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Economia

Guerra Mittal-Governo sull’Ilva di Taranto: l’azienda chiede 5mila esuberi, lo scudo penale era lo specchietto

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L’ex Ilva è una priorità del Paese, non solo del Governo. L’allarme è rosso. Il paventato, minacciato disimpegno di ArcelorMittal, per come è maturato, è inaccettabile. In una conferenza stampa notturna, convocata dopo dodici ore di riunioni tecniche e vertici politici, il premier Giuseppe Conte riassume quello che è uno scontro durissimo tra il governo e la multinazionale dell’acciaio. Sull’immunità restano intatte le tensioni nella maggioranza e nel Movimento Cinque stelle. Ma il Governo ha voluto sgombrare il campo da ogni scusa per ArcelorMittal. “Lo scudo penale è stato offerto ed è stato rifiutato. Il problema è industriale” ha spiegato Conte riferendo che dall’azienda è arrivata un’altra richiesta, questa inaccettabile: cinquemila esuberi. Saranno 48 ore sul filo della suspense. Perchè la trattativa con ArcelorMittal non è ancora definitivamente chiusa. “Al momento la via concreta è il richiamo alla loro responsabilità”, spiega Conte che ha chiesto a Lakshmi Mittal e a suo figlio di aggiornarsi tra massimo due giorni per una nuova proposta. È una delle poche volte, da quando è a Palazzo Chigi, che Conte pone il suo accento sulla serietà del problema. E sono parole che danno il tono della fumata nerissima registrata dopo l’incontro con i vertici di A.Mittal. “Vogliono il disimpegno o un taglio di 5mila lavoratori” ma “nessuna responsabilità sulla decisione dell’azienda puo’ essere attribuita al governo”, spiega Conte sentenziando un concetto che sa di protesta di un intero sistema: “l’Italia è un Paese serio, non ci facciamo prendere in giro”.

Insomma, per evitare inutili giri di parole, lo scontro tra Governo e azienda è praticamente un inizio di causa. E, nell’esecutivo, emerge anche un’altra considerazione: quanto conviene che l’azienda resti? Per questo, parallelamente, si stanno cercando “strade alternative”. Un piano B, insomma, che non includerebbe la partecipazione di Cdp ma che potrebbe concretizzarsi con una nuova cordata. E’ un’ipotesi che emerge a tarda notte e che non riguarderebbe necessariamente Jindal o AcciaItalia. Allo stesso tempo nel M5S filtra già una certa irritazione per la scelta di ArcelorMittal – che ha azzerato la concorrenza – e nei confronti di chi ha gestito il dossier, l’ex ministro Carlo Calenda. Sospetti che il titolare del Mise Stefano Patuanelli cosi’ sintetizza: “è evidente che ArcelorMittal voleva solo un’acquisizione”. Il governo, insomma, passa al contrattacco ma le armi rischiano di essere spuntate. “Il nostro strumento al momento è la pressione nel nostro sistema Paese”, sottolinea Conte convocando, per domani pomeriggio i sindacati, il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano e il sindaco di Taranto Rinaldo Melucci.

 

I numeri dell’industria dell’acciaio in Italia

Sono 10.777 in totale i dipendenti in Italia coinvolti nella decisione di ArcelorMittal di rinunciare all’acquisizione dell’Ilva. Sono ben 10.351 i lavoratori di ArcelorMittal Italia che precipitano così nell’incertezza: 6.978 gli operai, 2.091 gli impiegati, 1.003 i dipendenti intermedi e 279 tra quadri e dirigenti. Altri 426 lavoratori nella procedura fanno capo direttamente alle societa’ del gruppo ArcelorMittal portando cosi’ il totale degli operai coinvolti a 7.040. I numeri del gruppo aggiornati al 31 ottobre emergono nella comunicazione formale fatta da ArcelorMittal alle organizzazioni sindacali e alle rsu, nonche’ per conoscenza alle aziende collegate e al ministero, sulla retrocessione a Ilva dei rispettivi rami d’azienda unitamente al trasferimento di 10.777 dipendenti. La notifica segue l’annuncio lunedi’ del gruppo franco-indiano di voler cessare il contratto sull’ex Ilva e segna di fatto l’avvio della procedura per il disimpegno. Gli stabilimenti di ArcelorMittal Italia sono a Taranto (8.277 persone), Genova (1.016), Novi Ligure (681), Milano (123), Racconigi (134), Paderno Dugnano (39), Legnaro (29) e Marghera (52) per un totale appunto di 10.351 dipendenti. La gran parte degli operai e’ divisa tra Taranto (5.642), Genova (681) e Novi Ligure (469). Quanto alle societa’ del gruppo si tratta di Amis (64), Am Energy (100), Am Tabular (40), Am Maritime (222). Oltre ai 7.040 operai complessivi ex Ilva interessati dalla lettera di ArcelorMittal sono coinvolti nella cosiddetta retrocessione nel complesso 72 dirigenti, 221 quadri, 2.233 impiegati, 1.007 lavoratori intermedi e 204 “marittimi”. In base alle tempistiche previste dalla legge, dalla comunicazione scritta di Arcelor datata 5 novembre, i sindacati hanno sette giorni per chiedere di avviare un esame congiunto dell’operazione. La consultazione si intende comunque esaurita se entro dieci giorni dall’avvio di tale esame non viene raggiunto un accordo. Mentre gia’ 25 giorni dopo la comunicazione formale ex art. 47 (della legge 428/90) puo’ avvenire il trasferimento vero e proprio. La decisione di ArcelorMittal di lasciare Taranto, secondo la Fim, ha già prodotto la richiesta da parte delle aziende di appalto di cassa integrazione. Potrebbero fermarsi gia’ in prima battuta, secondo il sindacato, altri 4.000 lavoratori.

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Diritti tv, divieto a Sky di avere più tutta la Serie A: il Consiglio di Stato “chiude” di fatto Now Tv

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Le partite potranno essere trasmesse in streaming anche da altre emittenti. Così ha deciso il Consiglio di Stato, che ripristina il parere con cui l’Antitrust aveva di fatto censurato Sky per eccesso di posizione dominante. Per intenderci, niente più Now Tv, la piattaforma streaming a prezzi ridotti messa in piedi da Comcast per fare cassa in una azienda , Sky Italia, che fa acqua da tutte le parti.

Basta esclusive dal 2021m quando Sky non potrà più avere tutta per sé la Serie A, almeno non su internet. Per intenderci, niente più Now Tv, la piattaforma streaming a prezzi ridotti messa in piedi da Comcast. Il mercato dei diritti tv del pallone non sarà più lo stesso. La vicenda nasce nel 2018, dall’acquisizione da parte di Sky di R2, la piattaforma (solo quella, non anche i palinsesti) di Mediaset Premium per il digitale terrestre. Un accordo storico, che di fatto aveva fatto saltare il banco nel corso dell’ultima asta dei diritti tv del pallone, facendo scappare gli spagnoli di MediaPro e riconsegnando la Serie A a Sky. Quell’operazione sarebbe saltata un anno dopo per volere delle parti, ma intanto il Garante l’aveva già messa nel mirino: poco importa dell’esito, anche se non è andata in porto ha comunque alterato il mercato, visto che non è stato ristabilito lo “status quo ante” (cioè il duopolio) ma si è passati a un sostanziale monopolio di Sky. Per questo l’Agcm aveva imposto “il divieto per il Gruppo Sky di stipulare nuovi contratti con clausole di esclusiva per la piattaforma internet”. Tradotto: almeno online, la Serie A non potrà più essere soltanto su Sky. Questo per ripristinare un barlumedi concorrenza, mancata nell’ultima asta finita alla coppia Sky–Dazn, molto più alleate che rivali fra loro. Sky aveva fatto ricorso al Tar, e aveva anche vinto lo scorso marzo. Adesso il Consiglio di Stato ribalta il giudizio, in maniera definitiva. Per il pallone in tv cambia tutto.

Dal punto di vista del telespettatore, significa che a partire dal campionato 2021/2022 probabilmente non ci sarà più Now Tv, in quanto Sky non potrà comprare i diritti in esclusiva per internet (SkyGo invece non è toccato dalla sentenza perché considerato una semplice protesi dell’offerta satellitare). La questione, però, è molto più complessa di così. Now Tv era fondamentale per Sky non tanto per i suoi abbonati o ricavi, ma perché serviva a mettere una bandierina sul mercato online, fare da tappo ai competitor Ott (come ad esempio Dazn): le partite di Sky erano solo di Sky, sul satellite come su internet. E questo ne accresceva enormemente il valore. Così non sarà più, se ad esempio Juventus-Inter sarà comunque offerta da qualcun altro in streaming, sicuramente in qualità minore, ma a un prezzo anche più basso.

 

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Economia

Jabil, revocati i licenziamenti: lo annuncia il ministro Catalfo. Ecco il testo dell’accordo

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“Grazie alla mediazione che ho condotto insieme ai tecnici del ministero del Lavoro e al sottosegretario al Mise, Alessandra Todde, Jabil ha deciso di revocare i 190 licenziamenti dello stabilimento di Marcianise”, in provincia di Caserta. L’annuncio è di Nunzia Catalfo, ministro del Lavoro, postato sui social subito dopo la firma dell’accordo avvenuta alle 17 di oggi. Nunzia Catalfo ha aggiunto che continuerà a seguire la questione e si assicurerà che venga garantita ai lavoratori della Jabil di Marcianise un’adeguata prospettiva occupazionale.

“In questi giorni abbiamo lavorato senza sosta per giungere al miglior accordo possibile per tutti, a cominciare dai lavoratori”, sottolinea Catalfo. “Non è stato facile, ma alla fine abbiamo raggiunto l’obiettivo che ci eravamo prefissati. Con le misure ordinarie e straordinarie messe in campo dal mio ministero e dal Mise per fronteggiare l’emergenza Coronavirus, i lavoratori di Jabil- ha scritto Nunzia Catalfo- non solo riceveranno un sostegno al reddito con la cassa integrazione, ma saranno accompagnati in un percorso di ricollocazione verso altre aziende”.

Ecco il testo dell’accordo:

Accordo 3 giugno 2020

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L’economia che globalizza le povertà, distrugge i posti di lavoro e arricchisce con i soldi pubblici le multinazionali in mano alle solite famiglie

Paolo Chiariello

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La componentistica elettronica oggi. Il polo degli elettrodomestici ieri. Il tessile e il calzaturiero ieri l’altro. In questi settori tra Napoli e Caserta (non nella pianura Padana) impiegavamo migliaia di persone. In venti anni tutto è andato in fumo. Ora non c’è quasi più nulla di questi settori. Finita l’era Merloni (ricordate la Indesit?) con la svendita agli americani dell’industria degli elettrodomestici del Sud (e degli operai) e uccisi i settori calzaturiero e tessile dall’invasione gialla (i cinesi) tra San Giuseppe Vesuviano, Grumo Nevano, Aversa, Carinaro e Marcianise, restano in piedi ancora piccole realtà produttive foraggiate con decine di milioni di euro dalla regione Campania. Prima le foraggiava Bassolino, poi Caldoro, oggi De Luca. A testimonianza del fatto che i colori politici cambiano ma le politiche industriali sono lineari, sempre uguali. La Cina facendo dumping (imponendo prezzi assurdi di prodotti grazie alla schiavizzazione degli operai in Cina) ha allocato in patria (l’Impero celeste) l’intera filiera industriale. Se vuoi fare il “Brambilla” in certi settori (e altri) devi “venderti” gli operai. Avete letto bene, venderti gli operai ad altre aziende usando spesso denaro pubblico che ti aiuta in questo mercimonio degli schiavi del terzo millennio. Oppure puoi licenziarli in massa, affittarti piattaforme logistiche e importare in Italia per stare sul mercato oppure demoralizzare dove è più conveniente il mercato del lavoro, il cuneo fiscale (la somma che entra in tasca all’operaio al netto delle tasse lo fa vivere in maniera decente) è ridotto all’osso. Ve la ricordate la Legge 20 maggio 1970 n. 300 (abbiamo festeggiato mezzo secolo quest’anno), il famoso Statuto dei Lavoratori? Ricordate le famose “norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento”? Quella legge, proprio quella conquistata con il sangue e il sudore della classe operaia. Ecco, alcuni partiti che ancora si ostinano a definirsi di sinistra fingono di non capire che cos’è la globalizzazione dei mercati. Proviamo a spiegarla: è una cosa semplice, e in Italia siamo stati maestri nell’adeguarci. Se una cosa va bene, e va bene grazie ai soldi pubblici o all’intervento pubblico (incentivi fiscali, rottamazione, detestazione degli utili reinvestiti ed altro) i profitti sono della multinazionale straniera che ha rilevato tutto dagli italiani. Di norma la multinazionale straniera (nella cui compagine c’è sempre una delle famiglie ricchesfondateitaliane) paga gli operai con i soldi pubblici, le tasse in Olanda e i profitti li incassa incamerandoli nelle casseforti che hanno sede legale a Londra, nel Delaware, in Irlanda o altri canaglia paradisi fiscali. E tutto questo avviene mentre alcuni soloni fanno i politologi o gli economisti un tanto al chilo dicendosi di sinistra e pontificando sul nulla. Se questa è la sinistra, capisco perchè la destra acquisisce consenso nelle fabbriche. Questa è la politica industriale italiana? L’esempio è Arcelor Mittal a Taranto? O Fca? Oppure Luxottica? Domande: a chi non piace che chi delocalizza prima paga quanto s’è fottuta in Italia e poi va in Polonia o dove gli pare? A chi non piace “niente contratti di programma” a chi prende i soldi e poi scappa dall’Italia? A chi non piace lo Statuto dei lavoratori? Chi rappresenta oggi i lavoratori? Provo a parlarvi di cose che so, che ho seguito anche professionalmente. È un caso che ogni delocalizzazione o chiusura di siti produttivi di cui ci siamo occupati in Campania dalla Cirio alla Deriver, dalla Texas Instruments alla Merloni, dai tentativi di chiusura di Jabil e Whirlpool si porta dietro storie di soldi pubblici “incassati” in nome della conservazione di posti di lavoro che poi regolarmente vengono comunque tagliati e lavoratori e sindacati abbandonati con la frase “ma è la globalizzazione e noi non possiamo farci niente”?

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