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Giuseppe, 7 anni, ucciso a botte dal patrigno nel disinteresse della mamma e i silenzi della scuola

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Ciò che non si riesce a digerire è la scena muta davanti alla Corte di Assise di Napoli. Perchè si sono avvalse della facoltà di non rispondere le due maestre e la dirigente dell’istituto scolastico imputate, per omessa denuncia, nell’ambito di un procedimento giudiziario nel Tribunale di Napoli Nord collegato al processo sull’omicidio del piccolo Giuseppe, di 7 anni, ucciso dalle botte inferte dal patrigno reo confesso Toni Essobti Badre a Cardito, nel Napoletano,  lo scorso 27 gennaio. Si tratta delle maestre di Giuseppe e la preside della scuola di Crispano frequentato della piccola vittima e dalla sorellina. Nove giorni prima dell’assassinio del piccolo Giuseppe, il 27 gennaio, le maestre della scuola frequentata dal piccolo e dalla sorellina inviarono una nota alla preside nella quale veniva denunciato che la bimba si era presentata in classe con un cerotto su un orecchio e tumefazioni sul volto. L’episodio è stato reso noto oggi, nel Tribunale di Napoli, davanti alla Corte di Assise (presidente Lucia La Posta) nel corso dell’esame di una delle maestre dell’istituto scolastico di Crispano. Nel documento le maestre specificarono che la piccola, sollecitata dalle insegnanti, aveva riferito che quei segni di violenza sul volto erano frutto delle botte inferte dal patrigno. Dopo la nota le maestre vennero convocate dalla preside, ma il 28 gennaio, quando ormai Giuseppe era già morto. Che cosa significa tutto ciò? Senza voler giudicare nessuno perchè questo mestiere spetta ai giudici, tocca rilevare che se vicini di casa, amici, parenti, insegnanti che ogni giorno avevano a che fare con il piccolo Giuseppe e con la sua sua sorellina Noemi, potevano e dovevano accorgersi del fatto che venivano regolarmente picchiati, brutalizzati da quel mostro di patrigno che non esitava ad infierire con forza, provocando lesioni serie. Fino alla morte. Perchè Giuseppe, un bimbo di 7 anni, giova ricordarlo, è stato ucciso a botte.

Valentina Casa. La madre dei bambini massacrati di botte

Botte cui manco la mamma dei bimbi, Valentina Casa, si opponeva, evidentemente.  “Non è una madre tutelante e protettiva nei confronti dei figli, sacrificava la tutela dei figli alla relazione con il compagno. Violenze ce ne sono state anche in passato ma lei ha sempre tutelato rapporto con il compagno”. È questa la conclusione a cui e’ giunto, tra l’altro, il medico Francesco Villa, 66 anni, psichiatra e consulente del Tribunale dei Minorenni di Napoli per conto del quale ha eseguito accertamenti su Valentina Casa e Felice Dorice, rispettivamente madre e padre di Giuseppe, il bimbo di 7 anni picchiato “a morte” dal patrigno, Toni Badre, il 27 gennaio scorso, a Cardito . Il medico ha visitato la madre di Giuseppe due volte, alla luce di un incarico conferito lo scorso 11 marzo anche a un altro medico, la psichiatra Esposito . Per il medico il padre di Giuseppe (e di altri due bambine) durante gli incontri ha cercato di presentarsi come un padre amorevole anche se in realta’, ha affermato lo psichiatra rispondendo al presidente La Posta, “e’ stato un padre assente, nella vita dei bambini”.

 

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Arriva Valentini, il nuovo prefetto di Napoli è un burocrate del Viminale

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Il nuovo prefetto di Napoli si chiama Marco Valentini. Arriva dall’ufficio legislativo del Viminale. La nomina è del ministro dell’Interno Luciana Lamorgese. È una scelta tecnica di profilo alto. Dal punto di vista politico, Valentini andrà bene a tutti perchè non lo voleva nessuno a Napoli.  Palazzo di Governo di piazza Plebiscito era dal primo gennaio vacante perché era andata in pensione il prefetto Carmela Pagano. Il prefetto Valentini resterà a Napoli due anni. Poi andrà in pensione anche lui. Il suo sarà l’ultimo giro. Il nuovo prefetto “occuperà” la sua nuova sede  a partire da martedì prossimo. Forse vedrà i giornalisti per uno scambio di saluti. Non è un uomo espansivo, è di poche parole, non ama apparire, rifugge i riflettori. “Esprimo grande soddisfazione per il nuovo incarico di prefetto di Napoli. Sono fortemente motivato ad operare per il bene della città”. Eh già!. È questa la nota stampa che Valentini ha affidato al Viminale per salutare Napoli. Un prestampato che sa di burocratese viminalizio. Ma questo è Valentini.

 

Quello che leggete di seguito è il curriculum del neo prefetto di Napoli Marco Valentini

Nato a Roma il 24 settembre 1956, si laurea in giurisprudenza presso l’Università degli studi di Roma “La Sapienza”. Nel 1985 entra nei ruoli della carriera prefettizia, con incarico presso l’Alto Commissariato Antimafia. Dal 1992 al 2004 svolge la propria attività presso la Presidenza del consiglio dei ministri, quale direttore dell’Ufficio legale della struttura di appartenenza, curando l’attività di consulenza legale nel settore dell’intelligence per la sicurezza della Repubblica. Dal 1997 al 2004 è direttore responsabile della rivista di intelligence “Per Aspera Ad Veritatem”.

Il 22 luglio 2010 lascia l’incarico presso il Gabinetto del ministro dell’Interno e, nominato prefetto, è destinato a Lecco. Nell’aprile 2012 assume l’incarico di prefetto di Grosseto e, il 26 luglio 2013, le funzioni di direttore dell’Ufficio per l’amministrazione generale del dipartimento di Pubblica Sicurezza. È autore di numerose pubblicazioni. In particolare, con altri, “I Servizi di informazione e il segreto di Stato” (Giuffré, 2008), “Etica del Management” (Ipse, 2009), “Breviaria di Diritto Penale” (Editoriale scientifica, 2016). Nel 2017 ha pubblicato “Sicurezza della Repubblica e democrazia costituzionale” (Editoriale scientifica, 2017). Nel 2018 ha curato, con M. Caligiuri “Materiali di intelligence” (Rubbettino, 2018), con L. Falco “Dialogo sul futuro del Ministero dell’interno” (Editoriale scientifica, 2018) e contribuito al volume collettaneo “Storie di commissari prefettizi” (Editoriale scientifica, 2018). Sul versante della narrativa, quest’anno ha pubblicato “Quando sale la notte” (Editoriale Scientifica, 2019), cui è stato conferito il premio di cultura Orsello, sezione testimonianze, per il 2019 e, per lo stesso editore “Domenico Sica, magistrato, Alto Commissario, prefetto” (2019).

Dal 2014 insegna diritto penale presso la facoltà di Scienze politiche e sociali dell’Università cattolica del Sacro Cuore di Milano. Il 23 dicembre 2016 il Consiglio dei ministri ne ha disposto la nomina a direttore dell’Ufficio Affari legislativi e Relazioni Parlamentari del ministero dell’Interno.

È Direttore Responsabile del quadrimestrale d’informazione istituzionale “Itinerari Interni, percorsi normativi dell’Amministrazione dell’interno”.

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Ci sono 3600 alloggi della Difesa, molti sono occupati da abusivi: ora indaga la Procura

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Al momento il fascicolo porta la dicitura “modello 45”, ovvero senza indagati e ipotesi di reato. Presto pero’ potrebbe accelerare l’attivita’ di indagine dei pm romani su un dossier redatto dallo Stato Maggiore dell’esercito relativo all’assegnazione di 3.600 alloggi di servizio. Gli inquirenti saranno chiamati a verificare eventuali abusi o falsi compiuti da chi occupa quegli immobili e irregolarita’ messe in atto da chi era chiamato a controllare la corretta attuazione dell’iter di assegnazione. Non indaga invece la Procura militare perche’ gli inquilini degli alloggi in questione sono in gran parte ex militari o familiari di militari. La relazione dello Stato Maggiore, che potrebbe sfociare in una approfondita indagine penale, offre una sorta di “radiografia” su scala nazionale della situazione degli alloggi di proprieta’ dell’esercito. In totale lo screening ha riguardato 16.500 immobili. Di questi oltre 3000 hanno situazioni su cui tocchera’ alla magistratura fare chiarezza in quella che si presenta come una vera e propria ‘affittopoli’. Secondo quanto emerso dalla mappatura effettuata, sarebbero molti, infatti, gli inquilini che occupano indebitamente gli appartamenti. Si tratta di abitazioni spesso presenti in zone di pregio di molte citta’ italiane. In molti casi chi abita “illegittimamente” in queste case paga canoni di affitto di poche centinaia di euro. Il ministero della Difesa ha gia’ invitato gli occupanti a lasciare le abitazioni ma dal punto di vista procedurale ‘liberare’ gli appartamenti e’ una operazione complessa per una serie di tutele previste dalla legge. La parola passera’, comunque, ai pubblici ministeri che dovranno analizzare, caso per caso, la situazione ed eventualmente individuare il profilo penale da contestare a chi illecitamente vive negli appartamenti. La competenza e’ della magistratura ordinaria e non di quella militare in quanto la maggioranza degli occupanti non ha alcun tipo di rapporto con il ministero. Nelle scorse settimane l’ex ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, ha dovuto lasciare l’alloggio di servizio a lei assegnato quando era ministro e che l’esponente dei 5 Stelle ha mantenuto al termine del suo incarico con la riassegnazione dell’appartamento al marito militare.

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Allarme dell’antimafia, dilagano i crimini ambientali

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C’e’ una “preoccupante estensione” dei crimini ambientali che incide direttamente “sull’ambiente e sull’integrita’ fisica e psichica delle persone, ledendone la qualita’ della vita”, con le mafie che ora puntano a mettere le mani anche sulla raccolta ‘ufficiale’ dei rifiuti solidi urbani. L’allarme arriva dalla Dia che, nella relazione semestrale al Parlamento, manda pero’ un messaggio preciso alla politica: se cio’ avviene, non e’ colpa solo dei mafiosi ma anche di imprenditori, amministratori e politici senza scrupoli. L’impennata dei crimini, dicono gli investigatori dell’antimafia, ha un motivo preciso: il settore coinvolge “trasversalmente interessi diversificati”. Tradotto, ci guadagnano in molti. Il fenomeno, scrivono, e’ alimentato “costantemente dall’azione famelica di imprenditori spregiudicati, amministratori pubblici privi di scrupoli e soggetti politici in cerca di consenso, nonche’ di broker, anche internazionali, in grado di interloquire ad ogni livello”.

Si tratta di quei soggetti che formano la cosiddetta “area grigia” indispensabile alle organizzazioni criminali per portare avanti tutte le attivita’ di “secondo livello”, quelle cioe’ che destano meno allarme sociale e permettono di infiltrare l’economia legale. “I professionisti e gli imprenditori collusi – spiegano gli analisti – consentono alle cosche di entrare in contatto con un’altra area grigia, altrettanto pericolosa, in cui operano gli apparati infedeli della pubblica amministrazione”. Ed e’ “la corruzione l’anello di congiunzione tra queste due aree grigie”, lo strumento attraverso il quale “le cosche diventano, di fatto, un vero e proprio contraente della pubblica amministrazione”.

Inquinamento. Porre rimedio alla dispersione della plastica nell’ambiente per la scarsa sostenibilità e la difficile biodegradabilità

Vale per gli affari e vale per i rifiuti, dove si evidenza anche un altro problema, direttamente connesso alla filiera legale: troppo lunga e con troppi passaggi; dalla produzione allo smaltimento, il rifiuto si muove troppo. “Piu’ e’ lunga la filiera piu’ le organizzazioni criminali trovano spazi di inserimento”. Al Sud ma ormai anche al Centronord dove c’e’ un “brodo di cultura nutriente per la realizzazione di ecoreati”. Le cause di questa situazione vanno rintracciate nell’assenza di impianti idonei, primi tra tutti i termovalorizzatori, e nel mancato potenziamento delle infrastrutture per il riciclo dei materiali organici. Per questo servono quelle che la Dia chiama “scelte di civilta’”: “la partita in gioco e’ molto seria e riguarda il futuro delle prossime generazioni. La sola azione giudiziaria non e’ sufficiente, e’ assolutamente necessario ridurre il piu’ possibile l’intera filiera”.

Nella sua relazione la Dia ribadisce poi come la ‘Ndrangheta resti la piu’ pericolosa delle organizzazioni, “silente ma piu’ che mai viva nella sua vocazione affaristico imprenditoriale” e sempre piu’ leader a livello mondiale per i traffici di droga. Una mafia che ormai “e’ ovunque”, che viene presa a modello da emulare – come dimostra quel che sta accadendo in provincia di Foggia – e che esprime un “radicato livello di penetrazione nel mondo politico e istituzionale” che le consente di mettere le mani su appalti e commesse pubbliche. E se in Sicilia e’ sempre piu’ forte il legame tra gli ‘scappati’ di Cosa nostra e le famiglie americane e Matteo Messina Denaro resta un punto di riferimento anche se cresce “l’insofferenza” nei suoi confronti per l’ingombrante latitanza, a far rumore in Campania non sono i clan storici ma i giovanissimi. Una pletora di “aspiranti camorristi” dice la Dia, organizzati in bande spesso senza alcun legame con le organizzazioni ma che agiscono con la stessa violenza “esasperata”. Una realta’ a cui gli investigatori hanno dato addirittura un nome: “Accademia della camorra”. Una sorta di ‘scuola’ dove si formano i nuovi boss.

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