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I Bonafede-boys, le visite di Basentini a Zagaria, il “protocollo farfalla” e la trattativa Stato-mafia

Paolo Chiariello

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Che cosa succede dalle parti di via Arenula? In quali condizioni il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede affronterà domani, mercoledì 20 maggio, l’Aula di Palazzo Madama dove è calendarizzato il voto su una mozione di sfiducia individuale? Bonafede è uscito dalla storia delle scarcerazioni dei boss di mafia con le ossa rotte. Nel giro di una settimana ha perso per  dimissioni prima il capo del Dap Francesco Basentini e poi il suo capo di Gabinetto Fulvio Baldi.

Carceri da svuotare. La sede del ministero della Giustizia in via Arenula a Roma

Il braccio destro e quello sinistro, i due principali collaboratori di Bonafede sono out e lo sono per storie niente affatto edificanti. Le riassumiamo perché le abbiamo già scritte. Fulvio Baldi viene pescato dai giornalisti de Il Fatto quotidiano in una sequela di mercanteggiamenti e raccomandazioni per piazzare magistrati in uffici e ministeri di peso. E lo fa assieme a Luca Palamara, il magistrato sotto inchiesta a Perugia per lo scandalo delle nomine gestite dal Csm in un clima da foro boario. C’era più riguardo nella gestione delle raccomandazioni delle segreterie dei notabili della politica della prima repubblica ai tempi del penta(s)partito travolto dalle inchieste di Tangentopoli. Messo davanti a questa responsabilità etica, per quel che ne sappiamo nulla di penalmente rilevante, Baldi leva le tende e lascia il suo posto di numero uno di via Arenula.

Fulvio Baldi. Capo di Gabinetto del ministero della Giustizia invischiato in una storia di intercettazioni sulle nomine al Csm senza rilievo penale ma con implicazioni etiche

Sulla sua poltrona, al suo posto, oggi c’è il vice, Leonardo Pucci, compagno di studi universitari e  amico dell’avvocato Giuseppe Conte e anche lui transitato come tutti quanti i magistrati di via Arenula (Basentini e Baldi) per il Palazzo di Giustizia di Potenza.

Francesco Basentini è stato invece costretto a lasciare dopo la scarcerazione del boss camorristico Pasquale Zagaria. Il pm antimafia Catello Maresca per due mesi l’aveva messo in guardia sugli effetti criminogeni di una circolare del Dap che invece di tenere in cella i mafiosi, per un corto circuito istituzionale ne favoriva la fuga di massa. Basentini invece di fare tesoro delle mille preghiere di Maresca, Gratteri, Di Matteo e altri magistrati antimafia, che lo sollecitavano a ritirare quella circolare, nel corso di una puntata del programma “Non è l’Arena” di Giletti, su La 7, insolentì Maresca, invitandolo ad “andare a studiare” invece di disturbarlo come Capo del Dap. 

Il pm antimafia. Catello Maresca per 2 mesi ha spiegato a Basentini che forse non volendo stava per mandare a casa centinaia di mafiosi

Il magistrato napoletano artefice degli arresti dei capi dei Casalesi, reagì come una sfinge. Nessuna replica piccata. A Basentini disse, “va bene dottor Basentini, io tornerò a studiare, lei però non credo abbia ancora capito qualcosa di amministrazione delle carceri”. Poche ore dopo Basentini fu costretto alle dimissioni dal ministro Bonafede, che per correre ai ripari, si inventò una sorta di decreto legge d’urgenza per riportare in cella tutti i mafiosi che Basentini, con la circolare del suo Dap, era riuscito a far tornare a casa con la scusa del Covid 19. Che cos’altro c’era da sapere sul conto di Basentini che avremmo dovuto sapere prima delle sue dimissioni? Che cos’altro c’era da sapere che il ministro Bonafede forse non sapeva, perchè non avrebbe mai dovuto scegliere al Dap Basentini se lo avesse saputo?   

Francesco Basentini. L’ex capo del Dap che inviò la circolare del 21 marzo solo il 21 aprile alla DNA

Basentini nel 2010, nell’ufficio inquirente di Potenza (con tutto il rispetto, un ufficetto molto periferico), ha gestito un pentito di mafia, tal Antonio Cossidente. E allora? Nulla, eccetto un particolare: questo signor Cossidente, professione mafioso, è cugino di primo grado del suocero di Basentini. E allora? Nulla, tutto regolare. Ma se tutto ciò fosse per intero vero, se le parentele fossero tutte vere, forse il magistrato Basentini avrebbe dovuto fare un passo indietro e non gestire un mafioso che vuole collaborare con lo Stato se questi ha rapporti famigliari con un suo congiunto. 

Michele Zagaria. È l’ultimo capo della Cupola mafiosa casalese detenuto al 41 bis

Ma c’è di più, c’è dell’altro sulle modalità operative di esercitare la funzione di capo del Dap da parte di Francesco Basentini. Proviamo ad analizzarne alcune di queste modalità che a nostro modo di vedere sono interessanti sotto il profilo pubblico. Risulta che Francesco Basentini nel periodo in cui è stato potente Capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (a 320mila euro di stipendio annui) abbia fatto visita a più carceri e che in particolare abbia visitato il penitenziario che “ospitava” il detenuto Michele Zagaria. Sappiamo tutti chi è Michele Zagaria: detenuto al 41 bis, sepolto sotto una valanga di ergastoli, ultimo capo della cupola mafiosa del clan dei Casalesi. A che titolo Basentini avrebbe fatto una visita in carcere a Michele Zagaria? Forse aveva notizie di lamentele su vitto e alloggio da parte del boss casalese? Forse voleva capire se le condizioni di detenzione di Zagaria fossero improntate al rispetto della dignità e della umanità di qualunque soggetto in custodia dello Stato? Se così fosse, la visita di Basentini a Zagaria o anche ad altri detenuti, quand’anche al 41 bis, è più che legittima.

Leonardo Pucci. È lui ora l’ultimo dei mohicani a via Arenula dopo la decapitazione di Baldi e di Basentini

Ma Basentini può fare turismo penitenziario tra le celle dei detenuti al 41 bis, quand’anche fosse il Capo del Dap? E quando è stato Capo del Dap, oltre a Zagaria, a quali altri detenuti al 41 bis ha fatto visita? E quali erano tenore e finalità di queste visite?

A noi risulta, ad esempio, che Basentini abbia avuto un lungo colloquio in carcere con Michele Zagaria. Almeno uno solo di colloquio c’è stato. E da atti e documenti risulta che a questo colloquio Basentini non era andato da solo. Era accompagnato, da quel che a noi è dato sapere, dal direttore del carcere che ospitava il camorrista Zagaria. Non solo, pare che ci fosse anche una terza persona. E questa terza persona non era il capo del Gom, il Gruppo Operativo Mobile, reparto mobile del Corpo di Polizia Penitenziaria alle dirette dipendenze del Capo del Dap. Il comandante di questo corpo di élite della Polizia Penitenziaria fu lasciato fuori. Questo è quanto apprendiamo. 

Di questa visita di uomini dello Stato in cella ne parla il mafioso Michele Zagaria nel corso di un colloquio con le sorelle che vanno a trovarlo in carcere. 

Il mafioso, da quel che ci consta, si vanta di questa visita di “uomini dello Stato” (li chiama così) che erano accorsi nella sua cella. Perchè queste vanterie di Zagaria circa “le visite di uomini dello Stato”? Se le motivazioni sono legate alle condizioni di detenzione, non ci sarebbe nulla di eccezionale nelle visite. Certe, avere nella propria cella il Capo del Dap, il direttore del carcere e una terza persona, probabilmente è una cosa importante oppure c’è da avere una qualche forma di riguardo per un detenuto importante.  

Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Il ministro Bonafede con il capo del Dap Basentini e un poliziotto della penitenziaria

E perché dopo le visite in carcere Zagaria si produce, nel corso di processi ai quali è collegato via Skype, in  sceneggiate, offese e insulti contro i magistrati napoletani che a suo dire lo hanno “perseguitato” da latitante e tutt’ora lo perseguitano anche in carcere? Chi suggerisce a Zagaria questo presunto atteggiamento persecutorio, ovviamente infondato, dei magistrati napoletani? Sarebbe bello capirlo. Per quanto ci consta, che il direttore del carcere e il Capo delle carceri possano andare in una cella e chiedere ad un detenuto come si trova, se ci sono problemi, ci sta, può accadere. Ma chi è o chi sono questi uomini dello Stato di cui Zagaria si vanta di aver incontrato in cella? Sarebbe utile capirlo. Nell’interesse anche di Basentini che oggi non è più a capo del Dap, ed è rimasto fulminato nella polemica con il pm antimafia Catello Maresca sulla funzione involontariamente criminogena (Maresca ha parlato di corto circuito istituzionale) della circolare del Dap del 21 marzo che ha allargato le maglie delle celle e consentito a centinaia di mafiosi di tornare a casa. Se uno entra nella cella di Zagaria, a qualunque titolo sia entrato, siamo sicuri che debba lasciare traccia scritta e video. La sorveglianza di un mafioso al 41 bis è disciplinata in maniera maniacale. Nulla deve essere lasciato al caso. Ecco, sarebbe bello sapere se nella cella di Zagaria sono entrati solo Basentini e il direttore del carcere o se c’era anche una terza persona. Di sicuro, quella terza persona non era il generale del Gom che è rimasto fuori. Ma siamo certi che c’è una spiegazione anche su questa storia. Come c’è una spiegazione nella storia dell’offerta di Alfonso Bonafede della direzione del Dap a Nino Di Matteo e poi non se ne fece più nulla per motivi che restano ancora oscuri.     

Ma se tutte queste considerazioni più o meno inquietanti sin qui svolte non fossero già abbastanza forti da richiedere degli accertamenti da parte di organismi inquirenti, c’è dell’altro ancora ed altrettanto inquietante. 

 

Michele Mario Giarrusso. Senatore Espulso dal M5S

Michele Mario Giarrusso, avvocato e senatore, eletto nel M5S e poi espulso, in una conversazione informale con Juorno, spiega che la Commissione parlamentare antimafia ha scoperto l’esistenza del “Protocollo Farfalla”. Che cosa è questo protocollo farfalla? “Era un accordo segreto – spiega Giarrusso – tra spezzoni dei servizi segreti e amministrazione penitenziaria per favorire nell’anonimato rapporti diretti e riservati con mafiosi all’interno delle carceri”. Sempre secondo Giarrusso “questo filo diretto non è mai stato tranciato. Anzi – spiega il senatore ex M5S che voterà la sfiducia a Bonafede – qualcuno approfittando della inettitudine dei vertici del ministero della Giustizia ha chiuso la partita delle rivolte delle carceri di inizio marzo con 8mila scarcerazioni di pericolosi criminali con la scusa del contagio”.

E chi avrebbe firmato la circolare_dap_21_marzo che ha favorito il ritorno a casa di mafiosi, alcuni anche al 41 bis? Lo spiega sempre Giarrusso. “Quella circolare bisognerebbe che fosse ritirata dal ministro Bonafede. Anzi il ministro dovrebbe provare a capire chi ha messo in piedi quella circolare di sabato sera e perché l’han fatta firmare ad una ex educatrice carceraria che ha scalato i vertici del potere interno del ministero della Giustizia prendendo una laurea in comunicazione mentre lavorava, passando così da educatrice ad addetta stampa. In pratica – argomenta Giarrusso – un elemento strategico del contrasto alla criminalità è stato lasciato nelle mani di una addetta stampa. Molti di noi avevamo avvisato per tempo il ministero e il ministro Bonafede sin dalle prime scarcerazioni. Ma quando gli abbiamo spiegato che avrebbe dovuto chiudere le carceri, perché rischiavamo di far uscire centinaia di mafiosi, lui ci ha risposto ‘fate una interrogazione’”. La persona in questione che semplicemente svolge il suo lavoro è tale Assunta Borzacchiello. Giarrusso non fa il suo nome ma quella circolare che fa facendo venire giù l’intero ministero della Giustizia è firmata da lei.

Giarrusso dice senza peli sulla lingua che dopo le rivolte di inizio marzo, quando “ci sono stati 14 morti, evasioni di massa, carceri fuori controllo, danni per milioni di euro, qualcuno ha chiesto ai mafiosi  ‘che cosa volete?’ ‘Vogliamo essere liberati’. ‘Bene, ecco la circolare’. Circolare – continua Giarrusso – che hanno fatto firmare ad un  soggetto di quinta linea, sacrificabile”. Come si è comportato Basentini nel corso di questa crisi della scarcerazione dei boss? “Aveva preso in giro la Commissione Antimafia. Avevamo chiesto – dice sempre Giarrusso –  documentazione sulle scarcerazioni e lui ci aveva mandato una paginetta con una ventina di nomi”. Che cosa pensa che sia accaduto in queste due mesi? Risposta lapidaria. “Ha presente le trattative tra Stato e mafia? Ecco, c’è stata una trattativa e ognuno ne ha ricavato qualcosa”.  

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L’affare criminale dei rifiuti, blitz della Finanza nella più grande discarica della Sicilia: 5 arresti

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La Guardia di Finanza del comando provinciale di Catania, in collaborazione con lo Scico e il gruppo aeronavale di Messina, sta eseguendo un’ordinanza di misure cautelari nei confronti di nove persone (2 in carcere, 3 ai domiciliari e 4 sottoposti a obblighi di Pg) per una presunta illecita conduzione della discarica di Lentini (Siracusa), la piu’ estesa della Sicilia, gestita dalla ‘Sicula trasporti’. L’inchiesta tratta anche le pressioni “esercitate da esponenti del clan mafioso Nardo” per “l’affidamento di un chiosco-bar nello stadio dove gioca la Sicula Leonzio”, squadra di calcio di Prima divisione. I reati ipotizzati a vario titolo dalla Procura di Catania sono associazione a delinquere finalizzata al traffico illecito di rifiuti, frode nelle pubbliche forniture, corruzione continuata, rivelazione di segreto d’ufficio e concorso esterno all’associazione mafiosa. La Gdf sta eseguendo perquisizioni e sequestri preventivi a carico delle societa’ del gruppo Leonardi per complessivi 116 milioni di euro.

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La ‘ndrangheta di Verona, 26 arresti

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Arresti sono in corso in Veneto al termine di un’indagine della Polizia che ha sgominato la ‘locale’ di ‘Ndrangheta di Verona, una struttura autonoma ma riconducibile alla cosca degli Arena-Nicoscia di Isola Capo Rizzuto, in provincia di Crotone. L’inchiesta coordinata dalla Dda di Venezia, ha portato all’emissione da parte del Gip di 26 misure cautelari nei confronti di altrettanti soggetti accusati, a vario titolo, di associazione mafiosa, truffa, riciclaggio, estorsione, traffico di droga, corruzione, turbata liberta’ degli incanti, trasferimento fraudolento di beni e fatture false. In carcere sono finite 17 persone mentre nei confronti di altre 6 sono stati disposti gli arresti domiciliari e per 3 e’ stato disposto l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. Le indagini sono state condotte tra il 2017 ed il 2018 da un gruppo di lavoro composto dagli investigatori della prima divisione del Servizio Centrale Operativo (Sco) della Polizia e dai poliziotti delle squadre mobili di Verona e Venezia, e hanno portato alla luce quelli che vengono ritenuti “gravi indizi” relativi alla presenza della locale di Ndrangheta a Verona.

 

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Mafia: arrestato presunto boss, un bacio come investitura

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Tra gli 11 arrestati nell’ operazione Padronanza della polizia c’e’ Salvatore Alfano, 64 anni, ritenuto il nuovo boss della Noce. Alfano avrebbe avuto l’investitura direttamente da Settimo Mineo – il capo che aveva cercato di ricostituire la nuova Cupola dopo la morte di Toto’ Riina – con un bacio sulla bocca nella piazza principale del quartiere. Mineo andava a trovare spesso Alfano nella concessionaria di famiglia, in piazza Principe di Camporeale. Gia’ questo un segno di rispetto. La riorganizzazione della cupola mafiosa fu bloccata nel dicembre di due anni fa dalla procura di Palermo. Oggi l’inchiesta della squadra mobile fa luce sul mandamento della Noce, dove la famiglia puntava a un rigido controllo del territorio, con estorsioni a tappeto e persino con la gestione delle giostre; negli ultimi tempi i boss si erano lanciati anche nel settore delle intermediazioni immobiliari.

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