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Economia

Gli Agnelli sempre più lupi, acquisiscono dai De Benedetti La Repubblica e tutti gli altri giornali e radio perchè…

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I fratelli De Benedetti hanno deciso di vendere la Gedi (Repubblica, Stampa, Espresso, Secolo XIX etc.) a John Elkann, attuale azionista al 5,9%”.
Il presidente del gruppo editoriale Gedi Marco De Benedetti e l’amministratore delegato Laura Cioli che  mercoledì (tre giorni fa)  in una riunione a Repubblica col Comitato di Redazione e il direttore Carlo Verdelli avevano negato qualunque ipotesi di vendita. E invece ci sono, riferiscono fonti interne alla società “discussioni concernenti un possibile riassetto dell’azionariato di Gedi”. Il consiglio d’ amministrazione di Cir (la società dei fratelli De Benedetti) è convocato questo lunedì “per l’ esame di tale possibile operazione”. La notizia di queste trattative è stata lanciata dal sito di Roberto D’Agostino, Dagospia che parla di vendita già decisa. Ipotesi al momento non smentita da Marco De Benedetti.
Perché? Perchè sembra che la trattativa sia già alla fase di closing, di chiusura. Ci sarebbe intesa sia sul quantum che sulla presenza nella compagine della società sempre dei De Benedetti.  Exor NV (la finanziaria olandese che è la cassaforte della famiglia Agnelli, residenti in Italia ma fiscalmente all’estero nel Paese dove le tasse non sono una ossessione e un salasso) acquisirà il pacchetto di maggioranza del gruppo editoriale da Cir, oggi al 43,7% (che comunque manterrà una quota nella società). L’idea di Elkann, a quel punto, è effettuare il “delisting” del titolo, cioè l’uscita della società dalla Borsa.
Aveva ragione Carlo De Benedetti, il fondatore di Repubblica assieme a Eugenio Scalfari, dunque, nella polemica coi suoi eredi, anche se la sua offerta da 40 milioni per l’intera società (a bilancio per sei volte tanto) era più che altro una provocazione. Il valore del gruppo Gedi, peraltro, è confermato a circa 240 milioni – al lordo dei 120 milioni di passivo – anche nel report dedicato alla società da Mediobanca questo mese. Problema: tre quarti del valore è dato dal comparto “radio”, quello dei quotidiani e periodici – nonostante si parli di 25 testate – è assai lontano dal 20% (una quarantina di milioni).
Numeri che renderebbero più conveniente una vendita “a spezzatino”, opzione non esclusa quando sarà conclusa l’operazione (controllo agli Agnelli e delisting, appunto). I comitati di redazione dei giornali del gruppo, Repubblica in testa, ora sono preoccupati. Che cosa accadrà? La strategia di Elkann in questi anni è stata sempre quella di spostare gli interessi della famiglia fuori dall’ Italia: cosa vuol farci adesso con tutti quei giornali e una società in perdita? Al momento lo sanno solo gli interessati. È però di certo una coincidenza interessante che questa operazione vada di pari passo con la cosiddetta “fusione” tra l’ ex Fiat e Psa, operazione che vedrà fin da subito i francesi al comando e nel medio periodo potrebbe riservare pessime notizie per gli insediamenti produttivi in Italia. E allora tanti giornali, molti assai forti localmente, potranno tornare utili. A buon intenditori…

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Alitalia: arriva il super commissario, è Leogrande

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Arriva per Alitalia il super-commissario. Sara’ l’avvocato Giuseppe Leogrande, esperto di diritto fallimentare. Ha ricoperto lo stesso ruolo gia’ in diverse aziende, tra cui la compagnia aerea low cost Blu Panorama. Vanno cosi’ via Enrico Laghi, Stefano Paleari e Daniele Discepolo. I primi due in carica sin dal maggio del 2017, l’ultimo entrato in corso, precisamente un anno fa, in sostituzione di Luigi Gubitosi, passato a Tim. La svolta arriva nella tarda serata dopo che l’ipotesi di un commissario unico era stata avanzata e poi accantonata. Un rapido incontro tra il ministro dello Sviluppo economico e i tre ormai ex commissari segna il passaggio. Insieme a Leogrande “lo Stato dovra’ agire per permettere il rilancio definitivo di Alitalia”, dice il ministro al termine della riunione al Mise. Leogrande dovra’ gestire il nuovo bando di gara previsto dal decreto arrivato in vigore da inizio settimana. Un nuovo corso che dovra’ essere accompagnato da un piano di tagli e riorganizzazione per rendere la compagnia piu’ appetibile. Patuanelli nel ringraziare Laghi, Paleari e Discepolo per il lavoro svolto ricorda come si tratti di un “dossier complesso, che purtroppo non ha portato ad una soluzione di mercato definitiva per la compagnia”. Dopo che il consorzio con Fs, Mef, Atlantia e Delta si e’ in sostanza sciolto si guarda a Lufthansa, che pero’ come noto chiede esuberi. L’ingresso del vettore tedesco nella partita escluderebbe l’americana Delta. Quanto alla holding della famiglia Benetton invece il dialogo si potrebbe riaprire. Almeno stando all’intervista rilasciata dal presidente di Atlantia, Fabio Cerchiai, al Messaggero, da cui emerge una chiara la disponibilita’ a partecipare al rilancio di Alitalia. “Anche perche’ il fallimento della compagnia avrebbe un impatto pari al 28% dei nostri ricavi aviation”, spiega Cerchiai. L’ad di Fs, Gianfranco Battisti, invece non si sbilancia e al Corriere della Sera dice: “C’e’ un consorzio che non si e’ concretizzato. Posso dire che il nostro e’ stato un compromesso diligente”. Intanto l’azienda ha aperto una nuova procedura per estendere di altri tre mesi la cassa integrazione straordinaria che scadra’ il 31 dicembre. Nella comunicazione inviata ai sindacati, gli ex commissari hanno chiesto di estendere la cigs fino al 23 marzo 2020 per complessivi 1.180 dipendenti, di cui 80 comandanti, 350 addetti del personale navigante e 750 dipendenti del terra. Si tratta di un numero superiore agli attuali 1.075 dipendenti coinvolti dall’attuale cassa ma inferiore ai 1.370 sotto l’ammortizzatore sociale nello stesso periodo del 2018 (facendo il confronto con la stessa stagionalita’). La richiesta sara’ oggetto di trattativa con i sindacati, che punteranno ad abbassare il numero. Tutto cio’ mentre si spera che i 400 milioni di prestito, sbloccati dal nuovo decreto, passino indenni il vaglio europeo. Il concetto piu’ volte ribadito da Patuanelli e’ che cosi’ l’Alitalia ha una taglia che non e’ adeguata al mercato, che non la rende attraente. Allo stesso tempo pero’ e’ stata ribadita la volonta’ di tenere integra la compagnia, senza ricorrere allo spezzatino ma neppure a una separazione in due tronchi, da una parte aviation e manutenzione dall’altra l’handling. Di certo c’e’ una questione tempo da affrontare il provvedimento in vigore infatti fissa il termine del 31 maggio 2020 per la vendita. Sempre che si trovi un compratore e non sia necessario un intervento piu’ massiccio da parte dello Stato.

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Economia

Italiani sfiduciati e ansiosi, la metà vuole uomo forte

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La crisi economica lascia le sue cicatrici dopo essere penetrata non solo nelle abitudini quotidiane degli italiani, ma anche nel loro modo di pensare, di comportarsi e di concepire la vita pubblica. Impoveriti, dominati dall’incertezza sul proprio futuro, presi dall’ansia e “macerati” dalla sfiducia, negli ultimi anni gli italiani hanno accentuato il loro individualismo e fatto ricorso a “stratagemmi individuali” di autodifesa, oggi sfociati in “crescenti pulsioni antidemocratiche” e nell’attesa “messianica dell’uomo forte che tutto risolve”. Di fronte ad una politica che non decide, o che decide “senza produrre effetti”, il 48% del Paese crede che la soluzione a tutti i mali passi dunque per “l’uomo forte al potere”, che non debba preoccuparsi né del Parlamento nè delle elezioni. Il quadro che emerge dall’ultimo rapporto del Censis non e’ piu’ solo di un Paese opportunistico, ma ormai soggiogato da uno “stress esistenziale, logorante perche’ riguarda il rapporto di ciascuno con il proprio futuro”. La relazione con il prossimo e’ entrata in crisi, al punto che il 75% non si fida piu’ degli altri, soprattutto se considerati ‘diversi’. Secondo il Centro studi, ad essere montata nell’ultimo anno e’ una pericolosa deriva verso l’odio, l’intolleranza e il razzismo nei confronti delle minoranze, percepita a livello diffuso. Il 70% degli italiani e’ infatti convinto che siano aumentati gli episodi di intolleranza e razzismo verso gli immigrati, dovuti per poco meno di un quarto della popolazione al fatto che gli extracomunitari sono troppi. E per il 58% e’ aumentato anche l’antisemitismo. A minare la sicurezza e’ stata nel tempo “la rarefazione” della protezione del welfare pubblico, ma anche la rottura dell’ascensore sociale, considerato bloccato dal 69% degli italiani, disamorato anche verso due capisaldi degli investimenti famigliari: i Bot, dai rendimenti ormai infinitesimali, e la casa, andata progressivamente perdendo valore. Il nerbo della crescita, il lavoro, per quanto apparentemente in crescita, si e’ peraltro rivelato incapace di assicurare vero benessere. Il Censis giudica l’aumento dell’occupazione del 2018 e dei primi mesi del 2019 “un bluff”, creato dal boom dei lavori part time (spesso non voluti ma obbligati) o a basso reddito. Il bilancio della recessione, calcola il rapporto, e’ di 867.000 occupati a tempo pieno in meno e 1,2 milioni in piu’ a tempo parziale. Il part time involontario riguarda 2,7 milioni di lavoratori, con una vera e propria impennata tra i giovani (+71,6% dal 2007). Dall’inizio della crisi al 2018, le retribuzioni del lavoro dipendente sono scese di oltre 1.000 euro l’anno. E i lavoratori che guadagnano meno di 9 euro l’ora lordi sono oggi 2,9 milioni. Complicato e’ anche il rapporto con l’Unione europea. Il 62% degli italiani e’ convinto che dall’Ue non si debba uscire, ma il 25%, uno su quattro, e’ invece favorevole all’Italexit. A quasi 18 anni dall’introduzione dell’euro, il 61% dice no al ritorno della lira e il 24% e’ invece favorevole. Inoltre, se il 49% si dice contrario alla riattivazione delle dogane alla frontiere interne della Ue, considerate un ostacolo alla libera circolazione di merci e persone, il 32% sarebbe invece per rimetterle. La nota positiva arriva invece dalla crescere attenzione al clima dei giovani. Il Censis ha intervistato i dirigenti scolastici e il risultato e’ che secondo il 74% dei presidi, l’etica ambientalista negli studenti e’ cresciuta grazie all”effetto Greta”. Il 60,9% ritiene che i propri alunni siano molto sensibili e partecipi delle esperienze che la scuola propone sul tema. Il 17,4% riferisce che sono loro stessi a farsi promotori di una nuova etica ambientale presso le famiglie e per il 12,9% spesso si fanno latori di nuove iniziative presso le scuole.

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De Luca continua a “bombardare” i Navigator della Campania, bando per assumere 641 persone nei centri per l’impiego

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La Regione Campania ha pubblicato il bando di concorso per 641 assunzioni a tempo indeterminato nei Centri per l’impiego regionali. Il bando è stato pubblicato sul Burc (Bollettino ufficiale della Regione Campania) e prevede l’assunzione di 225 lavoratori laureati (categoria D) e 416 diplomati (categoria C). Nel dettaglio, la Regione mette a concorso 150 posti di “Funzionario policy regionali – Centri per l’impiego”, 25 posti di “Funzionario Sistemi informativi e tecnologie”, 50 posti di “Funzionario policy regionali – Mediatore per l’inserimento lavorativo dei disabili”, 316 posti di “Istruttore policy regionali – Centri per l’impiego”, 100 posti di “Istruttore Sistemi informativi e tecnologie”. Le assunzioni nei centri per l’impiego erano state annunciate dal presidente della Regione Vincenzo De Luca all’inizio della polemica con il governo per i contratti ai navigator, poi sottoscritto da Anpal e non dalla Regione, per l’applicazione del reddito di cittadinanza.

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