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I talenti della danza, Giuliana Pennacchio: “La scuola Harmony mi ha dato lo strumento”

Eugenia Avena

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“Ascoltate la musica con l’anima. Non sentite un essere interiore che vi si risveglia dentro? È per lui che la testa vi si drizza, che le braccia si sollevano, che camminate lentamente verso la luce. E questo risveglio è il primo passo della danza come la concepisco io”. Le parole di Isadora Duncan, considerata l’antesignana della danza moderna, danno l’idea di come quest’arte sia fatta di passione. Ma anche sacrificio. Sogno e disciplina.

 

Protagonista di questa puntata sui talenti della danza della scuola Harmony è Giuliana Pennacchio che ha concluso gli studi regolari della danza classica accademica presso la scuola diretta dal Maestro Arnaldo Angelini, dove si è diplomata nel 2008 con ottimi risultati.

“Dalla Harmony – dice la danzatrice- ho ricevuto tutto ciò che un allievo deve ricevere: lo strumento”.

“Lo strumento – spiega Giuliana Pennacchio – per capire come affrontare una lezione, per entrare in contatto con le correzioni, per superare i continui limiti che questa meravigliosa disciplina ti pone quotidianamente avanti. Ma soprattutto mi ha ridato la possibilità di riprendere in mano un sogno distrutto da mani incompetenti prima”.

Mentre studia per conseguire il diploma, frequenta presso la stessa scuola tre anni di tirocinio all’insegnamento della danza durante i quali ha avuto la possibilità di approfondire la tecnica accademica sul piano teorico –pratico, pedagogico, musicale e coreografico.

Tra le sue esperienze artistiche di ricordano: “Premio Charlot” Rai1  nel 2005, dove lavora come ballerina; assistente coreografa per il Ballo delle debuttanti della scuola militare Nunziatella per gli anni 2005/2006-2006/2007; “Cerimonia di apertura dei Mondiali di nuoto” nel 2009,  allo Stadio dei Marmi Roma- corpo di ballo dell’Accademia Nazionale di Danza esibendosi con le coreografie di due artisti di fama internazionale come Wayne McGregor e Ismael Ivo;
ballerina per la Prima de il film “Il Cigno Nero” , nel giugno 2010;
testimonial per Jehsel Lau – abbigliamento per la danza nel giugno
2010; ha partecipato allo “Spot pubblicitario Martini – Like is an attitude” nel 2010 come ballerina del corpo di ballo; “Fracomina Abbigliamento” nel 2011 come  Testimonial ballerina; si esibisce inoltre nel corpo di ballo dell’Accademia Nazionale  in Excelsior, Lo Schiaccianoci, Don Chisciotte messi in scena presso il Teatro
Grande dell’AND, l’Auditorium della Conciliazione di Roma, l’Auditorium di Parma e Piazza Del Popolo a Roma.

 

Successivamente, nel 2013, si laurea con il massimo dei voti e lode e si abilita all’insegnamento della danza classica presso l’ Accademia Nazionale di Danza di Roma. Professoressa di Tecnica della Danza Classica e repertorio presso i diversi Licei Coreutici della Campania:
ISISS Conti di Aversa, Liceo Coreutico Galilei di Mondragone,liceo Di Martino di Portici e presso il Liceo Coreutico Galizia di Nocera.


“Oggi, da insegnante, dice Giuliana Pennacchio, cerco di essere per ogni allievo quella scintilla che fa accendere il fuoco, prima della mente e poi del corpo portando quello strumento dentro ogni mio passo.
Alla Harmony devo le mie radici che mi hanno permesso di poter andare lontano senza mai dimenticare da dove vengo!”

Successivamente, nel 2013, si laurea con il massimo dei voti e lode e si abilita all’insegnamento della danza classica presso l’ Accademia Nazionale di Danza di Roma. Professoressa di Tecnica della Danza Classica e repertorio presso i diversi Licei Coreutici della Campania:
ISISS Conti di Aversa, Liceo Coreutico Galilei di Mondragone,liceo Di Martino di Portici e presso il Liceo Coreutico Galizia di Nocera.
Oggi è docente presso diverse scuole di avviamento professionale
alla Danza e Direttore artistico della scuola di Danza “Emozioni in punta di piedi” .

Harmony, le stelle della danza. Dal 6 novembre di domenica le puntate precedenti.

Harmony, la danza a Napoli: la storia di Marcello Angelini che ha fatto “volare” il Tulsa Ballet

Diplomata alla scuola di Danza classica diretta da Arnaldo Angelini nel 1980, diploma accademico all'insegnamento della danza classica presso l'Accademia nazionale di danza di Roma nel 1985. Dal 1986 docente presso la scuola Harmony

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Caos pandemia, parla l’epistemologo Angelo Turco: giornalisti impreparati, politici confusi e liti tra medici-clinici e scienziati-ricercatori

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Durante la pandemia, il professor Angelo Turco, africanista e studioso di teoria ed epistemologia della geografia, prorettore prima e ora professore emerito all’Università IULM di Milano, ha tenuto su Juorno il corso digitale “Epistemologia della pandemia. Come funziona la mente dei ricercatori che provano a battere Covid 19”.

Angelo Turco. Africanista, professore emerito all’Università Iulm di Milano

Lo scopo era quello di spiegare come il sapere scientifico viene prodotto e poi diffuso al grande pubblico, in un momento in cui sulla scena si affollavano medici, virologi ed epidemiologi e fra mille informazioni, spesso discordanti fra loro, la gente non riusciva ad orientarsi e a comprendere con chiarezza cosa stesse accadendo. Oggi il contenuto di quel corso è diventato un articolo, che è stato appena pubblicato sulla rivista scientifica “Documenti Geografici”.

Professor Turco, il suo corso è stato appena pubblicato in forma di articolo. Si ritiene soddisfatto? Qual è il suo bilancio del corso tenuto su Juorno?

Sì, sono molto soddisfatto perché è l’articolo di apertura di un fascicolo molto importante di oltre 400 pagine, che raccoglie una cinquantina di contributi sul Covid-19. Si tratta di un importante riconoscimento da parte della comunità scientifica. Il risultato finale del corso è stato buono, perché, a conti fatti, è come se questo corso fosse stato tenuto in un anfiteatro frequentato in media da 700 studenti. Un bel successo reso possibile dalle tecnologie digitali e naturalmente dalla disponibilità di Juorno e del direttore Paolo Chiariello. 

Come giudica il modo in cui gli scienziati hanno comunicato la pandemia?

È una vicenda che continuo a seguire con interesse. Intanto si è chiarito che, quella che all’epoca del corso poteva apparire come una confusione di linguaggi, un intersecarsi di diversi punti di vista, adesso è invece diventato uno scontro aperto fra le due anime storiche della cultura epidemiologica: da una parte virologi, epidemiologi, infettivologi, che studiano come il virus si propaga e attacca l’organismo, dall’altra parte, i clinici, quelli cioè che studiano perlopiù il malato e osservano come il suo corpo reagisce alle diverse terapie. Allo stato attuale del dibattito, i clinici spingono apertamente per una ripresa quasi senza limiti della vita ordinaria, mentre gli epidemiologi predicano cautela, continuando a temere una ripresa della virulenza epidemica. Io sto dalla parte di questi ultimi. Ai clinici imputo un grave errore di valutazione, cioè quello di basare l’intero ragionamento sulla situazione italiana, senza tenere conto di ciò che avviene nel resto del mondo. Questa non è una semplice epidemia, ma una pandemia. E nei due principali focolai al mondo, Stati Uniti e Brasile, le cose stanno andando in modo molto diverso dall’Italia; non si possono fondare delle decisioni basandosi solo su ciò che avviene in Italia.

Cosa può dirci invece della comunicazione politica sul Covid? In molti casi è sembrata un mezzo per rafforzare la propria immagine e racimolare consensi.

È un aspetto rilevante della faccenda, perché la comunicazione gioca un ruolo primario. Da una parte abbiamo appurato che gli scienziati non sono buoni comunicatori, nel senso che nel comunicare i risultati delle proprie ricerche hanno lasciato vaste aree di ambiguità, che sono state sfruttate dai giornalisti, che cercano conferme alle tesi che intendono dimostrare, ma soprattutto dai politici. I politici, giocando sull’ambiguità, non dicono cose inesatte, ma cose più o meno compatibili con quello che forse intendeva comunicare lo scienziato in questione. Così ha luogo lo sfruttamento mediatico e politico della posizione degli scienziati. É stato così non solo in Italia, ma anche negli Stati Uniti, in Brasile e in altre parti d’Europa. 

Qual è il significato del ricorso ossessivo al linguaggio bellico nel racconto del virus? 

Credo sia un linguaggio virulento e peraltro inappropriato rispetto alle modalità con cui ci riferiamo alla metafora bellica; il riferimento costante è alla guerra tradizionale, con battaglie frontali, grandi e ordinati dispiegamenti. Oggi invece ci troviamo di fronte a nuove guerre: i conflitti in Libia, in Siria e in Iraq non hanno niente a che vedere con le guerre tradizionali e le immagini usate per raccontare l’epidemia sono del tutto inadeguate.

Quali conseguenze potrebbe avere la pandemia sul piano geopolitico? 

Sul piano geopolitico il tema portante è quello del vaccino. Chi arriva prima al vaccino, si intesta un primato non solo scientifico, ma anche morale, candidandosi di diritto alla guida di una globalizzazione che tutti hanno interesse a strappare agli Stati Uniti. La candidatura della Cina al riguardo è molto forte e il vaccino – che la Cina ha promesso di mettere immediatamente e gratuitamente a disposizione di tutti – è l’ombrello etico attraverso cui accreditarsi come grande potenza morale davanti ai grandi cataclismi, alle emergenze e ai rischi che il mondo corre, salvo contraddirsi immediatamente con le sue politiche non-ambientaliste: la Cina oggi è, assieme agli Stati Uniti, il Paese che maggiormente contribuisce alla degradazione ambientale.

Le chiedo infine un giudizio sul comportamento assunto dai giornali e dai media nella narrazione del Covid-19.

È stato un comportamento tutto sommato corretto dal punto di vista professionale, ma fatalmente inadeguato dal punto di vista delle tecniche e dei linguaggi utilizzati per raccontare la pandemia, perché i giornalisti non erano assolutamente preparati per un evento di questo genere e anche da un punto di vista tecnico capivano molto poco di quello che stava succedendo. Ad esempio, la forte tensione fra medicina clinica e ricerca epidemiologica, che ha radici antichissime, meriterebbe di essere trattata con maggiore attenzione e capacità di lettura, invece viene trattata come una partita di calcio: ognuno si fa la sua opinione e facciamo gli schieramenti da stadio.

Dobbiamo continuare a stare sul pezzo, anche perché effettivamente non sappiamo che cosa succederà nei prossimi mesi. Se riuscissimo a mettere a punto dei farmaci specifici, pensati e sviluppati appositamente per contrastare gli effetti del virus, allora potremmo stare più tranquilli.

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Beni culturali, il ‘Manifesto’ per la Gaiola promosso dal MANN

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Un ‘manifesto’ per la Gaiola, il parco sommerso tra natura e archeologia che rende unico il Golfo di Napoli con le sue vestigia romane di eta’ imperiale, un sito che va protetto, amato e valorizzato: per sostenere i gestori del CSI Gaiola onlus nel loro delicato lavoro e chiamare i cittadini ad una fruizione responsabile, alla vigilia della riapertura del sito ( 3 luglio) e del parco archeologico (5 luglio) il Museo Archeologico nazionale di Napoli promuove una lettera aperta che con il direttore del MANN Paolo Giulierini firmano oltre 50 tra direttori di musei e siti culturali del territorio (come Fabio Pagano del Parco dei Campo Flegrei, Laura Valente presidente del Madre, Paolo Iorio direttore del Museo del Tesoro di San Gennaro e del Filangieri), docenti universitari come Giuliano Volpe, Giorgio Ventre, Giovanni Fulvio Russo, Stefano Mazzoleni, responsabili dei 25 siti del centro storico di Napoli uniti nella rete Extramann coordinata da Daniela Savy, operatori culturali e ambientalisti, dal FAI a Marevivo e WWF. ”Il paziente lavoro di recupero dal basso di un gruppo di ricercatori ha tenacemente ridato dignita’ e bellezza al sito – si ricorda nel documento che ne ripercorre la storia fino al 2002 -. Quel gruppo di ricercatori, il Centro Studi Interdisciplinari Gaiola onlus, e’ un esempio virtuoso di questa citta’, che il ministero dell’Ambiente e quello dei Beni culturali, di concerto, hanno riconosciuto quale Ente gestore del Parco, e oggi come allora continua a remare sempre nella stessa direzione, quella della salvaguardia di un bene comune inestimabile”.

Paolo Giulierini

Con la fine dell’emergenza Covid e le riaperture, si nota, ” il Parco Sommerso della Gaiola si trova a percorrere una strada piu’ erta rispetto a molti altri luoghi della cultura, proprio per la sua particolarita’ e fragilita”’ . L’invito alle amministrazioni locali e ai cittadini ‘con i loro comportamenti consapevoli’ , e’ ad affiancare il soggetto gestore affinche’ ”si dia vita a un nuovo paradigma di fruizione del sito che metta al primo posto il rispetto dei luoghi, dei visitatori e del nostro patrimonio culturale e ambientale”. E proprio per la straordinaria bellezza dei luoghi nel I Sec. a.C. il ricco cavaliere romano Publio Vedio Pollione volle costruire qui la sua villa d’otium che chiamo’ Pausilypon, ovvero ‘dove cessano gli affanni’. Alla sua morte divenne dimora imperiale, ed oggi le testimonianze di questo antico sfarzo sono sparse ovunque, sopra e sotto la superficie del mare. Risalendo la collina dalle profondita’ marine, infatti, si passa dai resti di strutture portuali, peschiere, e aree termali fino a giungere sulle sommita’ dove sorgono l’Odeion ed il Teatro. Un luogo della cultura unico, quindi, non solo un accesso al mare contingentato (obbligatoria la prenotazione sul sito area marina protetta Gaiola) che i sottoscrittori chiedono di proteggere e far conoscere meglio a napoletani e turisti.

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Nuova geopolitica della Cina: dal vaccino per tutti alle persecuzioni degli Uiguri alla sicurezza di Hong Kong

Angelo Turco

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La notizia del giorno è che il vaccino cinese arriverà per primo: “come è stato ordinato” dicono i soldati del Celeste Impero. Già, sono loro infatti, attraverso la specialissima “Accademia delle Scienze” militare, che hanno stretto un’intesa con la CanSino Biologics, un’azienda di Tianjin, al fine di passare direttamente dalla Fase 2 (prime sperimentazioni cliniche) alla somministrazione su vasta scala. Considerando dunque quest’ultima come la Fase 3, quella prevista dai protocolli di sicurezza per attestare in via definitiva l’innocuità del farmaco e la sua efficacia.

Tianjin. La città cinese dove ha sede la CanSino Biologics che sta per testare su centinaia di migliaia di cinesi il vaccino Ad5-nCoV

          E dunque nei prossimi mesi, il vaccino sarà somministrato ai militari cinesi, che si contano a milioni, tra uomini e donne. Si chiama Ad5-nCoV: un nome impossibile. E su di esso si sanno cose vaghe: che non farebbe danni collaterali, che sarebbe significativamente efficace. Ammetto senza sforzo che un prototipo vaccinale del genere non me lo farei iniettare: senza dati analitici trasparenti e senza verifiche internazionali. Ma probabilmente avrei torto, comportandomi come si comportano quelli del Grande Oltre, che di solito capiscono poco della cultura e anche della scienza cinese, compresa la medicina. Non a caso la generalessa Chen Wei, una virologa alla testa dell‘équipe medica che collabora con la CanSino, si è iniettata lei stessa, per prima, il vaccino. È il capo che dà l’esempio, da quelle parti. E del resto, che volete: saranno mica pazzi a decimare, con una sperimentazione avventata, il glorioso Esercito Popolare di Liberazione. Tempratosi nella Lunga Marcia sotto la guida di Mao e alfine vittorioso sulle armate di Chiang Kai-shek. 

Chen Wei. Generalessa dell’Esercito cinese e capo virologa alla testa dell‘équipe medica che collabora con la CanSino Biologics

No, no, non voglio dirvi cose che tutti sapete. È solo per raccordare i simboli, operazione che in questo caso è indispensabile. Il vaccino cinese va ben oltre il suo significato farmacologico ed è scarsamente rilevante persino sotto il profilo economico. Ha invece un valore eminentemente geopolitico. Serve a indicare la fine irrevocabile dell’egemonia americana sui processi globalitari. La mondializzazione continuerà, è fin troppo chiaro, ma seguendo orientamenti e regole che altri soggetti scriveranno, avendone acquistato titolo non solo economico, ma scientifico e morale. Il vaccino infatti, promette Pechino, sarà considerato un “bene comune” dell’umanità e messo fin da subito a disposizione di tutti, anche di quelli che non hanno un centesimo per comprarselo.   

Ma c’è un’altra notizia che proviene dal Regno di Mezzo. È, per vero, la notizia che non esiste, ossia quella che i cinesi hanno deciso di ignorare. Specie se, pur riguardando cose che accadono nel loro Paese, è stata fabbricata nel Grande Oltre, ossia quella parte di mondo (poco importa se è “la più gran parte del mondo”) dove vivono i barbari, che sono poi coloro che “non capiscono”, non hanno i mezzi “confuciani” per capire. Come dite? Qual’è la notizia che non esiste nella “storia ufficiale” della Cina, inscritta nel suo presente e proiettata ahimé nel suo avvenire? È quella degli Uiguri, una minoranza turcofona e musulmana del Sinkiang, nell’estremoNord-ovest, discriminata, oppressa, violata nei suoi diritti culturali e materiali dalla Cina di sempre, quella che l’etnia Han, dominante, chiama “propria”. 

Uiguri. Minoranza turcofona e musulmana del Sinkiang, nell’estremoNord-ovest, discriminata, oppressa, internata

La repressione è metodica, pianificata, silenziosa. Un rullo compressore. Le tecniche sono collaudate, provengono dritte dritte dalla Rivoluzione Culturale: “trasformare attraverso l’educazione”. E se ieri quelli che si volevano trasformare erano i “borghesi” delle città mandati nelle campagne a ri-apprendere i sani valori del popolo e il modo per proteggerne gli interessi, oggi da educare è un’intera comunità: 12 milioni di persone. Moschee distrutte, imam arrestati, sentimenti religiosi calpestati. Né la repressione risparmia altri gruppi meno numerosi: kazaki, kirghisi, persino Hui, che sono veri cinesi Han, ma anch’essi islamici.

          Gli Uiguri possono avere solo una mobilità limitata. Ad essi si applicano strettamente le norme sul controllo delle nascite, con punizioni severissime per i trasgressori. C’è almeno un milione di persone ammassate in un migliaio di famigerati “campi di rieducazione”. Frattanto, Pechino incoraggia le politiche migratorie di genti Han dalle regioni orientali.

          Richiama con forza la nostra attenzione su questa vicenda di discriminazione razziale la neonata IPAC (Inter-Parliamentary Alliance on China), un organismo internazionale e interpartitico. Per l’Italia ne fanno parte Lucio Malan, senatore di Forza Italia, e Roberto Rampi, senatore del Partito Democratico. È questa organizzazione che sta valorizzando le fonti ormai corpose che si accumulano su tale spinoso problema. E che per l’essenziale risalgono da un lato allo studioso tedesco Adrian Zenz (https://www.ipac.global/news/ipac-releases-report-on-sterilisation-of-muslim-minorities-in-china-commits-to-political-action) e, dall’altro lato, all’australiana ASPI (Australian Strategic policy Institute: https://www.aspi.org.au/report/uyghurs-sale?__cf_chl_jschl_tk__=035580cb9e13a6cb3e92d3bd138c1f1b3febba3e-1593591312-0-AR01M3WplnqFsgb4KR7MGUCxFYawjp9Ah-sKCS1y0yKleKzAZrZQhrHVAURtgzVsnywealXIvRAOF85CVhKU9D7tHkXQ6w122tCkCxCO6JaqZE1NXL_09Yz6uC7Oya3zPm6zSj_paPvEMyunp1RQmfp_d2maKaB78hriNULnP33X20KeQAwD-nZl-9DTRMwtwTgqr8QidRAKUHIDb6YZCd24uM9osWQHCc6JaelrXYVRwdOsZUs_Kjyy_hiU7LpgAgggvn5NSFg7hs3N4hfbhHzCOwNcKLCESVNLPb3jC-tI).

          Infine, quella che per Pekino può essere considerata una non-notizia, una specie di ordinanza amministrativa che regola la pubblica sicurezza di Hong Kong. Il Parlamento cinese ha votato unanime ieri, 30 Giugno, una legge di cui ancora non si conosce il testo esatto, ma che è rivolta a contrastare “il separatismo, il terrorismo, la sovversione, la collusione con agenti stranieri”. E’ la risposta di Xi Jinping a oltre un anno di mobilitazioni studentesche e popolari in favore di un’autonomia prolungata e rafforzata nell’ex colonia britannica. La liquidazione del sogno democratico in quello che il Partito Comunista considera, insieme a Taiwan, un odioso contro-modello dell’intangibile patriottismo cinese.

          Alla fine, chiediamo noi che molto ci attendiamo dalla Cina globalitaria ma continuiamo a tenere saldi i piedi nel nostro Grande Oltre democratico, come può pretendere questo immenso Paese di giocare un ruolo di leadership? Come, se fonda il proprio profilo politico su una deriva dei continenti morali che non solo non rispetta i fondamenti della democrazia, non solo fa scempio delle riserve ambientali di un pianeta che non appartiene a nessuno Stato ma è di tutti i suoi abitanti, ma in più calpesta ovunque i diritti umani e politici? E ciò, in nome di pretese razzialistiche e principi vetero-nazionalistici miopi al punto che nessun letterato confuciano, di quelli che hanno saputo garantire la perennità dell’Impero, potrebbe mai risolversi ad accettare.  

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