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I ricercatori, i loro paradigmi e la comunicazione pubblica della scienza ai tempi della pandemia

Angelo Turco

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La comunicazione pubblica della scienza oscilla tra gli specialismi del linguaggio e la manipolazione dei molti interessi in campo: politici, economici, mediatici. Sappiamo bene che gli scienziati di tutto il mondo, a centinaia, sono impegnati in un fronte ampio di ricerche per battere il coronavirus. Appartengono a differenti discipline e specialità mediche, biologiche farmacologiche, per citare solo quelle più evidenti. Si tratta di un’attività sempre importante, ma in questo frangente assolutamente capitale, poiché rappresenta la base sommersa delle fasi visibili della battaglia: quella clinica, cioè i trattamenti che vengono praticati ai malati negli ospedali; e quella epidemiologica, vale a dire le misure di salute pubblica che riguardano tutta la popolazione di un singolo territorio o di un intero Paese.

Come viene comunicata la ricerca scientifica in un contesto così complesso, a un pubblico vasto e attento, direttamente toccato dalla pandemia, nella propria salute personale, negli affetti, nella quotidianità, ma anche nel lavoro, nell’azienda? Ecco, fatti salvi alcuni casi personali, possiamo dire che essa viene comunicata “molto e male”.

Intendiamoci: non si tratta di mettere in dubbio il valore professionale dei singoli specialisti e delle strutture di ricerca cui appartengono. Si tratta i capire il modo attraverso cui il sistema mediale “tratta” la comunicazione degli scienziati, la quale a sua volta presenta certe caratteristiche. Quali sono queste caratteristiche? Ebbene per coglierle, bisogna entrare, nella mente del ricercatore, vedere come funziona in linea di principio. E’ ciò che stiamo facendo nel Corso on line di “Epistemologia della pandemia”, iniziato ieri ed ospitato da questo giornale (…). In generale, i ricercatori comunicano tanto più facilmente, intensamente e produttivamente tra loro, quanto più, all’interno di una disciplina data (la fisica, la chimica, la letteratura comparata), appartengano a un medesimo paradigma scientifico. Come dite? Cos’è un “paradigma scientifico”?

Proviamo a dirla in modo semplice con Thomas Kuhn, lo studioso che ha coniato l’espressione. Si tratta di “una costellazione di credenze, valori, tecniche, esempi” che informa l’agire del ricercatore, fornendogli i mezzi concettuali e metodologici per operare. Di più, lo motiva e lo gratifica, facendolo sentire membro ascoltato di questa o quella comunità (io sono un biologo, un geografo, un farmacologo). Quando la scienza evolve all’interno di un determinato paradigma, viene detta “normale”: procede per piccoli passi, per accumulazioni progressive, per “addizioni” che rispettano la regola della compatibilità delle conoscenze che si vengono via via acquisendo con quelle già possedute. Ma arriva un momento nel quale il “paradigma” non funziona più, non risolve più i problemi che la ricerca si pone, per spinte interne o sotto la pressione dei bisogni sociali emergenti (economici, politici, etici, ambientali, medici). Si apre allora una fase “rivoluzionaria” per la scienza, in cui viene sconvolto il vecchio paradigma di riferimento e nascono nuovi profili paradigmatici. Ecco, i ricercatori comunicano tra loro con l’efficacia “massima”, in condizioni di “scienza normale”. Vivono, viceversa, le transizioni paradigmatiche come momenti di forte tensione concettuale ed emozionale, che si traduce sovente in “stress comunicativo”.

Questo si aggiunge al fatto che i ricercatori comunicano tra loro con intensità ed efficacia decrescente quando appartengano non solo a paradigmi diversi, ma a discipline diverse. Di più, essi non sono abituati –e non hanno una spiccata propensione, salvo personali eccezioni- a comunicare in ambiti extra-scientifici: in particolare in ambito sociale e politico. Da tutto ciò discendono due aspetti decisivi. Il primo, sul piano interno: i ricercatori riorganizzano la comunicazione “tra loro” in vista della costituzione di quelli che Imre Lakatos chiama “Programmi di ricerca”, che nascono su base interdisciplinare per rispondere a problemi e situazioni nuove. Chiaramente, la pandemia di Covid 19 prefigura condizioni di questo tipo.

Il secondo, sul piano esterno: quando vanno in TV gli scienziati si trovano nella prospettiva non di una “scienza normale”, dove tutto funziona secondo certi paradigmi universalmente accettati, ma in condizioni di “scienza rivoluzionaria”, in cui si sviluppano nuovi “programmi di ricerca” nei quali emergono nuovi paradigmi scientifici spesso in competizione tra loro. Tutto ciò, si capisce, ha conseguenze importanti sia sul piano della chiarezza ed efficacia delle informazioni divulgate, come pure sul piano della manipolabilità (mediatica, politica e d’altro genere) del discorso scientifico pubblico. Faccende importanti, si capisce. Sarà il caso di tornarci sopra.    

Corso di “Epistemologia della pandemia”: ecco come si svolgerà, con quale calendario e come si può interagire con efficacia

 

Epistemologia della pandemia/ I Modulo/ La mente del ricercatore, il funzionamento delle comunità scientifiche, gli impatti sociali della scienza

 

Video 1: Strumenti per capire come funziona la testa dei ricercatori che si occupano del coronavirus

 

Video 2: Pandemia, analisi e correlazioni del risvolto medico e del risvolto sociale

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Giovanni Tommasino e Giuseppe Esposito, uccisi dal coronavirus nello stesso giorno

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Giuseppe e Giovanni, due storie, due persone stroncate dal virus maledetto: tutte e due vegliavano sugli altri. il primo, luogotenente della polizia municipale partenopea, l’altro medico di base. Uccisi nello stesso giorno a quasi 800 chilometri di distanza.

“Sono affetto da infezione da Coronavirus. Adesso sono ricoverato in attesa di trasferimento in una rianimazione. Spero di tornare presto tra voi. Non uscite, è l’unica arma che avete, non potete immaginare quanto è brutto. Io dovevo uscire per forza”. Lo scriveva su Facebook due settimane fa il dottor Giovanni Tommasino, medico di base a Castellammare di Stabia ed ex assessore, mentre era in attesa di entrare in terapia intensiva. L’ambulanza lo aveva trasportato all’ospedale di Sorrento dove venne accertato il contagio poi venne trasferiti a Scafati. Dove il virus bastardo lo ha ucciso. E pensare che qualche giorno fa sembrava migliorato al punto che i suoi amici sui social ne avevano annunciato presto l’uscita dalla rianimazione.

Lui aveva messo tutti in guardia ed aveva curato i suoi assistiti fino a pochi giorni prima di scoprire di essere stato contagiato. Magari proprio da qualcuno di loro. Lascia moglie, figli e nipotini. Sul suo profilo social sono stati tanti i messaggi lasciati dai suoi concittadini, uno per tutti: “Con lei dottore è andato via un pezzo di storia… Grande medico e grande uomo la sua immensa umanità lo ha sempre contraddistinto… Che il Signore lo abbia in gloria caro dottore,siamo tutti veramente distrutti dalla notizia”.

 

Giuseppe Esposito era luogotenente della Polizia Municipale di Napoli, 33 anni di servizio: era andato a Bergamo nel mese di febbraio per un intervento al ginocchio e per la successiva riabilitazione e non è più tornato a casa. Ucciso anche lui dal covi-19. ”Prendiamo parte al grande dolore per la tragica morte di Giuseppe Esposito, Luogotenente di Polizia Locale” scrive  il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, annunciando l’arrivo del corpo a Napoli da Bergamo “accolto dal Comando di Via Santa Maria del Pianto a sirene spiegate come segno di omaggio per un collega amato da tutti e sempre in prima linea nelle delicate attività affidate al Comando della Polizia Locale” . Che riposino in pace tutti e due.

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Casa Azzurri da lunedì ospita chi lotta col virus

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Fermo ma non immobile davanti al dramma pandemia, il mondo del calcio tende la mano a chi lotta e soffre non solo con donazioni e iniziative di sostegno ma mettendo a disposizione anche i suoi ‘templi’. Il Real Madrid ha offerto il Santiago Bernabeu, Rio il mitico Maracana’ ma e’ la Casa degli Azzurri di Coverciano a tagliare il traguardo della operativita’, visto che da lunedi’ 6 al Centro tecnico, reso disponibile dalla Figc alla citta’ di Firenze per l’emergenza, arriveranno i primi ospiti. La struttura ha avuto il via libera ad ospitare persone clinicamente guarite e dimesse dall’ospedale, ma che risultano ancora positive al tampone. Devono stare in isolamento domiciliare ma per coloro che sono impossibilitati a risiedere nella propria abitazione ecco che si aprono le porte del Centro tecnico. Sono 54 le camere che potranno esser utilizzate, insieme con tutti gli spazi comuni della Casa delle Nazionali, che e’ famosa anche all’estero come l’Universita’ del calcio. Prende cosi’ forma l’iniziativa voluta dal presidente della Figc, Gabriele Gravina grazie, si spiega, “alla collaborazione con il sindaco di Firenze, Dario Nardella, che ha ribattezzato il Centro la ‘Casa della solidarieta”, e l’Azienda Usl Toscana Centro, che ha preso in carico la struttura, gestita con il coordinamento sanitario di zona e della Societa’ della salute”. “Sono felice che la nostra disponibilita’ sia stata accolta con tanto entusiasmo dal sindaco – dichiara Gravina -. Siamo a disposizione, con tutti i nostri mezzi, per contribuire alla gestione dell’emergenza. Mi auguro che l’accoglienza nel Centro federale possa favorire la piena guarigione di tutti coloro che saranno ospitati”. “Ringrazio il presidente Gravina e la Figc per aver messo la struttura di Coverciano a disposizione della citta’ – ha detto Nardella -. E’ la prima volta che questo complesso viene utilizzato a fini sanitari: rimarra’ nella storia, ma soprattutto ci aiutera’ a gestire tutta la fase di emergenza da lunedi’ in poi”.

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Ecco le linee guida dell’ospedale Gaslini per i bambini malati di covid-19

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L’Istituto Gaslini ha elaborato un Protocollo per la gestione assistenziale dei pazienti COVID- 19 in età perinatale, pediatrica e negli adolescenti. Lo ha annunciato il direttore generale Paolo Petralia: “Un team multidisciplinare dell’IRCCS Istituto Giannina Gaslini di Genova ha elaborato un protocollo interno per la gestione dei pazienti pediatrici affetti da COVID-19. È già operativo e disponibile per la Comunità medico scientifica. Un lavoro collettivo approfondito, messo a disposizione dai professionisti dell’ospedale pediatrico genovese per neonati, bambini e adolescenti e per coloro che se ne prendono cura” ha detto il direttore generale dell’Istituto Gaslini Paolo Petralia.


Il Gaslini, il nostro Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico in ambito pediatrico, si conferma un’eccellenza nazionale e internazionale – afferma il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti – non solo sotto l’aspetto della diagnosi e cura ma anche nella ricerca scientifica. Il mio ringraziamento va a tutti i professionisti che hanno lavorato e collaborato per garantire le migliori cure possibili anche ai più piccoli”.
Siamo orgogliosi della forte integrazione e della pronta e fruttuosa collaborazione clinico scientifica messa subito in atto dagli specialisti del nostro ospedale pediatrico con i colleghi nazionali e in particolare liguri, che – aggiunge lavicepresidente e assessore alla Sanità Sonia Viale – con il coordinamento di Alisa, sono tutti uniti in questo momento di grande difficoltà dovuto alla pandemia e hanno saputo fare rete mettendo a sistema dati, competenze, esperienze, per offrire a chi ne ha bisogno le cure più efficaci”.
La letteratura scientifica non fornisce al momento indicazioni chiare sulle terapie somministrabili ai pazienti affetti da COVID-19, sia nella fase di degenza sia nella fase di dimissione o di isolamento domiciliare (pazienti positivi al tampone o altamente sospetti). Attualmente vengono utilizzati farmaci resi disponibili per COVID-19al di fuori delle indicazioni terapeutiche, utilizzabili empiricamente con schemi e protocolli terapeutici suggeriti da società scientifiche ed enti regolatori, che però spesso non sono sovrapponibili.
Esistono sempre maggiori evidenze che la complicanza più severa dell’infezione da COVID-19 sia legata ad una risposta esagerata dell’organismo, che determina una tempesta infiammatoria a livello polmonare.
Il Gaslini rappresenta un centro di eccellenza per lo studio delle malattie infiammatorie, con una grande esperienza nell’uso dei farmaci indicati per condizioni di tempesta infiammatoria molto simili a quella osservata in COVID19. Nel corso di queste settimane di contagio gli specialisti del Gaslini si sono coordinati con i più importanti centri di ricerca Italiani e con i diversi ospedali liguri. L’Istituto ha istituito un osservatorio permanente per monitorare in tempo reale l’andamento dei dati provenienti dalle esperienze dei trattamenti dei diversi ospedali liguri e nazionali e le evidenze emergenti ogni giorno dalla letteratura scientifica.
Unendo l’esperienza diretta con i pazienti seguiti attualmente presso il Gaslini, ad una grande esperienza nella cura delle malattie infiammatorie, gli esperti dell’ospedale pediatrico si sono confrontati con i colleghi immunologi, infettivologi, rianimatori, pneumologi e reumatologi interni all’ospedale Gaslini e con quelli operanti negli ospedali dell’adulto, fornendo la loro esperienza per bloccare il più precocemente possibile lo scatenamento di questa risposta infiammatoria, prima che essa determini un danno severo a livello polmonare.
Mettendo a sistema i dati dei pazienti trattati presso l’ospedale pediatrico genovese e i dati che emergono dall’esperienza nel trattamento degli adulti, il team multidisciplinare del Gaslini ha elaborato un protocollo primariamente dedicato alla gestione ospedaliera di eventuali casi severi, che dovessero colpire l’età pediatrica, in particolare per i soggetti più fragili come chi è sottoposto a terapie immunosoppressive, pazienti oncologici, pazienti con gravi patologie polmonari.
Riguardo alle terapie attualmente disponibili il team ha messo a punto la modalità di approccio alla terapia antinfiammatoria, ai farmacia antivirali, alla profilassi antitrombotica, e alle modalità di assistenza respiratoria in età pediatrica.
Nel protocollo per quanto riguarda la terapia antinfiammatoria vengono indicate alternative terapeutiche al tocilizumab, come gli inibitori di interleuchina IL-1 (anakinra) per i quali sono già in corso sperimentazioni cliniche.

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