della tratta di esseri umani con metodologie del tutto assimilabili a quelle proprie delle organizzazioni mafiose.
La tratta di esseri umani viene gestita da gruppi criminali stranieri con basi logistiche sparse in Italia ed in Europa ed attraverso sistemi di reclutamento e di trasferimento delle vittime che si basano su riti religiosi e false promesse di occasioni di lavoro il numero delle vittime di tratta sia dei paesi africani che del est europa è in continua crescita con giovani donne ed anche bambini immessi nel circuito dello sfruttamento sessuale e lavorativo
Le rotte seguite dai trafficanti di persone così come le modalità di trasporto variano nel tempo e sulla base di una attenta valutazioni dei rischi strettamente connesse all’intensificarsi dei controlli e dei sequestri
Un numero sempre più consistente di donne nigeriane, albanesi e rumene viene inserito dai trafficanti di migranti negli elenchi da trasportare con priorità sulle coste italiane dove ad accoglierle vi sono gruppi criminali della medesima rete che le indirizzano verso le località di destinazione
Si tratta di un settore criminale in cui le mafie straniere operano in totale autonomia da quelle autoctone reinvestendo i proventi ricavati in attività economiche in Italia e nelle località di origine dei trafficanti.

Le mafie straniere come le nigeriane, le cinesi e le albanesi che ruolo hanno ed in che rapporti sono con le italiane?
 Ormai da qualche decennio in Italia come in Europa si stanno radicando anche mafie straniere che, per struttura e pericolosità, non si presentano in modo molto diverso da quelle autoctone, con le quali si pongono in rapporto spesso di tolleranza e in alcuni casi di collaborazione. Le indagini ed i processi ormai conclusi su alcune organizzazioni nigeriane ed albanesi hanno disvelato come, sia sul piano organizzativo e strutturale che su quello metodologico, le organizzazioni straniere agiscano con i metodi propri delle mafie autoctone, gestendo  alcuni settori criminali quali il traffico di stupefacenti, la tratta di esseri umani, il traffico di  migranti, lo sfruttamento della prostituzione, ed investendo i capitali illeciti accumulati nel settore immobiliare e in quello della ristorazione, in Italia ed in alcune altre località europee.

La mafia nigeriana, in particolare, fortemente radicata in molte regioni d’Italia, puó contare di cellule operative anche in altri Stati europei, strettamente collegate tra loro. Si tratta di un’organizzazione in grado di soddisfare le richieste del mercato della droga e del sesso attraverso una fitta rete di contatti anche con le località di origine in cui risiedono i vertici e dove avviene il reclutamento delle vittime di tratta. 

In alcune zone d’Italia, come ad esempio a Castel Volturno, sono stati accertati anche casi di collaborazione nel settore del traffico di stupefacenti tra organizzazioni criminali nigeriane e clan di camorra, il che consente anche di ritenere che con il passare del tempo la comunità nigeriana che si è insediata sul litorale domitio si è strutturata in modo tale da costituire un interlocutore affidabile in un territorio ad alta densità criminale. 

Tratti in comune delle diverse organizzazioni criminali presenti nel territorio nazionale sono la violenza dei riti di affiliazione dei cult nigeriani (i principali cults a connotazione mafiosa, interessati, negli ultimi anni, da plurime inchieste giudiziarie sul territorio nazionale, sono i THE SUPREME EIYE CONFRATERNITY, i BLACK AXE, i MAPHITE e i VIKINGS), realizzati anche con costrizione del nuovo adepto, e l’obbligo alla partecipazione (mediante il pagamento di una sorta di “tassa di iscrizione”) al finanziamento della confraternita, chiamata a sua volta a provvedere al sostentamento delle famiglie degli affiliati detenuti, secondo un vincolo di assistenza previdenziale.

Costituiscono un fattore di coesione molto elevato le ritualità magiche e fideistiche, che, unite al vincolo etnico e alla forte influenza nella gestione da parte delle lobby in madrepatria, producono una forma di assoggettamento psicologico molto forte.

È sempre presente il ricorso alla violenza per assicurare la tenuta associativa, strumentale allo scoraggiamento di eventuali spinte centrifughe di coloro che ricercassero posizioni autonomiste o che non volessero più far parte dell’organizzazione.

I metodi del trasferimento dei capitali illecitamente acquisiti dalla criminalità organizzata nigeriana sono diversi: uno dei più conosciuti, oltre all’hawala, è il sistema “euro to euro” (un circuito di trasferimento informale, non tracciabile, in uso in Nigeria).

 La criminalità organizzata albanese continua con sempre crescente successo ad occuparsi in maniera predominante del traffico di sostanze stupefacenti, ma realizza importanti proventi illeciti anche dallo sfruttamento della prostituzione, attuato in forma organizzata, spesso in complicità con organizzazioni di rumeni o di nigeriani, riducendo le donne in condizione di schiavitù. Riscontri significativi in tal senso derivano dalle numerose attività di indagine condotte dalle forze di polizia giudiziaria su tutto il territorio italiano.

Il tratto peculiare di tale fenomeno di criminalità organizzata è quello di agire attraverso affiliazioni rinsaldate da legami familiari e di comune provenienza geografica dall’Albania (Valonesi, albanesi del nord ecc.). Si tratta di organizzazioni criminali di difficile annientamento, per la loro notevolissima abilità nel rivitalizzarsi e rinnovarsi negli uomini e nelle modalità operative, oltre che per la straordinaria capacità di spostarsi sul territorio nazionale e anche all’estero.

Nel corso degli anni sono stati rilevati sistemi di comunicazione particolarmente sofisticati e di difficile intercettazione tra le cellule albanesi presenti in Italia e in alcuni territori europei in costante contatto con affiliati stabilmente insediatisi nel sud-America nella gestione dei rapporti con i cartelli sud-americani. Anche gli albanesi, come i nigeriani, sono diventati interlocutori delle mafie autoctone, e ciò anche per la loro presenza con compiti di manovalanza in alcuni porti che rappresentano crocevia importanti nel traffico internazionale di stupefacenti. 

Ad ogni intervento repressivo, peraltro, fa seguito una riorganizzazione della cellula criminale sul territorio e, data l’estensione del fenomeno, appare verosimile ipotizzare che la criminalità albanese almeno in certe aree territoriali abbia acquisito una sorta di monopolio o di preponderanza operativa nella attività di distribuzione degli stupefacenti.

 Anche la criminalità cinese presenta caratteristiche tipicamente mafiose nella gestione di alcuni settori criminali.

Negli ultimi anni le Forze di polizia giudiziaria hanno sottoposto a sequestro ingenti quantitativi di droghe sintetiche in particolare metanfetaminici (droghe tipo ice e shaboo), riconducibili a traffici gestiti da  organizzazioni cinesi, nonché materiale di ogni genere contraffatto e spesso anche pericoloso per la salute pubblica. 

 Come vede il 2020 per la lotta alla mafia?

 La lotta alle mafie rappresenta senza dubbio una priorità per il nostro Paese, impegnato sia sul piano politico che sul piano giudiziario nella ricerca degli strumenti anche di natura processuale per rendere più efficace possibile la strategia di aggressione ai patrimoni illecitamente accumulati.

La riforma del processo penale appare ineludibile per rendere più credibile l’azione di contrasto, più celere l’accertamento dei reati e delle responsabilità, nel rispetto delle garanzie individuali. L’attuale sistema accusatorio non è adeguato a soddisfare le istanze di giustizia provenienti dalla società civile ed a contrastare i fenomeni criminali particolarmente pervasivi e perniciosi. 

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La resa dello Stato ai mafiosi in carcere, ne parliamo col magistrato antimafia Maresca

Paolo Chiariello

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Detenuti contagiati che non vengono immediatamente isolati. Detenuti che rischiano di diventare vettori del contagio. Scarsa, poca o nessuna organizzazione capillare della sorveglianza sanitaria attiva per detenuti, polizia penitenziaria e chiunque altro a qualsiasi titolo opera nelle carceri. Colloqui tra detenuti e familiari e consegne di qualunque pacco in carcere fino a poco tempo fa in situazioni di promiscuità al limite del codice penale. Eppure dal 31 gennaio (giorno in cui il Governo proclamò lo stato di emergenza) ogni istituzione dello Stato sapeva dell’epidemia e conosceva ogni misura da applicare per fermare il contagio. Anche il Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria sapeva e sa tutto. Ma nonostante tutto nelle carceri è accaduto e accade di tutto.

Tanto che in molti fanno fatica a credere che le carceri siano luoghi sotto il controllo dello Stato. Nel mese di marzo 14 morti, evasioni di massa, rivolte, danni per milioni di euro alle strutture. Nessun carcere si è sottratto alla protesta violenta contro lo Stato “che non assicura ai detenuti le condizioni minime di sicurezza sanitaria” hanno detto i rivoltosi. Se non vi bastano questi numeri per certificare il fallimento dell’amministrazione penitenziaria, proviamo a fornirvene altri. Che cosa si pensa di fare per riportare le carceri sotto il controllo dello Stato? Il Governo e la sua maggioranza svuoteranno le carceri con qualche provvedimento. Lo chiameranno in un modo e faranno uscire qualche migliaia di detenuti a prescindere. Per chi invece resterà dietro le sbarre, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, questo almeno sembra  di capire dalla lettura di una nota del Capo del Dap Francesco Basentini, promette “ricchi premi e cotillons”.

Come per dire: state buoni cari detenuti che resterete nostri ospiti. Se state buoni sappiate che ci sono a vostra disposizione oltre 1600 telefoni mobili,  “acquisteremo ulteriori 1600 cellulari”, “farete colloqui a distanza (visto che i vostri parenti non potete vederli per la quarantena forzata imposta a tutti) che saranno possibili oltre che con l’utilizzo di Skype anche con le video chiamate da effettuarsi tramite le utenze mobili”. Ci sarà la  possibilità di effettuare i video colloqui senza alcuna spesa per tutti i detenuti. E poi lavanderia gratis e  bonifici online con l’aumento dei limiti di spesa per ciascun detenuto. E tanto altro. Segnali di resa in carcere anche a mafiosi viste le concessioni. Abbiamo provato a porre qualche domanda su questo difficile momento a Catello Maresca,  magistrato antimafia, uno che i mafiosi li ha mandati e li manda in carcere, in alcuni casi si tratta di padrini mafiosi del calibro di Michele Zagaria o Giuseppe Setola. Lo raggiungiamo telefonicamente, è molto restio a parlare ma poi accetta di rispondere a qualche domanda.

Carceri polveriere. Momenti delle rivolte delle settimane scorse

Dottor Maresca, già non se ne parlava più di mafia. Ora con l’epidemia in atto sembra calato un silenzio tombale. Un ergastolano di origini siciliane, Antonio Sudato, 67 anni, rinchiuso nel carcere di Sulmona, è stato scarcerato e messo ai domiciliari per scongiurare il “rischio di contagio da coronavirus”.  

Se fosse come dice lei è una follia. Però, mi scusi ma non voglio parlare di casi specifici le cui motivazioni non conosco. Sulla pericolosità delle mafie, osservo che ora sono più pericolose che mai, perché non sono andate in quarantena, ma hanno messo in atto già la loro strategia criminale. Fanno proselitismo portando generi alimentari alla povera gente oggi in difficoltà più di ieri in modo da precostituirsi un credito importante che riscuoteranno appena necessario. Che si tradurrà in manovalanza in gran quantità per lo spaccio della droga, le estorsioni e le attività violente.

Sono anche tempi buoni per i mafiosi per usare le immense liquidità che possiedono per fare shopping di aziende in difficoltà.

Iniziano a porre le basi per il riciclaggio del danaro illecitamente accumulato nell’economia legale. Una economia che viene inquinata e dove i mafiosi agiscono oltre che da mafiosi anche in regime di concorrenza sleale. È di ieri la notizia di un carico di soldi sequestrato alla frontiera. Montagne di euro. E chissà quanto denaro  starà entrando incontrollato nel Paese. E tutto questo oggi viene allegramente gestito dai capi mafiosi anche dal carcere. E non si sta facendo nulla per impedirlo. Anzi…

Anzi?

Anzi oggi è praticamente impossibile intercettare messaggi, comunicazioni, in pratica tutto quello che esce dal carcere. La magistratura è oggi totalmente impotente.

Dottore lei si riferisce all’utilizzo del telefono cellulare e di Skype gratis in cella per i detenuti che si trovano anche nei reparti di alta sicurezza?

Guardi che mentre lei mi fa questa domanda, e colgo dal suo tono al telefono un mezzo sorriso – immagino perchè anche lei non riesce a capacitarsi di quello che stanno facendo -, io le dico che per me è l’errore più grave che si potesse commettere. Credo realisticamente che fosse uno degli obiettivi principali della criminalità organizzata, la vera regia occulta delle agitazioni negli istituti di detenzione nei giorni scorsi.

Cioè, lei dice che dietro quei 14 morti, quelle fughe in massa, le carceri devastate c’era una regia?

Perchè lei pensa che una mattina tutti questi signori si sono svegliati e così, per puro caso, in 20/30 istituti penitenziari d’Italia centinaia di detenuti, tutti assieme, molti di questi extracomunitari, tantissimi di loro anche tossicodipendenti, hanno messo a ferro a fuoco tutto? Lei davvero pensa che quei detenuti morti, molti di loro deceduti per aver ingurgitato nel corso delle rivolte una quantità impressionante di psicofarmaci dalle farmacie assaltate, avessero scienza di quello che facevano?

Non  importa quello che penso io, lei che dice?

Io dico, aspettiamo di capire. Ci sono sicuramente indagini in corso. Quello che le posso dire è che quando facevo indagini ed arrestavo i criminali, alcuni di loro per cercare di sfuggirmi usavano Skype per non essere intercettati. Così io mi inventai il virus trojan che inoculavamo nei telefonini per intercettarli, che poi qualche anno dopo è diventato famoso. Così riuscivo a entrare nei telefonini dei boss e seguirli… Oggi è lo Stato che offre Skype gratis ai detenuti. Qualcosa deve essere andato storto! Credo che sia una delle più brutte pagine della lotta alle mafie in questo Paese. Purtroppo ho l’impressione netta che non siamo stati capaci di opporsi alle richieste dei detenuti più pericolosi, che hanno chiaramente pilotato e strumentalizzato l’emergenza coronavirus.

Che cosa si poteva fare di più e meglio nella gestione di queste rivolte che peraltro hanno esposto il Paese al ridicolo a livello internazionale?
Non  posso e non voglio dirle che cosa si poteva o si doveva fare. Non sono io a decidere. E non voglio mancare di rispetto a nessuno. Ma posso dirle che ci siamo fatti fregare tutti. Le mafie hanno gestito l’emergenza coronavirus a loro vantaggio e a loro piacimento. Basta leggere gli eventi con un minimo di lucidità. Questa è la mia lettura, tra qualche tempo vedremo se più o meno realistica. Il 7 e 8 marzo i mafiosi mandano avanti le terze linee, molti addirittura tossici (ne muoiono 14 assaltando le infermerie e facendo razzia di metadone) per lanciare un segnale forte. Seguono rivendicazioni di rapida libertà. Ma in realtà i detenuti dei reparti di Alta Sicurezza sanno di non poterne mai usufruire perché tutti macchiati di reati gravi ( reati ostativi rispetto a qualsiasi beneficio), né credo se ne freghino più di tanto dei reclusi straccioni. Puntano, invece, ad altro e non lo abbiamo capito subito, tutti presi dal dibattito fuorviante su indulto sì indulto no.

Questa è la sua lettura di quei fatti gravissimi? 

La cosa che mi sorprende di più è che neanche i colleghi massimi esperti di trattativa Stato-mafia l’abbiano capito. Eppure, è così evidente! In questo momento di riorganizzazione, di strategie per il futuro, i mafiosi hanno bisogno di comunicare con l’esterno. Non è un caso che le rivolte siano coincise con il blocco dei colloqui coi familiari (tradizionale veicolo di messaggi) da parte del Governo. Ed ecco il 23 marzo, sotto le spinte più varie, molte delle quali in assoluta buona fede dettate da autentica pulsione umanitaria, si compie il delitto perfetto. Un colpo mortale alla lotta alla criminalità organizzata.

 Il carcere di Poggioreale. Ph. Mario Laporta  

Di che cosa stiamo parlando, dottor Maresca? Delle concessioni fatte ai detenuti? 

Segua il ragionamento. Il capo del DAP nell’intento esplicito di placare gli animi (tradotto nell’invito ai direttori degli istituti di pena a spiegare bene ai detenuti la situazione di emergenza) cade nel tranello e fa le più ampie concessioni possibili. Telefoni per tutti, Skype e videochiamate illimitate e gratuite. Bonifici liberi per acquisti e regalie varie all’interno del carcere e poco controllabili quanto al mittente. Ho l’impressione che per non dare la sensazione di adottare provvedimenti di clemenza si sia caduti nella trappola della criminalità organizzata. E neppure si possa imputare nulla a soggetti poco pratici di lotta al crimine organizzato, quando neanche gli esperti forse non ci hanno capito un granché. Per tornare alla sua domanda, io avrei cercato con tutte le forze di evitare di arrivare a questo bivio. Mi sarei sforzato di leggere aldilà delle apparenze, smascherando il bluff della criminalità organizzata, ‘ndranghetisti in testa. Ma…

Ma?
Diciamo che  una volta arrivati a questa situazione, tra il male di mandare a casa i delinquenti meno pericolosi e quello di dare il via libera ai mafiosi, ovviamente io avrei preferito il primo, il male minore. Ma…

Ma?

… Ma s’è fatto tardi, mi scusi ma ora devo davvero lasciarla.

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Sistema Mose per la difesa di Venezia, Zincone: “vaga e poco sostanziale” la relazione dei commissari

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“Pochezza della sostanza e vaghezza delle informazioni, che non significano niente se non denigrazioni senza costrutto ne’ fondamento; sono inoltre riportate molte informazioni inutili allo scopo, molte informazioni ripetute, a volte contraddittorie”: cosi’ Cinzia Zingone, Provveditore alle opere pubbliche del Veneto, contesta la lettera di 29 pagine che i due amministratori straordinari del Consorzio Venezia Nuova, che si stanno occupando dell’ultimazione del sistema Mose, Francesco Ossola e Raffaele Fiengo, hanno fatto recapitare agli inizi di aprile sul tema delle consulenze alla Commissione Ambiente della Camera, su interrogazione dell’on. Nicola Pellicani (Pd). Una relazione che e’ stata “girata” all’organo parlamentare per tramite del supercommissario Elisabetta Spitz attraverso la Prefettura di Roma, competente sulle nomina dei due commissari.  Nella sua missiva Zincone sottolinea che a suo giudizio l’intento della relazione “sia quello di fuorviare il destinatario, in quanto vengono riportati dati incompleti e vengono messi a confronto elementi del tutto incoerenti e scorretti”. Non si discute quindi in assoluto, afferma, che gli amministratori si sia avvalsi di un aiuto nello svolgimento delle loro attivita’ “ma che questo sia stato eccessivo e pertanto ingiustificato, non sempre motivato da esigenze reali, anche a scapito di una struttura gia’ esistente che ha operato per anni di comprovata esperienza”. Nel passo seguente Zincone rincara la dose. “Si ritiene anche che la competenza dei consulenti debba riguardare un’ampiezza di esperienza maturata per interventi di entita’ e di carattere analogo antecedente alla prima collaborazione affidata, anche nell’ambito di opere pubbliche e idrauliche”. Duro il giudizio finale: “Certamente se gli Ams si fossero concentrati sulle funzioni a loro attribuite dal decreto di nomina non ci saremmo trovati oggi con la citta’ ancora indifesa, con la devastazione della grande acqua alta del 12 novembre scorso – conclude – e con una produzione in libera caduta”.

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Protesta all’ospedale Schiavonia, 22 sindaci denunciati per “assembramento vietato”

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Assembramento vietato al tempi del Coronavirus: rischia di costare casa a 22 sindaci della Bassa Padovana la protesta attuata oggi davanti all’ospedale di Schiavonia per chiedere la graduale riapertura di almeno una parte delle attività ordinarie del nosocomio, al momento destinato a pazienti Covid 19. I primi cittadini avevano organizzato una conferenza stampa volante per spiegare le ragioni del loro malcontento, sull’onda dell’iniziativa che con l’hashtag #UnOspedalePerLaBassa sta coinvolgendo i residenti della zona da meta’ marzo. Tutti i presenti giurano di aver rispettato le misure di sicurezza e indossato le mascherine, ma poco dopo l’inizio dell’incontro si sono presentati i vigili urbani del comune di Monselice che hanno denunciato tutti i presenti, giornalisti inclusi, per assembramento con segnalazione alla Prefettura. Il sindaco di Arqua’ Petrarca, Luca Callegaro, e’ ancora incredulo.

 

“Eravamo li’ per rispondere a una precisa richiesta del territorio che ancora non ha avuto risposta – spiega – ci sono 180mila cittadini che al momento sono privi di ospedale, visto che si parla di una graduale riapertura delle attivita’ vorremmo capire se c’e’ un cronoprogramma per l’ospedale di Schiavonia che da meta’ marzo e’ stato destinato unicamente all’emergenza, ma ci siamo visti arrivare i vigili”. Tra i piu’ arrabbiati il deputato del Pd, Alessandro Zan. “La ‘retata’ contro sindaci e giornalisti durante la manifestazione a Schiavonia e’ gravissima” commenta, annunciando sull’episodio la presentazione di una interrogazione al ministro degli Interni, Luciana Lamorgese. Sulla stessa linea il Presidente della Provincia di Padova Fabio Bui. “Condivisibili o meno le richieste espresse dai sindaci – sottolinea – l’accertamento mi e’ sembrato inopportuno, dal momento che i colleghi si erano posti nel rispetto sia delle norme di sicurezza vigenti, che delle altre Istituzioni oggi impegnate, alla loro pari, a trovare una soluzione all’emergenza Covid 19”. A dirsi “vicina ai sindaci della Bassa Padovana” e’ pure Francesca Businarolo, deputata del Movimento 5 Stelle e presidente della commissione giustizia di Montecitorio. “Con la loro protesta – sostiene – hanno evidenziato una questione importante”.

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